Approfondimenti - Il Consiglio News Feed

lunedì, dicembre 29, 2008

Vino dell'Etna

“Sette mesi dopo il drammatico spareggio scudetto-salvezza...” così cominciava una delle sintesi offerte agli ignari sportivi italiani dopo la giornata calcistica dello scorso 21 dicembre.

In quei minuti finali del campionato dello scorso anno l'abbiamo visto un po' tutti come i giocatori della Roma abbiano lasciato pareggiare il Catania permettendogli di rimanere per il terzo anno consecutivo in serie A. Pace fatta tra le due squadre dopo quel famoso 7-0 e le relative polemiche poste a coda dell'incontro... “sportivo”?

Il problema è che quello tra Roma e Catania è un incontro non solamente sportivo. Come tanti altri incontri di questa serie A italiana.

Il presidente Pulvirenti quest'anno ha dato una decisa svolta all'organizzazione della squadra etnea. A partire da Zenga, il cui ingaggio rappresenta una vera rivoluzione strategica che trasforma una squadra fatta da nomi semisconosciuti e destinata di proposito a mantenere un basso profilo (ed a salvarsi all'ultima giornata) in una compagine alla quale, grazie al prestigio dell'ex campione, nessuno potrà (e vorrà) mai negare spazio nella cronaca sportiva. Una mossa del genere richiede spalle ben coperte, tanto da potersi permettere di suscitare invidie e gelosie nei propri (potenti) nemici.

E che quest'anno le spalle le abbia coperte benissimo Pulvirenti lo dimostra subito, alla seconda di campionato. Quando la querelle tra il dirigente etneo Lo Monaco e l'allenatore dell'Inter Mourinho si conclude con le secche parole di Pulvirenti che osa l'impensabile: zittisce (e ridicolizza...) pubblicamente Massimo Moratti, la persona più potente del calcio italiano ed una tra le più potenti d'Italia in senso assoluto:

“Il massimo dirigente nerazzurro (...) addirittura (usa) dei termini per i quali diventa opportuno l’intervento degli Organi inquirenti della Federazione Italiana Gioco Calcio, dai quali mi aspetto dunque analogo procedimento e medesima tempistica rispetto a quello appena posto in essere nei confronti del nostro amministratore delegato ”

Scaramucce tra colleghi? Non solo. Poco tempo dopo il Moratti (convinto sostenitore delle iniziative di quel fannullone di Sgarbi a Salemi) subiva un pesante attacco verbale dalla Sicilia anche in ambito politico, da parte di Raffaele Lombardo, che in verità si rivolge al sindaco di Milano ma fa sempre riferimento ad una certa squadra di calcio:

«Si consente di parlare ad una signora che porta il cognome di una famiglia che utilizzando la Cassa per il Mezzogiorno comprò una raffineria in Texas per poi trapiantarla a Siracusa guadagnando miliardi», ha detto Lombardo parlando dal palco della festa del suo Movimento per l' Autonomia che si è chiusa ieri. Il duro attacco al primo cittadino di Milano è stato accolto da un lungo applauso della platea e il governatore siciliano ha rincarato la dose: «Anche questa operazione (della raffineria ndr) - ha incalzato - ha permesso alla famiglia di comprare una squadra di calcio e di insultare i catanesi. Adesso stia zitta e la smetta»

Esiste un collegamento tra Lombardo e Pulvirenti? I due non si sono mai traditi, senonché in una intervista pubblicata su La Sicilia del 27 dicembre ad una domanda sulla situazione degli aeroporti siciliani Lombardo risponde:

“Piuttosto che aspettare la manna dal cielo, cioè che Cai sia più o meno disposta ad assumere, e questo dipende dal mercato, dobbiamo attrezzarci per vedere di dotarci di una compagnia siciliana più forte. C'è WindJet [la compagnia aerea di Pulvirenti, ndr] che cresce, vediamo di fare in modo che possa rafforzarsi”

Non credo ci sia bisogno di essere più espliciti di così.

Torniamo ora ai capitolini. Per decifrare quello che è successo lo scorso 21 dicembre al Massimino tra Roma e Catania bisogna prima ripercorrere la storia recente della A.S. Roma.

Malgrado la vittoria in campionato del 2001, la società giallorossa non navigava certo in acque tranquille, piena di debiti com'era. Sensi dovette per questo cedere una fetta importante della A.S. Roma a Geronzi ed alla sua Capitalia:

Capitalia, per evitare la rivolta della CURVA SUD e per tutelare anche i suoi affari, converte i debiti e acquista il 49% dell'ITALPETROLI che controlla Roma 2000 che a sua volta detiene il 61% del club giallorosso.

Questa quota ceduta non saldava comunque il debito, che per la parte rimanente fu rateizzato fino al 2010.

Nel frattempo il clima politico, con la caduta di Fazio (Opus Dei) e la nomina di Draghi, uomo delle logge di Sua Maestà britannica, il clima per Geronzi e per la finanza “cattolica” si era fatto pesante. Geronzi a quel punto pensò bene di passare la mano ed arroccarsi in Mediobanca. Capitalia fu acquisita da Unicredit, un gruppo di dimensioni tali da poter fronteggiare i violenti assalti pagano-massonici.

I soldi ora i Sensi li devono ad Unicredit. E non è certo la stessa cosa infatti Unicredit Group non è più uno sponsor dell’As Roma. O, meglio, non lo è più Banca di Roma, che a sua volta è controllata da Unicredit Group. un conto è il rapporto tra sponsor e club e un altro quello tra creditore e debitore. Il primo non esiste più, il secondo è vivo e vegeto. Profumo, l'AD di Unicredit, ha altri obiettivi.

Anche a Palermo nel frattempo cambia qualcosa, e grazie anche all'appoggio di Berlusconi viene eletto presidente Raffaele Lombardo, che subito minaccia la vendita delle azioni in Unicredit detenute dalla Regione, malgrado quella già da tempo sponsorizzi eventi sull'indipendentismo siciliano. Nel nuovo clima politico mediterraneo, la perdita dell'azionista siciliano per Profumo significherebbe la fine. Questa considerazione (immaginiamo...) deve aver suggerito quei miti consigli che hanno portato Lombardo addirittura ad aumentare quella quota.

Ricapitolando, Lombardo ed Unicredit sono alleati e Lombardo tiene ora il coltello un po' più dalla parte del manico. Lombardo è legato al presidente del Catania Calcio, Antonino Pulvirenti. Non ci vuole molto ad immaginare la presenza del terzo lato del triangolo, quello che collega l'imprenditore di Belpasso con Unicredit.

Riprendendo il discorso sulla rateizzazione del debito dei Sensi, “entro il 31 [dicembre 2008, ndr], Compagnia Italpetroli dovrà restituire 130 milioni di euro a Unicredit Group. Come previsto nell’accordo siglato il 18 luglio per il riscadenzamento del debito che prevede, appunto, più tranche di rientro. Semplici rate dalle cifre importanti, che dovrebbero portare Compagnia Italpetroli ad estinguere il debito entro il 31 dicembre 2010.” guarda caso pochi giorni dopo l'incontro al Massimino.

Non pare che la Roma sia in grado di versare alcunchè, ragion per cui sta probabilmente cercando di rinegoziare il tutto sulla base dei ricavi dell'avventura in Champions League, sia di quella attuale che della prossima.

Cosa succede se il debito non viene pagato? Si passerebbe alla vendita forzata delle azioni ancora di proprietà dei Sensi.

Qualunque sia l'obiettivo di Unicredit (ad esempio acquisire il 100% di ItalPetroli), una sconfitta a Catania potrebbe fare comodo: in un sol colpo, Champions più lontana e crollo delle azioni in borsa (una eventuale vendita delle azioni non permetterebbe alla Sensi di ripianare il debito). Ora nelle trattative per la rinegoziazione una delle due parti ha una posizione molto più forte e può imporre determinate condizioni.

A Roma parlano di “forti intimidazioni” ogni volta che si gioca a Catania, lamentandosi anche della presenza di persone non autorizzate in campo. Direi che non si riferiscono allo stadio massimino o ai tifosi della curva, ma a degli Ultras molto particolari, in giacca e cravatta.

Dal 7-0, al pareggio dello scorso campionato, sino alla recentissima sconfitta, attraverso i servizi della Domenica Sportiva abbiamo visto cambiare gli equilibri del potere in Italia. Non si vuole certo suggerire che la vittoria del Catania fosse stata decisa a tavolino, ma che, come dice il saggio “U vinu si fa macari ca racina” (Trad. Italiano: “Il vino si fa anche con l'uva”): la partita te la devi giocare. Ma a Totti e compagni sono saltati i nervi.

PS: In tutto questo chi ci sorprende sempre di più è il solito Parlagreco, che riferendo di alcune minacce di stampo para-mafioso rivolte a Pulvirenti, titola con una frase apparentemente pronunciata da Matarrese: "Dobbiamo riportare serenità sull'Etna". Che significa? Non avrebbe dovuto dire “alle pendici dell'Etna”? Che sta succedendo sull'Etna? In effetti abbiamo notato come da qualche tempo certe notizie su incidenti avvenuti sul vulcano abbiano avuto largo spazio sui siti dei maggiori quotidiani nazionali. Particolare risalto ad esempio ha avuto la morte di un turista tedesco, notizia che le agenzie hanno diffuso con uno strano particolare: aveva visitato 13 Paesi del mondo in tre continenti. Senza contare che il turista avrebbe mandato un sms di soccorso con la scritta “Help Thomas” ad un amico (perchè non chiamare?) e che secondo alcune agenzie sarebbe morto sul colpo (quindi non avrebbe potuto mandare quello strano messaggio mentre era in fin di vita).
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venerdì, dicembre 26, 2008

Eresia di Natale

Premessa:

Ci fu un giorno in cui il Cristo bestemmiò. Non ne poté più di vedere il suo messaggio travisato e bestemmiò. Questo accadde in una di quelle giornate calde di un sole improvviso in un inverno (non a caso) siciliano. Il Cristo parlò e disse al contadino che per l'ennesima volta si lamentava delle prepotenze del padrone:

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti!
pigghia lu bastuni e tira fora li denti!


(Canto tradizionale siciliano riadattato da D. Modugno)


La notte tra il 24 ed il 25 dicembre inizia per i Siciliani (e per tutti i Cristiani) quella tragica rappresentazione che si concluderà con i tradizionali riti pasquali della passione, morte e resurrezione di Cristo.

Tra Natale e Pasqua ogni Cristiano rivivrà quella tragedia partecipandovi intensamente per poi renderla nuovamente attuale conformando la propria vita a quell'esempio.

La vita del Cristiano è dunque tragica: al singolo cristiano è chiesto il sacrificio massimo affinchè la collettività possa continuare a vincere l'interminabile lotta contro le forze “lucifere” delle tenebre. Partecipando ai “misteri” di Cristo il seguace catarticamente esorcizza quella tragicità che nella pratica significa accettazione della propria funzione sociale e determinazione a compiere il proprio destino sino in fondo.

