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lunedì, gennaio 10, 2011

Divorzio all'italiana (Seconda parte)

3.Discrimine etico

Il Consiglio aveva rilevato lo spostamento atlantico di Fini sin dal 26 giugno 2009 (si veda il post “Il paradiso deve attendere”) quando aveva messo in evidenza un articolo agiografico a lui dedicato dall'Economist (“Fini to the fore”, 4 giugno 2009):

Negli ultimi mesi ha messo in discussione le dure politiche in materia di immigrazione del governo, ha implicitamente lamentato il ruolo attivo della Chiesa Cattolica in politica ed ha ignorato uno dei più durevoli tabù della destra tradizionale entrando in confidenza con degli attivisti omosessuali

Nel frattempo quello che sembra essere un altro tassello della strategia mirante a modificare gli assetti politici della penisola veniva messo in campo. Sulla stampa europea cominciano a circolare le foto delle feste brave del Presidente del Consiglio italiano in Sardegna: è lo spagnolo El Pais a dare un respiro continentale all'operazione (“Le immagini proibite da Berlusconi”, 5 giugno 2009). Nei mesi seguenti nel bel paese assistiamo ad un crescendo di rivelazioni sulla vita privata di Berlusconi, un crescendo che terminerà solo con l'attentato di Milano del 13 dicembre 2009.

Nel mezzo di questo fiume di fango si piazza la vicenda “Boffo”, l'allora direttore di Avvenire. Dopo mesi che il giornale da lui diretto si riempie le pagine di attacchi al premier, è costretto a rassegnare le dimissioni a causa di una vicenda di molestie sessuali riportata a galla da Il Giornale (“Boffo, il supercensore condannato per molestie”, 28 agosto 2009).

Come più volte ricordato, Avvenire non è la Chiesa Cattolica. Avvenire è la voce ufficiale della CEI, la Conferenza Episcopale Italiana diretta da Bagnasco ed è in questa veste che lancia i suoi precisi fendenti (“Politica e discrimine etico”, 5 maggio 2009):

La stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti. Non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio – il meno deforme – all’anima del Paese”.

La vicenda Boffo fa venire a galla la formazione di un'altra crepa dopo quella finiana, questa volta tra Berlusconi e la stessa CEI.

Il Consiglio in quell'occasione aveva rilevato come la CEI si fosse scollata non solo da Arcore, ma anche da San Pietro (vedi il post “La tempesta”, 23 settembre 2009). Il Papa ci era andato giù duro notando come certuni (certi vescovi...) “lavorano per se stessi e non per la comunità” (“Benedetto XVI: «La Chiesa soffre perché molti lavorano per se stessi»” Corriere.it, 12 settembre 2009). Con un palese riferimento alla ricordata vicenda “Boffo”, Benedetto XVI cita anche la parabola del servo malvagio che si mette a “gozzovigliare e percuotere i dipendenti”.

La CEI giustificherebbe lo scollamento da Berlusconi con la questione morale, ma quello che risulta apparente dallo scenario che si era delineato nella seconda metà del 2009 è che, malgrado Fini secondo l'Economist avesse lamentato il ruolo attivo della Chiesa Cattolica in politica, il leader di AN e la conferenza dei vescovi (nord) italiani nei fatti stavano compiendo lo stesso movimento in perfetta coordinazione.

La domanda che su queste pagine ci eravamo posti allora è stata la seguente: “La Sicilia che si sta venendo a formare è forse un po' troppo “orientale” per i gusti di Bagnasco?”.

(Fine seconda parte)

Leggi la prima parte

Il povero dipendente molestato dal vescovo

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venerdì, dicembre 24, 2010

Lo scisma

L'orientalismo esoterico di Franco Battiato e dei suoi discepoli (si veda il post “Catania esoterica”) non è solo snobbismo culturale. Esso è piuttosto manifestazione di quello scisma storico e geografico tra oriente ed occidente che si è poi tradotto in scisma di pensiero e religioso.

Significativamente Battiato, analizzato dal punto di vista cattolico da Maurizio Blondet nel suo “Gli Adelphi della Dissoluzione” (si veda a tal proposito “Su Battiato ed altre eresie”, CataniaPolitica.it 15 novembre 2010), dopo essere musicalmente germogliato a Milano, è tornato in Sicilia a cercare il giusto “humus” per continuare a “crescere” quasi fosse questo il suo solo “oriente” possibile.

Il suo “ritorno” non è gretto provincialismo. Lungo la dorsale oceanica della storia, al contatto tra oriente ed occidente, forze immense che lottano da tempi immemorabili (risuonano qui ancora i testi del cantante, si veda il post "Il duello") hanno generato la gigantesca piramide dell'Etna.

La Sicilia è terra di confine, uno scoglio conteso sin dall'inizio della storia e destinato a passare di mano nella varie battaglie della guerra globale tra oriente ed occidente. Guerra la cui composizione eventuale condurrà l'uomo all'apocalisse finale delle sacre scritture.

Avvenire, il quotidiano della CEI, la Conferenza Episcopale (nord) Italiana, lo scorso 21 dicembre ha pubblicato sul suo sito un articolo a firma di Piero Gheddo dal titolo “Il Rinascimento? Fu solo in Occidente” che osservato in traslucido di fronte al caldo rossore etneo rivela in filigrana il secolare lavorio di quelle forze.

Con esso l'autore si propone di confutare le tesi che vorrebbero ridotta l'importanza del rinascimento occidentale cinquecentesco quale sorgente di una civiltà “suprema”.

Gheddo se la prende con Paolo Mieli, reo di aver fatto propria sul Corriere della Sera la tesi propugnata da Jack Goody nel volume “Rinascimento, uno o tanti?”:

“Il Rinascimento europeo che ha prodotto in Europa «la corsa verso capitalismo, industrializzazione e modernità… non fu un unicum nella storia», poiché ci furono altri Rinascimenti nei paesi asiatici, specie in Cina, India e Giappone, che più recentemente stanno raggiungendo gli stessi traguardi del Rinascimento europeo”

Niet, ribatte Gheddo: la civiltà occidentale è superiore a tutte le altre. E supporta questa posizione con varie citazioni. Fosse apparso sul Financial Times un tale articolo non avrebbe destato sorpresa alcuna. Ma il suo ritrovamento tra le pagine di Avvenire dona alle parole di Gheddo una luce diversa.

Per i cristiani l'unico Rinascimento non dovrebbe essere quello che ha fatto scoccare la scintilla della modernità, ma quello verificatosi circa 1500 anni prima con l'avvento di Cristo (in oriente...). Ogni altro rinascimento per i cristiani dovrebbe avere importanza relativa. Su di un piano storico e culturale prettamente cristiano potrebbero anche essere messi tutti sullo stesso piano, come sostenuto da Jack Goody e da Mieli. Strano che un giornale organo di una conferenza di Vescovi cattolici possa tralasciare un tale “dettaglio”.

Ma c'è di più. Forse anche di peggio. L'articolo riporta anche il seguente delirante argomento, una “teoria” sviluppata da Arnold Toynbee:

“La civiltà occidentale è l’unica «universalizzabile», cioè contiene principi e valori validi per tutti gli uomini; principi e valori che vengono non dall’intelligenza umana, ma dalla Parola di Dio. Tesi dimostrata fra l’altro dal fatto che la Carta dei Diritti dell’Uomo varata dall’Onu nel 1948 è stata fatta sulla base dei principi biblici ed evangelici (che erano quelli delle nazioni maggioritarie a quel tempo nell’Onu).”

Quindi Avvenire, voce della CEI, vanta la Carta dei diritti dell'uomo dell'ONU quale prova della superiorità occidentale e della sua aderenza ai principi del cristianesimo.

Ed io che ho sempre creduto che le fondamenta del vivere civile e cristiano fossero i dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè (anche qui, in un luogo che tanto occidentale non è). Ora, se la carta dell'ONU prova la superiorità occidentale, tale carta deve avere superato quei dieci comandamenti. Altrimenti, attenendosi alla linea di ragionamento di Gheddo, l'articolo avrebbe dovuto sostenere la superiorità dell'oriente e non dell'occidente. Ma l'ONU non è una chiara manifestazione del mondialismo di stampo massonico? Come fa il giornale della CEI a mettere le leggi massoniche davanti a quelle del Dio cristiano?

Il mal di pancia di Gheddo (e quindi della CEI?) nasce dal fatto che Goody sembra promuovere al rango di “rinascimenti” solo sommovimenti culturali asiatici sbilanciandosi un poco troppo ad est. Il mal di pancia è forse un sintomo della guerra tra occidente ed un oriente che sta raggiungendo gli stessi traguardi del Rinascimento europeo?

Nell'anno 1054, mentre i Normanni riportavano la Sicilia ad ovest, le forze della storia riuscirono ad approfondire la distanza tra cristianesimo occidentale ed orientale a tal punto da rendere formale lo scisma tra ortodossia e cattolicesimo, uno scisma strisciante già da lungo tempo. Il soglio di Pietro non ebbe da questo momento più remore ad allearsi con qualunque altra forza rintracciabile in occidente per combattere la Chiesa greca.

Il Rinascimento segnò l'inizio di un periodo di grandi conquiste per il fronte occidentale: dal crollo di Costantinopoli nel 1453, alla Battaglia di Lepanto del 1571 contro i turchi, sino alla guerra di Crimea del 1854 ed all'unificazione italiana del 1860-61, l'avanzata occidentale sembrava inarrestabile.

La conquista spagnola cinquecentesca della Sicilia, parte integrante del cosiddetto Rinascimento, e il lento decadere del Regno di Trinacria normanno sino all'invenzione del Regno delle Due Sicilie (una creatura tutta occidentale) furono un perno importante di questa avanzata secolare.

Oggi questo lembo di terra faticosamente conquistato dagli eserciti dell'Ovest potrebbe tornare in mano nemica, un movimento ben predisposto dalle precoci lotte indipendentiste di Canepa e del MIS.

Nessuna meraviglia dunque che i Vescovi (nord) italiani ed alcuni elementi cattolici settentrionali (o meglio... occidentali), tra i quali lo stesso Blondet, editore di EffediEffe, vedano la Sicilia, Battiato e tutti i Siciliani, cristiani e non, come fumo negli occhi.

E nessuna meraviglia dovrebbero destare le tensioni createsi tra il papato ed alcuni ambienti vescovili padani sin dai tempi di Giovanni Paolo II (soprannominato con sprezzo “il polacco”), venuto in Sicilia ad esortare i siciliani alla ribellione contro il potere atlantico, e più di recente quelle adombrate da Benedetto XVI (e sottolineate persino dall'Economist, si veda il post “La tempesta”), colpevole di proseguire sul sentiero tracciato dal predecessore tentando una riconciliazione con la Chiesa Ortodossa.

Contrapposizione tanto forte da far preferire una carta dei “diritti” dell'uomo massonica ai dieci comandamenti dettati da Dio a Mosè.... in oriente.

