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mercoledì, marzo 30, 2011

La croce del Presidente

La pulce nell'orecchio che mi mise l'amico Abate continuava a tarlarmi. Non che io fossi un esperto di croci e crocifissi, ma quell'oggetto posto tra i libri dell'ufficio di Raffaele Lombardo sembrava abbastanza familiare.

Esclusi subito che si trattasse della croce di S.Damiano, quella cara a S.Francesco D'Assisi per intenderci, difatti confrontando la conformazione si nota subito la loro differenza.

Decido così di mettermi alla ricerca su internet e dopo qualche minuto mi imbatto su un'oggetto ligneo decorato nella cui descrizione vi era scritto "croce di pentecoste" molto simile a quella posseduta dal Presidente.

Certo di aver trovato la strada giusta, approfondisco la ricerca e scopro che tale oggetto viene venduto su un noto sito di articoli religiosi dell'Ortodossia russa...

Fingendomi un cliente, invio un email al negozio allegando l'immagine che ritrae la foto della croce di Lombardo e chiedo se posseggono l'oggetto in questione. Dopo qualche giorno arriva la risposta: "abbiamo un articolo che gli somiglia", con sopresa noto che mi indirizzavano sempre alla "croce di pentecoste", la stessa scovata su internet che poi ho scoperto essere anche un link al loro sito.

Seguendo il filone e la linea secondo la quale nella libreria di Lombardo vi sarebbero dei testi che in qualche modo indicano la via politica che Lombardo sta percorrendo e ben consci dei sempre più stretti legami tra l'imprenditoria russa e la Sicilia (dalla Lukoil alla Windjet, passando per la Gazprom fornitrice del rigassificatore di Porto Empedocle e le visite della diplomazia di Mosca) si può ipotizzare che l'esposizione di quella croce russa (probabilmente donata in una delle visite) sia un messaggio per ribadire i rapporti speciali tra la Sicilia e la Russia.

Raffaele d'Agostino

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domenica, marzo 20, 2011

Peggio tardi che mai

Ieri, 19 marzo, mentre su Tripoli cominciavano a piovere le bombe, Raffaele Lombardo dall'Albergo delle Povere di Palermo ha lanciato la costituente non per una nuova stagione dell'Autonomia Siciliana (tante volte sussurrata ma mai attuata) bensì per un altro (ennesimo) partito del sud.

Ennesimo partito che in realtà risulta essere quello vero, quello che da anni era stato programmato ma che si era sempre posticipato nell'attesa del momento propizio, ora catalizzato dallo scoppio delle ostilità nel Mediterraneo. Il partito vero: ripetiamolo nella effettiva consapevolezza che quei prematuri epigoni sorti qui e lì non siano altro che degli specchietti tattici volti a sminuire la temuta creatura del Presidente della Regione Siciliana, pre-destinata a spaccare l'Italia facendo da contraltare alla Lega Nord.

Tutto scritto, dunque. Tutto facile, sembrerebbe. Se non fosse per quel simbolo alle spalle di Lombardo. Che vorrebbe dire?

Malgrado molti facciano a tutt'oggi orecchie da mercante, non è più possibile tacere su quello che tutti vedono: lo scontro strisciante tra Napoli e la Sicilia, uno scontro congelatosi nel tempo e rimasto fermo a 150 anni fa. Ibernato, ma pronto a risvegliarsi ed ad indebolire il corpo di quella che presto potrebbe essere la nuova realtà politica nella quale confluirà la nostra isola.

E' ovvio che il leader siciliano ci vada con i piedi di piombo. Solo che in questo modo si rischia di cadere nel nulla e di tornare a creare qualcosa di artificiale, fondato appunto sul nulla, sperando che poi la strada la si trovi andando. Se la storia degli ultimi 150 anni dovrebbe insegnarci qualcosa è proprio di evitare a tutti i costi di rimanere intrappolati in una di quelle “espressioni territoriali” che sono andate tanto di moda nel XX secolo.

Ed invece i presupposti ci sono tutti, a partire da quella cartina che nella sua vuota banalità cancella millenni di storia da un lato e dall'altro dello stretto, quasi che si preferisca risolvere quel conflitto annullando i due lati dell'equazione invece di provare a sommarli.

I discorsi non dicono di meglio. Dichiarazioni come quella secondo cui la nuova formazione dovrebbe «perdere il suo connotato di partito siciliano», se da un lato tradiscono il (giusto) timore da parte di chi le pronuncia di suscitare un rigetto partenopeo, dall'altro gettano benzina sul fuoco del Sicilianismo, un fuoco che comunque vadano le cose non si spegnerà.

Peggio quando più in là si prende il delicatissimo argomento del nome del partito: «Io credo che il termine “meridionali” dovrebbe esserci». Una auto-segregazione assolutamente inaccettabile per chi vede il discorso dal punto di vista storico, l'unico punto di vista che può dare senso al progetto di uno stato che comprenda sia la Sicilia che il sud Italia.

Assimilando quel termine non facciamo altro che accettare la subalternità nella quale ci ha confinato il risorgimento, rendendola strutturale culturalmente e fissandola nell'immaginario collettivo: una nazione che nasce già sconfitta, che vuole pervicacemente rimanere colonia.

Un altro Sud Sudan, una ennesima Corea del Sud, un astruso Nord Dakota. I nostri padri fondatori normanni lottavano per conquistare gli imperi, da oriente ad occidente. Noi stiamo diventando una improponibile troncatura geografica.

Si corre il rischio di cancellare quello che nemmeno i Borboni si sarebbero mai sognati di cancellare: la gloriosa storia del Regno di Sicilia, comunque la si voglia vedere implicitamente incastonata anche nel Regno delle Due Sicilie.

Ieri, in un luogo il cui nome già di per sé suggerisce privazione, il popolo Siciliano (o Duo-Siciliano che dir si voglia), da Palermo a Napoli, dopo molti ritardi alla fine è stato castrato.

Ma non arrendiamoci ancora: una insperata erezione dell'orgoglio rimane sempre possibile. Presidente, faccia uno sforzo.


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sabato, febbraio 26, 2011

Surriscaldamento globale

Il Financial Times del 19 febbraio scorso pubblicava una vignetta (visibile in fondo a questo post) nella quale veniva raffigurato l'effetto domino dovuto alle ribellioni che si stanno propagando in alcuni paesi arabi. A sinistra una folla inferocita che brandisce cartelli con slogan in inglese precipita gli eventi facendo crollare le tessere di Tunisia ed Egitto. Dall'altra parte, all'estrema destra, troviamo la tessera italiana che cadendo schiaccia Berlusconi.

L'immagine presenta dei particolari interessanti. Innanzitutto non sono italiani quelli che protestano chiedendo a qualcuno di andare via subito (“Go now”), ma arabi, e lo si può vedere dalle facce, dal colore della pelle e sopratutto dalla donna velata di nero. La sequenza di eventi raffigurata suggerisce quindi che le proteste nel mondo musulmano finiranno per coinvolgere il primo ministro italiano.

In secondo luogo, non è solo Berlusconi destinato a rimanere schiacciato: lo stesso stato Italiano, rappresentato dall'ultima tessera a destra, sembra dover soccombere alla pari di quelli di Tunisia, Egitto e probabilmente Libia.

Infine, la cosa più stuzzicante è che la tessera che provoca il collasso dell'Italia è denominata “Libia”.

Alla voce “Freedom fries” la wikipedia da la seguente definizione:

Freedom fries è un eufemismo per French Fries [Patatine fritte in inglese, ndt] usato da alcuni negli Stati Uniti a causa dei sentimenti anti-francesi sviluppatisi durante la controversia sulla decisione americana di lanciare l'invasione irachena nel 2003. La Francia alle Nazioni Unite presentò una ferma opposizione all'invasione

In un mondo in cui le risorse scarseggiano in confronto al fabbisogno dei suoi abitanti, la violenza è destinata ad apparire come arma della disperazione. Una violenza che non riuscirà lo stesso ad evitare l'implosione del sistema stesso. Quel sistema esiste ed è chiamato occidente, e la risorsa vitale che oggi appare come scarseggiante è il petrolio (si veda il post “Tutti a piedi”).

Le crepe nel fronte occidentale dovute alla mancanza dell'oro nero apparvero prepotenti in occasione della guerra in Iraq: la Francia con la sua opposizione cercava di difendere i contratti della Total. Il contrasto fu popolarizzato negli USA con la storia delle “Freedom fries”. In quel caso comunque il peggio (nella forma di un confronto militare diretto tra i transalpini ed gli americani) fu evitato ed i francesi ingoiarono il rospo (e la perdita dei contratti).

Oggi, invece della Francia, troviamo schierata in prima linea l'Italia. Il motivo è però lo stesso: Roma cerca di difendere i suoi interessi petroliferi nel deserto libico.

Una parte rilevante della stampa italiana si è ritrovata unita nell'additare l'ombra di Washington dietro le rivolte arabe. Lo ha fatto Il Sole 24 Ore (“Dietro le rivolte in Medio oriente (come per la Serbia nel 2000) c'è un signore di 83 anni che sta a Boston”), oltre che Il Giornale di Berlusconi (“Libia e Gheddafi: cosa c'e' (davvero) dietro la rivolta”, 22 febbraio).