Quella del Cristo è tragedia nel senso “greco” del termine. La tragedia greca aveva per il cittadino della polis la stessa funzione esorcizzante. In essa l'uomo greco (e poi ellenico) vedeva rappresentata la tragedia della propria esistenza, della separazione dal divino, del proprio non essere divino. La tragedia greca è il dolore che il giovane sente durante il passaggio verso l'età adulta, la linea d'ombra conradiana del genere umano (ellenico) che vede allontanarsi l'innocenza dell'infanzia rimasta su quel Monte Olimpo che ogni tanto si volge a guardare con nostalgia apprestandosi ad uscire dal paradiso terrestre.

Ma come ha potuto la tragedia “greca” evolversi in tragedia “cristiana”?

Il periodo della nascita di Cristo più che un epoca di fermenti, è un epoca di forte crisi per il mondo ellenico, che aveva già una volta sconfitto le tenebre a Salamina, ma che ora sembrava soccombere allo strapotere del Cesare-Dio (cioè lucifero, portatore di luce propria) romano.

La caduta di Siracusa nel 212 a.c. aveva segnato l'inizio di un declino che al momento della nascita del “salvatore” sembrava inarrestabile. L'impero romano stava per ricacciare l'uomo definitivamente nelle tenebre, stava per distruggere la ragione e la libertà che i popoli del Mediterraneo avevano trovato grazie all'ellenismo ed alla dignità che esso offriva al singolo.

Era giunto il momento di raccogliere le forze e tentare un ultimo disperato assalto. Era giunto il momento per il Dio di farsi uomo e mostrare la strada per ricacciare lucifero, l'uomo-Dio pagano, negli inferi.

E' stata mai tentata dai pensatori cristiani una analisi politica del Cristo? Egli (il Cristo) dimostrò con la sua stessa esistenza una strategia, una tattica per vincere quella che sembrava una lotta impari. Ed i discepoli, dopo la sua morte, non fecero altro che tramare e cospirare contro l'ordine costituito (l'impero romano) mettendo in pratica la strategia “rivelata” dal Cristo.

Insorgere in armi contro colui che si crede Dio sarebbe inutile, saremmo schiacciati immediatamente. Invece, se la forza del nostro nemico risiede proprio nel suo credersi Dio, per batterlo bisogna far crollare quella sua convinzione. Bisogna rimanere fermi di fronte ai suoi ordini. Bisogna porgere l'altra guancia, il nostro bastone invincibile. Rimanere impassibili di fronte alle sue frustate. Questo lo farà vacillare, lo farà dubitare della sua natura divina e lo renderà debole.

Questo fece il Cristo durante la passione, questo fecero i suoi discepoli dopo di lui, questo ha fatto Falcone nel 1992, questo è quello che tutti noi Siciliani siamo chiamati a fare. Proprio noi Siciliani, prima degli altri. Ed i discepoli di Cristo sapevano che era a noi che dovevano rivolgersi. Per questo Paolo nel 60 d.c. al momento di lanciare l'attacco al cuore dell'impero arrivò a Siracusa.

Siracusa fu la prima diocesi della cristianità fuori dal Medio Oriente, la seconda in assoluto ad essere fondata. I Siciliani erano stati tra gli ellenici coloro che con più forza si erano ribellati alle tenebre romane facendo tremare l'Urbe con quelle che per motivi di propaganda erano state poi chiamate “rivolte di schiavi”[*]. Rivolte fallite perchè non puoi sconfiggere con la violenza il più violento di tutti. Ora Paolo arrivava a spiegare ai Siciliani le nuove strategie rivelate dal Cristo.

Era il momento per gli ellenici di tirare fuori i denti. Di diventare adulti e di abbandonare per sempre gli antichi dei sul Monte Olimpo. L'ellenismo stava sbocciando nel cristianesimo, la tragedia greca nella tragedia cristiana. Nel 253 d.c. il velo di S. Agata fermò le forze degli inferi alle porte di Catania: la Sicilia era libera.

[*] Le cosiddette guerre servili si svolsero tutte in Sicilia: la prima dal 135 al 132 a.c. (quella capeggiata da Euno). La seconda dal 104 al 103 a.c., la terza dal 73 al 71 a.c., capeggiata da Spartaco. I professionisti del falso storico indicano quest'ultima come avvenuta in Italia. In realtà Spartaco, nato in Tracia, per mettere a punto il suo piano di rivolta si recò in Sicilia ben sapendo, come più tardi S. Paolo, che i Siciliani erano in continua ribellione contro il potere romano.



Il messaggio del Cristo non era di remissione ma di aperta ribellione. Buon Natale a tutti.

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martedì, dicembre 16, 2008

Rifondazione camorrista

Nota 18/12/08: A volte Parlagreco non ci convince. Altre volte ci stupisce con un coraggio raro di questi tempi. Ci vuole infatti coraggio a dare ragione a Il Consiglio:

Come è successo che il personaggio chiave di tutta l’operazione, quello che aveva spifferato tutto, a quanto pare senza sapere di stare facendolo, alcune ore dopo il suo ingresso in carcere ha posto fine ai suoi giorni? Suicidio, riferiscono gli inquirenti. Suicidio, ripetono le cronache dei giornali e i servizi radiotelevisivi.

(...)

Possibile, ma anche in questo caso, che minchia di boss era questo qui?


Addirittura nell'articolo riferisce qualche "confidenza" piuttosto particolare:

Si tolse la cintura dei pantaloni, la sistemò attorno al collo con cura e la agganciò alla grata dello spioncino della porta. Siccome riferisco notizie di terza mano, non aggiungo altro.

Perché questo particolare? Facile: perché da quando in qua lo spioncino della porta é cosí in alto da potercisi impiccare? Sembra si tratti di una di quelle famose impiccagioni in ginocchio di massonica memoria...

Non per essere banali, ma lo avevamo detto ben due giorni fa.


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Nota 17/12/08: Avete visto che fa fare non dare ascolto ai consigli dei superiori? Si finisce che poi le ciambelle riescono senza buco e dovete metterci le pezze ammazzando in fretta e furia qualcuno (il cosiddetto "superboss") senza avere il tempo di preparare il campo al "suicidio" con depressioni, isolamenti, paure. Fino a quando la City tirava le fila dell'operazione mafia, tutto andava liscio. Ma ora che se ne solo lavati le mani, dopo l'arresto dei Lo Piccolo, non c'é verso di combinare niente. Questo vuol dire la frase dell'Economist "non ha piú la forza di un tempo": oramai il gioco é stato scoperto e noi ci ritiriamo. Gaetano Lo Presti, il mafioso "suicida" senza alcun motivo era forse il collegamento con le logge italiane? (Lo Presti é dato giá per capomafia. Direi che non lo era ancora. Lo sarebbe diventato se il piano avesse funzionato.)

Oggi ci siamo svegliati con una bella notizia sui nostri schermi diffusa a reti unificate da tutti i media di regime. Quella di un blitz antimafia (al solito, contemporaneamente ad uno spoglio elettorale) come non se ne vedevano da anni.

Ecco come (sotto) titolava intorno alle 7 di mattina il sito de Il Corriere:

Operazione in corso tra la Sicilia e la Toscana. L'accusa: si voleva ricostituire la «cupola» di Cosa Nostra.

Invece La Repubblica:

Mafia, maxi blitz in Sicilia. 99 fermi fra capi, reggenti e gregari

A parte l'improbabile conteggio, qualcos'altro era cambiato. Avevano fatto sparire la Toscana, sia nel titolo che nell'articolo collegato! E La Repubblica non era la sola. Stessa “manipolazione” aveva usato Il Giornale. Mentre ricompariva su Il Messaggero.

La Stampa merita un premio. Sulla pagina principale del sito la Toscana stava ferma al suo posto, ma la si faceva scomparire nell'articolo collegato.

Poi, qualche ora dopo, ecco ricomparire la Toscana su tutti i siti, dal Giornale, a Repubblica, sino alla Stampa.

E' inutile stare a rimuginare su chi o che cosa c'era in Toscana, se uno dei mafiosi siciliani nascosto o uno dei tanti “fratelli” che, senza distinzioni di latitudine, fiancheggiavano premurosi questa "rifondazione". Non ci interessa minimamente neanche sapere perchè qualcuno abbia “epurato” la patria di Dante da quei siti di primo mattino.

Tanto la mafia non torna più. E di nuovo, non sono io a dirlo. Lo dicono tutti i giornali italiani:

Un progetto criminale che ha come obiettivo quello di "rifondare Cosa nostra".

Questa frase giace identica in tutti gli articoli citati. Certo qualcuno ha tentato di camuffarla, sparando nel titolo un “ricostituire la «cupola» di Cosa Nostra”. Ma no, non si tratta solo della cupola. Questi mafiosi allo sbando (o meglio “camorristi”, come si indicava la malavita organizzata in Sicilia prima che intorno al 1865 qualcuno tirò fuori dal cappello la mafia...) erano costretti a ripartire dalla base, se l'italiano non è un'opinione.

Il fatto che il procuratore nazionale antimafia dica in proposito «La mente - aggiunge Grasso - allarmisticamente corre alle ultime stragi del 1992» è estremamente significativo. Soprattutto se teniamo in considerazione che le stragi del 1992 non furono stragi di mafia, ma stragi politiche. E Grasso lo sa.

Da Siciliano, dó un consiglio spassionato alle sgangherate logge padane: lasciate perdere, non avete speranze di riuscita. Ma com'è che non vi siete ancora accorti? I pantaloni a zampa d'elefante in Sicilia sono passati di moda definitivamente.

I veri “manovratori” hanno capito che era tempo di chiudere l'operazione mafia perchè si sono resi conto che il trucco una volta svelato non poteva più riuscire. L'edizione dell'Economist del 11 ottobre 2007, all'apice della serrata campagna di richiesta dell'esercito da parte del centrosinistra siciliano, dichiarava senza mezzi termini che “in Sicilia comanda la mafia”.

Subito dopo l'arresto dei Lo Piccolo il contrordine compagni è stato diramato nell'edizione del 10 novembre: “La mafia non è più quella forza che era una volta”.

Che giravolta in appena un mese! Basta con queste figuracce da due lire. E da allora infatti silenzio assoluto sulla mafia.

Quei “manovratori” stanno da tempo tramando altro. Una rivolta degli studenti tipo Atene, ad esempio. O chissà cos'altro. Ma l'operazione mafia è (quasi) chiusa per sempre.
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domenica, dicembre 14, 2008

Briscola a mazze

Nota 17/12/08: Una volta capito il meccanismo, è facilissimo coglierne i movimenti. Il signor Blondet ha cancellato l'articolo su Pompei e Catania dalla sezione "aggratis" del suo giornale online. Potrebbe essere un semplice ripensamento editoriale (ma dovuto a cosa?). Il sospetto che avesse voluto segnalare qualcosa a qualcuno ne esce rinforzato. Vedremo se il "pezzo" ricomparirà.

Persino Blondet si è dovuto sbilanciare. Che mentre svia l'attenzione degli italiani (del nord...) sui dettagliuzzi degli attentati in India, non riesce a dedicare mezza parola a quello che succede a Palermo facendo finta di non capire. Ed invece ora ecco in arrivo aggratis (bontà sua...) la riproposizione di un bel “Pompei e Catania”. Come dire “Napoli e Palermo”. Sicilia e Campania d'accordo. Che i rispettivi vulcani li seppelliscano! 'Quando sovviemmi di cotanta speme', come disse una volta il poeta. E come ripeterà un bel dì il nostro tornando a dolersi di sua sventura.