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lunedì, dicembre 13, 2010

Catania esoterica

Carmen sale sulla littorina. Ma chi è che subito ne scende in questa sorta di circolarità lynchiana?

Allo specchio c'è un'altra donna, e per raggiungerla si deve compiere un viaggio. Un viaggio che finisce nelle ultime parole pronunciate di fronte a quello stesso specchio:

Nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera”.


Attraverso lo specchio il riflesso degli insegnamenti di quel maestro che spiegò al discepolo com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire. Era la San Pietroburgo degli anni venti. E mentre le lezioni sotto la luce fioca di lampade a petrolio trasformavano il discepolo, alle pendici dell'Etna correva quella stessa littorina sulla quale Carmen ora sale.

Ad oriente il giorno scalpita non tarderà, celebrato dai dervisci tourners, satiri danzanti che girano sulle spine dorsali, con il cuore prigioniero tra le mani del Re del Mondo.

Dall'oriente arriva la rinascita dell'artista, della musica, della civiltà. Dall'oriente arriva il tramonto occidentale, il ritorno della tradizione. Ma di quale tradizione stiamo parlando?

Il gioco delle apparenze tra la “vecchia” e la “nuova” Carmen affacciate al finestrino. La cura che ci viene somministrata da un Prometeo conoscitore delle leggi del mondo per riempire il vuoto generato dall'era moderna. Lo stesso vuoto che, sfondo della littorina, viene riempito dall'Etna. Il cratere massimo, cunicolo di connessione con gli inferi. Stiamo parlando della “tradizione” dell'Etna.

I nuovi dei che avanzano: saranno forse essi a riempire il nostro senso di vuoto una volta alzata bandiera bianca. I fotogrammi di una macchina che ci schiaccia, sono ora quelli della locomotiva sulle traversine.

Già vedo gli occhi di mio figlio
e i suoi giocattoli per casa,
ad oriente il giorno scalpita


L'uomo nuovo sta nascendo, figlio di genitori indiani. La nuova era è alle porte. Il giorno è arrivato ed è l'alba che ci insegna a sorridere. Il viaggio iniziatico si è concluso, le vie che portano all'essenza sono state percorse insieme al maestro. Quella che scende è ancora Carmen ma non è più Carmen. E' una donna rinata, tra le braccia di Prometeo, dove persino il dolore più atroce si addomestica. Persino il sacrificio più atroce si giustifica.

La scuola di San Pietroburgo, dietro quelle finestre che si affacciavano sulla Prospettiva Nievskij, è rinata alle pendici del vulcano.



Già natale il tempo vola,
l'incalzare di un treno in corsa,
sui vetri e lampadari accesi nelle stanze dei ricordi,
ho indossato una faccia nuova,
su un vestito da cerimonia
ed ho sepolto il desiderio intrepido di averti affianco,

Allo specchio c'è un altra donna,
nel cui sguardo non v'è paura
com'è preziosa la tua assenza
in questa beata ricorrenza,
ad oriente il giorno scalpita non tarderà..

Guarda l'alba che ci insegna a sorridere,
quasi sembra che ci inviti a rinascere,
tutto inzia,
invecchia,
cambia,
forma,
l'amore tutto si trasforma
l'umore di un sogno col tempo si dimentica..

Già natale il tempo vola,
tutti a tavola che si fredda,
mio padre con la barba finta
ed un cappello rosso in testa
ed irrompe impetuosa la vita, nell'urgenza di prospettiva

Già vedo gli occhi di mio figlio
e i suoi giocattoli per casa,
ad oriente il giorno scalpita,
la notte depone armi e oscurità..

Guarda l'alba che ci insegna a sorridere,
quasi sembra che ci inviti a rinascere,
tutto inizia,
invecchia,
cambia forma,
l'amore tutto si trasforma,
persino il dolore più atroce si addomestica,
tutto inizia,
invecchia,
cambia,
forma,
l'amore tutto si trasforma,
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera...

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giovedì, novembre 26, 2009

Scienza esatta

Dopo aver avallato truffe quali il buco dell'ozono, la genetica (si veda il post “Ritorno a Camico”), l'estinzione dei dinosauri a causa di un meteorite, ed il riscaldamento globale, la fiducia nei confronti della scienza come soluzione dei problemi materiali e persino morali dell'uomo è entrata in una fase calante che potrebbe non vedere più alcuna risalita.

Tramite la statistica oggi lo scienziato può dimostrare di tutto. La statistica permette di piegare la realtà alle nostre voglie demiurgiche nascoste. Permette di creare una verità artificiale capace di accodarsi ai gusti del momento: se voglio dimostrare che i siciliani sono fessi, ne prendo cinque a caso e se tre hanno un quoziente intellettivo inferiore alla media il gioco è fatto.

E' su questa falsa riga che alcuni ricercatori delle università di Catania, Palermo e Messina, analizzando lo sviluppo di tumori tiroidei nella popolazione dell'isola , dopo aver creduto di constatare una maggiore incidenza nella città di Catania basandosi su rilevamenti fatti in un brevissimo e poco rappresentativo arco di tempo (2002 – 2004), hanno cercato di suggerire che la cosa sia da associare alla presenza del vulcano.

“I residenti della provincia di Catania con la sua regione vulcanica sembra avere una più alta incidenza di cancro tiroideo papillare che altre aree della Sicilia”: queste le allusive conclusioni del gruppo di stipendiati pubblici che senza prova alcuna mettono sul piatto nuovi allarmismi da aggiungere a quelli sui terremoti o sull'inesistente pericolo della febbre suina ampiamente usati dai media per seminare il panico tra la popolazione.

L'articolo è stato pubblicato dal Giornale del National Cancer Istitute (JNCI) di Oxford con il titolo “Papillary Thyroid Cancer Incidence in the Volcanic Area of Sicily” ed è stato subito ripreso dalla stampa internazionale con titoli che “opportunamente” esaltano la presunta connessione vulcanica: “Thyroid cancer may be more common near volcanoes” (Trad.: “Il cancro tiroideo potrebbe essere più comune vicino ai vulcani”, Reuters, 9 novembre 2009)

Ma sono gli stessi ricercatori ad ammettere che le conclusioni da loro stessi indicate non hanno alcuna evidenza scientifica: «Altre spiegazioni non possono essere escluse» ha detto Vigneri, uno del gruppo, aggiungendo anche che “Altri studi sono necessari per determinare quali siano i contaminanti dell'acqua potabile, se ve ne sono, che potrebbero essere coinvolti del aumento del rischio di candro tiroideo”.

L'unico dato che riescono a produrre a favore della loro spiegazione è che “In molti campioni di acqua potabile provenienti dall'area vulcanica abbiamo trovato che 4 metalli il composto naturale radioattivo radon 222 erano superiori alla massima concentrazione accettabile

Un po' pochino per poter lanciare allarmi di questo tipo e papparsi impunemente lo stipendio pubblico. Anche perché ci sono dei particolari forniti dalla stessa ricerca e che conducono in altre direzioni.

Ad esempio, l'incidenza di cancro alla tiroide appare in aumento. Malgrado il breve lasso di tempo considerato, l'articolo cerca di attribuire la cosa ad una migliore qualità dei controlli, ma l'impalcatura traballa lo stesso: l'Etna non è sbucata dal nulla in questi ultimi anni, e se le cause fossero davvero quelle suggerite, avremmo dovuto osservare invece un'incidenza stabile.

Il collegamento all'acqua potabile rende poi la cosa ancora più grottesca. A partire dagli anni 80 il consumo di acque locali è sicuramente diminuito a favore delle acque minerali imbottigliate provenienti dal nord Italia. Se il problema risiede negli elementi disciolti negli acquiferi vulcanici, pur nella maggiore media rispetto alle aree limitrofe, si sarebbe dovuta rilevare una diminuzione dell'incidenza: l'opposto di quanto osservato dagli “scienziati”.

Lo studio, che ha tra l'altro permesso ad uno dei più importanti periodici di divulgazioni scientifica (Scientific American) di titolare “La maledizione siciliana”, rivela anche una maggiore incidenza in città rispetto alle campagne. E questa è un altra stranezza: se la causa è il vulcano, che differenza c'è tra Catania ed il più minuscolo dei paesini etnei? E che differenza ci sarebbe tra Catania, le isole Eolie, Pantelleria o l'area iblea a cavallo tra Catania e Siracusa dove si trovano numerosissimi vulcani oramai estinti?

Se, come rilevato dal team, l'inquinamento industriale è da escludere, viene da chiedersi perchè non si sia proposto ad esempio il cambiamento delle abitudini alimentari avvenuto negli ultimi 10 – 15 anni, più marcato a Catania dove la Grande Distribuzione Organizzata è molto più diffusa che nel resto della Sicilia.

Ma la statistica in Sicilia non se la prende solo con i vivi. Anche i morti devono essere difesi.

Dopo aver “statisticamente” accertato che i Siciliani discendono dai fenici (si veda il post “Figli di”) , ora ci vogliono dire che i nostri antenati sicelioti adoravano il sole.

Un certo Alun M. Salt, in base alla constatazione che i templi ellenici della Sicilia al contrario di tutti gli altri tendono “statisticamente” ad essere orientati preferenzialmente verso est, ha concluso che questo sia stato un omaggio al sorgere dell'astro.

A dire il vero le premesse dello studio (“The Astronomical Orientation of Ancient Greek Temples”) sono interessanti, poiché sembrano indicare una qualche differenziazione tra sicelioti e greci: “Quindi ne concludo che le differenze tra gli allineamenti tra la Sicilia e la Grecia riflettono pressioni differenti nell'espressione dell'identità etnica

L'autore sembrerebbe affermare che culti precedenti in Sicilia abbiano potuto influenzare tale situazione. Ma come sappiamo, qualunque cenno ad una civiltà siciliana preesistente all'arrivo dei coloni greci deve essere bandita dai libri di storia occidentali. E così nel testo dell'articolo la spiegazione della frase diventa paradossale, tanto che il nostro dimostra una totale ignoranza del soggetto studiato:

L'auto-identificazione dei greci di Sicilia come greci che vivevano all'estero potrebbe aver provocato una aderenza agli ideali greci come imperativo per assicurare sia se stessi che i visitatori dalla madrepatria che il fatto che fossero lontani non li faceva meno greci.

I fatti dicono che invece i sicelioti (o greci di Sicilia) tendevano ad evidenziare il più possibile le loro differenze culturali con i greci veri. Basta ricordare la famosa frase pronunciata da Ermocrate, stretega siracusano, durante la guerra del Peloponneso nel 424 a.c. : “Ne ioni, ne dori, ma siciliani”. Quel voler “assicurare” se stessi ed i visitatori della loro grecità, sa tanto dei moderni colonizzati siciliani che sventolano le loro vuote bandiere tricolori negli stadi. Un'immagine che poco si addice ai Siciliani di allora che sconfissero Atene.