La differenza rispetto al 2003 è che questa volta siamo più vicini ad un aperto confronto militare tra le due fazioni occidentali: l'Italia ha subito messo in allerta le sue forze in Sicilia, prendendo a pretesto una possibile azione di rappresaglia da parte di Gheddafi ed il rischio di un'ondata di profughi, due eventi comunque improbabili visto che né gli USA, né i loro alleati islamici hanno interesse a provocare un confronto, ma solo a papparsi potere e petrolio.

Maroni dal canto suo ha richiesto l'aiuto UE, ma non quello della NATO che di fatto è di stanza in Sicilia e potrebbe intervenire subito. In più proprio ieri ha dato autorizzazione ad usare la base di Sigonella solo per scopi umanitari, intendendo così dire che gli americani non potranno dare supporto militare ai ribelli in Libia a partire dal territorio italiano.

L'economia padana è allo stremo, ed un piccolo strappo in più la porterebbe al collasso. Quello strappo, stando alla vignetta, è proprio la perdita della Libia. Una perdita che non porterebbe giù soltanto Berlusconi, ma tutto il nord Italia e con esso lo stato Italiano.

L'Italia sarebbe la prima vittima illustre a cadere a causa della scarsità di petrolio. Ma non sarà l'ultima, ed è per questo che assistiamo a questo surriscaldamento globale dei nervi. Gli stessi USA sono tanto disperati da aver accettato l'alleanza con i partiti islamici pur di assicurarsi una qualche fonte di approvvigionamento di Petrolio dopo la perdita dell'Asia. La Gran Bretagna sta già pensando a forze speciali per difendere i contratti della BP, e la UE dal canto suo vuole mobilitare non meglio precisati “Battle Groups”. Tutti sono pronti a saltare al collo dell'ENI (e della padania).

La Sicilia nel frattempo si trova nel mezzo, pur non avendo le gravi preoccupazioni dei padani riguardo alle risorse energetiche. Raffaele Lombardo, all'opposto del governo italiano, ha però scelto tra le righe di appoggiare l'intervento militare attaccando l'UE e chiedendo alla NATO di usare la forza contro Gheddafi se necessario (Sigonella base umanitaria "L'Europa ci deve aiutare", LaSiciliaWeb.it 25 febbraio 2011):

"La Nato, l'Unione europea, le Marine militari intervengano in Libia, anche con la forza, per aiutare il popolo nel loro territorio, sottraendolo al massacro di Gheddafi ed evitando che migliaia di persone fuggano dal Paese. La Sicilia, il Mezzogiorno, l'Italia da soli non ce la possono fare a reggere quello che viene già definito come un esodo biblico. Purtroppo, in questo momento l'Europa non c'è, è assente, ed è penoso"

Il nuovo Regno di Sicilia (o delle Due Sicilie?) non può attendere.

Quale tessera verrà a sua volta destabilizzata dall'Italia?

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domenica, febbraio 06, 2011

Tutti i libri del Presidente

Per chi segue il blog del Presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, uno degli esercizi più interessanti è quello di cercare di interpretare il significato degli oggetti strategicamente posizionati sulle mensole della libreria che fa sempre da sfondo ai suoi monologhi.

Gli oggetti sembrano cambiare di volta in volta. Essi sostano in quella posizione per qualche giorno o settimana, giusto il tempo di registrare un certo numero di video, e poi a poco a poco vengono sostituiti.

Negli ultimi video-post pubblicati si nota il particolare di due libri che sollecitano l'occhio a saperne di più. Essi sono posti alla destra del protagonista in modo da essere visibili per tutta la durata del video. In basso, con la copertina bianca, troviamo “Il Regno delle Due Sicilie. Tutta la verità” di Gustavo Rinaldi, (Controcorrente Edizioni, Napoli 2001). Quale possa essere l'argomento trattato non credo ci siano dubbi.

E' comunque significativo che un tale libro possa trovarsi in quella posizione. Una sottolineatura del mai celato interesse di Lombardo per l'intero territorio dei due ex Regni di Sicilia e non soltanto per la parte isolana.

Sopra di esso troviamo invece “La nazione siciliana” di Massimo Ganci, risalente al 1978 ed edito sempre a Napoli.

Dobbiamo chiederci come mai proprio questo tra i tanti esistenti sull'argomento. E' stato scelto a caso per “fare scena”? Sono tanti i sicilianisti che accusano Lombardo di sconoscere la storia della terra che rappresenta... la stessa inelegante (almeno apparentemente) commistione di due elementi così antitetici tra loro (gli indipendentisti siciliani vedono come fumo negli occhi il Regno delle Due Sicilie ed i Borboni) potrebbe far propendere per la scelta a caso.

Invece su internet ho potuto recuperare un interessante estratto dal libro che indicherebbe come la scelta non sia casuale ma programmatica, volta a cercare di mediare in qualche modo tra le due parti. Il Ganci, se da un lato mette le mani avanti assicurandoci che non vi è Nazione più Nazione della Sicilia:

«Se il significato del termine “Nazione” - osserva Ganci - consiste nella capacità di dare vita ad uno “stile proprio di vita” e a manifestazioni d’arte e di cultura che siano autenticamente sè stesse, non vediamo come questa definizione non competa alla Sicilia»

Dall'altro, prima precisa la distanza tra la “questione siciliana” e quella “meridionale”:

«Storicamente e politicamente, la “questione siciliana” non può essere diluita nella genericità della “questione meridionale”, poiché vi si oppongono numerose ragioni geografiche, storiche e politiche. Con questo non intendiamo riaprire la “querelle”, ormai superata, intorno al Nord. Oggi si va verso una configurazione diversa dell’Europa, nella quale certi “Stati nazionali”, più o meno artificiosamente costituiti, dal punto di vista costituzionale ed amministrativo (e lo Stato “unitario” italiano è fra questi), tendono a sciogliersi nella più moderna realtà delle “aree regionali”.

E poi ci svela la sua posizione per intero:

Detto ciò giova ribadire l’antistoricità e l’inopportunità politica della soluzione separatistica, per quanto riguarda la Sicilia. ».

Dopo il Sud Sudan, non vediamo l'ora di dare il benvenuto a questa nuova nazione che speriamo ci voglia evitare lo stesso obbrobrio semantico (Sud Italia). In quest'ambito, il sacrificio richiesto ai Siciliani è ovvio: rinunciare al sogno di una Sicilia indipendente. Siamo curiosi di sapere a cosa rinunceranno gli altri per bilanciare le forze.


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venerdì, gennaio 07, 2011

Filo da sutura

Il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, parlando a margine delle commemorazioni per il 31° anniversario della morte del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, ha finalmente incluso in modo ufficiale questo omicidio nella lista di quelli eseguiti dalla mafia su commissione di una “entità” esterna.

A chi ha posto la domanda sui motivi che renderebbero così difficile l'individuazione dei colpevoli, Grasso ha risposto secco “la particolarità del movente e la complessità dei moventi dell'omicidio. E' una mia intuizione che però non posso dimostrare, trovando gli esecutori materiali e i mandanti interni ed esterni a Cosa nostra” (“Grasso: "Lo Stato non contribuì a verità sull'attentato all'Addaura" . Poi sull'omicidio Mattarella: "Attività di depistaggio di Vito Ciancimino" ”, SiciliaInformazioni.com 6 gennaio 2011).

Per capire i moventi generali dell'omicidio Mattarella è necessario ricostruire l'ambiente politico in cui egli si muoveva. Grasso ne è pienamente cosciente, ed infatti aggiunge che “si trattò di un delitto politico-mafioso, che non è solo mafioso e non è solo politico”, parlando anche di alcuni depistaggi che cominciarono immediatamente dopo la morte del politico democristiano.

Di questi depistaggi ci siamo in parte già occupati nel post “Girotondi” (21 ottobre 2009) ricordando la testimonianza della moglie della vittima che riconobbe un estremista di destra (Fioravanti) come killer del marito e come detta testimonianza fu “insabbiata” da coloro che conducevano le indagini.

Abbiamo anche delineato altrove quale potrebbe essere stato il motivo scatenante che fece scattare il semaforo verde per il commando omicida pochi giorni dopo che il nostro ottenne una importante fetta degli utili su un gasdotto (si vedano il post “Doccia fredda” del 12 gennaio 2009 e l'articolo di SiciliaInformazioni.com “Gas, dall’Algeria in Sicilia e Sardegna”, 18 novembre 2007)

Tornando ora ai moventi generali, qui evidenzieremo solo che Mattarella appartiene ad una ben precisa categoria di politici democristiani definita non tanto da una qualche alleanza esplicita, ma da un “retroterra” culturale.