Dunque non mi si vorrà se per un attimo si scoprono qui gli altarini sulla famigerata riunione di Palermo, che ha causato lo sbilanciamento di cui sopra. Siamo qui proprio per questo... Mentre i media di regime (EffediEffe compreso, che credete?) fanno di tutto, tra i nubifragi, gli assassini e le minchiate di Napolitano per sottrarre la cosa pubblica all'occhio del popolo, noi “bloggers” gliela riportiamo. Con gli interessi. Almeno sino a quando ce lo permetteranno.

L'incontro alla corte di Lombardo ha un preciso obiettivo a breve termine: le elezione europee, che lo stratega calatino ha sapientemente usato come catalizzatore per attrarre i signorotti dei feudi degli ex Regni di Sicilia.

Durante questa riunione il neo-pitagorico presidente siciliano ha delineato il suo nuovo teorema, quello delle geometrie variabili. Ha cioè dato il via ad un riallineamento delle posizioni non più secondo la finta dicotomia destra-sinistra, o peggio ancora su un asse nord-sud macchiato di becero provincialismo, ma secondo una ben più realistica trincea oriente-occidente, con un Cavaliere schiacciato nel mezzo.

Troppo difficile? Vediamo di semplificare.

Soru e Bassolino, due dei partecipanti alla riunione, sulla carta sono di centrosinistra. Ecco che Lombardo strizza l'occhio dall'altra parte, ha suggerito qualcuno. Alla Bossi, diciamo.

Ma allora perchè al ritorno a casa i due invece di essere accolti a braccia aperte sono stati bastonati dal fuoco amico? Perchè i vertici del PD vogliono disfarsi di Bassolino e Soru precipitosamente, prima delle elezioni? I due non si stavano tirando dietro l'MPA? Ed a Palermo Lombardo non sta governando con l'aiuto di una fetta dell'opposizione? Da sinistra dovremmo intravedere segnali di gioia, non di rabbia.

Invece l'MPA trova amici e nemici indifferentemente a destra ed a sinistra. Un trasversalismo che ha poco a che fare con i classici schemi politici nazionali. Se si trattasse solo di un salto di fosso, perchè mai Miccichè dovrebbe sostenere il leader del partito autonomista?

Perchè la riunione di Palermo sta evidenziando la vera essenza di questo scontro, i veri partiti trasversali della politica italiana odierna. Quello filo-occidentale e quello Siciliano (nel senso di Regno di Sicilia, al di qua ed al di là del faro) levantino, che sta rimpiazzando nell'arena l'armata Brancaleone del pecoraio piduista. Pecoraio che ora si trova in mezzo, schiacciato a tenaglia dal non potere fare a meno di Lombardo e dalla mancanza di appoggio ad occidente, dove non vedono l'ora di fargli la pelle.

Berlusconi se da un lato facilita l'aggregazione meridionale, dall'altro apre le porte del suo gregge a Casini (che in soldoni significa Cuffaro) costringendo don Raffaele de La Mancia a lottare letteralmente contro i mulini a vento.

E basta con le accuse di inquinamento rivolte e Cuffaro: i feroci attacchi che costui ha di recente riservato all'ex-alleato sono pienamente eco-compatibili e traggono l'energia da quelle pale che il nuovo piano energetico regionale (finalmente) abbatterà, pur avendo in Sicilia una delle principali aziende europee del settore:

Palermo, 2 dic - E' del gruppo siciliano Moncada Energy di Agrigento il piu' significativo dei quattro progetti italiani oggetto dell'accordo italo-albanese firmato oggi a Tirana alla presenza del Premier italiano Silvio Berlusconi e del Primo ministro albanese Sali Berisha. (...) La costruzione della piu' grande centrale di energia eolica mai progettata in Europa, per 500 Mw

Notata la sede dell'azienda? Ecco come Il pecoraio ha domato Totò questa volta, prima il bastone e poi la carota [*]. E Totò, una volta incassato il dovuto, si è seduto al tavolo dei congiurati prendendo parte con il manganello in mano alla contro-riunione di Roma:

Un vertice romano la notte scorsa, pare a casa di Cuffaro, incontro cui ha partecipato lo stato maggiore di Udc, An e FI, testimonia quello che potrebbe essere il decisivo strappo nella maggioranza di centrodestra. C’erano tutti, tranne l’Mpa di Lombardo.

Come osserva il blog A Rarika, non si vuole certo eliminare Lombardo, di cui Arcore ha bisogno per completare il sogno piduista (e per salvarsi la pelle...). Si punta “semplicemente” a condizionare Palazzo d'Orleans riconducendolo nell'alveo romano PRIMA delle elezioni.

Se le danno di santa ragione. Il carico calato da Soru e Bassolino è stato neutralizzato dalle briscole di Veltroni e del Cavaliere. Vedremo se Lombardo ha in mano l'asso di bastoni.

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[*] Questa volta la carota. Ma l'altra volta, quel'era il bastone?
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venerdì, dicembre 12, 2008

Figli di (terza parte)

Dopo aver perlustrato la superficie nella prima parte, ci siamo immersi. Ora scenderemo nell'abisso.

Nella seconda parte del post abbiamo visto come la presunta diffusione di un patrimonio genetico di derivazione direttamente fenicia nei Siciliani e negli altri popoli mediterranei sia con tutta probabilità una pura fantasia.

Ma non permetteremo a tale “svista” di passare come un semplice peccato di presunzione accademica o un madornale errore di valutazione dello stesso National Geographic Magazine (non nuovo per altro a fatti del genere, basti ricordare la truffa dell'anello di congiunzione tra rettili ed uccelli [*}).

In ballo c'è sin troppo. Oltre alla sponsorizzazione dello stesso NGM e della IBM, qui si rischia di screditare l'intero progetto di mappatura genetica, progetto già discutibile di suo. La stessa genetica potrebbe subire un colpo mortale a causa di queste sconsiderate e frettolose conclusioni.

Dobbiamo quindi chiederci il motivo per cui un tale castello di sabbia sia stato messo in piedi e cosa vi sia nascosto nelle sue segrete.

Una prima importante traccia ci arriva ancora dallo stesso (pseudo) scientifico articolo. L'autore crede di poter confutare l'origine greca di determinati “marker” genetici (specificatamente i cromosomi R1b) assegnandoli implicitamente all'espansione dei Celti o addirittura alle crociate. Ecco come si esprime a questo proposito il blog di antropologia Dienekes:

Sicuramente una parte del Rib presente nella regione potrebbe essere dovuto agli europei d'occidente, ma assegnarlo interamente a questo fattore non ha senso. Apparentemente i geni del progetto genografico hanno deciso che la breve scorrazzata dei Celti in Grecia abbia introdotto un enorme quantità di R1b, ma al contrario mille anni di dominio greco-romano sul levante non hanno portato a niente di simile.

Sembra che il discorso fatto per i Fenici si stia ripetendo anche nel caso dei Celti: si deve a tutti i costi dimostrare che questi abbiano disseminato il loro DNA nel modo più esteso possibile. Si vogliono cioè riportare in vita i Celti dalle nebbie della storia dell'Europa ed allo stesso tempo comprimere nel più angusto spazio possibile l'ellenismo.

Ed anche qui il nostro NGM non ha lesinato sforzi negli ultimi anni, con più di un articolo dedicato all'argomento. In particolare è interessante rileggere alla luce di quanto detto a proposito dei fenici quello che è stato scritto a riguardo delle popolazioni e della cultura celtica nel marzo del 2006 dal National Geographic Magazine.

Ai Celti viene assegnata la stessa onnipresenza assegnata dalla fanta-genetica ai Fenici:

Molti di noi non sono al corrente del fatto che i Celti una volta dominavano l'Europa nella sua larghezza dal Mar Nero all'Atlantico, e per lungo tempo.

Il termine “dominazione” è perlomeno azzardato, visto che, come ammesso nel corso dello articolo, essi non costituivano una entità politica.

I Celti e tutto ciò che vi è di celtico all'improvviso sembrano onnipresenti. [I Celti] stanno attirando l'attenzione come una delle seducenti identità del nuovo secolo: liberi di spirito, ribelli, poetici, con il culto della natura, magici, auto-sufficienti. (...) La gente sta abbracciando [la spiritualità celtica] per la sua aurea di ricerca del divino nella natura e perchè considera le donne come spiritualmente uguali all'uomo.

Tutte caratteristiche che vengono assegnate ai Celti senza alcun fondamento, se non nel caso della venerazione della natura tipica delle civiltà pagane pre-elleniche (e di certi movimenti cosiddetti verdi...).

Fino alla programmatica frase finale riecheggiante nuovamente l'immagine degli spiriti ancora presenti tra di noi:

Il passato danzava nel presente, e tutti con un cenno rivolto a San Guenole, potevano sentirsi grati che in questo giorno il mondo non veniva sentito come strano o ostile. Veniva sentito come celtico.

Insomma, la rinascita dei Celti in Europa dobbiamo salutarla per forza con entusiasmo. Come quella dei Fenici nel Mediterraneo.



Con tutti i riti orgiastici annessi, come evidenziato dalla foto tratta dal magazine. Foto che casuale non è. I riti orgiastici pagani sono stati infatti inoculati nella popolazione europea gradatamente, nascosti nella liberalizzazione dei costumi iniziata nel 1968. E le nuove sacerdotesse non sono altro che le dive dell'industria pornografica che oggi occupano posti di rilievo sui siti delle testate giornalistiche più diffuse nel nostro paese.

Il ritorno del paganesimo e dei suoi riti. Ecco una via lungo la quale andare a rovistare per risolvere quello che è oramai a tutti gli effetti un vero intrigo internazionale.

Concentrandoci sui riti orgiastici mettiamo però in un vicolo cieco la nostra ricerca, dato che questi erano praticati anche dai greci.

L'espulsione dei Greci da questo supposto olimpo di popoli pagani eletti a nostri progenitori trae origine da qualche altra parte. E qualcun altro deve essere il denominatore comune esistente tra Celti e Fenici.

Quella dei Celti e quella dei Fenici non sono le uniche due civiltà pagane per le quali negli anni la rivista non si è risparmiata nel tentativo di diffondere curiosità ed interesse tra i lettori. Un altro tasto su cui ha battuto con notevole insistenza è stato quello delle civiltà “classiche” del centro-America. I Maya su tutte, ma anche Aztechi e Inca.

In questo caso si tratta per la verità di una discendenza per acclamazione più che per inciucio genetico, visto che la stragrande maggioranza degli americani moderni sono di origine europea.

Ed anche qui ritroviamo progetti per studiare la civiltà Maya, numeri speciali dedicati a questa splendida civiltà (immagine a lato), ed i soliti articoli di rievocazione, speculari a quello dedicato ai Celti discusso prima, in cui gli autori si immergono nei riti pagani rimanendo (ovviamente...) entusiasti dell'esperienza:

Senza la caverna, il percorso attraverso la foresta, ed i giorni passati tra i Maya, questa sarebbe stata una rivelazione che non avremmo mai potuto ricevere.