Questa dunque sarebbe la causa dell'allineamento solare: “Se vivi in Grecia, non hai bisogno di provare la tua identità greca e la tua religione” ha detto il dottor Salt, “Se vivi all'estero, potresti sentirti meno sicuro della tua identità greca e potresti sentire il bisogno di fare le cose seguendo ancora di più le tradizioni.” (“Ancient Greek worshippers showed inclination towards the Sun”, TimesonLine, 19 novembre 2009)

Anche a voler accettare la teoria del siciliano più greco del greco, a mister Salt l'idea che l'orientamento potrebbe essere quello perchè è ad oriente che si trova la madrepatria, più che il sole, non viene in mente.

No. Mr. Salt, in base alla sua legge statistica crede di poter dire quello che gli pare malgrado, come lui stesso ammette, altri propongano teorie molto meno traballanti ma che avrebbero implicazioni esplosive per i nostri libri di storia:

I templi greci in Sicilia sono chiaramente greci nello stile, ma erano usati in maniera greca o per caso i siciliani usavano l'architettura greca per costruire templi per culti locali come fecero i romani?

Questa è la domanda che altri studiosi si pongono (vedi pubblicazioni 13 e 14 nei riferimenti bibliografici della pubblicazione, disponibile anche in pdf). O in altre parole, forse esisteva già una civiltà in Sicilia che subì l'influsso ellenico ma che lo plasmò per adattarlo alle proprie credenza: i templi “greci” di Sicilia, furono costruiti dai greci o dai.... Siciliani? Il pensiero corre ai templi di Selinunte e di Segesta, piazzati in un territorio storicamente molto poco Greco.

I ricercatori delle università di Catania, Palermo e Messina ci potranno poi dire se anche quei siciliani che costruivano i finti templi greci soffrivano di cancro alla tiroide oppure no.

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mercoledì, novembre 18, 2009

L'abito non fa il vescovo

L'Italia è marcia, perversa, corrotta. Ed in questo non è altro che un appendice dell'occidente.

La verità su questa “civiltà” occidentale non è un mistero. Essa ci solletica apertamente mentre continuiamo a guardare ed allo stesso tempo a tenere gli occhi chiusi.

Destino ha voluto che a scardinare questo velo che ci siamo voluti tenere sugli occhi per semplice quieto vivere, a girare il nostro “Eyes wide shut” fosse un siciliano. Che per fare quello che ha fatto, per riuscire ad arrivare a mostrare questo piccolo spicchio del cuore di tenebra, in quella lordura si è in qualche modo immerso.

Fabrizio Corona nel 2007 ha costretto tutti a guardarsi allo specchio. Uno specchio in cui ci siamo visti riflessi nei lineamenti sfatti dalla droga e dalla notte di bagordi trascorsa in compagnia di alcuni transessuali di un rampollo della famiglia simbolo stesso dell'Italia unita [*].

Corona è vivo (avrà chi lo protegge...). Ma noi, come nazione e come società, siamo morti.

Come avrebbero potuto mai scalfirci le notti brave del Capo del Governo a Palazzo Grazioli circondato da bellezze a pagamento, dopo le vicende che hanno visto coinvolto il reporter scandalistico catanese?

Non abbiamo mosso un muscolo neanche dopo aver notato il viso di Marrazzo che tentava di contorcersi in una strana espressione di inesistente auto-mortificazione. Non ci siamo neanche chiesti come mai Berlusconi si sia scomodato di persona (avrebbe fatto lui stesso la prima telefonata) per colpire una tale mezza cartuccia.

Non ci siamo accorti che immediatamente tutti gli attacchi contro Arcore sono calati di intensità. Colpiscine uno per educarne cento. E così i cento hanno capito che, se non si calmavano, cose ben più gravi delle perversioni della mezza cartuccia sarebbero trapelate. Altro che veline e trattative con lo stato (mi riferisco sempre alle trattative sul prezzo delle escort, non a Riina...).

Un punto un po' più oscuro della vicenda rimane però quello del ritiro spirituale all'abbazia di Montecassino, dove il Presidente della Regione Lazio avrebbe un caro amico. Un “giallo” secondo il Corriere. Vero, poi falso.

Come un giallo è anche la ritrovata pacatezza delle esternazioni della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) nei confronti del premier dai facili costumi. Grazie a Corona, oggi non ci si meraviglierebbe più di tanto neanche se il prossimo ad essere preso con le mani nel sacco fosse un porporato.

L'accostamento si fa irriverente, ma questo si merita chi, nascondendosi dietro un abito da monaco, trama contro coloro i quali prestano fede con assoluta sincerità.

Quando a suo tempo collegai le vicende lagunari di Baaria, l'ultimo film di Tornatore, alle critiche mosse dal presidente della CEI, Cardinale Bagnasco, e dalla sua corte al governo italiano per le attività sessuali del suo capo [**], qualcuno ha storto il naso accusandomi di anticlericalismo.

Ora la CEI getta la maschera e viene allo scoperto puntualizzando meglio le sue preoccupazioni e confermando che certe divergenze di vedute con il capo dell'esecutivo permangono.

Questa settimana Famiglia Cristiana riporta alcune anticipazioni di un documento che la Conferenza Episcopale Italiana dovrebbe approvare nei prossimi giorni. Un documento dedicato al mezzogiorno (“Immigrazione, dialogo con l'Islam e lotta alla mafia. Documento della Cei dedicato al Mezzogiorno”, SiciliaInformazioni.com 17 novembre 2009).

In esso si ricordano innanzitutto le parole pronunciate da Giovanni Paolo II ad Agrigento contro la mafia. Il documento punta dunque la Sicilia:

“Non ovunque e non da tutti si gridano le parole risuonate nella Valle dei Templi” (...) “nel Mezzogiorno la Chiesa ha mostrato di recepire in maniera disomogenea la lezione profetica di Giovanni Paolo II”

E' bello vedere come oggi i vescovi italiani facciano autocritica affannandosi ad enfatizzare le importanti profezie di quello che ancora oggi pare sia indicato nel loro ambiente aristocratico con una apposizione dal senso dispregiativo: “il polacco”. Potevano ricordarsele prima le parole del “polacco” invece di aspettare non 3 lustri, ma ben 150 anni.

Questa ammissione di colpevolezza diventa mostruosa quando si pensa come ci sia voluto un Papa straniero per denunciare la grave inadempienza dei vertici della chiesa italiana che fino ad oggi non ha mosso un muscolo in questa direzione.

Quanto credito si può dare a questo “mea culpa”? Meno di zero. Dove vogliono arrivare gli aristocratici prelati lo si capisce dalla critica rivolta al federalismo:

Alla politica e alla maggioranza di Governo i vescovi chiedono di vigilare sul riassetto federale del Paese: ''Sarebbe una sconfitta per tutti se il federalismo allontanasse le diverse parti d'Italia''. Occorre, invece, un gioco di  squadra (...).

Eccolo qui il nocciolo del problema. I vescovi italiani sono preoccupati che qualche parte d'Italia si allontani. E notate con quanta delicatezza chiedono al governo di vigilare. Che contrasto con tutta la sguaiata vicenda Boffo!

Oggi loro sono per “il gioco di squadra”. Un gioco di squadra non fatto insieme alla Sicilia (o al sud in generale), ma contro di esso. Una chiamata, un appello a tutte le forze romano-centriche affinchè di uniscano contro la Sicilia, la parte d'Italia che al momento rischia di allontanarsi (il bluff di Bossi non se lo beve più nessuno).

Il punto cardine di questa strategia può essere sicuramente individuato in quel “dialogo con l'Islam” caldeggiato nel documento. Il suo collegamento alla questione meridionale non lascia spazio a fraintendimenti: il dialogo sottinteso non è sociale ma politico.

Nel sud Italia e soprattutto in Sicilia l'immigrazione maghrebina non ha causato alcuna tensione sociale. Il problema semmai riguarda il nord Italia, dove la quantità di immigrati rappresenta un serio problema che rischia di infiammarsi nella presenti tensioni economiche.

Voler quindi sperimentare il dialogo al sud “specialmente con l'islam” stona con il preteso tema pastorale ed umanitario del documento.

Quello che invece potrebbe prefigurarsi è un tentativo programmatico di accordo con i paesi della sponda sud del Mediterraneo che lasci il Regno di Sicilia in mano al nord in cambio di qualche concessione. Una strategia, quella della protezione pseudo-mafiosa sui territori coloniali meridionali, che sembra essere connaturata ai disperati e marci apparati di potere italioti.

A ben vedere, il tentativo di Bagnasco non fa altro che ricalcare la strada seguita da Berlusconi per salvare il salvabile ponendosi come intermediario tra la Russia neo-zarista e la Sicilia.

Per dare forza al loro messaggio i vescovi mi citano i “martiri per la giustizia”, don Pino Puglisi, don Peppino Diana, il giudice Rosario Livatino.

Chissà dov'era il loro “gioco di squadra” quando quei martiri venivano massacrati.

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[*] Che italietta meschina: la voce di wikipedia (la libera enciclopedia) riguardante Fabrizio Corona “casualmente” evita di citare la vicenda di Lapo Elkann.

[**] Si vedano i post “Peppuccio il mangiapreti”, “La tempesta” e “Legume in mare


Eyes Wide Shut

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lunedì, novembre 02, 2009

Zucche vuote

In una piccola cittadina della Val di Noto si è conservata nei secoli una semplice tradizione che oggi ne fa l'unico posto al mondo, o almeno uno dei pochi rimasti, dove ancora si prepara la cioccolata.

Beninteso, non la immonda schifezza propinataci dalle multinazionali del cibo chimico. Bensì quella vera, preparata secondo ricette provenienti dall'America centrale quasi scomparse nello stesso Messico.

La cittadina in questione è Modica. E la ricetta vi è arrivata insieme con le famiglie di conquistadores ai quali il Re di Spagna (e di Sicilia), come premio per le vittorie riportate oltre oceano, aveva concesso dei feudi in zone più vicine a casa.

Vi è però un altra tradizione che unisce la Sicilia al Messico e che potrebbe essere arrivata allo stesso modo: la festa dei morti, celebrata tra l'1 (Ognissanti) ed il 2 di novembre, giorno dei morti vero e proprio.

La venerazione degli antenati è un tratto comune a molte civiltà e religioni, sia del vecchio che del nuovo mondo: dai penati romani ai culti mesoamericani dai quali i tipici festeggiamenti messicani e quelli siciliani pare discendano, sino al sorgere del cristianesimo che ha trasformato in parte il significato delle tradizioni precedenti spostandole dal mondo degli inferi a quello delle sfere celesti.

In Sicilia come in Messico il giorno in cui si ricordano i propri familiari scomparsi è un giorno di festa caratterizzato da dolci, regali, danze (almeno tra le popolazioni americane) e dalla visita ai propri cari al cimitero per ricambiare quella fatta dai nostri antenati per portare i doni ai bambini durante la notte precedente.