Nel 1971 egli affermavala necessità che la politica di centro-sinistra assuma un significato riformatore per una coraggiosa eliminazione di talune vistose sperequazioni e che la DC, partito di maggioranza relativa, sappia mantenere l'iniziativa e la guida politica”. Tradotto dal “politichese”, per riformare la Sicilia e debellare il fenomeno “mafioso”, secondo lui la cura non era altro che un governo di larghe intese che arrivasse a reclutare il PCI alla causa nazionale. Per questo avviò in Sicilia un confronto con i comunisti, allora guidati da Pio La Torre (come suona forte l'allarme...) ad immagine e somiglianza di quello avviato da Moro (sempre più forte...) con Berlinguer.

Possiamo stendere un filo “rosso” che partendo da Milazzo e passando appunto per Mattarella e Moro arriva all'attuale Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo con il suo governo puntellato dal PD regionale). Tutti democristiani che hanno seguito la strada del “compromesso storico”. Compromesso storico che a questo punto riesce difficile da leggere solo come “espediente” politico, visto che non fu affatto elaborato a Roma da Moro ma trae origini da più antiche vicende.

Leggendo quei nomi, il moderno cattedratico risorgimentale esclamerebbe tutt'al più (e con malcelato fastidio): “3 su 4 siciliani”. Chi invece conosce veramente la storia sarebbe costretto a dire “4 su 4 Siciliani”: solo un Siciliano potrebbe avere quel cognome, “Moro”. Ovviamente non si fa riferimento alla Sicilia in senso geografico, ma politico: Aldo Moro era di origine pugliese (provincia di Lecce), e dunque suddito del Regno di Sicilia. A questa spasmodica ricerca della “sutura” tra destra e sinistra qui si vogliono assegnare come detto origini culturali. Il Regno di Sicilia normanno infatti non era altro che un punto di sutura tra oriente ed occidente. Andando oltre la cortina fumogena delle ideologie non possiamo non notare come durante la guerra fredda quell'oriente era rappresentato in Italia (dal punto di vista squisitamente politico) dal Partito Comunista.

L'uomo del sud, grazie al suo retroterra culturale arabo-normanno, grazie a quella sintesi tra est ed ovest che fu il Regno di Sicilia (una sintesi ancora evidente nell'architettura della sua capitale, Palermo) capisce che la salvezza risiede non nello scontro tra le parti, ma nella ricomposizione del dissidio.

Un occidente votato in tutte le sue componenti alla totale sottomissione dell'altro da sé, visto sempre come un nemico, non può che trovare in quei tentativi di “sutura” delle minacce mortali da estirpare nel modo più radicale possibile.

Sanità, malgrado il TG1 a Palermo si curano i mali del mondo



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mercoledì, gennaio 05, 2011

Divorzio all'italiana (Prima parte)

2011, 150° anniversario dell'unità italiana: anche Il Consiglio alla fine si è arreso ed ha deciso di celebrare l'evento. Ma mentre i più si accapigliano per cercare di mettere luce sugli eventi che suggellarono il controverso matrimonio, noi con una serie di post vogliamo invece mettere luce su quelli che stanno portando e porteranno gli sposi ad un inevitabile divorzio. Un piccolo contributo alla “pacata” diatriba che serpeggia lungo le trincee che si stanno scavando tra nord e sud in vista del botto finale.

1.Premessa

Nel novembre del 2008 si svolse a Palermo, sotto gli auspici di del Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, un incontro tra i vertici delle regioni meridionali al termine del quale fu rilasciato un documento programmatico.

Il documento, malgrado non si siano ancora portati alla realizzazione i 5 punti in esso contenuti (si veda “Sud unito nel federalismo”, LaSiciliaWeb.it 7 novembre 2008), segnò un momento storico in quanto fece sedere allo stesso tavolo rappresentanti di quelli che allora sembravano schieramenti politici opposti (Soru e Bassolino essendo in quota PD).

Quella riunione nei fatti ruppe in due l'Italia provocando quella frattura che oggi appare chiara quando guardiamo la composizione degli schieramenti all'ARS (l'Assemblea Regionale Siciliana) o il raggruppamento che ha dato vita al “Terzo Polo”. Una frattura che ha spaccato destra e sinistra in modo insanabile. Ecco come commentò questo blog a suo tempo (“Briscola a mazze”, 14 dicembre 2008):

La riunione di Palermo sta evidenziando la vera essenza di questo scontro, i veri partiti trasversali della politica italiana odierna. Quello filo-occidentale e quello Siciliano (nel senso di Regno di Sicilia, al di qua ed al di là del faro) levantino.

2.Complotto occidentale

Nel novembre del 2009 durante un convegno a Pescara Fini si lascia sorprendere da un microfono galeotto in una tirata anti-Berlusconi nella quale tesse le lodi del pentito Spatuzza (“E' una bomba atomica”). Come se questo non fosse già abbastanza grave, considerata le teorica alleanza politica tra i due suggellata dalla fusione di AN e FI nel PDL, poco dopo aggiunge rivolgendosi all'interlocutore: “Lei lo saprà... Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell'Interno” (“Fini su Spatuzza: è una bomba”, Tgcom.it 1 dicembre 2009).

La stampa italiana sembra glissare sul significato della improvvida dichiarazione. Non così il periodico etneo La Voce dell'Isola che sotto la cauta firma di “Francis Drake” pubblica un dossier più ampio dal titolo “Complotto internazionale” prendendo come spunto proprio quelle parole di Fini:

“[Fini] si è reso conto che si era lasciato “prendere la mano” rivelando un segreto di cui nessuno era a conoscenza, all’infuori della Procura di Firenze. A questo punto sarebbe lecito chiedersi attraverso quale fonte diretta e da lui ritenuta affidabile, Fini potesse essere era stato messo a conoscenza di tale segreto.

Fatto sta che nel periodo della “gaffe”, diventa di pubblico dominio la vicinanza di Fini all'amministrazione USA. Ad esempio La Stampa il 25 novembre (2009) titola “E ora gli americani puntano su Gianfranco”:

E' in atto un investimento politico da parte dell’amministrazione americana sul presidente della Camera italiana”

Francis Drake, preso nota di ciò, va oltre e chiude il cerchio dell'episodio del convegno di Pescara con una frase che ben merita quel cauto (?) pseudonimo “piratesco”:

Certo se la Procura di Firenze fosse in qualche modo sensibile ai consigli dei Servizi di Intelligence U.S.A....

Mentre sullo sfondo tornano i fantasmi di quei pentiti pilotati che già Falcone denunciava rimettendoci la vita (per mano di chi?), il quadro generale così composto svela una strategia a più ampio respiro, certamente non limitata sic et simpliciter all'investimento politico sul leader pseudo-fascista, ma volta a minare alle fondamenta il governo Berlusconi con ogni mezzo necessario.

(Fine Prima parte)

Determinante il contributo del fascista pentito Gianfranco

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sabato, dicembre 18, 2010

Il primo uomo

Dalle pagine di SiciliaToday.com, Pietro Lipera si chiede retoricamente quale possa essere il motivo del nome (Iblis) dato all'inchiesta giudiziaria che potrebbe coinvolgere il Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo (Iblis, gli effetti e la leggenda: Cronache di un'inchiesta giudiziaria, 4 dicembre 2010).

Iblis, ci spiega il Lipera, altri non è se non Sua “Santità” il diavolo. Quello arabo, però. Secondo l'Islam quando Dio creò l'uomo ordinò a tutte le altre creature di adorarlo. Iblis per l'appunto rifiutò e fece la fine che tutti sappiamo.

L'articolista procede poi spiegando come l'inchiesta più che danneggiare il Lombardo, lo abbia favorito enormemente, tanto che leggendo il pezzo si fa strada il sospetto che l'identificazione cercata sia quella tra l'uomo che tutti dovrebbero adorare ed il Presidente. Chi si rifiuta di inchinarsi... all'inferno.

Sintomatico a questo proposito è la reazione scomposta dell'editore del giornale catanese La Sicilia, Mario Ciancio, ai risultati del voto della camera del 15 dicembre, voto che ha allungato l'agonia del governo Berlusconi grazie a tre striminziti voti frutto di un vergognoso commercio.

La Sicilia del 16 dicembre a pagina 4, trattando delle conseguenze del voto, titola “Un partito Fini-Casini-Rutelli, nasce il partito terzopolista”: uno sgarro a Lombardo quando è proprio lui il collante di questo nuovo “polo”. Che sia proprio Ciancio, restio ad adorare la nuova creatura, il predestinato Iblis? Circolano voci sui giornali che anche lui sia coinvolto nell'inchiesta (si veda ancora il pezzo di Lipera).

Il parallelo religioso non finisce qui, perchè guardando alla composizione del nuovo polo risulta evidente come la principale forza sia quella cattolica (presente anche tra i finiani). Si è riformata la DC? Suggerirei di non dare molto orecchio a chi cercherà di metterla in questi termini. Quello non è solo un partito a maggioranza cattolica, ma anche una compagine a trazione tutta meridionale. Con due componenti territoriali prevalenti: quella romana (Casini, Rutelli) e quella Siciliana, la più importante numericamente con MPA, Fli, ma anche una buona fetta della base di Casini (si veda il suo subitaneo viaggio da queste parti, “Casini torna in Sicilia. Scissione e prove di terzo polo, Palermo è la capitale del partito per l’Udc”, SiciliaInformazioni.com 17 dicembre 2010).