Un quadro più vasto di accerchiamento dell'occidente, un tentativo di riscrittura del substrato culturale dei popoli occidentali attentamente progettato e delicatamente attuato, se non fosse per il passo falso compiuto con i fenici.

Rimane ora da trovare quel comune denominatore di cui parlavamo prima. Cosa potrebbe mai legare assieme Celti, Fenici, Maya?

E di converso, che cosa la civiltà greca (ma neanche quella egizia) NON ha in comune con esse?

Quando hai scartato tutte le spiegazioni possibili non ne rimane una. Quella impossibile. Quella a cui rifiuteremmo volentieri di credere.

L'unica cosa che Celti, Fenici e Maya avevano in comune SONO i sacrifici umani, oggi sottilmente inoculati nuovamente tra di noi con l'etichetta di “omicidi rituali”, scomparsi con l'ellenismo e poi reintrodotti dai romani con i giochi dei gladiatori e le esecuzioni rituali.

Sacrifici di infanti per i fenici, di giovani fanciulle per i Maya, di adulti deformi per i Celti.

Ecco come la BBC, il servizio televisivo di stato britannico, candidamente conclude un suo servizio sull'argomento dei sacrifici umani:

Che ci piaccia o no, il sacrificio umano è stato con noi per più di 5000 anni e, nella forma del suicidio altruistico [sic], è una delle tante caratteristiche che ci distingue dagli animali,

con il verbo "distinguere" sinistramente usato al presente ad indicare che in mezzo a quei 5000 dovremo includere anche l'anno che sta per iniziare. Che ci piaccia o no.

---------------------

[*] L'argomento è stato messo a tacere vergognosamente, tanto che anche allora in Italia se ne occuparono in dettaglio solo giornali e siti cattolici. Rovistando sul sito della National Geographic Society è ancora possibile trovare traccia dell'articolo originale.
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mercoledì, dicembre 10, 2008

Sicilia in lutto

Lutto nel mondo della musica siciliana:
è morta in un incidente Mara Eli, la voce delicata di "Made in Sicily"


Il mondo della musica siciliana è in lutto. La voce di Mara Eli si è spezzata. La cantante e violinista 34enne, originaria di Cefalù, ha perso la vita ieri in un incidente stradale avvenuto sulla statale 117 per Messina, nel tratto compreso tra Santo Stefano di Camastra e Mistretta.

Lo scontro frontale (la cui dinamica è ancora tutta da capire) è avvenuto intorno alle 14 ed è costato la vita alla giovane artista, ma anche a un imprenditore 46enne di Mistretta, Giuseppe Provenzale: entrambi dopo il tremendo impatto sono stati trasportati d’urgenza in ospedale e lì sono deceduti qualche ora dopo.

Maria Elisa Di Fatta – questo il suo nome all’anagrafe – lascia un figlio di tre anni. L’artista aveva iniziato a frequentare il mondo delle note a soli 6 anni, diplomandosi successivamente in violino al Conservatorio di Palermo. Voce lirica, ma anche apprezzata solista di musica antica, è stata applaudita nei più prestigiosi teatri italiani. Più recentemente, la sua versatilità l’aveva condotta sull’onda del jazz e la sua voce sottile e seducente era la protagonista di "Made in Sicily. The songs", il cd prodotto dal suo affezionatissimo manager Alfredo Lo Faro per promuovere la tradizione musicale siciliana in una chiave del tutto originale. Un’operazione di successo che ha toccato quasi le 100mila copie vendute. Nipote del grande maestro cefaludese Salvatore Cicero, proprio quest´estate Mara Eli era stata promossa come ambasciatrice della musica siciliana nel mondo. Stava anche lavorando a un brano da presentare al prossimo festival di Sanremo. Sconvolti dalla notizia della sua improvvisa scomparsa, i coordinatori provinciali del Comitato Telethon hanno deciso di annullare la serata alla quale Mara avrebbe dovuto partecipare in coppia con l’inseparabile collega chitarrista Francesco Buzzurro, ieri sera al teatro Metropolitan di Palermo.

La salma della giovane cantante, in attesa del giorno del funerale, è stata trasferita nella camera mortuaria dell´ospedale di Mistretta. Nel Guestbook del suo sito personale (maraeli.com)
[e significativamente non .it, come scritto nell'articolo originale, ndr] fioccano i commenti, le dichiarazioni di cordoglio da parte di artisti suoi colleghi e dei suoi fan. Nella homepage, dalla quale è possibile ascoltare qualche sua esibizione, troneggia ancora la dedica: “La sua voce ha un timbro così delicato e dolce che ti accarezza l’orecchio”.

Tratto da SiciliaInformazioni.com


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domenica, dicembre 07, 2008

Lo scoop dell'anno

Il Consiglio è venuto in possesso di un documento eccezionale e riservatissimo che definire scottante è poco. E' per amore della verità ed abnegazione che si è deciso di pubblicarlo, malgrado i rischi ai quali ci esponiamo.

Si tratta nientedimeno che delle istruzioni date dai “pirati” somali agli armatori della Sirius Star (la petroliera Saudita rapita lo scorso 15 novembre e della quale ci siamo già occupati) per il pagamento del riscatto ed il successivo rilascio della nave e dell'equipaggio in ostaggio.

Abbiamo pensato di riportare tradotti dall'inglese solo i punti salienti del documento, dopo aver corretto i tempi dei verbi che per qualche strano motivo i “pirati” avevano deciso di mettere al passato.

Il documento è titolato con la seguente frase: "Il riscatto la chiave per il ritorno della Sirous Star" ed è corredato della foto qui riportata (rappresentante l'eplosione di una nave), come unteriore segnale di minaccia rivolta agli armatori.

Ecco la traduzione:

Gli armatori della petroliera Sirius Star hanno di fronte mesi di negoziazioni per ottenerne il rilascio.

(...)

I pirati potrebbero abbassare il riscatto richiesto dai 38 milioni di dollari richiesti. Essi sono ancora a bordo della nave.

(...)

Gli armatori devono pagare il riscatto (...) non hanno altre possibilità. Le autorità somale non sono in grado di lanciare i soccorsi, d'altronde un membro di un equipaggio di Taiwan l'anno scorso fu ucciso quando gli armatori della nave si sono rifiutati di negoziare.

(...)

Ogni tentativo di prendere la nave con la forza metterà anche a rischio le vite dell'equipaggio.

(...)

Non c'è rischio di azioni legali contro le aziende che pagano i riscatti.

(...)

L'armatore dovrebbe dare incarico ad un comitato per la gestione della crisi che prenda consiglio da avvocati e da consiglieri specialisti nel rischio aziendale.

(...)

I negoziati dovrebbero (...) durare circa 3 mesi ed è fondamentale che gli armatori chiariscano che il riscatto pagato sia il massimo che si possono permettere. Anche gli intermediari verranno pagati con somme elevate.

(...)

Quello che pagherete alla fine non è solo un riscatto ma anche una tassa per il recapito, che andrà da 500.000 dollari ad un milione di dollari.

(...)

I negoziati sono spesso costellati da minacce di violenze contro l'equipaggio della nave.

(...)

Dovete organizzare la cosa in modo da trasportare il denaro in una nazione vicina, quindi portarlo dalla banca ad una nave, trasportarlo sulla nave e portare la nave nella zona delle operazioni.

(...)

Il pagamento dovrebbe essere fatto per mezzo di un velivolo, che dovrebbe volare sopra la nave per controllare la sicurezza dell'equipaggio prima di sganciare il denaro.

(...)

Il pagamento per via marina è più rischioso perchè anche quella nave potrebbe essere sequestrata.

(...)

[I pirati] distribuiranno un grosso blocco tra i presenti, che quindi andrà su diverse navi più piccole in ammontare diversi.


Ora, come ben sapete qui non siamo giornalisti di professione ed il mestiere lo conosciamo poco. Ed è per questo che ora faremo qualcosa che un vero giornalista non dovrebbe mai fare per non mettere nessuno in pericolo. Noi non riusciremo a tenere nascosta l'identità dei nostri informatori. Cliccate qui e scoprirete questa identità.
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venerdì, dicembre 05, 2008

Repetita juvant

Meno male che c'è chi ci avverte subito. Meno male che c'è l'Innominato con la versione online del suo giornale (LaSiciliaWeb.it) che immediatamente ci mette al corrente dei fatti più simpatici. Non voglio essere ironico. Leggete qui:

CATANIA
Pdci: per le strade con le camicie rosse "per contrasto con quelle verdi leghiste"


Catania - Fra pochi giorni a Catania cominceranno a circolare le camicie rosse: è un'iniziativa dei Comunisti italiani che in una nota la definiscono "speculare e contraria alle camicie verdi leghiste che si accaniscono contro i più deboli, ma volta anche a denunciare il potere borbonico di una classe politica siciliana che ha reso tutti sudditi". L'iniziativa sarà presentata venerdì prossimo nella sede del Pdci di Catania assieme alla raccolta di firme per cinque proposte di legge di iniziativa popolare avviata dal Pdci e che riguarda la scuola pubblica, la difesa del salario, la lotta alla precarietà, il conflitto di interessi e il diritto alla casa. Alla conferenza stampa prenderanno parte il responsabile nazionale Organizzazione dei Comunisti italiani, Orazio Licandro, il coordinatore nazionale della Fgci, Riccardo Messina, e il segretario provinciale, Salvatore La Rosa.


Qualcuno è oramai alla frutta. Affrettate pure le conclusioni questa volta. E' chiaro che questi sia lo stato italiano.

Cosa si sognano di ripetere i finti comunisti, epigoni di quel maestro della commedia all'italiana che è l'oramai spacciato presidente Napolitano, con quelle camice rosse che immaginano di fare scorrazzare libere per Catania in mezzo ai baci omosessuali dell'Arcigay?

Parlagreco non diceva forse di lasciarlo perdere al nizzardo: A patto che non tiri in ballo Giuseppe Garibaldi, il quale non c’entra niente con i guai suoi e della Sicilia d’oggi. Ma i Comunisti italiani non hanno intenzione di ascoltarlo. Piccole contraddizioni, segno di una crescente perdita di lucidità. Lo contraddicono platealmente lasciandosi andare a codeste disperate ridicolaggini ottocentesche.

Ridicolaggini risorgimentali volte a “denunciare il potere borbonico di una classe politica siciliana che ha reso tutti sudditi”.

La frase è lungimirante. Tenta in un sol colpo sia di rinfocolare la stizza ancora presente nei Siciliani per la decisione che a suo tempo i Borbone presero di cancellare uno dei Regni di Sicilia (il nostro...) sia di lanciare avvertimenti su quali potranno essere le “pericolose” conseguenze del clima politico sviluppatosi in Sicilia.

La recente riunione dei presidenti delle regioni del sud Italia a Palermo ha comportato una fuga in avanti dell'MPA che con la sua azione ora minaccia da vicino il potere romano e rende la posizione della Lega e dello stesso Berlusconi ancora più precaria.

Per capire come mai un tale “allungamento” fosse necessario bisogna aprire un attimo il campo visivo in senso Mediterraneo. Una Sicilia indipendente è possibile, ma la sua stabilità politica sarà sempre condizionata dalla necessità di stabilizzare a sua volta le aree ad essa vicine.