Ma è qui da noi che tale ricorrenza raggiunge l'apice più alto: in Sicilia la festa dei morti diventa una delle più chiare manifestazioni dell'identità stessa del nostro Popolo e forse è proprio la naturalezza con cui essa si fonde al nostro sentire quotidiano il motivo per cui non ci accorgiamo di quello che stiamo perdendo quando permettiamo ai rinnegati che corrompono i nostri bambini protetti da una cattedra di organizzare nelle scuole la cosiddetta “festa di Halloween”.

La distorsione che Tomasi di Lampedusa fa del nostro rapporto con l'aldilà, quando ne “Il Gattopardo” descrive il desiderio di autodistruzione insito nella dolcezza dei sorbetti e nella sconfinata galanteria delle interminabili feste mondane, ingannato dall'estinguersi del suo mondo aristocratico, è stata sapientemente strumentalizzata politicamente ad uso e consumo dell'immagine preconfezionata che si intendeva dare all'Italia ed agli italiani di queste terre baciate (o bruciate, nell'accezione gattopardesca...) dal sole.

In questo modo si è fatta diventare la nostra una civiltà di morte, quando è proprio la notte tra l'1 ed il 2 novembre che questa nostra civiltà si rivela nel pieno trionfo della vita, un trionfo tale da sconfiggere completamente la paura di tanatos nel momento del ricevimento della visita notturna.

Una visita che non viene fatta da “fantasmi”, ma dai nostri avi in carne ed ossa. Essi tornano per dare ai più piccini la più importante di tutte le lezioni di vita. Il regalo ricevuto rivela al bambino, tramite la presenza di un legame con chi è venuto prima di lui, lo scopo stesso della vita: quello di dedicare ciò che faremo durante il nostro passaggio sulla terra al prossimo nostro. Di preservare ciò che abbiamo per chi verrà dopo di noi.

In questo modo la morte viene trasformata in vita. E quel regalo ricevuto dal bambino evolverà durante l'adolescenza in un adulto che vivrà senza temere la morte e senza essere al tempo stesso schiavo della vita e dei beni materiali che si possono in essa ammassare. Beni materiali che verranno accumulati solo in funzione del valore che essi possono avere per le generazioni future, e non in funzione di quel finto godimento estemporaneo che pervade questa nostra era.

La festa dei morti siciliana celebra la sconfitta del caduco e del fatuo, prepara al sacrificio di sé e al compimento del proprio dovere. Prepara ad essere eroi nella quotidianità (si veda il post “Eroi per scelta”). Prepara ad essere Popolo. Essa ci ha reso immuni al pensiero della fine della nostra corporeità, tanto da farci “flirtare” con quella fine durante ogni altra manifestazione delle nostre tradizioni, incluse quelle fraintese dall'artista.

Ed invece quei rinnegati, da dietro ad una cattedra, stanno preparando la vittoria della morte, del caduco e del fatuo. La fine della civiltà tramite la risoluzione del legame che ci lega ai nostri antenati, quei morti che ora sono diventati capaci di strane magie e di brutti scherzi. Quei morti che ora temiamo.

La festa di Halloween insegna ai nostri bambini la paura di morire, l'orrore della fine. Insegna loro a vivere nella vigliaccheria. Tramutandosi attraverso l'adolescenza in un adulto capriccioso ed attaccato ai propri telefonini e allo schermo al plasma gigante acquistato con 36 comode rate mensili. Perchè oltre la vita c'è solo il vuoto, l'orrore.

Meglio godersela tutta da soli, digitando vacue frasi senz'anima sulla tastiera dell'ultimo cellulare alla moda, questa povera vita senza scopo alcuno.

Nota finale: la festa dei morti siciliana potrebbe essere considerata come la miglior reiterazione della resurrezione di Gesù Cristo, attraverso la quale, secondo la dottrina cristiana, il Figlio di Dio sconfigge la morte. Esattamente come nella rappresentazione popolare. E viceversa: il racconto della resurrezione di Cristo potrebbe a sua volta in parte essere stato influenzato dai preesistenti culti degli antenati.

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giovedì, settembre 24, 2009

Legume in mare

L'argomento del post di ieri (“La tempesta”) non è stato ancora esaurito del tutto. Prima di andare avanti spaccando letteralmente il capello in quattro, volevo fare sedimentare almeno un po' i contorni della vicenda. Oggi si continua, in parte per semplice divertimento, in parte perchè chissà... potrebbe venirne fuori qualcosa di interessante.

Di tutta la faccenda “Boffo”, direi che la cosa più stuzzicante sono le strane parole di Raffaele Lombardo. Prima di rileggerle nuovamente per analizzarle nel dettaglio, sarebbe il caso di fare un passo a ritroso nel tempo per andare a rispolverare uno dei casi più singolari della storia della Sicilia. Un caso che riguarda proprio il costante rapporto di odio-amore tra il Regno di Sicilia e la Santa Sede e che più avanti ci permetterà di capire meglio quello che è successo al giornalista cattolico: il caso della “Controversia Liparitana”.

Il 22 gennaio 1711 il Vescovo di Lipari, unica diocesi di Sicilia a dipendere direttamente da Roma, mandò il bottegaio a vendere una partita di ceci. Le guardie esigettero però da costui il pagamento dell'imposta. Secondo Monsignor Tedesco questa richiesta era illegale e così Sua Eccellenza decise di comminare ai poveri (almeno per questa volta...) esattori reali una sproporzionata “scomunica maggiore”.

Il problema era che per essere valide le scomuniche in Sicilia dovevano avere l'approvazione regia, come stabilito dalla Legatio apostolica. La diocesi di Lipari si trovava però in una posizione legalmente equivoca, ed il Papa prese la scusa per richiamare sotto il suo comando tutti i vescovi dell'isola.

Il Re (un Savoia!) giustamente si oppose, Roma non mollò e questo gettò il Regno nello scompiglio, tanto che fu presto riconquistato dagli spagnoli.

Ora, il vedere quel povero cecio di Boffo solo, sbattuto tra le onde di un mare in tempesta (quello della politica italiana) me lo fa apparire come il bottegaio che, andato a vendere i legumi su ordine del Vescovo, si è poi trovato all'improvviso stritolato tra immensi e spietati ingranaggi.

La domanda da porsi per capire lo stato d'animo del neo-bottegaio ed ex direttore di Avvenire a seguito della caduta a mare è cruciale. La sottigliezza di detta domanda può sfuggire a noi, ma non certo a chi detiene delicate posizioni di potere, quali un Vescovo, un Presidente della Regione Siciliana, un Presidente del Consiglio, un Miccichè, un Papa [*].

La domanda da porsi, dicevamo, è la seguente: Boffo è caduto tra la risacca del mare in tempesta colpito da una freccia scagliata dal nemico, o è stato spinto da qualcuno alle spalle?

Mi spiego meglio. Se il direttore di un giornale lancia precisi attacchi contro una importante carica dello stato, non è credibile che questo sia stato fatto in assoluta autonomia e senza ascoltare prima il parere di chi la linea di quel giornale decide.

Ma chi decide la linea editoriale di un giornale nel momento in cui decide attacchi così gravi sa di doversi aspettare una risposta. E sa anche che quel direttore ha un punto debole a causa del quale potrebbe essere facilmente annientato di fronte all'opinione pubblica (mi riferisco alle famose accuse di molestie sessuali).

Insomma, giochiamo a carte scoperte. Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Mons. Bagnasco, ha per caso, senza farsi tanti scrupoli, creato ad arte un “casus belli”, una nuova “controversia”? Anche nel '700 si disse che Tedesco avesse preparato l'incidente scrupolosamente (come non cambia la morale...).

In base alla risposta che diamo a questa domanda, possiamo farci un idea di quale sia ora l'animo di Boffo mentre si dibatte tra i flutti rischiando di affogare. Potrebbe essere l'animo fiero di un guerriero ferito, oppure quello amaro dell'uomo tradito ed impallinato dal fuoco amico. Un uomo forse persino voglioso di vendetta.

E' venuto il momento di rileggere le parole di Raffaele Lombardo lanciate come salvagente non sappiamo ancora se al guerriero ferito o all'uomo tradito:

“Solidarizzo pienamente con lui e se il mio Movimento, quello che sarà il Partito del Sud di domani, avesse le risorse per poterlo fare ingaggerebbe Boffo immediatamente.”

Lo sappiamo tutti che Raffaele ha fatto le scuole dai Salesiani, che ha l'appoggio di molti in Vaticano ed anche quello di una parte dell'Opus Dei via Unicredit (dove si nascondono gli uomini dell'ex governatore della banca d'Italia, Fazio), che guarda caso appena pochi giorni fa ha dato parecchi soldi alle associazioni cattoliche in Sicilia.

Ma come dovremmo mai interpretare l'offerta fatta a Boffo ora che abbiamo esaminato il suo stato d'animo di naufrago. Sono solo io a ravvisare in essa una certa ambiguità, voluta o meno?

Senza contare che, per quanto riguarda la legatio politica delle elargizioni alle associazioni cattoliche in Sicilia, la loro riconoscenza elettorale alla prossima tornata non andrà sicuramente a Bagnasco.

Post Scriptum: La Controversia Liparitana si chiuse nel 1718, quando Papa Benedetto XII prudentemente capì che non era ancora giunto il momento e riconobbe il diritto dei Siciliani alla legatio eliminando l'interdetto emanato dal predecessore, Clemente XI, e smentendo il Vescovo bramoso di una fuggevole fama terrena.



Sua Eccellenza Monsignor Bagnasco saluta forse i Siciliani?


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[*] Una domanda comunque retorica, poiché la risposta i nostri la sanno già.
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mercoledì, settembre 23, 2009

La tempesta

In questi giorni di piogge torrenziali, la tempesta in un bicchier d'acqua su Baarìa non riesce a placarsi.

Il ministro della pubblica amministrazione Brunetta, non si sa a che titolo, sproloquia anche lui sulla questione dei finanziamenti ai film:

“Lo Stato deve finanziare la cultura ma mescolare cultura e spettacolo è un imbroglio” “Io dico: non diamo un euro ai film, si arrangino”.

Sembrano le farneticazioni di un cretino, ma Tornatore ha capito dove è puntato il mirino e risponde a tono confermando la nostra impressione (Tornatore: “Il costo di Baarìa è stato gonfiato”, SiciliaInformazioni.com 23 settembre 2009):

“Brunetta non sa di che parla”, dice Tornatore, “la sua è una visione malata”

Il fatto è che di pari passo agli attacchi al regista siciliano sono di colpo ri-esplose altre due vicende che avevamo già collegato con un leggero fil di fumo al set co-finanziato dalla Regione Siciliana, da un magnate tunisino e da Berlusconi (vedi il post “Peppuccio il mangiapreti”): la saga del partito del sud e quella degli assalti vesco-vili alle mura di Arcore.