Sommando il dato territoriale ai tre voti di differenza, e notando che lo stesso PDL si basa su due correnti siciliane (quella di Miccichè e quella di Alfano), otteniamo un sorprendente risultato sfuggito ai più: la nazione è praticamente in mano ai Siciliani che se non litigassero tra di loro per questioni “metafisiche” (ancora fa eco Iblis...) potrebbero farne ciò che più gli aggrada.

Invece ci sono voluti quei tre voti per due motivi: mettere la corrente atlantista di Alfano sotto ricatto, ed aprire le porte a quel terzo polo sotto il quale si nasconde il vero Partito del Sud che alle prossime elezioni si spartirà l'Italia con la Lega, oramai straripante al Nord.

Una prova indipendente che confermi questo quadro?

Il sorgere del nuovo polo pone all'orizzonte un bivio. Da un lato la possibilità di mantenere l'Italia unita, ma questa volta in forma cattolica e non più massonico-risorgimentale. Dall'altro adombra una spaccatura post-elettorale secondo linee pre-atlantiche (medioevali, quasi). Ambedue le strade dovrebbero sembrare anatema ai liberali anglosassoni.

L'unico che potrebbe ancora fermare questa deriva è proprio colui che è stato bravo sin qui a catalizzarla, il nostro caro Silvio Berlusconi.

Guarda caso, oggi il Financial Times ha offerto il suo supporto al Primo Ministro Italiano, che fino a ieri considerava un degenerato, dichiarando con un candido voltafaccia tramite l'opinionista Chstopher Caldwell (“Why Italy still has Berlusconi”) che “Berlusconi non è una minaccia per la democrazia” (il contrario di quello che lo stesso giornale spacciava ai suoi lettori fino a pochi istanti prima del voto della Camera).

Poi, riallacciandosi al discorso metafisico sul diavolo, apre la porte alla vera storia d'Italia dal 1990 ad oggi:

Il sistema politico italiano ha cominciato a divergere in modo malsano da quello delle altre nazioni occidentali. I magistrati, invece dei legislatori, costituiscono l'opposizione. Il risultato immediato di Mani Pulite, ovviamente, è stato una specie di reggenza giudiziaria sulla vita politica italiana [Quello che ha sempre denunciato lo stesso Berlusconi, ndr]. I giudici, allo stesso modo, non sono stati capaci di comprendere perchè avrebbero dovuto smettere

In altre parole il giornalista sembra suggerire che quando la testa di questo gioco era a Milano, con il famoso pool teleguidato da Londra, la reggenza andava bene. Ora che dei magistrati poco allineati si permettono di mettere in piedi inchieste come “Iblis”, non va più bene.

Questa offerta di supporto dai nemici di sempre potrebbe essere proprio quello che il paramassone di Arcore aspettava per aggrapparsi ancora al potere. Tre piccoli voti per salvare il salvabile. Il frutto della corruzione, o la manina di Londra che fa da supporto? Ecco che le parole del depositario di uno di quei tre voti, il siciliano Scilipoti, ("L'ho fatto per il bene del Paese") alla luce delle apparenti contraddizioni del Financial Times possono essere meglio comprese.

Scilipoti era stato eletto tra le fila dell'Italia dei Valori, il partito londinese di Di Pietro ed Orlando. La manina di Iblis.

Nell'immagine in alto, Iblis osserva gli angeli che adorano Adamo in una miniatura islamica.

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martedì, ottobre 26, 2010

Indovinello

Raffele Lombardo, parlando con i giornalisti a Palermo ha ripetuto alcuni concetti che avevamo già sentito sibilare tra le sue labbra di tanto in tanto più o meno negli stessi termini (“Italia150: la Sicilia non dovrebbe festeggiare”, Industriale-oggi.it 26 ottobre 2010):

“L’Unita d’Italia - ha aggiunto - fu una vera e propria annessione, una guerra dichiarata al Regno delle due Sicilie che ha prodotto si qualcosa, ma non per noi. Si sono portati via le riserve auree delle nostre banche con cui hanno finanziato lo sviluppo industriale del nord, hanno determinato una serie di leggi per tassare il pane della gente e depredare la Chiesa. Si contano in quell’epoca decine di migliaia di emigrati e chi ha osato resistere è stato tacciato di brigantaggio o è stato ammazzato senza pietà Non credo sia un occasione per festeggiare, per noi siciliani.”

Più o meno. Perché qualcosina di nuovo c'è.

Il qualcosina di nuovo, introdotto dal neretto di sopra, ci viene sciabolato addosso nelle righe seguenti:

“Che il signor Bossi questa benedetta secessione la faccia, come se fosse una punizione per noi, vediamo se non ce la caviamo meglio, ma che nella nostra area non ci sia Roma, se no non abbiamo concluso niente.”

Ricapitolando: ora sappiamo che Lombardo non vuole Roma. D'altronde Bossi ha sempre lasciato intendere che di Roma non ne vuole sentire parlare.

Allora l'indovinello è il seguente: a chi la daranno questa benedetta città eterna quando si spacca questa maledetta Italia?

La soluzione entro il dicembre 2012.


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domenica, ottobre 24, 2010

Che confusione, sarà perché...

Sembra che in molti stiano cercando di capire cosa sia successo veramente in Sicilia. Che schieramenti sono mai questi, con i partiti spaccati, i presunti fascisti di AN con il neo-liberale Fini apparentati al PD in un epico compromesso storico insieme ai cattolicissimi palazzinari di Casini. Dall'altro lato Bianco, Cuffaro e Firrarello a tenere in Sicilia le posizioni del duo Alfano-Schifani.

Quello che veramente rende incomprensibile la situazione è la presenza ossessiva dell'alito caldo della mafia sul collo di ambedue gli schieramenti per mezzo di condanne, indagini e fughe di notizie. Forse per srotolare la matassa potremmo provare ad eliminarne gli effetti.

Ebbene si: per un attimo immaginiamo che la mafia non esista cancellandola dall'equazione e ritorniamo all'inizio del tutto. A quando cioè il guardasigilli Angelino Alfano per la prima volta propose di limitare l'utilizzo delle intercettazioni nelle indagini della magistratura.

Se teniamo fede alla premessa (la mafia non c'è – più), la proposta di Alfano non sembra poi tanto scandalosa. In realtà la cosa da chiedersi, sempre in base a quella premessa, è che motivo hanno le magistrature di fare un così largo uso delle intercettazioni.

In una Sicilia senza mafia, quello della magistratura sarebbe solo l'esercizio di un potere acquisito. In una democrazia potremmo definirlo un abuso. La legge bavaglio è allora solo il tentativo di limitare i poteri di un avversario che altri non è se non quella magistratura che ha ben posizionato i suoi rappresentanti tra le fila del governo siciliano, unici in questa squadra di presunti tecnici ad essere forniti di tessera di partito.

E' ovvio che per assicurarsi i buoni auspici di questo centro di potere il presidente abbia dovuto prendere posizione nella disputa, prima tramite l'On. Granata e poi personalmente (si vede il post “Sulle intercettazioni è in gioco il nostro vivere civile” del 24 maggio 2010 dal blog di Raffaele Lombardo).

Partito Granata, Fini non poteva che assecondare e scagliarsi contro la legge e contro Berlusconi: senza i voti siciliani forse Fini non sarebbe neanche in parlamento. Ritirata la legge bavaglio, ecco uscire la storia di Montecarlo che nei fatti impedisce a Fini di tornare indietro e lo costringe a seguire gli ordini provenienti dall'isola: nuove elezioni avrebbero come effetto la totale scomparsa di una AN isolata dalla scena politica.

Berlusconi sconfitto da Lombardo? Non proprio: difficile credere che palazzo D'Orleans possa avere la mano tanto lunga. E poi è strano che Miccichè ora fuori dall'esecutivo siculo non sia tornato a casa nel PDL.

Ed è questo il particolare che tradisce i retroscena: Miccichè continua a dire di non voler litigare con il Premier, mentre nel frattempo forma un nuovo partito in un modo o nell'altro contro lo stesso PDL. La cosa non quadra: o Miccichè dichiara il falso, oppure i veri nemici del cavaliere sono all'interno del PDL ufficiale. Ed allora questi nemici non possono essere altri che Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Cosa vuol dire tutto questo? Che la manovra contro la legge bavaglio di Alfano è stata attuata di concerto da Lombardo e Berlusconi con l'aiuto della magistratura siciliana costringendo Fini a dare man forte al nuovo esecutivo siciliano (pena la scomparsa dalla scena politica) con l'obiettivo di isolare gli stessi Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Stupefacente? Non tanto se si pensa a come il potere di Berlusconi vada scemando sin dalle scorse europee e dopo lo strano attentato subito a Milano. Costui è oramai quasi un pupazzo, ma non completamente, tanto che ha intimato al figliolo (Miccichè) di uscire dal governo a Palermo per non dare troppo potere a Lombardo. Ed alla magistratura.