In altre parole una Sicilia indipendente con il nemico a tre chilometri di distanza oltre lo stretto avrebbe come conseguenza, nella migliore delle ipotesi, una “belfastizzazione” di Messina. Una Sicilia-Irlanda separata in Sicilia e Sicilia del Nord (cioè di proprietà del nord...) che creerebbe una situazione da cortina di ferro non facilmente risolvibile nel breve periodo.

La riunione di Palermo tenta di proiettare la situazione oltre una tale evenienza. Tenta cioè di portare la guerra fin sotto le mura di Roma, di creare quella zona cuscinetto di cui una Sicilia forte ha sempre avuto bisogno, da Dionigi che bloccava gli Etruschi ed i Celti a sud del Po', ai Siqilly (gli arabi di Sicilia) che con le loro scorrerie lambivano il Tevere, sino ai Normanni ed a Federico II che finalmente integrarono il sud dell'Italia nel Regno di Sicilia.

Una volta stabilizzata la situazione politica con la separazione dei due Regni di Sicilia, indipendenti l'uno dall'altro per quanto le due corone poggiassero spesso sulla stessa testa, la Sicilia sembrò aver trovato un suo equilibrio. Equilibrio che venne intaccato a seguito della rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche e che venne definitivamente compromesso dalla sconfitta russa nella guerra di Crimea.

In tutto questo l'enigmatica decisione dei Borbone di cancellare uno dei Regni di Sicilia, dovuta forse ad una mancanza di fiducia nei confronti dei Siciliani, più che causare direttamente il disastro al massimo lo accelerò riattivando una pericolosa faglia nascosta nel profondo dello stretto di Messina.

Quella a cui stiamo assistendo non è una rivoluzione ma una contro-rivoluzione che per avere pieno successo deve necessariamente ricreare le condizioni di stabilità scombussolate dal secolo dei lumi.

Le vie percorribili rimangono sempre le stesse, e con il bivio che si avvicina le vediamo sempre più chiaramente.

Per i pitagorici la i greca, la Y (cioè il bivio), rappresentava la divaricazione tra la via del vizio e quella della virtù, simbologia derivante dal mito di Ercole. Nel nostro caso, tra la via della macroregione e quella dello Statuto.

Tra il dissolvere definitivamente lo Statuto Siciliano in una macroregione (se nella forma progettata dalla Comunità Massonica Europea o in quella piduista del cavaliere poco conta), e la piena attuazione di quello Statuto e la successiva estensione di un suo omologo al Regno di Sicilia al di là del faro.

La ricostituzione delle due nazioni, indipendenti ma federate, è l'unica via percorribile per vedere risorgere e prosperare la nostra Patria in libertà. E quel bivio è la prova di forza che prima o poi si dovrà affrontare per l'applicazione integrale dello Statuto.

A quel punto potremo impacchettare per bene i (pseudo) comunisti italiani, farli imbarcare a Marsala e mandarli a ripetere il percorso di 150 anni fa. Al contrario però.
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martedì, dicembre 02, 2008

Le polpette avvelenate del commissario

Meno male che c'è chi ci avverte subito. Meno male che c'è Parlagreco con il suo giornale online SiciliaInformazioni.com che immediatamente ci mette al corrente dei fatti più gravi. Non voglio essere ironico. Leggete qui:

Il Commissario dello Stato per la Regione Siciliana ha impugnato dinanzi la Corte Costituzionale i primi due articoli del disegno di legge che prevede "la proroga delle autorizzazioni all'esercizio di cava e l'aggiornamento del piano regionale dei materiali lapidei di pregio" approvato dall'Assemblea Regionale Siciliana il 25 novembre 2008.
 
L'articolo 1, prevede la proroga di diritto per le cave che non hanno portato a termine il progetto di coltivazione autorizzato. "Tale proroga, con termini di durata variabile, comporta - sostiene il commissario - l'esclusione della procedura ordinaria di valutazione di impatto ambientale prevista dal Codice dell'Ambiente e si pone in contrasto con la direttiva dell'Unione Europea".
 
L'articolo 3, inoltre "è ritenuto in contrasto con l'art. 97 della Costituzione" perché, sostiene l'impugnativa: "Lo sconfinamento accidentale del progetto di coltivazione autorizzato non comporterebbe per il trasgressore, l'esclusione per dieci anni dalle possibilità di ottenere una nuova autorizzazione".
Qualcuno è oramai alla frutta. Ma non affrettate le conclusioni. Se questi sia lo stato italiano o la Regione Siciliana o ambedue non è poi chiaro.


Con questa impugnatura il commissario dello stato si è arrogato più poteri di Obama. Innanzitutto ha avallato a sé la funzione di regolatore dei rapporti tra la Regione Siciliana e la Comunità Massonica Europea. Ha infatti dichiarato illegale l'articolo 1 della legge non perchè in contrasto con le leggi costituzionali dello stato, ma perchè in contrasto con quelle (non costituzionali...) della UE. Una funzione questa che non gli spetta. Con questo precedente potrebbe benissimo impugnare articoli che non collimano con i dettami dell'ONU per esempio. Siamo in pieno surrealismo dunque.

Ma sull'articolo 3 non è da meno, in quanto le sue motivazioni violano apertamente, esplicitamente e propositivamente l'articolo 14 dello Statuto della Regione Siciliana, parte integrante della costituzione italiana:

ART.14
L' assemblea, nell' ambito della Regione e nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato, senza pregiudizio delle riforme agrarie e industriali deliberate dalla Costituente del popolo italiano, ha la legislazione esclusiva sulle seguenti materie:

h) miniere, cave, torbiere, saline;


L'articolo 14 recita esplicitamente “nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato”*. Quale articolo della costituzione avrebbe violato la legge? L'articolo 97. Eccolo qui:

I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione

Nell'ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari.

Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.


Il manesco commissario ha forse bisogno di una visita da uno specialista? L'unica cosa che possiamo pensare è che egli stia includendo nel primo capoverso, per estensione, tutta la normativa che riguardi i pubblici uffici! Se stiamo sbagliando interpretazione avvertiteci vi prego! Egli crede, con la sua impugnativa, di aver automaticamente annullato l'art. 14 (e tutto lo Statuto, perchè la stessa motivazione potrebbe essere valida per ogni altra legge regionale)

Cosa si dovrebbe fare ora dal punto di vista legale? Ecco come si esprime Massimo Costa sul suo eccellente commento allo Statuto Siciliano (pagina 9 de L'Isola n.11-08):

L'unico potere che [lo stato, ndr] ha è quello di modificare le leggi costituzionali (ma non nella parte che riguarda l'Autonomia Siciliana, come s'è visto) e di influire, per questa via, sull'ordinamento regionale siciliano. Sarà il Commissario dello Stato che dovrà far valere presso l'Alta Corte della Regione Siciliana l'eventuale violazione che una legge regionale, in materia di esclusiva potestà, avesse fatto del dettato costituzionale o di altre leggi costituzionali. In pratica il legislatore regionale, come il Parlamento statale, ha l'obbligo di rispettare la Parte I della Costituzione (quella che riguarda i diritti e i doveri dei cittadini italiani). PER IL RESTO È COMPLETAMENTE INDIPENDENTE!

Insomma siamo sempre lì... Alta Corte. Il commissario (o meglio, lo stato) ci sta sfidando ad applicare lo Statuto.

E se non ci muoviamo presto la stessa cosa potrà essere detta, ad esempio, delle leggi che riguardano i nostri beni culturali, che afferrate da quei rapaci pugni passeranno allo stato con lo stesso giochetto. Anzi a McDonald, visto che di recente Bondi ha nominato Mario Resca, ex numero 1 di McDonald in Italia, come direttore generale dei musei italiani.

In pratica quella motivazione porterebbe per estensione alla stessa abolizione del Parlamento Siciliano che sarebbe completamente svuotato delle sue funzioni. Come sperato da Parlagreco.

A Palazzo dei Normanni (o meglio, a Palazzo Reale) alla festa per l'anniversario dello Statuto l'anno prossimo ci serviranno cheeseburger. A pagamento però: questa volta niente spreco di risorse pubbliche.

* faccio anche notare che, come ci avverte Massimo Costa, il riferimento contenuto nell'articolo 14 dello Statuto alle riforme agrarie ed industriali da farsi alla Costituente è caducato perché la Costituente non ebbe tempo di fare alcuna riforma del genere.
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domenica, novembre 30, 2008

Figli di (seconda parte)

Seconda parte di una serie di tre post dedicati ai nostri progenitori fenici. Nella prima parte abbiamo dato uno sguardo alle contraddizioni sin troppo evidenti di uno stupido articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Ora cominceremo a scendere, a scavare sotto, per andare a scoprire come si è arrivati a quelle insensate incongruenze.

Dicevamo nella prima parte di questa trilogia fenicia di proseguire per la nostra strada senza tentennamenti. Ed andando per la nostra strada, non possiamo far altro che riprendere la pubblicazione “scientifica” alla quale fa riferimento il pezzo. Ed è qui che cominciano le vere sorprese!

La principale conclusione tratta dagli autori è che basandosi sulla distribuzione nelle popolazioni Mediterranee di un particolare cromosoma (denominato J2) è stata notata una “Firma fenicia che ha contribuito per > 6% alle moderne popolazioni esaminate ed influenzate dai fenici”.

Il problema è che l'area di provenienza dei Fenici (corrispondente grosso modo al moderno Libano) è un bel casino. Come fare a sapere se quel cromosoma (rintracciabile anche in molti altri gruppi, ad esempio quello greco...) venga dalle migrazioni di tre millenni fa, e non da qualche altro evento? Nel documento si citano tre di questi eventi: le migrazioni neolitiche, l'espansione greca e la diaspora ebrea. Ma si potrebbero citare moltissime altre migrazioni tutte di notevole importanza, ad esempio quella bizantina o quella araba (il cromosoma potrebbe essere arrivato dal nord Africa durante l'espansione musulmana della seconda metà del primo millennio).

Per giunta nel testo si sorvolano i primi due eventi e si pone fortemente l'accento sulla diaspora ebrea. Ma anche in questo caso, non avevamo bisogno di nessuno studio per sapere che gli ebrei non si sono mescolati granchè con altri gruppi nel loro peregrinare. E dato che nel 1492 gli spagnoli li cacciarono dalla Sicilia, anche i loro geni sono quasi scomparsi. Si ha cioè l'impressione che si sia voluto a tutti i costi mettere nel nostro sangue più gocce fenice di quante ve ne siano in realtà.

Inoltre assegnando tutto quello che rimane di quel cromosoma ai fenici si sta completamente cancellando l'età ellenistica! Infatti gli autori sostengono che si potrebbe approfondire lo studio includendo “investigazioni sistematiche delle espansioni militari, come il segnale greco dall'era di Alessandro Magno nell'Asia centrale e meridionale”. Guarda caso non si cita il vicino oriente, tralasciando proprio l'area libanese. Si sta cioè assumendo che la popolazione dell'area libanese sia libera da influenze greche, cosa assolutamente errata da Alessandro Magno in poi.