Dopo la vicenda “Boffo” la stampa estera aveva sottolineato come l'affondo della Cei non significasse automaticamente una divergenza tra il Papa ed il presidente del consiglio. Ad esempio secondo l'Economist il Papa avrebbe espresso fiducia nei confronti dei vertici della stessa Cei “per calmare i rumori circa le differenze tra il Vaticano ed i vescovi italiani sulle loro critiche circa la vita privata del primo ministro” Ma, nota ancora il settimanale inglese, “Il giornale del Papa, L'Osservatore Romano, non ancora profferito una parola di censura.” (“Superman strikes back”, 3 settembre 2009)

La conferma di queste divisioni interne alla Santa Sede è arrivata pochi giorni dopo, quando Ratzinger, forse in modo un po' incauto, sbotta in pubblico puntando il dito senza esitazioni:

Si soffre anche nella Chiesa, «come nella società civile», perché molti «lavorano per se stessi e non per la comunità» (...) Il Papa ha ricordato che «Gesù è venuto nel mondo per servire» ed ha dunque esortato i vescovi ad essere «servi» fedeli, prudenti e buoni. (Corriere.it, 13 settembre 2009)

Il 21 settembre però Bagnasco ha rincarato la dose, attaccando il governo su più fronti. Dall'etica, alla crisi economica, alla scuola, all'informazione etc etc. (“Cei, Bagnasco durissimo: "La Chiesa non si fa intimidire né coartare. Occorre sobrietà nella politica", SiciliaInformazioni.com).

Insomma un insieme di argomenti che sono in campo da 40 anni e che non giustificano una presa di posizione tanto secca ed improvvisa contro il leader politico italiano che più di ogni altro nella pratica ha aiutato la chiesa almeno dai tempi di Moro.

A rompere il muro del silenzio sulle vere motivazioni finalmente forse ci ha voluto pensare Paolo Guzzanti che ieri non solo ha profetizzato la caduta del pecoraio, ma ha addirittura fatto uno strano collegamento. Prima ha dichiarato che “la Chiesa, dopo aver a lungo dibattuto, sembra orientata a far mancare il suo appoggio al presidente del Consiglio per i suoi comportamenti privati e pubblici e per la vicenda Boffo.” aggiungendo che “non solo la Cei, ma lo stesso papa Ratzinger dice di aver superato la soglia del sostenibile”. Poi è passato al piano internazionale discettando dei rapporti con USA ed Israele. In questo caso “I rapporti personali e privati, nonché pubblici ed economici con Putin sono al centro del problema” ("Entro la fine dell'anno Berlusconi cadrà", IlPolitico.it).

La combinazione di questi eventi, porteranno giù il leader del PDL.

Rimane sempre da chiedersi se sia mai pensabile che la Chiesa per via di un mezzo direttore di Avvenire e di qualche donnicciola dai facili costumi possa convincersi a scaricare un prezioso alleato. Vogliamo forse credere che non sapessero cosa egli facesse nelle sue notti brave?

Insomma, il problema è Putin anche per i Vescovi? E perchè mai Putin dovrebbe essere un problema per il Vaticano?

Intanto in Sicilia Raffaele Lombardo sembra (ripeto: sembra...) gettare acqua sul fuoco abbracciando idealmente Boffo: “Solidarizzo pienamente con lui e se il mio Movimento, quello che sara' il Partito del Sud di domani, avesse le risorse per poterlo fare ingaggerebbe Boffo immediatamente.” Un abbraccio un po' troppo anticipatore direi. Un abbraccio che punta dritto al Partito del Sud.

Anzi. Visto quello che sta combinando Miccichè con la formazione dei gruppi autonomi in vari ambiti politici locali, la cosa vista a posteriori diventa una anticipazione sottilissima: che sia proprio questo Partito del Sud la vera causa dell'onda abbattutasi sul povero giornalista?

I gruppi di Miccichè non sono altro che il nucleo di quel Partito del Sud, e dato che non sembrano essere arrivati segnali di contrarietà da Arcore malgrado i mal di pancia di certi colonnelli lealisti, si direbbe che un cenno di assenso dovrebbe essere arrivato proprio da lì.

La Sicilia che si sta venendo a formare è forse un po' troppo “orientale” per i gusti di Bagnasco?

Rimproverando i Vescovi, Benedetto XVI ha anche detto che certuni “lavorano per se stessi e non per la comunità”. Cioè, traducendo, cercano la loro gloria terrena a breve termine e non quella della Chiesa tutta, che necessita di tempi molto più lunghi.

I Vescovi hanno fretta di condurre in porto una certa operazione politica a modo loro per averne la gloria subito, mentre il Papa, saggiamente, chiede prudenza poiché certi cambiamenti potrebbero richiedere secoli.

Le domande a cui rispondere sono tante, ma la sensazione che l'operazione politica in questione riguardi il Regno di Sicilia diventa sempre più tumultuosa.

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mercoledì, settembre 09, 2009

Peppuccio il mangiapreti

Quando saltano i nervi si perde il controllo e si comincia a mordere a casaccio a destra ed a manca come rabbiosi cani randagi. E nel canile della politica italica i nervi sono saltati da un pezzo.

Basta vedere i ridicoli attacchi a Berlusconi: dal tormentone estivo di “Papi”, alle tombe etrusche in Sardegna. E senza dimenticare la vergognosa polemica che ha accompagnato la presentazione a Venezia dell'ultimo film di Tornatore, con una certa sinistra che scopre improvvisamente che la casa di produzione (la "Medusa") appartiene proprio a “Papi”, con la novità delle proteste per le riprese effettuate in Tunisia (facendo finta di non sapere che uno dei principali produttori del film è un imprenditore tunisino, Tarak Ben Ammar [*]), e pure con Sgarbi che riesce velenosamente a farci entrare la mafia.

E non scordiamoci un'altra pagliacciata degli ultimi scampoli di estate, e cioè quella che ha visto come vittima sacrificale l'oramai ex direttore di Avvenire, Dino Boffo. Una pagliacciata che come le altre nasconde forte nervosismo negli avversari e negli alleati del solito “Papi”. Chi è l'avversario (o l'alleato) in questo caso non è difficile da capire: Berlusconi ed il papato sono ai ferri corti.

Quello che non è ben chiaro è quale sia l'oggetto del contendere.

Come tutti sapete, da queste parti ci piacciono la fantapolitica ed il cospirazionismo, e siccome siamo anche siculocentrici la riposta è ovvia: il principale oggetto del contendere è l'isola di Trinacria.

Cioè: il film girato da Peppuccio e prodotto da Papi ha contribuito a fare andare su tutte le furie l'entourage del Papa. O forse più che il film di Tornatore (Baarìa, che ancora non abbiamo visto...) sono state le sperticate lodi ad esso rivolte da Berlusconi non da semplice produttore, ma nella veste di Presidente del Consiglio (di norma, un produttore non esorta tutti gli italiani di andare a vedere il proprio film). Lodi sulle quali si è soffermato meravigliato lo stesso regista (intervista rilasciata a La Sicilia del 3 settembre 2009):

“Sarei ipocrita a dire che non mi ha fatto piacere, soprattutto perché arriva da una persona che la pensa diversamente da me in politica. (...) E' stato nel giudizio positivo un po’ intempestivo.”

Le prime crepe nella decennale alleanza tra la Chiesa e le logge padane (leggi P2) sono apparse alla vigilia delle scorse elezioni europee, quando il pecoraio tentò l'annessione definitiva della Sicilia con la formazione del PDL (vedi il post “Incartati neri”). Il colpaccio fallì a causa dell'opposizione di Dell'Utri, Miccichè e Lombardo (affiancati nell'occasione dal sindaco antimafia Crocetta, una cosa da sbellicarsi dalle risate) e di quella importantissima del Vaticano. Invece del progettato 50%, il nuovo soggetto politico si ritrovò in Sicilia con un magro 36%.

Il soglio di Pietro non aveva visto di buon occhio il tentativo del paramassone per un semplice (ed ovvio) motivo: a papparsi la Sicilia voleva essere lui. E nel dopo elezioni pensò di avere il campo libero.

Evidentemente aveva frainteso il “Non cambio, agli italiani piaccio così” di Berlusconi. Qualcosina purtroppo (o per fortuna...) è cambiata, ed invece di mantenere le distanze dagli interessi della Chiesa in Sicilia, ha deciso di contrastarli aiutando la Sicilia a non cadere nelle mani di Sua Santità rafforzandola sia dal punto di vista logistico (vedi il post “In carrozza, si riparte”: senza certi aiuti tutto questo non sarebbe stato possibile) che da quello dell'immagine e del radicamento dell'identità divaricandola ulteriormente da quella del meridione d'Italia [**].

Ed è proprio qui che potrebbe inserirsi il film di Peppuccio e la presenza al lido di una Cucinotta ghibellina [***] e dalle forme visibilmente anti-papaline come madrina della manifestazione:



Un tale scenario può essere verosimile? Chi conosce la storia e sa interpretarla potrebbe già aver capito dove si sta puntando.

Le lotte tra la Sicilia ed il papato sono ben conosciute: dall'estorsione della Legatio alla quale si dovette sottomettere Papa Urbano II, ai tentativi di recuperarla sfociati nei duecenteschi Vespri e nella settecentesca “Controversia Liparitana”. Senza contare le scomuniche a Federico II, reo di essersi alleato con musulmani e ortodossi (e di essersi incoronato da solo).

Ci fu un momento però in cui la Chiesa credette di poter vincere definitivamente la guerra, quando nel 1816 per mano dei Borbone ci si “inventò” il Regno delle Due Sicilie, effimero esperimento poi sommerso dall'epopea risorgimentale.

Con il disfarsi dello Stato Italiano, creatura posticcia figlia di quel risorgimento, oggi il ritorno del Regno di Sicilia è temuto da molti, a Londra ma anche in Vaticano.

Quale migliore soluzione per le brame pontificie se non la riproposizione politica di quella che in fondo fu anch'essa una creatura risorgimentale, appunto il guelfo Regno delle Due Sicilie?

L'azione “sicilianista” di Berlusconi tuttavia non è priva di interessi personali. Divaricare la Sicilia dal Sud Italia permetterà infatti ai padani di mantenere il controllo su Napoli a scapito del Vaticano. Un disegno irto di insidie anche per noi: la Sicilia per prosperare ha bisogno di un Sud Italia stabile politicamente, ed il contrasto tra “padania” e Vaticano, una volta crollato il fronte massonico anglosassone, rischia di degenerare in guerra civile. Con ripercussioni anche da questa parte del faro.

Una soluzione potrebbe essere quella di liberare il meridione d'Italia da sud secondo un processo “federiciano” (fu Federico II che consolidò l'unificazione di Sicilia e dell'intero Sud Italia in un unico Regno di Sicilia) in opposizione al processo “borbonico” proposto da Roma. E per fare questo la Sicilia deve essere capace di camminare sulle proprie gambe.