Infine sulla mafia, questa misteriosa Al Qaeda centro-mediterranea, è inutile dilungarsi: non c'è peggior sordo di quello che non vuol sentire.

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venerdì, aprile 02, 2010

La cantonata

Questo blog di recente ha ri-orientato il mirino cercando di offrire ai lettori una lettura dei fatti di Sicilia all'interno di un più vasto inquadramento internazionale.

Anche nella vicenda del presunto coinvolgimento del Presidente Lombardo in una inchiesta giudiziaria della procura di Catania (si veda il post "Gli spiritosi della Repubblica delle banane") abbiamo il dovere di fare lo stesso.

Ebbene, setacciando la rete tra i siti della stampa internazionale, sino ad oggi non è saltato fuori il minimo accenno di quei fatti che in questo paese al collasso sono stati propagandati come eclatanti. Assolutamente niente. Le agenzie di stampa globali che sono così solerti a diramare notizie sull'arresto di questo o di quel mafioso, le stesse che esposero al ludibrio globale le disavventure giudiziarie di Totò Cuffaro, questa volta non hanno battuto ciglio.

Ogni motivazione può essere data per lo strano silenzio, tranne una: che la cosa non sia stata notata. Appena 15 giorni fa tutti i giornali del mondo hanno riportato le notizie riguardanti l'arresto di diversi fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. Reuters, una delle maggiori agenzie mondiali, ha titolato: “Italy arrests 19 accused of helping mafia boss” (L'Italia ne arresta 19 accusati di aiutare il boss mafioso).

E volete che non sappiano dell'exploit di Repubblica?

Si legge a destra ed a sinistra, tra i comunicati di sedicenti “sicilianisti” e le lamentele dei commenti di giornalisti e lettori, che la Sicilia è “sottomessa ai poteri del nord”. Ma quali poteri? Quali sarebbero gli alleati del nord Italia?

Diciamoci la verità: i nostri nemici sono solo interni. Quelle a cui stiamo assistendo sono solo lotte intestine. Il problema è che la parte strutturalmente più debole, pur di non mollare, ricorre a metodi ascaristici e si appoggia allo straniero, allo svizzero. Il quale, dall'alto del Cantone di residenza, è ben lieto di avere l'occasione di ficcare il suo porco naso nei nostri affari.

Il fragoroso silenzio mondiale potrebbe suggerirgli di stare un pochino più attento. O forse è la disperazione che lo ha spinto ad agire ed a scagliare il carico pur essendo sottomano rispetto all'avversario principale che ora può preparare la sua contromossa con una certa tranquillità.

Che possiamo farci... da quando il fiume carsico del riciclaggio mafioso, da corso d'acqua in piena si è prima trasformato in torrentello ed ora rischia di prosciugarsi del tutto, il suo piccolo paesanazzo alpino non sa più come far quadrare i conti.

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martedì, marzo 30, 2010

Gli spiritosi della Repubblica delle banane

Il governo siciliano presieduto da Raffaele Lombardo negli ultimi mesi non può certo essere accusato di immobilismo. Nel giro di poche sedute i temi dei rifiuti, del piano case, della sanità sono stati affrontati con una decisione (ed un decisionismo) raramente visto sin dai tempi della nascita dello Statuto Autonomistico.

I risultati potrebbero essere epocali e non solo per la Sicilia. Se gli stessi provvedimenti fossero stati presi a Milano o a Parigi ne sarebbero venuti fuori titoloni per mesi. Ma nessuno a nord ha interesse a svelare la propria impotenza politica.

E neanche a sud nessuno ha interesse a farlo: i mezzi d'informazione preferiscono sbattere in prima pagina una qualche insignificante scossa di terremoto o l'ultimo morboso delitto prodotto dal degrado sociale in cui versano le nostre comunità piuttosto che un minimo entusiasmo per le cose che in fondo si muovono.

Siamo lontani dal poter cantare vittoria, sia chiaro. Ma certe “svolte” vanno sottolineate.

Il nuovo piano rifiuti è una vera è propria rivoluzione contro la rapina, il genocidio e la colonizzazione. Chi aveva redatto il vecchio piano dovrebbe essere accusato di crimini contro l'umanità insieme alle aziende che credevano di poter profittare da esso. Il nuovo cancella tutto e sposta l'attenzione sulla raccolta differenziata e sul riciclo.

Il piano case, anche se tenta di salvaguardare un genere di impresa che dovrebbe invece essere boicottato il più possibile, quello delle costruzioni che andrebbero al più abbattute per lasciare il posto ai pomodori, presenta una particolarità che lo mette all'avanguardia e cancella 20 anni di follie legislative italiane: la possibilità di ampliamenti dei corpi abitativi non è stata estesa alle costruzioni abusive, malgrado siano state già sanate. Un seme che se curato a dovere darà presto come frutto la totale svalutazione delle case in questione, case che nessuno vorrà più acquistare sapendo che non avranno gli stessi “diritti” di quelle tirate su legalmente.

Per quanto riguarda la sanità, qualunque provvedimento sarebbe insufficiente a raddrizzare un settore in mano alle multinazionali del farmaco che andrebbe riscritto da zero. Ma avere avuto la forza di serrare qualche fila potrebbe per lo meno regalarci una speranza.

A questi vanno aggiunti altri due eventi che si potrebbe definire epocali.

Il primo è la definitiva approvazione del PEARS, il Piano Energetico ed Ambientale della Regione Siciliana, dopo il via libera del CGA. Il testo non è del tutto soddisfacente a causa di certe ambiguità che dovranno poi essere risolte in sede legislativa, ma anche qui una pietra miliare è stata posata assecondando l'inevitabile declino del petrolio e puntando ad una certa autosufficienza senza però cedere alle fandonie catastrofiste dei fanta-ambientalisti globali.

Il secondo è l'eclatante iniziativa di approvazione di legge popolare di rescissione delle leggi sulla privatizzazione dell'acqua: un altra prima assoluta in occidente che i nostri inutili giornalistucoli hanno pubblicizzato per poche ore ed a mala voglia sulle prime pagine delle testate online. Niente analisi critiche a supporto in questo caso. Ma non se la vantavano di essere tutti di sinistra? Poco credibile che si sia riusciti a portare a termine una tale iniziativa con la partecipazione di 135 consigli comunali senza avere un qualche benestare dall'alto.

Ripeto: dobbiamo ancora vedere come saranno poi applicate le leggi, se queste virate epocali non si disperderanno nei soliti mille rivoli delle burocrazia e del malaffare o se invece si tradurranno in benefici per tutti. Ma da ora in avanti di scuse ne avremo poche: le fondamenta sono state poste.

Certo, la Corte Costituzionale fa finta di non capire lo Statuto e ci nega il gettito fiscale proveniente dalla produzione di idrocarburi. Solo che questa notizia era attesa ed anzi gioca a nostro favore. Senza dare ascolto ai soliti piagnistei secondo i quali la Sicilia sarebbe sempre più schiava dei poteri del nord Italia (ne sono rimasti ancora, di poteri, al nord Italia?), il governo centrale al momento è tanto allo sbando che se si volesse salvare l'unità del paese l'applicazione dello Statuto sarebbe l'ultima possibilità rimasta, visto che toglierebbe terreno alle pulsioni separatiste più forti che non sono poi le pagliacciate leghiste, ma le istanze derivanti proprio dall'avanzata siciliana, come sottolineato correttamente da Napolitano (si veda il post “Fiato sospeso”).

Il punto è che la spaccatura italiana in due è stata già decisa in più ampi lidi e non c'è più niente da fare. Lombardo si è anche permesso di minacciare in modo ancora più esplicito:

Il presidente [Lombardo] si è rivolto “all’autorevolezza morale e istituzionale del nostro Presidente della Repubblica, affinché, nel suo ruolo di rappresentante e di garante dell’unità nazionale, possa richiamare tutti i soggetti investiti di responsabilità pubbliche a considerare con animo più equanime i problemi del nostro Mezzogiorno ed in particolare della Sicilia, affinché si eviti il rischio, che vedo grandissimo, della disgregazione del Paese e di una conflittualità sociale ingovernabile ("La corte costituzionale nega imposte alla Sicilia", Raffaele Lombardo Blog 27 marzo 2010)

Il provvedimento della Corte Costituzionale va a favore del Nord Italia, mentre la conflittualità adombrata da Lombardo è di matrice siciliana e meridionale. Sarà la scusa per la rottura.

E per quanto riguarda le nuove accuse di mafia rivolte allo stesso Lombardo, diramate durante lo svolgersi delle elezioni in alcune aree chiave del sud del paese si commentano da sole.