E come se non bastasse, si rimane perplessi nel constatare come appena pochi mesi prima il Giornale Europeo di Genetica Umana aveva pubblicato uno studio dove si sosteneva che:

Il contributo genetico di cromosomi greci al pool genetico siciliano è stimato nel 37% circa, mentre il contributo della popolazione nordafricana è stimato nel 6% circa.

Quello che dicevamo sopra: il 6% dovrebbe essere assegnato in generale al nord Africa, e potrebbe essere arrivato in Sicilia in epoche diverse e distanti tra loro.

Il fatto che gli autori poi evitino di citare (e semmai confutare...) dati di altri studi che contraddicono le loro conclusioni ci insospettisce ancora di più. Fonti storiche arabe suggeriscono che intorno all'anno mille Malta fosse praticamente disabitata. Wikipedia (manco a dirlo) si preoccupa di discreditare la fonte araba in base a labili motivazioni*.

Ma da Malta il professor Felice (i cui antenati il cognome suggerisce arrivati dalla Sicilia...) non ha dubbi: la sua isola fu ripopolata in periodo arabo con gruppi provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria. In altre parole, quel cromosoma non si trova a Malta da tremila anni grazie ai Fenici, ma è arrivato lì per altre vie. L'assunto della ricerca finanziata dal National Geographic secondo cui l'origine di quel cromosoma nei luoghi in esame sia derivato direttamente dalla presenza fenicia è clamorosamente sbagliato**.

Vorremmo ora capire perchè il National Geographic abbia sponsorizzato una ricerca chiaramente falsata e condotta con tanta incompetenza

Il mensile americano aveva preparato il campo da tempo. Nell'ottobre del 2004 pubblicò un articolo dal titolo “Chi erano i Fenici” che sembra “predire” i risultati ora propinatici “scientificamente”:

Oggi Spencer Wells dichiara che «i fenici sono diventati spiriti, una civiltà scomparsa nel nulla». Ora lui e Zalloua sperano di usare un alfabeto differente, le lettere molecolari del DNA per riesumare quegli spiriti.

E questo dopo che l'autore in modo assolutamente arbitrario decide che “i fenici disseminavano idee” (...). Quelle idee hanno aiutato a fare scoppiare un revival culturale in Grecia , un revival che porto all'età d'oro dei greci e dunque alla nascita della civiltà occidentale.

Ecco il punto: per qualche oscuro motivo si è deciso che la civiltà (e chiamiamola così...) occidentale abbia avuto origine non più dai greci come si è blaterato sino ad oggi, ma dai fenici.

I greci vengono totalmente cancellati con una semplice frase del Corriere della Sera (“ci vollero i Romani e le Guerre puniche a chiudere la lunga dominazione di Cartagine sull’isola”), ma l'ordine è partito da molto lontano (la geniale trovata dell'1 su 17 proviene dall'agenzia originale rilasciata dal National Geographic)

Ecco perchè a tutti costi (anche i più ridicoli) si devono trovare in noi i geni di questi benedetti (o maledetti?) fenici: ci stanno rifacendo l'albero genealogico. Ecco perchè ti hanno ordinato di dare della “puttana” alla donna siciliana, caro Battistini.

Chi lo avrebbe mai detto che due fesserie scritte da un cretino ci avrebbero portato così lontano? Aspettate solo di vedere dove andremo a finire con la terza parte di questo post...

(Fine seconda parte)

*Wikipedia commette in questo caso un errore grossolano. La fonte delle notizie sul ripopolamento di Malta è un importante testo arabo di geografia del XV secolo: il Kitab al-Rawd al-Mitar, scritto da Muhammad bin Abd al-Munim al-Himyari. Wikipedia assegna invece il libro a Harbi al-Himyari che visse un paio di secoli prima degli eventi narrati nel testo in questione! La discussione condita di quelle labili motivazioni di cui parliamo si trova a quest'ultima voce.

**Una critica completa alla ricerca del National Geographic si può trovare in questo post e relativi commenti del Diekenes Antropology Blog (in inglese).
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giovedì, novembre 27, 2008

Slot machine

Alitalia (o come cavolo si chiamerebbe ora, la puzza non cambia...) ha tagliato i collegamenti da e per Palermo. Male, molto male. Questa decisione fa rabbia. E tutti i Siciliani dovrebbero ribellarsi. Per almeno due motivi.

Il primo è che i tagli sono stati effettuati solo a Palermo. Il secondo motivo di sconforto è dato dal fatto che i voli sarebbero stati tagliati del 70%. Non ci siamo: portate il taglio al 100%. E non solo a Palermo, anche a Catania.

Finalmente un po' di slot liberi per lo sviluppo della Sicilia! Di Alitalia e dei suoi epigoni non sappiamo cosa farcene. Visto che i siciliani non riescono a de-colonizzarsi liberamente, li de-colonizziamo a forza tagliando quei sospirati collegamenti con Milano e con Roma. Riempiamo invece le piste di voli per Parigi, Londra, Atene, Tripoli, Il Cairo, Dubai o Istanbul e costringiamo tutti a comprare biglietti per quelle destinazioni. Per legge. Costringiamoli per legge. Un biglietto (andata e ritorno, please) a trimestre per il capo famiglia, uno ogni sei mesi per gli altri componenti del nucleo familiare.

Misure d'emergenza per la de-colonizzazione mentale coatta del Popolo Siciliano. Ecco come li potremmo chiamare. Una bella serie di “corsi di aggiornamento” che dovrebbe essere gestita dal ministero (pardon... assessorato...) alla cultura. Altro che stato d'emergenza. Capace che riusciamo a farceli finanziare dalla famigerata Comunità Massonica Europea. Finanziano tante di quelle minchiate... Ai massoni piacciono questi “melting pot” di razze. Queste diluizioni culturali. Basta fargli credere che servano per farli scomparire i Siciliani, piuttosto che per crearli.

Ed invece i furbi sicari del potere romano cercano di sobillare e dividere, cercando di soffiare sul fuoco del provincialismo: “Fontanarossa diventa l´hub siciliano. Così Catania vince il derby del potere”, così titola la spelacchiata edizione palermitana di Repubblica. Ma lo sanno che le province in Sicilia sono state abolite dallo Statuto? E loro queste gabbie continuano a tenercele a forza sopra la testa.

Oppure fanno l'occhiolino agli LsU (Lagnusi siciliani Uniti, sia a Palermo che a Catania). Questa è la strada tentata dal Parlagreco: “Il Sud non conta niente, la Sicilia meno che niente.” Ora dovrei sentirmi solo ed abbandonato da tutti... mi metto la testa tra le mani e piango.

Solo che intanto il Parlagreco contraddice quanto detto da Repubblica: “Palermo perde il 70 per cento dei voli con Roma e Milano, Catania il 50 per cento” Allora non è proprio vero che si è deciso di “ridimensionare Punta Raisi e di salvaguardare Fontanarossa”, come profilato da Emanuele Lauria. Birbaccioni!

La verità probabilmente è un po' diversa. La verità è che quei voli Alitalia non se li filava più nessuno, da quando le compagnie private possono muoversi con libertà in Italia ed in Europa . Servivano solo a tenere qualche raccomandato in più. Ed ora che non ci sono più soldi, il raccomandato dovrà stringere la cinghia (di sicurezza) anche in mancanza del decollo.

Per decenni i Siciliani (ed i Calabresi che utilizzano l'aeroporto di Catania) hanno sovvenzionato questo vergognoso votificio volante pomposamente chiamato Alitalia tramite inutili collegamenti forzati con fermata a Roma e Milano anche per le altre destinazioni nazionali che ci costringevano ad un esborso aggiuntivo. Una tassa (o meglio una tangente...) che poi veniva rigirata ai vari raccomandati di turno che neanche sono siciliani (avete mai sentito un accento siciliano su uno dei fallimentari voli Alitalia?).

Ora le compagnie private italiane (da Air One, a Meridiana, alla stessa Windjet) e straniere (sia private che di bandiera) hanno mandato all'aria questo delitto perfetto, e quegli aerei viaggiano leggeri leggeri verso le loro antieconomiche destinazioni. Gli ottocenteschi patrioti del tricolore staranno più comodi per lo meno.

Vediamo invece cosa combinano i dirigenti di Punta Raisi e Fontanarossa. Vediamo come utilizzeranno questi slot. E se li utilizzeranno male, se non appronteranno quelle “misure d'emergenza per la de-colonizzazione mentale coatta del Popolo Siciliano” di cui parlavamo sopra, allora sì che i Siciliani avrebbero un (ulteriore) buon motivo per ribellarsi.
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mercoledì, novembre 26, 2008

Aghi americani nel pagliaio africano

Ogni tanto i fili che tengono le notizie innocentemente appese alle pagine dei giornali si congiungono poco oltre la pagina che stiamo leggendo. Purtroppo sono ancora in pochi quelli dotati di uno sguardo tanto penetrante da vederci attraverso la carta del giornale. In realtà basterebbe esercitarsi un po' per riuscire a dare quello sguardo “oltre”. Spesso basta mettere la carta bene in controluce per coglierne le trasparenze.

Poco tempo fa abbiamo parlato di quei pirati che infesterebbero incontrollabili le acque somale, riuscendo a farla in barba alla più potente marina militare del mondo. Cosa strana, ma comunque un nonnulla se pensate che invece pare non riescano a farla in barba ad un insignificante “blogger” che scrive da una delle più insignificanti (almeno, così ce la svendono i gloriosi difensori della patria) isole del mondo, la Sicilia.

Si era scelto lo “snodo” del corno d'Africa per iniziare a parlare un po' più di politica internazionale (sempre con riferimento alla nostra insignificante isola) con cognizione di causa. Perchè in quella zona si sta svolgendo uno scontro importantissimo per il controllo delle vie marittime mondiali e delle risorse naturali dell'Africa centrale che condizionerà anche gli equilibri Mediterranei del prossimo futuro.

La notizia della petroliera Saudita attaccata con successo dagli ardimentosi avventurieri africani ha fatto il giro del mondo in un lampo. Il resoconto dei fatti deve essere suonato così fantasioso ed improbabile che l'Economist si è tradito fanciullescamente mettendosi sulla difensiva e confermando i peggiori tra i sospetti che si sarebbero potuti avere:

“Tutti hanno bisogno di sopravvivere in questi tempi duri. E se il peggio arriva, le navi da guerra possono sempre essere mandate a risolvere il problema, semplicemente come fecero i britannici e gli americani al largo della costa berbera del nord Africa all'inizio del XIX secolo. Viene la tentazione [di mandarle, queste navi da guerra, ndr], ma sarebbe sbagliato.”

Dopo aver ripreso con notevole ritardo l'idea del confronto con la pirateria barbaresca (ritardo rispetto a questo blog, eh eh!), il “prestigioso” periodico si sente in dovere di arrampicarsi sugli specchi per riuscire a spiegare come mai la più potente marina militare della storia non spreca un paio d'ore del suo prezioso tempo a liberare una delle più importanti vie di comunicazione del pianeta da questi ridicoli pirati.