Il famigerato (e finora anche fumoso) partito del sud proposto ed oggi ri-proposto da Miccichè ed avversato sia da Berlusconi che da qualche uomo di Chiesa, potrebbe permettere di intraprendere questa via federiciana. Val la pena ricordare che fu lo stesso Miccichè qualche mese fa a mettere in campo Federico II (“Micciché vuol cancellare Garibaldi”, IlGiornale.it, 21 aprile 2009):

Via Giuseppe Garibaldi dalle... vie di Sicilia. Dalle vie, dalle strade, dalle piazze, da dovunque. E largo a Federico II, che invece davvero ha dato lustro alla Sicilia.

I politici siciliani (primo tra tutti Raffaele Lombardo con la sua più ponderata via “autonomista”) rimangono però ambigui sull'argomento, non potendosi permettere uno scontro in campo aperto né con Berlusconi né con il Vaticano [****]. La cartina di tornasole del saldarsi delle nuove alleanze sarà forse la formazione di questo benedetto “Partito del Sud”? Se Arcore (anche sottobanco) si mostrerà più disponibile verso il nuovo soggetto politico, utile come argine da opporre all'espansionismo pontificio, vorrà dire che la via “federiciana” potrebbe avere la meglio.

Lo spazio messo a disposizione della Sicilia in laguna vorrà pur dire qualche cosa.

Che santa MariaGrazia, madrina di Venezia, ci protegga dalle tentazioni ultraterrene.

Nota finale: L'attacco più volgare contro Tornatore e gli altri, anche se indiretto, proviene dalla Sicilia. Il direttore di SiciliaInformazioni.com, a causa della rabbia di cui sopra, si è “impappinato” sul titolo di un film prodotto dalla Cucinotta, che da “Viola di mare” è diventato “Minchia di mare”. Risolto “l'equivoco” grazie all'intervento dell'autore del libro, dal giornale non sembra siano arrivate le dovute scuse alla Cucinotta, al regista ed a tutti i Siciliani.



Clamoroso a Monreale, Papa licenziato in tronco: il Cristo decide di incoronare lui direttamente il Re di Sicilia


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[*] Ma non si diceva che uno dei modi per affrontare la crisi dell'emigrazione era portare lavoro e sviluppo a casa loro? Ed ora che anche grazie alla Sicilia questo avviene, qualcuno continua a lamentarsi...

[**] Da rilevare come in certi ambienti cattolici sin dall'800 si sia assegnata al nazionalismo siciliano una radice liberal-massonica, a partire dalla storia dei Vespri apparentemente riscritta in funzione anti-papale dal rivoluzionario Michele Amari. Al solito, si tace l'esistenza di una fonte scritta in siciliano e contemporanea agli eventi (“Lu rebellamentu di Sichilia”, 1290) che descrive e rivela la congiura pontificia.

[***] Il termine “ghibellino” deriva dal nome del castello di Waiblingen, di cui erano signori gli Hoenstaufen di Svevia, il casato di Federico II.

[****] Neanche il Vaticano, a ben vedere, può permettersi oggi uno scontro in campo aperto con la Sicilia. Sarebbe un enorme regalo a Gheddafi ed a Putin, o meglio a musulmani ed ortodossi. Di nuovo, Federico II docet.
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domenica, giugno 14, 2009

Il duello

Una lotta immane, tra due concezioni diverse del mondo e della vita. La storia umana è dilaniata da questo ciclico scontro che raggiunge nei millenni altissime intensità per poi apparentemente placarsi mentre chi viene sconfitto cerca di riorganizzarsi per sferrare il prossimo attacco.

Nei nostri giorni stiamo attraversando uno di questi picchi di intensità, duemila anni dopo quello racchiuso tra le crocefissione di Cristo e la caduta dell'impero romano.

Due forze che attraggono l'uomo in direzioni opposte: l'una verso il cielo e l'altra verso gli inferi. L'una verso l'anima e l'altra verso il corpo. Ascesi contro materialismo.

Lo scontro tra Cristo ed Anticristo, nella nostra vita quotidiana rappresentato dagli elementi magici che più richiamano le due parti: sesso e castità.

Ogni volta che ci abbandoniamo al nostro corpo ci leghiamo alla terra evocando forze infere. Ogni volta che rinunciamo a quel corpo ascendiamo ed evochiamo forze celesti.

E così la nostra vita ondeggia tra i due estremi incapace di ricomporre lo squilibrio in cui il mondo è caduto. Ondeggia tra sesso e castità, mentre oggi ribussa l'eterna lotta tra questi due elementi.

La lotta tra la luce ed il buio, dove forze oscure si scatenano. Dove siamo costantemente risucchiati, nostro malgrado, a scegliere in ogni attimo della nostra esistenza. Senza speranza di soluzione alcuna.




Andando a caso consideravo girando per strade vuote
che l’equilibrio si vede da sè si avverte immediatamente
Ribussa ai miei pensieri un desiderio di ieri
ed è l’eterna lotta tra sesso e castità
Chissà com’è la tua vita oggi
e chissà perché avrò abdicato

Scorrono gli anni nascosti dal fatto che c’è sempre molto da fare
e il tempo presente si lascia fuggire con scuse condizionali
Ribussa ai miei pensieri un desiderio di ieri
ed è l’eterno scontro tra sesso e castità

Chissà com’è la tua vita oggi
e chissà perché avrò abdicato

Tra i sussurri l’indolente ebbrezza di ascendere e cadere qui
tra la vita e il sonno, la luce e il buio dove forze oscure
da sempre si scatenano

Felici i giorni in cui il fato ti riempie di lacrime ed arcobaleni
della lussuria che tenta i papaveri con turbinii e voglie

……chissà perché avrò abdicato con te riproverei….
Per capriccio gioco per necessità
Mi divido così tra astinenza e pentimenti
tra sesso e castità


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lunedì, maggio 04, 2009

Segreti di maggio

Sul blog di Paolo Franceschetti è apparso in questi giorni un interessante post a firma di Solange Manfredi (“Un possibile attentato al Papa?”, 1 maggio 2009) relativo all'approssimarsi della ricorrenza del 13 maggio, data in cui ricordiamo si verificarono sia le apparizioni di Fatima, sia due attentati alla vita di Giovanni Paolo II.

Ripercorrendo i retroscena di quei due attentati, oggi si suggerisce come possibile un nuovo attentato dello stesso tipo (e di matrice sostanzialmente simile) nello stesso giorno (13 maggio 2009) durante la visita del Papa in Terra Santa.

La stessa previsione e' chiaramente echeggiata da Maurizio Blondet sul suo giornale online (EffeDiEffe.com) nelle prime righe dell'articolo “Il Papa ed il 13 maggio” (Ricordiamo che l'accesso al sito e' precluso ai comuni e squattrinati mortali...).

Avendo spesso interagito con il blog di Franceschetti e criticato qui e lì il Blondet, mi viene naturale inserirmi in questa triangolazione per dire la mia dal “crocevia” siciliano. Partendo dalle conclusioni: in base alle argomentazioni espresse da Solange Manfredi nel post indicato ed ad alcune considerazioni sulla attuale situazione geopolitica (che vedremo) è possibile che il “complotto” esista veramente. Allo stesso tempo ritengo siano da scartare le accuse di “ignoranza” vaticana ventilate da EffeDiEffe:

“Dio non voglia gli accada qualcosa, e questo scritto spera di contribuire a sventare l’irrimediabile.”

Questa frase, pubblicata sulla pagina principale del giornale, presuppone un Papa allo scuro di tutto. Ciò non è credibile, ed il Vaticano ha più volte dato prova di essere sempre al corrente di ciò che accade, se non nei dettagli (vedi attentato del 1982) per lo meno nelle linee generali.

La politica vaticana degli ultimi 20 anni è oggettivamente di difficile interpretazione, in particolare quella nei confronti di Israele. Una politica che ha spesso fatto infuriare gli stessi cattolici tradizionalisti per un supposto servilismo nei confronti dello stato Sionista.

Tutte le incongruenze cessano però istantaneamente se si considerano almeno in parte veri i discorsi fatti su queste pagine circa l'obiettivo dell'Entità in Palestina: la ricostruzione del Tempio (vedi il post "Il centro del mondo" e "L'obelisco del mondo", prima e seconda parte). Su questo punto basterà fare una considerazione. Per raggiungere lo scopo della ricostruzione è necessario un continuo stato di tensione che giustifichi le misure repressive contro i musulmani di Gerusalemme. Al contrario, per impedire la stessa bisogna eliminare quello stato di tensione. Bisogna fare la pace ed imporre uno status quo che leghi le mani ai volenterosi muratori.

Quindi un Papa “morbido” oggi non è amico dei sionisti, ma loro nemico. Fu Giovanni Paolo II a riconoscere lo stato di Israele nel 1994.

Se a questo aggiungiamo quanto detto nel post “Pericolo di crollo” circa la situazione interna degli Stati Uniti ed il loro possibile definitivo collasso entro i prossimi 12 mesi, allora non resta come ultimo 13 maggio utile che quello del 2009.

Ovviamente stiamo solo dicendo che quella del 13 maggio 2009 è la data più probabile per attuare questo piano da tutti noi immaginato. Non l'unica.

Passiamo ora al post “Eresia di Natale”. In esso si diceva che per sconfiggere l'impero i primi cristiani (tra cui tantissimi giudei...) inviarono Paolo di Tarso a Siracusa per far sollevare i Siciliani. Riascoltiamo ora per l'ennesima volta il discorso di Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio 1993 (sempre nei dintorni della stessa data...), all'indomani delle stragi “mafiose” del 1992 [*]:


Siamo sicuri che si riferisse solo ed esclusivamente alla mafia?


Come Paolo 2000 anni fa, oggi Giovanni PAOLO II invita i Siciliani a ribellarsi contro l'impero (o l'Entità).

Ma sarebbe ingenuo credere che quel discorso sia rivolto solo (o anche principalmente) ai Siciliani.

In quel discorso il Papa sta gettando il suo peso dietro la Sicilia, indicando a TUTTI i suoi seguaci la strada da seguire. Ed i seguaci del Papa non sono certo solo i fedeli alla messa... i seguaci del Papa includono singoli politici nei più disparati gruppi parlamentari, interi partiti, banche, gruppi imprenditoriali. Nazioni persino.

Se ci decidiamo a capire la portata di quel discorso (che ovviamente diviene più chiaro man mano che passano gli anni) capiamo anche che non è pensabile credere che il successore di chi quel discorso fece non sappia.

Solo che il Vaticano non è dotato dei servizi segreti più potenti del mondo. E può anche accadere che qualcosa sfugga (vedi attentato del 1982). Può accadere che si abbia il “sentore” di qualcosa ma che non si sappia esattamente come e dove quel qualcosa possa colpire.