Lo stesso procuratore D'Agata, presunto titolare della fantomatica inchiesta il cui nome è stato messo in piazza da Repubblica, si è lasciato andare a dichiarazioni preoccupate, capendo di essere stato messo in mezzo ad un meccanismo che potrebbe schiacciarlo al minimo movimento di ingranaggi:

La notizia non e' stata certo diffusa dall'Azione Cattolica, c'è chi ha interesse a creare uno stato di tensione sul mondo politico, vera o falsa che sia la notizia...” ("Lombardo indagato, il procuratore di Catania: "Dietro la diffusione della notizia c'è una matrice politica", SiciliaInformazioni.com 29 marzo 2010)

Quel fesso di Bolzoni, sempre dalle pagine di Repubblica, si crede spiritoso nel dare del “califfo” al Presidente Lombardo: Un "califfo" nella palude siciliana. Anche il neo-boss Liga bussò da lui (Repubblica.it 29 marzo 2010)

Motivo delle accuse:oltre agli altri eventi “epocali” elencati sopra, il tentativo da parte dell'indagato di conquistare il Sud Italia, che quei “poteri” del nord oramai allo sbando vorrebbero tenersi stretto il più a lungo possibile.

Una specie di colpo di stato dei poveracci. Poveracci di spirito, si intende.

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giovedì, marzo 11, 2010

La legge del 1971 è uguale per tutti

Sigonella sì, Sigonella no. Pochi giorni fa è spuntata la notizia secondo la quale 62 lavoratori siciliani stavano per essere licenziati dalla base americana situata nella Piana di Catania (“Licenziamenti nella base di Sigonella. L'assessore Capuana [a lato, ndr] scrive a La Russa.”, SiciliaInformazioni.com 4 marzo 2010)

La notizia di per sé diceva già tutto. Il numero non è tanto piccolo: ogni unità lavorativa locale, occupata per esempio nelle mense o in altre mansioni d'ufficio, fornisce supporto ad un certo numero di soldati USA. Anche solo ponendo il rapporto sulla scala di 1 a 10, avremmo una riduzione del personale di stanza in Sicilia di circa 600 unità.

Nulla di sorprendente, da tempo era stato segnalato come un accordo tra Russia e USA nel Mediterraneo avrebbe incluso anche la dismissione di Sigonella (si veda il post “Tutte le scarpe del presidente”). L'accordo è finalmente stato concluso (si veda il post “Il compromesso”), come segnalato dalle smancerie scambiate tra Lombardo e gli ambasciatori di Israele e Stati Uniti [*]. Sigonella dovrebbe quindi avere le ore contate.

Oggi arriva quella che crediamo essere la conferma di ciò attraverso una fonte che più autorevole non potrebbe essere su questo caso: il blog dello stesso Presidente Raffaele Lombardo che titola “La Regione vicina ai lavoratori di Sigonella”.

L'articolazione del post è difficile da fraintendere:

Questi lavoratori godono già di un diritto importante. Una legge nazionale del 1971, infatti, prevede che, in caso di dismissioni delle basi USA in Italia, i dipendenti sarebbero assunti nei ruoli dello Stato

Sigonella sì, ma vogliamo vederci atterrare aerei siciliani.

Acqua alta a Sigonella: gli americani ne approfittano per prendere il largo


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[*] Corollario dell'accordo USA-URSS sembra essere la rinvigorita battaglia tra Miccichè e Lombardo (si veda il post “Il libro enigmistico”). Il primo sembra aver trovato nuovo supporto dai lealisti, che a questo punto non possono fare altro che buon viso al cattivo gioco di Gianfranco. Il secondo nel frattempo si era già preparato cominciando lo spostamento a sinistra.
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lunedì, febbraio 15, 2010

Fiato sospeso

Tra un commento e l'altro si è forse arrivati a capire cosa abbia irritato Napolitano tanto da costringerlo ad accartocciarsi sul “separatismo non indipendentista” (si veda il post “I contorsionisti”).

A Siracusa ha avuto luogo l'altro ieri (13 febbraio) un convegno organizzato dall'Onorevole Fabio Granata, finiano vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia nonché sostenitore di Raffaele Lombardo a Palermo.

“Verso gli Stati Generali della Nuova Autonomia” è un titolo che a quanto pare ha fatto tremare in tanti, sia tra gli anti-autonomisti a Roma che tra i “celoduristi” dell'Autonomia Siciliana che inorridiscono ogni qual volta quel breve attributo (“Nuova”) viene messo di fronte alla parola “Autonomia” a significare una qualche modifica dello Statuto.

Le parole pronunciate dello stesso Granata in apertura dei lavori puntualizzano i contorni dell'iniziativa:

“L’appuntamento di oggi segna l’ufficializzazione di un appello diffuso al Presidente della Regione On. Lombardo affinché convochi immediatamente gli Stati Generali dell’Autonomia in Sicilia in modo che la straordinaria esperienza politica di questo Governo si doti di un raccordo programmatico ed ideale che il fallimento dei partiti fino ad oggi non ha consentito di elaborare”.

E' chiaro che questa convocazione ci sarà, vista l'insistenza con cui viene richiesta e vista la partecipazione di uno dei più fidi scudieri di Lombardo, Giovanni Pistorio. L'appello è formale e necessario a giustificare politicamente l'evento prossimo futuro.

Cosa farà Lombardo in quel fatidico giorno? Questa è la greve domanda che ci poniamo.

Sembra di essere a Cuba subito dopo la fuga di Batista: Castro doveva ancora ufficializzare la sua reale posizione politica (USA o URSS?) mentre tutti a Washington e sull'isola erano in religioso silenzio aspettando di sapere di che morte sarebbero morti. A Mosca chiaramente ne sapevano più di tutti.

Oggi gli italiani tutti (dal Napolitano a Lampedusa) sono in un poco silenzioso e molto nervoso stato d'attesa mentre a Mosca....

Malgrado tutto non possiamo fare altro che attendere, perchè nessuno ancora può prevedere come verrà tradotto nella pratica l'incipit del nuovo corso politico (e storico) della Sicilia. Lo stesso Granata probabilmente non ne è del tutto al corrente.

Ed è inutile mettersi a formare nuovi partiti, strillare al tradimento o lanciare proclami. Da qualunque lato si voglia guardare la cosa, da questi “Stati Generali dell'Autonomia” che nessuno può più fermare uscirà il nostro futuro: il destino della Sicilia centro-mediterranea sarà condizionato da questo evento con ricadute decennali se non secolari, positive o negative che siano.

Il blog dell'esponente del PDL Sicilia riprende alcune delle dichiarazioni degli intervenuti come quelle di Gianbattista Buffardeci, Assessore all'agricoltura e delfino di Miccichè, che apre il campo con la principale delle nostre preoccupazioni:

“Oggi c’è necessità di disegnare una nuova autonomia perchè l’autonomia statutaria è fallita, ed il fallimento ha come primi responsabili proprio i siciliani”.

Ogni volta che abbiamo sentito parlare di progetti di modifica dello Statuto abbiamo udito proposte aberranti. Cosa accadrà questa volta?

Le parole di Pistorio (MPA) sono più rassicuranti:

“L’autonomia, cosi come concepita in Sicilia dallo Statuto,  è fallita perché è fallito il patto tra la società siciliana e lo Stato. Oggi Lombardo vuole ribaltare la subalternità del territorio alla politica nazionale e per questo ha concepito la scelta di una nuova autonomia”

Il riferimento alla natura pattizia dello Statuto ed al suo fallimento indica un punto importante; in questo momento il patto non vi è più, si riparte da zero con la Sicilia che deve scegliere la sua strada. Avrà veramente il coraggio di farlo?

Dore Misuraca, parlamentare nazionale del PDL, parla di “recarci [ancora, ndr] a Roma”, cosa di cui siamo stanchi. Ma perlomeno richiama il nume protettivo di Piersanti Mattarella (che per voler fare qualcosa ci lasciò le penne...).

Infine era presente anche Mario Centorrino, Assessore Regionale alla Formazione, tecnico di area PD, il quale rilascia una dichiarazione che solo lui, Ordinario di Politica Economica all'Università di Messina e non politico di professione, avrebbe potuto rilasciare:

“La questione del futuro dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ad esempio, oggi la sta trattando il presidente Lombardo, nel senso di livello istituzionale territoriale. Pensate che grande differenza rispetto a dieci anni fa, quando una simile vicenda l'avrebbe trattata un ministro del governo nazionale. Ciò significa che si sta sostituendo una rappresentanza territoriale a una rappresentanza politica con la quale abbiamo perso contatti e che non ci dice più niente”.

A sentirlo, con Roma abbiamo già chiuso. Sempre per quel detto secondo il quale la meglio parola è quella non detta, Granata taglia questa frase dal resoconto dell'intervento inserito nel suo blog. A noi è arrivata attraverso il sito de La Sicilia ("Sciascia e Camilleri portano sfiga", 13 febbraio 2010).

Le decisioni (forse già prese) che ci verranno comunicate in occasione di questi Stati Generali avranno contraccolpi sull'assetto generale del Mediterraneo. Viceversa gli avvenimenti siciliani, essendo costantemente legati a più ampie modifiche geopolitiche globali, devono tenere conto di altri assetti più vasti.