Non si usano le maniere forti con chi non ha che pesci pigliare per sbarcare il lunario, d'altronde “I pirati barbareschi causarono danni umani ed economici immensi”. Questi invece sono dei disperati che per poter sfamare le loro numerose famiglie sono costretti a chiedere qualche decina di milioni di dollari di riscatto qua e la. E poi non ammazzano QUASI nessuno, poverini....

Ma torniamo alla petroliera saudita. La gigantesca nave (lunga ben 330 metri, si sentono di dover precisare) è stata attaccata 830 km al largo delle coste del Kenya. Per salire a bordo gli assalitori devono aver sparato dei cavi metallici con arpioni per poi issarsi lungo lo scafo alto decine di metri. Un azione da commando:

come conferma anche dal capo di stato maggiore dell’esercito americano, l’ammiraglio Mike Mullen: «È gente molto ben addestrata che utilizza tecnologia sofisticate, telefoni satellitari e apparati Gps. Scelgono con attenzione il punto del mare dove abbordare. Adesso con gli ostaggi a bordo sarà difficile riprendere il controllo della petroliera».

Dal canto suo il pirata aggiunge che «Noi disponiamo degli strumenti necessari per identificare i biglietti falsi», cosa che solo una “istituzione” può permettersi di dire. Senza contare che per andare a pescare questo ago (la lunga petroliera) in un pagliaio (l'oceano indiano) dovevano essere ben informati su suoi movimenti sin dalla sua partenza.

Certo devono esistere diversi gruppi di “pirati”, visto che al contrario il gruppo di sprovveduti che ha tentato di arrembare negli stessi giorni una nave indiana è stato colato a picco con estrema facilità dopo che si erano addirittura azzardati ad aprire il fuoco contro una nave da guerra.

Ma cosa avranno fatto i sauditi per scatenare le ire dei pirati? La notizia del sequestro è stata diramata con enfasi il 18 novembre, ma l'azione si era svolta il sabato prima, 15 novembre. Ricordate che Gordon Brown era andato a chiedere l'elemosina agli arabi il 10 novembre? Ebbene il 17 novembre i sauditi hanno dato la loro risposta. E che risposta! Sentite un po' cosa dice il ministro delle finanze del regno Ebrahim Al Assaf :

«Questa è la sua opinione [di Gordon Brown, ndr]. Questa non è la nostra opinione. Non abbiamo alcuna intenzione di pagare più o meno degli altri. Abbiamo fatto la nostra parte in maniera responsabile e continueremo a fare la nostra parte, ma non abbiamo intenzione di finanziare le istituzioni solo perchè abbiamo grosse riserve.

Queste riserve sono per lo sviluppo del regno dell'Arabia Saudita»


Il tono sembra alquanto risentito... che qualcuno abbia tentato di torcere il braccio ai pii musulmani?

Se poi proviamo ad annotare le nazionalità delle navi sequestrate viene fuori uno strano raggruppamento. Prediamo ad esempio il caso della nave greca vittima di un attacco (riuscito, ovviamente), martedì 17 (bel numero!). A pagina 50 dell'inserto dedicato alla cronaca locale de La Sicilia di ieri (25 novembre) in basso, leggiamo uno strano articoletto (strano per posizionamento): “Porti Pireo e Salonicco, nuova gestione”:

La Cina si appresta a prendere in concessione, per i prossimi 30 anni, i due principali porti marittimi greci, il Pireo (Atene) e Salonicco, rafforzando i propri investimenti diretti nella regione e la capacità di penetrazione sui mercati mediterranei e dell’area balcanica.

Ma questo vi sembra articolo da pagina 50 della cronaca locale di Catania de La Sicilia? Forse la notizia ci interessa molto da vicino, malgrado gli altri giornali nazionali quasi snobbino l'ANSA secondo cui “Un'altra grande impresa di Hong Kong, La Hutchinson Port Holding e' in trattative per ottenere la gestione del porto di Salonicco”

E da dove viene la seconda nave sequestrata lo stesso martedì 17? Bravi, state cominciando a capire. Da Hong Kong. Si tratta del Delight, un cargo.

Rimane infine sempre aperta la questione della nave Ucraina con 33 carri armati nella stiva ancora in mano ai pirati. All'inizio parlavamo di un errore di valutazione dei mandanti o di un tradimento ucraino. Ma forse gli anglosassoni sono molto più raffinati di quello che pensiamo. Per riuscire a fare i loro comodi in Africa devono liberarsi dell'influenza cinese in Congo ed in Sudan. Nessun problema, avranno pensato, scateniamo un genocidio stile Rwanda in Congo. Ed in Sudan? I carri armati pare fossero stati acquistati dal Kenya che però li prometteva al Sudan del Sud. Che brillante idea: basta mettere un po' di zizzania che prima o poi una bella guerra locale ci scappa. Ad esempio, Kenya contro Sudan.

Con cura, che a maneggiare troppi aghi tutti insieme a volte ci si punge.
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venerdì, novembre 21, 2008

Figli di

Un articolo pieno di luoghi comuni e di ignoranza pubblicato da uno dei soliti quotidiani-straccio nazionali ci conduce lungo uno strano percorso dai retroscena bui e tenebrosi. Una piccola traccia raccolta per caso si dipanerà sorprendentemente attraverso millenni di storia e ben 4 continenti. Una miniserie di tre post da leggere più come il canovaccio per un romanzo che come il resoconto di fatti reali. Cominciamo dalla superficie, prima di scendere in apnea nell'abisso.

Dato che da noi, malgrado le apparenti contrapposizioni destra-sinistra, tutto procede a “reti unificate”, non ci sorprende che il genere di immondizia propalata dalla rivista Focus (vedi post) venga diffusa contemporaneamente da più fonti.

La lingua (biforcuta) batte dove il dente duole, e gli eventi siciliani stanno facendo sentire fitte lancinanti molto in alto. Ecco quindi che anche il Corriere della Sera si lancia disordinatamente nel mucchio con il programmatico titolo “I fenici «papà» dei siciliani” dove si parla dell'ambizioso 'Genographic Project' del National Geographic:

"Se siete in Sicilia ed entrate in un posto affollato, guardatevi intorno: un antico fenicio, almeno uno, è vicino a voi. Perché un siciliano su diciassette, ancora oggi, nel suo patrimonio genetico porta un cromosoma Y che deriva direttamente dai maschi d’una delle più antiche e misteriose civiltà mediterranee."

Che nei siciliani (sia ad est che ad ovest) ci sia sangue fenicio lo sappiamo già e non abbiamo bisogno di nessuno studio eu-genetico di conferma. Quindi di per sè la notizia non è una notizia. Detto questo, passiamo a togliere il velo ed a leggere nel modo corretto tra le righe.

Si parla di “maschi” perchè, come dice Daniel Platt, uno dei ricercatori, “il cromosoma che abbiamo studiato si tramanda quasi intatto di padre in figlio”. Questo vuol dire che se da un lato lo studio ci dice che i nostri padri erano commercianti, dall'altro non è ancora chiaro cosa facessero le nostre madri. Cosa faccia (o facesse...) la madre del firmatario del pezzo (tal Francesco Battistini) lo possiamo intuire facilmente.

Questo voler evidenziare che di fenicio avremmo solo i padri richiama pesantemente le immagini riportate da Focus e discusse in uno dei video allegati al post. Sottintenderebbe cioè una facilità di costumi delle indigene, che secondo la (falsa) storia che ci insegnano non disdegnerebbero di tanto in tanto di offrirsi al ben più civile straniero.

Insomma, noi Siciliani saremmo dei bastardi secondo il Battistini.

Ma lasciamo che le gocce ci scivolino addosso e passiamo oltre.

Perchè sembra che alla redazione del Corriere abbiano scoperto il gene della delinquenza. Poco sotto infatti leggiamo che “i contemporanei e i posteri, gli assiri e i persiani e gli egizi, ce li descrivono (ai fenici, ndr) in varie testimonianze: abili mercanti, pratici, furbi, con una certa fama di veloce disonestà nelle trattative”. E non lascia adito a dubbi chiudendo il pezzo con la chiave per interpretare il passo precedente: “E magari capire che cos’è rimasto di loro, nei siciliani d’oggi.”

Ricapitolando, il papà e la mamma di Battistini pur non essendo siciliani, facevano quello che facevano. Ed il figlio potrebbe aver ereditato parecchio dai suoi genitori.

Di nuovo, lasciamo perdere le provocazioni ed andiamo per la nostra strada. Di questo in fondo si tratta, di provocazioni lanciate nella speranza di un qualche gesto inconsulto. Invece il nostro dovere è quello di stare calmi e di non lasciarsi prendere dal nervosismo.

L'ignoranza continua a veleggiare sicura anche in altre aree dello stesso articolo. Come nel caso della perla più preziosa di tutte:

“ci vollero i Romani e le Guerre puniche a chiudere la lunga dominazione di Cartagine sull’isola”

Di quale isola stiamo parlando? Voglio credere che qui ci si riferisca all'isoletta di Mozia, e non alla Sicilia tutta, dove all'arrivo dei romani la civiltà siceliota (e non greca!!!) fioriva. Senza contare che i fenici non avevano mai dominato un bel niente. Essi infatti impiantavano semplicemente i loro empori commerciali. Al massimo si potrebbe parlare di sfera di influenza. Non di impero.

E chiudiamo con lo strano riferimento ad Israele:

“gli scavi erano cominciati nel 2004, ma due anni fa la guerra fra Hezbollah e Israele aveva bloccato tutto.”

Dopo quello di SiciliaInformazioni.com discusso nei post precedenti e contenuto nel paragone tra Lombardo e Craxi, è il secondo richiamo nel giro di pochissimi giorni.

Al solito, sarà solo una coincidenza.

(Fine prima parte)
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mercoledì, novembre 19, 2008

Bang bang

Nel post di ieri si è discusso dei “messaggi” apparentemente presenti tra le righe in un articolo pubblicato da SiciliaInformazioni.com. Ora un interessantissimo articolo propostoci dai Comitati delle Due Sicilie e corredato da una significativa immagine, tocca lo stesso problema, portando all'attenzione di tutti noi il fatto che il direttore Parlagreco non sia il solo a lanciare certe frecce.

Il post segnala come negli ultimi tempi sui quotidiani nazionali i richiami a Craxi ed alla sua politica estera siano stranamente frequenti e potrebbero contenere minacce soprattutto nei confronti di Berlusconi che si è lasciato andare a quelle esternazioni russofile di cui abbiamo già parlato.

Questa indicazione ci permette di evidenziare ulteriori risvolti del pezzo di SiciliaInformazioni che prima non avevamo notato. Infatti se da un lato Lombardo viene paragonato a Craxi, Berlusconi viene accostato a Reagan.

Il parallelo allora espone anche la forte contrapposizione esistente al momento tra il Presidente della Regione Siciliana e quello del Consiglio, taciuta dai media ufficiali e nascosta dietro la solita balla delle diatribe tra siciliani. Questa contrapposizione viene allegoricamente celata dietro quella al tempo maturata tra Craxi e Reagan ed esplosa a Sigonella.

Da questo ne traiamo la sensazione che anche oggi il nocciolo della questione si trovi a Sigonella, o meglio nella presenza americana in Sicilia, come le parole di Cossiga riportate nel post del Comitato Siciliano indicano (anche queste convenientemente messe in secondo piano dai media nazionali).