Concludiamo dicendo che se almeno qualcosa di quello che dice Solange Manfredi è corretto, se almeno qualcosa di quello che Il Consiglio ha detto in passato è corretto, e se il Papa sa di essere nel mirino, allora il posto migliore per ripararsi da un tale attacco è Gerusalemme, dove il tuo nemico non può colpirti senza attirare su di sé i sospetti (o meglio, le certezze...) di tutti, ed è costretto a proteggerti.

Se vogliamo una qualche (ulteriore) prova di questo, ripassiamoci l'itinerario del viaggio di Benedetto XVI ricordandoci le critiche che sono piovute sul Vaticano per aver evitato di programmare una visita a Gaza, dove Israele non garantisce alcuna sicurezza. E dove un tentato assassinio potrebbe essere addossato senza alcun problema ad un gruppo estremista musulmano.

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[*] Ma non scordiamoci neanche del “Sii felice Catania, alzati” del novembre del 1994. Nel bellissimo resoconto pubblicato da un semplice “blogger” si può intravedere quanto Giovanni Paolo II puntasse sulla Sicilia. E quanto significative alla luce di quello che sta avvenendo oggi in Italia erano le tappe dei suoi viaggi.
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domenica, aprile 26, 2009

L'obelisco del mondo (seconda parte)

Leggi la prima parte

Premessa: Secondo il Libro dei Re (7:21) il Tiro Chiram “21Eresse le colonne nel vestibolo del tempio. Eresse la colonna di destra, che chiamò Iachin ed eresse la colonna di sinistra, che chiamò Boaz. 22Così fu terminato il lavoro delle colonne.”. Poche parole che però sono abbastanza per permettere ad un esperto archeologo, quale il Prof. Negri, di asserire che “Il portale monumentale [del tempio addossato al Kothon di Mozia fu] realizzato dagli architetti tirii anche nel Tempio di Salomone a Gerusalemme”. Questo per mettere nella giusta prospettiva le “labili” tracce seguite in questi due post. Abbiamo chiuso la prima parte parlando del primo Tempio di Salomone. Apriamo la seconda saltando all'era del secondo Tempio. I fili sono tanti e complicati. Ma alla fine della storia alcuni di essi si ricollegano. Labili tracce che necessitano di parecchi approfondimenti.

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Lo scorso dicembre il National Geographic (versione inglese) andò tempestivamente in edicola con il mirino puntato sulla Palestina: appena in tempo per richiamare l'attenzione su un determinato periodo storico prima che l'esercito israeliano lanciasse la sua feroce offensiva su Gaza.

La copertina recitava: “Il vero re Erode [il grande, ndr] – Architetto della Terra Santa” mostrando i resti dell'imponente palazzo da lui costruito a Masada, ad oriente della Striscia di Gaza sulle sponde del Mar Morto. Ma tra le pagine patinate della rivista era qualcos'altro a farla da padrone: il Secondo Tempio di Salomone, costruito dal re giudeo nel 10 a.c.

Basta leggere tra le prime righe dell'articolo ("King Herod Revealed - The Holy Land's visionary builder") per rendersi conto sotto quale nuova luce si vuole ritrarre Erode il grande:

“Un leader astuto e generoso, un brillante generale, ed uno dei più immaginari ed energetici costruttori del mondo antico, Erode guidò il suo regno a nuove prosperità e potere. Malgrado ciò, oggi egli è meglio conosciuto come il viscido e omicida monarca del Vangelo di Matteo, che fece massacrare ogni bambino maschio in Betlemme in un tentativo senza successo di uccidere il neonato Gesù, il profetizzato Re dei Giudei. (...) Erode è quasi certamente innocente di questo crimine, del quale non vi è alcuna notizia se non nel racconto di Matteo.”

Si è più volte accennato al Vangelo di Matteo: è l'unico di tutti i Vangeli a riportare un episodio che però è diventato uno dei più famosi di tutta la vita di Cristo, la “Strage degli Innocenti”. L'unicità del racconto è sospetta da un punto di vista storico. Ma considerarlo una mera invenzione è allo stesso tempo ingenuo. Di tanto in tanto qualche commentatore parla di un modo per nascondere dietro dei simboli i sacrifici di infanti perpetrati da Erode.

Erode non era un ebreo “purosangue”: di madre araba, era figlio di un consigliere di stirpe Edomita del re dei Giudei. Gli edomiti erano i discendenti di Esau, fratello maggiore di Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo. Il “meticcio” ascese al trono grazie al servilismo dimostrato verso i romani, nei fatti costringendo Israele al giogo romano sopprimendo gli aneliti di libertà dei suoi conterranei.

Ed è proprio questo lato “servile” del re giudeo che al National Geographic sembrano apprezzare maggiormente:

“L'accordo di Erode con i Romani, a lungo considerato un tradimento, ora comincia ad essere visto più come capacità politica”

Il parallelo tracciato da queste parole è sin troppo evidente per non saltare subito all'occhio. Si intravede, dietro queste due righe di esaltazione del ruolo “ascarico” di Erode, un nuovo regno di Israele sottomesso tramite il suo re ad un impero esterno in qualche modo simile a quello romano di 2000 anni fa.

Essendo questo il National Geographic si è subito portati a pensare all'impero “americano”. Ma su queste pagine abbiamo già spiegato come l'attuale impero americano non sia altro che una momentanea emanazione dell'impero neo-pagano dell'Entità, la piovra finanziaria apolide che controlla l'occidente.

Ma non fu propriamente Erode a consegnare gli Ebrei nelle mani di Roma. Egli si limitò a continuare la politica iniziata dal suo predecessore. I romani si inserirono nella lotta tra due fratelli per il trono di Giudea (Aristobulo ed Hycarnus) appoggiando quello che poi vinse (Hycarnus).

Quello che sembra differenziare Erode da Hycarnus è la sua opera architettonica, come richiamato dalla copertina. E la sua opera principale fu la ricostruzione del tempio di Salomone a Gerusalemme, di cui oggi rimane il famoso muro del pianto e sulle cui fondamenta si trova oggi la spianata delle moschee.

Ritornando alla figura di Erode, la sua riabilitazione ha provocato nei lettori cristiani del National qualche malumore, come testimoniato dalla lettere di protesta pubblicate nell'edizione americana di questo mese (aprile 2008). Ecco come risponde la redazione, focalizzando proprio l'episodio della strage:

Abbiamo ricevuto un gran numero di lettere di protesta per aver detto che Erode è quasi sicuramente innocente dell'infanticidio descritto nel Vangelo di Matteo (...). Confermiamo quanto detto. (...) Detto questo (...) l'uccisione di giovani ragazzi a Betlemme – o di chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui – sarebbe stata sicuramente consistente con la sua personalità.

L'aggiunta “chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui” non ci convince tanto. Che Erode fosse dedito a strani sacrifici lo conferma altrove lo stesso articolo:

Durante la sua ultima malattia egli progettò un piano per precipitare l'intero regno nel lutto dopo la sua morte, ordinando al suo esercito di imprigionare un gruppo di cittadini dell'elite giudea nell'ippodromo e di massacrarli quando la sua morte fosse stata annunciata.

Malgrado le ricercate parole, la verità è sin troppo ovvia: Erode aveva programmato un immenso sacrificio umano collettivo di ebrei. Come fare a non pensare che si dedicasse a certe attività anche da vivo?

Insomma, la domanda dobbiamo porcela: il tempio di Erode era veramente il tempio di una religione monoteista? Che riti si praticavano all'interno di quel tempio il cui ingresso ricordava (come per il suo predecessore) quello dei luoghi di culto dedicati a Baal e ad Astarte, culti che a Mozia abbiamo visto collegati al Tofet degli infanti sacrificati? Erano quelli veramente dei riti ebrei?

I collegamenti descritti sino ad ora potrebbero sembrare alquanto labili. Stiamo supponendo in pratica che questa Entità, più o meno coincidente con l'elite finanziaria globale, sia composta non da ebrei, come spesso sostenuto, ma da seguaci del culto di Baal. Sarebbero dunque loro a volere la ricostruzione del tempio.

Stiamo anche suggerendo che neanche i vertici del moderno stato israeliano siano realmente ebrei. Ma come Erode 2000 anni fa, seguaci di quei culti di origine fenicia. Gli ebrei sarebbero solo “ostaggi”.

Esistono degli indizi in questo senso. Ed i più lampanti sono tutti contenuti in un'altra opera architettonica: la sede della Corte Suprema israeliana, inaugurata nel 1992.

Per capire a cosa mi riferisco, basta andare su Google Immagini e digitare “corte suprema Israele”, o meglio ancora, in inglese “Israel supreme court”. Appariranno obelischi, piramidi e laghi sacri: sono tutti simboli inseriti nell'esoterica costruzione.

Nella foto a lato, sul tetto della struttura vediamo evidenziata la piramide con l'occhio, mentre in quella più in basso, tratta dal sito dell'ambasciata israeliana in Italia, si vede il lago sacro con il canale proveniente dall'interno di una costruzione. Altri descrivono nel giardino annesso un “obelisco egizio occulto”, dato dallo stesso canale visto in prospettiva.

All'interno della struttura è impossibile rintracciare i finanziatori del prodigio architettonico: una lettera in cui Dorothy Rothschild esprime l'intenzione di donare qualcosa per la sua costruzione fa bella mostra di sé.

Furono lei e suo marito Jones a fondare la Yad Hanadiv, una associazione dedicata al supporto di Israele che poi finanziò proprio la corte suprema.

Jones era figlio di Edmund de Rothschild, uno dei padri fondatori di Israele. In memoria del quale fu emesso anche un francobollo.

Rimane da stabilire se i personaggi nominati (da Erode il grande a Dorothy de Rothschild) siano ebrei o no. Se siano ad esempio seguaci del culto di Baal.

Abbiamo detto che Erode era un edomita. Riprendo da wikipedia le poche righe di descrizione del tipo di religione seguito dagli antenati del “grande” re:

La natura della religione edomita resta ampiamente ignota. Come parte della cultura cananea, si ipotizza adorassero divinità quali El, Baal e Asherah. Gli Edomiti potrebbero aver avuto come loro dio nazionale Kaus o Qos. [*]

Lo scrittore palermitano Salvatore Requirez nel suo splendido libro “Il Leone di Palermo” (Flaccovio Editore) ripercorre le vicende che caratterizzarono la parte discendente della parabola della famiglia Florio.

In uno dei capitoli si descrive un incontro a Palermo tra Ignazio Florio ed il barone Edmund de Rothschild, al tempo già impegnato nella causa sionista.

L'imprenditore palermitano chiedeva appoggio per le sue imprese, appoggio che il finanziere negò. Forse i Florio non si erano ancora accorti dei “nuovi dei che avanzavano”.

Il colloquio, nella finzione del romanzo, fu interrotto dall'arrivo di un amico comune: Giuseppe (Joseph) Isaac Spatafora Whitaker.