Nel tentare di capire quando la nuova Costituzione potrebbe essere varata, l'attenzione deve concentrarsi sulla politica estera. L'altro ieri la Germania ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di aiutare la Grecia a coprire il debito pubblico, una posizione che potrebbe segnare la fine della moneta unica e della stessa UE con tutto il suo Trattato Massonico di Lisbona:

Angela Merkel, cancelliere tedesco, ha resistito le insistenze francesi per arrivare un pacchetto di salvataggio esplicito (...) L'insistenza della Merkel sulla necessità di maggiori sforzi da parte greca per tagliare il deficit del bilancio hanno quasi pregiudicato il raggiungimento di un accordo al summit (...) La decisa presa di posizione della Merkel ha in Germania uno strabordante supporto politico e popolare. (“Greece turns on EU critics”, Financial Times 13 febbraio 2010)

Ancora più esplicito è stato il quotidiano teutonico Allgemeine Zeitung, citato ancora l'altro ieri dal Fiancial Times (“German press calls for tough line on Greece”):

“Non ci sarà alcun aiuto per il governo greco all'inizio. Non ci saranno negoziati per possibile strumenti finanziari.”

La chiusura appare totale. Se la Grecia non onora il debito, addio euro. Ed addio dominio atlantico sull'Europa e soprattutto sulla Germania. I tedeschi si lasceranno scappare un'occasione del genere per liberarsi definitivamente del protettorato atlantico di USA e Gran Bretagna?

Non c'è alcun motivo di forzare la mano. Lombardo è uno specialista dell'attesa. Il nuovo “Statuto” verrà probabilmente varato in parallelo agli sviluppi del caso Grecia: da quando questo è apparso minaccioso all'orizzonte la moneta unica (e falsa) ha perso inesorabilmente terreno cedendo in un paio di mesi buona parte di quello che aveva guadagnato in un anno sul dollaro. E più l'euro si svaluta, meno saranno le resistenze che Palermo incontrerà.

Questi sfaticati di Siciliani: volendo, potrebbero ottenere l'indipendenza senza neanche muovere un dito.

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sabato, febbraio 13, 2010

I contorsionisti

Le contorsioni finali del paese stanno diventando roba da circo. Prendiamo ad esempio questa dichiarazione del caro Napolitano (Napolitano: «No a giudizi sommari e volgari sull'Unità d'Italia», Corriere.it 12 febbraio 2010):

«Inimmaginabili nell'Europa e nel mondo di oggi prospettive separatiste non indipendentiste»

Cosa sarebbero queste “prospettive separatiste non indipendentiste”? Se le prospettive sono indipendentiste (come ad esempio quella leghista) vanno bene? Non è che per caso la differenza stia solo nella dichiarazione d'intenti...

L'unica prospettiva “separatista non indipendentista” che possa saltare in mente è quella dell'Autonomia Siciliana: Napolitano sta forse accusando l'autonomismo di essere un indipendentismo sotto mentite spoglie?

Se così fosse, sarebbe grossa notizia per il campo sicilianista dove alcuni da tempo sostengono che una volta applicato integralmente lo Statuto Autonomistico la Sicilia sarebbe di fatto indipendente dal continente: pieni poteri in materia di energia ed ordine pubblico, la capacità di elevare tributi, il divieto all'esercito italiano di stazionare sull'isola sono solo alcuni dei piccoli cadeaux lasciati in eredità dalla lotta indipendentista ai siciliani che ne volessero fare uso.

Il pronunciamento allarmista del Colle, condito da una serie di articoli usciti in questi giorni sui quotidiani in cui si adombra una possibile prossima separazione dell'Italia, non lasciano dubbi sul fatto che oggi il pericolo sia concreto.

Nei giorni scorsi è stato presentato al pubblico il nuovo libro dello scrittore catanese Giuseppe Perrotta dal titolo Giubileo 2050, un fanta-thriller che si dipana in un'Italia divisa in quattro (nord, Vaticano, Sud, Sicilia) e che ha inusitatamente trovato larga eco sul territorio nazionale.

Ne dà notizia tra gli altri Il Messaggero di Roma in un fondo di pagina dal titolo indicativo (“Attento, Silvio ti guarda: piccoli segnali dai grandi significati”, 12 febbraio 2010):

C'è un gustoso thriller, intitolato «Giubileo 2050», in cui s'immagina la dissoluzione della Penisola in quattro diversi Stati: la Repubblica Cisalpina, il Regnum Christi (il cui sovrano, il Papa, è stato rapito dalla camorra), la Repubblica delle regioni meridionali e la Repubblica della Trinacria, cioè la Sicilia sola con se stessa e con Cosa Nostra. Fantapolitica?

A parte l'aggiunta di Cosa Nostra, a cui l'autore non fa cenno nella presentazione del libro (non ho una copia tra le mani per controllare...), il monito ricalca le tematiche discusse da questo blog: finito Berlusconi, finito il collante che ancora tiene uniti questi quattro brandelli (si veda il post “Mi arrendo”):

Senza più il collante dell'avversione all'Orco di Arcore, ci sarà a sinistra il tana liberatutti e il tutti contro tutti, peggio di quanto accade adesso. Magari questa è fantapolitica, ma fantapolitica per fantapolitica, oltre all'eclissi della sinistra già abbondantemente ecclissatasi, il rischio è che fra un po' neanche più l'Italia ci sarà più.

Ma non è da noi fermarsi davanti all'ultimo passo. Napolitano sta per caso accusando l'MPA ed il suo leader, Raffaele Lombardo, di pianificare quella “separazione non indipendentista”? La continuazione del discorso presidenziale è anch'essa quanto mai arzigogolata:

«(...) e più semplicemente ipotesi di sviluppo autosufficiente di una parte soltanto, forse anche la più avanzata economicamente, dell'Italia unita».

Sembra si stia riferendo alla Lega Nord. Sarà un refuso di stampa, ma se si stesse parlando del Nord Italia più che un forse, il discorso avrebbe dovuto contenere un fosse:

«fosse anche la più avanzata economicamente, dell'Italia unita».

Quel forse indica una possibilità futura più che un fatto acquisito ed echeggia un articolo uscito a suo tempo su Limes, la rivista italiana di geopolitica del gruppo L'Espresso dal titolo “Sicilia Nazione” (si veda il post “La nazione infetta”).

Rinviando tutti anche al post “La via della seta”, si evita qui di argomentare ulteriormente. Ma la sin troppo decisa chiusura del governo siciliano alla possibile riconversione dell'area di Termini Imerese abbandonata dalla FIAT ad usi diversi dalla produzione di autovetture sa di spalle sin troppo coperte: i ventilati interessamenti internazionali ad una produzione centro-mediterranea potrebbero non essere solo una sbruffonata politica.

Ieri abbiamo anche assistito all'ennesima presentazione del progetto del Ponte di Messina (di massima? Definitivo? Esecutivo?... siamo confusi.), con i proponenti che sembravano barricati e decisi a morire con la loro opera (“Protesta della rete no Ponte”, SiciliaInformazioni.com 12 febbraio 2010):

“Una cosa è chiara: non ci sarà niente e nessuno che bloccherà la realizzazione del ponte che nel gennaio del 2017 sarà pronto”

L'ostentazione di tutta questa sicurezza da parte del Ministro Matteoli puzza di bluff lontano quanto l'intera fantascientifica campata.

Raffaele Lombardo è stato invece quotato da altri in solitario, come ad esempio nel caso di Libero:

“Il ponte può rappresentare il vero simbolo per l'unita' del Paese mentre ci si appresta a celebrare il 150esimo anniversario dell'Unita' d'Italia”.

A parte l'utilizzo del “può rappresentare” invece di un bel “rappresenterà” che lo avrebbe posto più in linea con la sicumera del ministro, il parallelo espresso mentre tutti in Italia parlano di fine di quell'unità, è per lo meno spinoso: stante il paragone, dovesse crollare l'unità il progetto del ponte non potrebbe fare altro che seguirne i destini.

Come si dice dalle nostre parti, la meglio parola è quella non detta, nel senso che ciò che si tace è più significativo per capire certi umori. Ed allora includiamo nel conto anche la mancata citazione della summenzionata esternazione del leader autonomo-forse-separatista da parte de La Sicilia, quotidiano catanese notoriamente favorevole alla costruzione della mega-sbruffonata sulla Stretto. Sul pezzo relativo pubblicato dal sito della testata giornalistica (“Ponte, la squadra d'azione”) si sono “dimenticati” di citare persino la presenza fisica di Raffaele Lombardo all'evento.

La possibile capriola di Raffaele sulle rive dello stretto, comunque la si voglia inquadrare, non avrebbe niente di straordinario: a Palermo lui comanda ancora grazie all'appoggio della sinistra. Non credo che Lupo e compagni ci tengano tanto a perdere quel piccolo gruzzolo di voti che ancora si ritrovano dopo le dolorose contorsioni politiche che li hanno portati al governo.

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martedì, gennaio 12, 2010

Forza lavoro

Sembrava una terra senza speranza, la Calabria. Marchiata dalla stampa europea come la nuova frontiera meridionale della mafia (si veda il post “Corso di fotografia”). Un lager aspro e montagnoso dove scaricare rifiuti ed attingere all'occorrenza manodopera specializzata a costi “africani”.