Un'ultima cosa da dire riguarda l'improbabile paragone tra Berlusconi e Reagan. Il presidente americano ebbe un incidente di percorso a seguito di alcune sue dichiarazioni che toccavano centri potere più in alto di lui, e precisamente la Federal Reserve:

Non dobbiamo rendere conto alla Federal Reserve Bank, tanto meno al (suo, ndr) presidente.

Berlusconi in definitiva con le sue dichiarazioni pro-Putin si sta mettendo contro gli stessi poteri (ricordiamo che Putin ha cancellato il debito pubblico della Russia, attirandosi le ire dei vertici della finanza mondiale).

Cosa successe a Reagan? Facile. Si beccò una bella pallottola.
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martedì, novembre 18, 2008

Un po' di pazienza

Su SiciliaInformazioni nei giorni scorsi (il 13 novembre per l'esattezza, bella data) è apparso un articolo leggermente atipico, l'analisi del quale indica come sia venuto il tempo di vederci più chiaro sul dietro le quinte di questo giornale on-line.

Per il momento però ci limiteremo ad un breve commento su questo strano articolo, nel quale si richiamano in vita Bettino Craxi ed il famoso episodio di Sigonella in cui i carabinieri italiani puntarono i fucili contro i marines statunitensi con l'intenzione di usarli, quei fucili.

I marines avevano a loro volta accerchiato un aereo sul quale si trovava il dirottatore della Achille Lauro. Insomma, per farla breve gli americani dovettero desistere dal loro intento.

A lasciarci interdetti è innanzitutto la seguente affermazione:

“Bettino avrebbe subito la vendetta israelo-americana”

A cosa si riferisce l'articolista (il pezzo non è firmato, ne deduciamo sia stato scritto dallo stesso direttore, Parlagreco)? Non vorremmo qui si puntasse all'esilio di Craxi in Tunisia... perchè questo vorrebbe dire che tutta la storia di Mani Pulite altro non è stata che una montatura, una serie di regolamenti di conti guidati dall'estero.

In verità sappiamo benissimo che è così. Ma questa sarebbe la prima volta che la cosa viene suggerita apertamente da un media ufficiale. Cosa ne sa Parlagreco? Qual'è il suo VERO pensiero in proposito?

La nostra preoccupazione poi è la descrizione della situazione di Lombardo che, sempre secondo chi scrive,

“potrebbe trovarsi (...) nella posizione, difficile ma decisiva, di Bettino Craxi.”

Il girovagare del tutto intorno a questo parallelo, un girovagare alquanto contorto, tradotto in un linguaggio più comprensibile sa di minaccia: Lombardo rischia di fare la fine di Craxi.

Chi ha suggerito il paragone a SiciliaInformazioni? Gli Israelo-americani stanno perdendo la pazienza a quanto pare. Ed il nocciolo della questione sembra essere Sigonella.

Bisognerebbe vederci più chiaro dietro queste quinte.
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venerdì, novembre 14, 2008

Berlusca Jones ed il vaso maledetto

Si sbraccia il pecoraio. Come un turco. Lui e quel gregge di transfrontalieri svizzeri che sguinzaglia a guardia del formaggio mentre gira ramengo con le sue pietose richieste d'aiuto.

Cosa diceva Galan? Ci paragonava ai turchi? Un paragone temporalmente ineccepibile visto che il suo capo nel frattempo si dirigeva proprio da loro.

La posizione del magnate di Arcore si fa sempre più difficile. Il suo zigzagare tra oriente ed occidente, mal digerito dai media occidentali che un giorno lo pongono sul piedistallo, l'altro lo gettano nella polvere, sta seguendo traiettorie sempre meno ampie che sembrano convergere tutte verso lo stesso punto.

Solo che questo punto non è quello che pensava lui, quello della macro-regione fantoccio del sud asservita alle voglie sue e di quei pochi soci nei suoi affari caprini.

La sue tendenze filo-russe erano state notate da tempo, ma la stampa anglosassone faceva di tutto per dissimulare l'uscita dai ranghi. Fino a quando il capofila, il solito Economist, lo scorso 4 settembre ha dato finalmente il permesso di rompere il silenzio sulla fastidiosa intemperanza subalpina:

Contro le obiezioni provenienti da alcuni quartieri filo-russi, primo tra tutti il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, la UE ha condannato le azioni russe in Georgia

Berlusconi si è voltato ad est sia per tentare di portare a termine il disegno perseguito dalla P2, come ventilato da Gelli (“Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo”), sia per interesse personale. E lo ha fatto per tempo, avendo intuito che i suoi principali alleati occidentali, George W. Bush ed i cosiddetti neocon, erano oramai al tramonto.

La scorsa estate, sentendo sempre più vicina la vittoria di Obama, ha rotto gli indugi diventando più esplicito nelle sue esternazioni russofile, sporgendosi sino a giustificare l'intervento in Georgia e a bloccare, insieme ai tedeschi, ogni risoluzione che potesse irrigidire troppo Mosca.

Il problema è che a Mosca a loro volta hanno idee diverse, e dei pecorai e delle loro macro-regioni di mozzarella non sanno cosa farsene. A Mosca hanno un preciso progetto di assetto mediterraneo e procedono per la loro strada.

La recente riunione a Palermo dei presidenti delle regioni del sud Italia è un sintomo di quel procedere: Lombardo (e finalmente anche gli altri) sanno di potersi giocare le loro carte sullo scacchiere geopolitico internazionale e non si stanno facendo pregare.

A seguire Blondet, che fa credere di trascrivere fedelmente ogni mezza frase di Putin, non si capisce da dove si possano dedurre certe cose. Significativamente il nostro, tra tutte le interviste ed i discorsi riportati, ha tralasciato una frasetta che al Kremlino negli ultimi mesi hanno ripetuto parecchie volte.

Ecco come si esprimeva Putin all'indomani della guerra in Georgia:

«Parlando di prestigio, il prestigio di alcune nazioni è stato danneggiato severamente negli anni recenti. In effetti negli anni recenti i nostri partner americani hanno coltivato il diritto all'uso della forza invece del diritto internazionale. Quando abbiamo provato a fermare la decisione sul Kosovo, nessuno ci ha dato ascolto. Abbiamo detto, non fatelo, aspettate; ci state mettendo in una posizione difficilissima nel Caucaso. (...) Ora per qualche motivo, tutti parlano del diritto internazionale.

Ma chi ha aperto il vaso di Pandora? Lo abbiamo aperto noi? No, non lo abbiamo aperto noi. Non è stata una decisione nostra, e non è stata una nostra politica.

Ci sono ambedue le cose nel diritto internazionale: il principio di integrità territoriale ed il diritto all'autodeterminazione. C'è bisogno soltanto di raggiungere un accordo sulle regole a terra.»


Il vaso di pandora a cui si riferisce Putin è quello della auto-determinazione. Ne hanno parlato tutti sin dall'inizio del 2008. Sempre però in riferimento alla situazione nel Kosovo ed ai suoi riflessi nel Caucaso. Così scriveva ad agosto il Los Angeles Times, in un articolo il cui titolo diceva tutto (“Il vaso di Pandora della sovranità. L'appoggio ai movimenti d'indipendenza può avere conseguenze disastrose”):

Semplicemente come l'occidente voleva proteggere il Kosovo dal dominio serbo, così Putin spera di liberare l'Ossezia del sud e l'Abkhazia dalle interferenze georgiane e tenerle nell'orbita d'influenza russa.

Ma è vero che l'obiettivo primario di Putin era liberare quelle due sperdute enclavi caucasiche? A guardare bene la Russia non troverebbe alcun vantaggio nella definitiva stabilizzazione dei due staterelli. Pur avendone riconosciuto formalmente l'indipendenza, la tensione non è stata assolutamente allentata malgrado una ulteriore azione georgiana non sembri possibile. Questo perchè una stabilizzazione dell'area in questo momento vorrebbe significare da parte russa la rinuncia implicita alla Georgia, cosa inimmaginabile.

Anche lo stesso Economist deve ammettere che “Non è ancora chiaro cosa voglia veramente la Russia in Georgia – o altrove.”

Dall'altro lato, che motivo avrebbero a Washington di resistere alla formalizzazione dell'indipendenza delle due enclavi, sapendo che in cambio potrebbero ottenere la definitiva annessione della Georgia all'occidente, una pedina di altissimo valore nello scacchiere caucasico? Il problema sembra proprio essere quello del vaso di Pandora. In quel vaso c'è ancora qualcosa di scottante.

Viene allora da chiedersi che cosa ci sia ancora lì dentro ed a cosa stia puntando Putin. Come si fa a fare saltare fuori da quel contenitore un vero dispiacere per l'occidente, quando negli ultimi decenni proprio l'occidente si è dedicato a spezzettare ogni cosa che gli capitasse tra le mani? Stati, nazioni, partiti, famiglie, usi e costumi e persino l'occasionale bambino per trarne un organo in più da trapiantare, tutti sono stati sbranati senza ritegno da questo mostro.

Ma un dispiacere forse c'è. C'è un oggetto in questo vaso di Pandora di cui tutti hanno paura. Per questo Berlusconi per la prima volta ha cercato di attirare l'attenzione sull'argomento durante la visita in Turchia allarmato dalla riunione di Palermo:

Secondo Berlusconi sono provocazioni anche il riconoscimento del Kosovo e l'ipotesi di un possibile ingresso della Georgia e dell'Ucraina nella Nato.

La guerra con la Georgia è già passata e l'indipendenza di Abkhazia ed Ossezia del Sud è in fondo cosa fatta. Perchè ricordare ancora il Kosovo?

Perchè è con le spalle al muro, e si sbraccia come un dannato per attirare questa benedetta attenzione. Perchè dal vaso di Pandora sta per uscire l'Autonomia Siciliana. Ed il possibile ingresso della Sicilia e poi di tutto il sud Italia nell'area di influenza russa.

Solo che, purtroppo per lui, quelli che dovrebbero ascoltarlo tireranno dritti per la loro strada. Figuriamoci che prospettive deve avere chi è abituato a vederci con un occhio solo.


Su EffediEffe lo scorso agosto sono stati riportati due importanti articoli contenenti le dichiarazioni di Putin. Il primo, pubblicato il 31 agosto, è la trascrizione completa di una intervista effettuata dal canale televisivo tedesco ARD. A questo indirizzo potete trovare l'originale: http://www.tagesschau.de/ausland/putininterview100.html.
Il secondo è quello della CNN del 28 agosto, segnalato il 4 settembre. Sempre un'intervista, ma in questo però non si tratta di una trascrizione completa, ma di un condensato tradotto dal seguente articolo: http://edition.cnn.com/2008/WORLD/europe/08/28/russia.georgia.cold.war/#cnnSTCText. In nessuno dei due pezzi si parla di questo vaso di Pandora.
Strano comunque che nel secondo caso si sia scelto di tradurre il condensato invece della interessantissima trascrizione completa dell'intervista come nel primo caso, trascrizione disponibilissima in rete (http://edition.cnn.com/2008/WORLD/europe/08/29/putin.transcript/) e dalla quale è stato tratto il brano riportato sopra.

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