Post correlato:
Il centro del mondo

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[*] Da segnalare un altro importante particolare che si riallaccia al parallelo tra l'impero romano e quello dell'Entità: secondo la tradizione ebraica sarebbero stati proprio gli Edomiti a fondare Roma.

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mercoledì, aprile 15, 2009

L'obelisco del mondo (prima parte)

Venti di profezia
parlano di nuovi dei che avanzano
Il vuoto – Franco Battiato


Premessa: La storia scritta dai romani ci dice che le donne puniche dell'isola di Mozia, oggi nel trapanese, erano orgogliose di poter donare i loro figli appena nati per quegli assassinii rituali, tanto il potere era stato capace di manipolare il popolo.

Molti secoli dopo in quei placidi lidi sbarcarono gli inglesi, che si misero subito in affari impiantando produzioni di vino Marsala da esportare attraverso il loro impero.

Fu un (siculo) inglese, Giuseppe (Joseph) Isaac Spatafora Whitaker, proprietario dell'isola, a dare inizio agli scavi archeologici nel 1906, individuandone gli elementi principali: dal Tofet (il cimitero degli infanti sacrificati), al santuario del “cappiddazzu”, al Kothon.

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Gli scavi di Mozia sono oggi divenuti uno dei principali siti archeologici della Sicilia. L'attenzione è sicuramente giustificata, essendo questo l'unico insediamento fenicio in Sicilia ad essere giunto ai nostri giorni quasi intatto. Malgrado i libri di storia siano dimentichi a riguardo, i fenici prima dell'arrivo dei greci controllavano tutti i maggiori centri dell'isola incluse Siracusa e Catania (particolare questo che contribuisce a rendere poco credibile la supposta divisione dei popoli siciliani pre-greci in Elimi, Siculi e Sicani, vedi il post “Da dove vengono i Siciliani”). Costretti a retrocedere, l'ultima loro roccaforte fu l'isolotto dello stagnone di Marsala, conquistato da Dionigi, tiranno di Siracusa, nel 397 a.c.

Gli ultimi eccezionali ritrovamenti stravolgono completamente molte delle idee sul significato dei principali edifici della cittadina, in particolare quello del cosiddetto “Kothon”.

Un dettagliato resoconto dello stato attuale delle ricerche è stato pubblicato dalla rivista “Kalòs – Arte in Sicilia”, un prodotto editoriale di altissima qualità e che mette in risalto sempre il meglio della nostra storia e della nostra cultura.

L'articolo “Il lago sacro e l'obelisco”, scritto dal Professore Lorenzo Nigro dell'Università La Sapienza di Roma e pubblicato nel numero di febbraio-marzo 2007, rende noti ad un pubblico più vasto dettagli che suggeriscono un lungo filo, sottile ma resistente, che collega l'antica Mozia con l'era moderna.

Chi ha visitato il sito, incastonato tra i cristalli di sale dello stagnone, ricorderà come la guida turistica segnalava nel quadrante sud-occidentale dell'isolotto un “bacino di carenaggio” o porticciolo dove avrebbero riparato le barche dei pescatori, appunto il “Kothon” (vedi mappa dal sito dedicato alla campagna di scavi dall'ateneo de La Sapienza).

Le ultime scoperte hanno dimostrato che il significato di questo “bacino” è totalmente differente:

Nel suo impianto originario la vasca non era collegata con il canale che, apparentemente, la connette alla laguna dello stagnone di Marsala.

Particolare che non rende plausibile il suo utilizzo quale bacino di carenaggio. Invece, a ridosso del margine orientale del Kothon è stato scoperto un imponente edificio sacro, anch'esso distrutto da Dionigi di Siracusa nel 397 a.c.

La struttura di quest'area sacra presenta dei particolari di notevole interesse: oltre una porta monumentale affaciantesi sul Kothon, all'interno del perimetro del tempio troviamo degli elementi che ci avvicinano alle origini fenicie dei coloni punici di Mozia, e cioè un pozzo sacro ed un obelisco addossato ad una piccola piattaforma cultuale.

Dal pozzo e dall'obelisco si dipartono due condotti che poco dopo si uniscono per andare a terminare nel bacino del Kothon. Questi condotti sono da mettere in relazione con un'altra recente scoperta: sul lato settentrionale del bacino, una volta prosciugato lo stesso, sgorga la stessa sorgente che alimentava il pozzo sacro. E “se si ripristina il livello originale [di 2500 anni fa, ndr] delle acque dello stagnone (...) la sorgente non è più sommersa e riprende ad alimentare la vasca del Kothon e il pozzo sacro al centro del tempio. Il Kothon appare allora come una grande piscina d'acqua dolce, la cui funzione deve essere ricercata in ambito religioso.

Secondo il ricercatore questi condotti erano “per lo scolo nel sottosuolo e lo smaltimento dei liquidi” provenienti dal consumo di libagioni nell'area cultuale. Ma il termine “smaltimento” non sembra il più appropriato, quando il canale di scolo terminava all'interno del bacino sacro fulcro del rito. Più che ad un rifiuto, quello che arrivava al laghetto tramite le canalette dovrebbe essere associato ad una offerta. E' difficile credere che un semplice canale di smaltimento possa essere stato collegato al lago sacro.

In fondo, la funzione simbolica (o anche esoterica...) di queste offerte è spiegata poco oltre nell'articolo:

al tempio degli dèi Atargatis e Hadad a Hierapolis di Siria (De Syria Dea, 12-28), dove le libagioni venivano effettuate in memoria del Diluvio, versando acqua marina in una “voragine”, e stavano a rappresentare il ritorno agli inferi delle acque dell'abisso (fuoriuscite con il diluvio), dal quale doveva riemergere la vita

inoltre per “le acque e la loro presenza nei templi (...) non [si deve escludere] il più ampio e fondante significato che alle stesse veniva attribuito come elemento di connessione tra il mondo terreno e quello sotterraneo, dal quale doveva essere riportata la vita sulla terra in occasione della primavera. Il dio Baal, nei testi mitologici della città di Ugarit, riusciva nell'impresa affrontando il malvagio dio delle acque marine Yam, un successo che si doveva rinnovare ogni anno e che era propiziato dalla sua paredra Astarte e suggellato anche da precisi eventi naturali ed astronomici[*]

L'autore ci fa notare anche un altro interessante particolare, risiedente nella prospettiva offerta a chi dal bacino osservasse la porta monumentale. In questo caso l'obelisco apparirebbe inquadrato nel portale del tempio, “in un modo che possiamo immaginare grazie alle rappresentazioni scolpite sulle numerose stele del Tofet” (vedi figura a lato).

Non dovrebbe allora sembrare troppo azzardato mettere in relazione i sacrifici di infanti (seppelliti nel Tofet) con quei rituali che si sarebbero celebrati nel tempio, tanto più che secondo quanto rivelato da un'altra campagna di scavi dello stesso Nigro (“Mozia ed il segreto di Astarte”, Archeo luglio 2008) il culto di Astarte era sentitissimo a Mozia e che incidentalmente, tra le stele del Tofet di Mozia si sono ritrovate diverse statuette rappresentanti la dea.

Se i fanciulli venivano sacrificati ai piedi dell'obelisco, allora la canaletta avrebbe portato al lago come offerta il sangue di quelle piccole vittime come elemento propiziatorio in vista della battaglia tra Baal e Yam, tramite la sua associata Astarte (o Venere, il pianeta rosso).

I collegamenti tra i sacrifici umani, l'obelisco e l'acqua sgorgante dal sottosuolo sono stati suggeriti anche altrove. Un esempio di notevole forza scenografica proviene da un film : “From hell” o “La vera storia di Jack lo squartatore” nella sua versione italiana (vedi il post “Labirinto infernale”), successo hollywoodiano interpretato da Jhonny Depp.

Secondo la versione romanzata della torbida vicenda londinese, quegli assassini sarebbero maturati in ambito massonico e sarebbero stati eseguiti secondo determinati rituali. In questi rituali l'importanza dell'elemento acqueo nel film viene suggerita senza essere citata esplicitamente. Alcuni degli omicidi avvennero in giorni di pioggia (un diluvio simbolico) mentre in un altro caso una delle vittime si vedeva riflessa nello specchio di una pozzanghera (il lago sacro, appunto) prima di essere sacrificata. Nel frattempo un obelisco viene inquadrato nel film nelle notti in cui il killer (o la setta...) agiva (vedi immagine all'inizio del post o trailer film in basso).

Per quanto questi siano solo degli artifici narrativi non verificabili nella realtà, nei resoconti dei fatti di allora si ritrova un dettaglio tralasciato nel film ma pertinente. Vicino al corpo della seconda vittima, Annie Chapman, sotto un rubinetto dell'acqua fu trovato un grembiule di cuoio sporco di sangue ed inzuppato d'acqua, come se fosse stato lavato.

La simbologia di questo ritrovamento è fenomenale: il grembiule richiama l'ambiente massonico, lavato in acqua dopo (immaginiamo) essere stato sporcato di sangue, azione che richiamerebbe i riti di Baal descritti sopra. In quel luogo ed in quel momento storico poi richiama anche il Tempio di Salomone: nella realtà quello era un grembiule da macellaio, il principale mestiere degli ebrei nel quartiere di Whitechapel a Londra sul finire del XIX secolo.

Quel ritrovamento non avrebbe dovuto incolpare gli ebrei, come credette il popolo allora (e come preferirono credere gli inquirenti). Avrebbe dovuto indicare un luogo preciso, anche in virtù del fatto che i liberi muratori fanno idealmente risalire la loro origine proprio alle congregazioni dei manovali che costruirono quel Tempio.

Come rileva il professore Nigro nell'articolo pubblicato su Kalòs, “Il portale monumentale [del tempio addossato al Kothon di Mozia, ndr] era contraddistinto, inoltre, dalla presenza di due pilastrini inseriti all'interno delle ante, privi di qualsiasi funzione strutturale,e che devono essere considerati una rielaborazione punica di un classico apprestamento dei templi fenici, già descritto da Giuseppe Flavio (C. Ap. 1, 112-127) a proposito del tempio di Zeus (Baal Shamin) a Tiro, ossia la coppia di pilastri anteriori riccamente decorati e recanti probabilmente alcuni simboli divini (e realizzato dagli architetti tirii anche nel Tempio di Salomone a Gerusalemme, secondo la nota descrizione del I Libro dei Re, 7:21)

(Fine prima parte)

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[*] L'obelisco e le due stele eretti accanto al pozzo sarebbero allineati con il punto dove, al solstizio d'inverno (21 dicembre) sorge la costellazione di Orione, il Baal fenicio. Recenti “profezie”, riportate anche dal programma televisivo Voyager, indicano per la fine del mondo la data del 21-12-2012.

Sui fenici e sui sacrifici umani vedi anche i seguenti post:
Figli di (prima parte)
Figli di (seconda parte)
Figli di (terza parte)



Ten Bells: pub o ingresso del Tempio? (vedi a 0:36”)

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