Ed invece all'improvviso tutto è stato rimesso in discussione. Gli arresti di Gioia Tauro, la bomba davanti alla procura di Reggio Calabria ed ora la “rivolta” di Rosarno segnalano che anche dall'altro lato dello Stretto l'asse del potere si sta muovendo.

Rivolta lo abbiamo messo tra virgolette, perchè gli immigrati delle baraccopoli di Rosarno non hanno compiuto alcuna rivolta. Il loro è stato un vero e proprio assalto premeditato e guidato contro la popolazione locale. Una azione bene organizzata alla quale i poveri “disperati” si sono prestati nel miraggio di un miglioramento delle loro condizioni di vita.

La rivolta è stata quella dei calabresi, che hanno reagito in modo forse avventato alla provocazione.

Il meccanismo di causa-effetto strillato dai vari pennini di regime lascia molto a desiderare. Un canovaccio simile a quello già visto a Napoli, anche se meno tragico (“A Rosarno la rivolta degli immigrati”, Corriere.it 7 gennaio 2010):

A fare scoppiare la protesta il ferimento da parte di persone non identificate di due extracomunitari con un'arma ad aria compressa e pallini da caccia.

Nessuno si fa la domanda più importante: chi sono queste “persone non identificate”? Sono veramente abitanti di Rosarno, come lasciato intendere da tutti? A questa “ragazzata” che impallidisce rispetto agli episodi di violenza che si registrano nelle principali città del nord Italia la reazione è stata abnorme:

Centinaia di auto distrutte, cassonetti divelti e svuotati sull'asfalto, ringhiere di abitazioni danneggiate.

La premeditazione è tanto ovvia che non viene neanche taciuta, ma sdoganata come un diritto per chi apparentemente viveva “in condizioni ai limiti del sopportabile”:

la volontà di reagire che probabilmente covava da tempo nella colonia di lavoratori (...) era pronta a esplodere

Il “gruppo” che ha volontà di re-agire si organizza e poi cerca una scusa per passare all'azione.

Il comportamento dello stato, che ha lasciato liberi di compiere violenze da corte marziale gli immigrati ed è poi giunto sul posto a proteggere i delinquenti dalla giusta reazione dei cittadini, chiarisce chi avesse organizzato il tutto.

Le motivazioni che hanno spinto gli eventi nella direzione descritta sono probabilmente di ordine economico. Ma la decisione di fare scattare l'operazione in questi giorni sembra essere stata condizionata dagli eventi politici.

Dichiarazioni avventate da parte di Carneade vari non si sono fatte attendere. Quando Luigi Manconi, un ex-sottosegretario alla giustizia caduto in disgrazia, afferma che “Oggi Rosarno è l'unica città al mondo interamente bianca. Nemmeno il Sud Africa dell'Apartheid aveva ottenuto un tale risultato” dimostra di non capire di cosa si stia parlando.

L'Apartheid o la discriminazione non punta mai ad eliminare il diverso. Punta solo ad opprimerlo in modo da poterlo sfruttare economicamente. In Italia la presenza degli immigrati ha lo stesso scopo, e cioè il loro sfruttamento ai fini produttivi. Gli immigrati sono un risorsa economica. Oggi gli africani e gli asiatici hanno sostituito i meridionali il cui costo è salito enormemente a causa delle leggi europee pensate per favorire le grosse multinazionali ed allo stesso tempo strangolare sia la piccola impresa nord-italiana che l'agricoltura meridionale.

A causa di quelle leggi si è creato un meccanismo perverso secondo il quale un immigrato per rimanere “risorsa economica” deve anche essere immigrato illegalmente, altrimenti il suo valore non è più competitivo. Questa situazione ha fatto si che le forze produttive padane si affidassero a questa vera e propria tratta degli schiavi mentre i loro rappresentanti politici di destra (ed in particolare la Lega Nord) si intestavano una lotta di facciata a difesa dell'italianità.

Nel tempo il punto nevralgico della “tratta” è diventato il centro di prima accoglienza di Lampedusa. Almeno sino ai disordini dello scorso anno, durante i quali si verificò l'esatto opposto di quello che è accaduto a Rosarno e gli isolani si unirono ai maghrebini nella protesta anti-italiana a causa della quale il sindaco della martoriata cittadina (De Rubeis) sta ancora pagando subendo un attacco giudiziario dopo l'altro.

I problemi in Sicilia erano dovuti anche all'azione di Gheddafi che, avendo in mano il traffico tra le due sponde del Mediterraneo, lo usava per destabilizzare il governo romano inviando vere e proprie maree di disperati invece di regolare il flusso.

Grazie alla sua azione Gheddafi intendeva accumulare capitale politico da spendere poi al momento di sedersi al tavolo delle trattative con Berlusconi, culminate nel viaggio a Roma a seguito dei risultati delle europee dello scorso anno (vedi il post “Notizie di striscio”).

I risultati non si sono fatti attendere ed il ministro Maroni ha potuto annunciare lo svuotamento del centro di accoglienza di Lampedusa, tanto che La Sicilia del 29 maggio scorso poteva titolare “I ragazzi del centro di accoglienza cercano un nuovo lavoro”: all'improvviso il flusso è sceso a zero. In altre parole, l'immigrato sta cominciando a diventare una merce rara. Vogliamo sprecarla facendogli raccogliere le arance a Rosarno o i pomodori a Lecce?

Questo ci permette di circoscrivere le motivazioni di ordine economico dietro i fatti di Rosarno: nella presente congiuntura economica italiana era solo questione di tempo prima che la guerra per accaparrarsi le prestazioni degli schiavi cominciasse. Gli africani in fuga sono già stati indirizzati verso nord: Crotone e Bari per cominciare, ma molti sembrano già diretti verso nord. Verso quello che credono l'eldorado (credenza questa che li ha spinti a “collaborare” inscenando la “rivolta”):

Stanotte a centinaia sono stati fatti partire su treni e bus diretti al Nord Italia e ai centri d'accoglienza di Bari e Crotone. (Rosarno, è stata demolita l'ex fabbrica lager Maroni avvisa: "I clandestini saranno espulsi", IlGiornale.it 11 gennaio 2010)

Lo stato si sta anche assicurando di bruciare loro il terreno dietro per evitare che qualche “risorsa” rimanga troppo a sud:

“L'obiettivo del Viminale è portar via tutti gli immigrati da Rosarno entro domenica, per poi dare il via allo smantellamento dei capannoni dove hanno vissuto per anni gli stranieri in condizioni degradate.” (“Rosarno, la fuga degli extracomunitari Nuovi agguati: un uomo ferito a fucilate”, IlGiornale.it 9 gennaio 2010)

Lo stesso Giornale si lascia scappare in un altro articolo ("Calabria: sopravvive coi soldi del Nord ma importa mano d’opera") il nocciolo del problema, e cioè che quelle braccia servono al nord:

È singolare che una regione che la statistica descrive come miserevole possa permettersi di importare mano d’opera come le società opulente.

Vedrete che presto vi saranno problemi anche in Puglia.

Anche la scelta dei tempi la dice lunga, visto che la rimozione della principale forza lavoro a ridosso della campagna di raccolta delle arance provocherà danni notevoli ad una economia debole come quella calabra. Danni che vogliono dire ulteriore destabilizzazione all'interno dei processi che stanno spostando l'asse del potere nelle regioni meridionali in direzione “siciliana”.

A questo aggiungiamo la solita strana coincidenza: mentre a Rosarno i cittadini calabresi venivano assaliti da un'orda di disperati sobillati dalle veline padane, Raffaele Lombardo si apprestava ad un importante incontro con il presidente della Regione Campania Bassolino, al termine del quale i due rilasciavano una intervista congiunta nella quale si parla di un non meglio precisabile “Regno del Sud” con due capitali, Napoli e Palermo:



Dichiarazioni e movimenti, quelli del Presidente della Regione Siciliana, che dopo aver spaccato in due PDL e PD, rischiano di spaccare in due, oltre all'Italia, anche il Vaticano.

L'Osservatore Romano ieri ha portato gli italiani del nord a livello di quelli del sud:

Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato. (...) Non abbiamo mai brillato per apertura, noi italiani dal Nord in giù. ” (“Tammurriata nera”, 11-12 gennaio 2010)

Usando poi due esempi: il primo parla di intolleranza ed è tratto da una novella pirandelliana (Zafferanetta) ambientata però a Roma. Il secondo invece racconta di comprensione nei confronti del diverso. Ma in questo caso l'ambientazione è napoletana.

La CEI non poteva certo starsene zitta e così Monsignor Schettino a creduto di dover correggere leggermente l'organo del Soglio (Rosarno, l'Egitto protesta con l'Italia Bossi: "Da loro i cristiani li fanno fuori", IlGiornale.it, 12 gennaio 2010):

Fermo restando l’ossequio per l’Osservatore Romano, nella mia esperienza razzismo non ne ho trovato troppo, piuttosto alcune forme di xenofobia

Monsignor Schettino è il Vescovo di Capua. Forse per lui il “Regno del Sud” di capitali ne dovrebbe avere una sola.

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