Approfondimenti - Il Consiglio News Feed

mercoledì, aprile 29, 2009

In musica sulla via di Damasco

L'1 maggio del 2008 Michele Santoro durante la sua trasmissione “Annozero” si interessava stranamente alle sorti di una piccola emittente privata catanese, Telecolor.

Il problema: l'attuale proprietario (l'Innominato, manco a dirlo...) avrebbe organizzato un riordino dell'emittente licenziando i giornalisti meno malleabili (vedi “Caso Telecolor ad Annozero”, comunicato dell'OGS del 7 maggio 2008) .

Incredibilmente Santoro sembra schierarsi con i più deboli, contro uno dei più inattaccabili paladini del regime italiano in Sicilia. Il crollo di quell'impero poteva essere salutato con favore dai Siciliani. Ma l'attacco di Santoro, noto antisiciliano, era già allora sospetto.

Quello che stava accadendo si sarebbe chiarito nel giro di pochi mesi e sarebbe diventato di pubblico dominio nell'ottobre scorso, quando durante il telegiornale di Antenna Sicilia fu trasmessa una intervista ad un Tuccio Musumeci (noto attore comico catanese) in versione antirisorgimentale ed indipendentista (vedi il video sul nostro post “Sorpresa nel finale”).

L'Innominato si era convertito alla causa Siciliana schierandosi con la fazione “meridionalista” dei partiti nazionali e la sua posizione si è poi consolidata, come ha dimostrato la ripetizione dell'attacco di Santoro e la sua amplificazione tramite la famosa puntata di Report su Catania (vedi il post “La frontiera” e “Report a Catania, quinta parte: il monopolio dell'informazione”, SiciliaToday.net, 16 marzo 2009).

Godiamoci i lati positivi di questa “conversione sulla via di Damasco” con alcune canzoni tratte dal Festival della Canzone Siciliana, una manifestazione che era stata interrotta negli anni 90, quando ancora il nostro “remava contro” e che ora viene ripresa in grande stile e con musicisti di altissimo livello.



Salina - Mario Incudine



Vera – Tony Canto



Tutti li cosi vannu a lu pinninu – Alfio Antico


E per una volta quella scenografia fatta di scale piramidali, occhio stilizzato e sole splendente la riterremo una coincidenza ;)

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Tutti gli altri video delle canzoni partecipanti possono essere visionati dalla relativa pagina de LaSiciliaWeb.it.


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domenica, aprile 26, 2009

L'obelisco del mondo (seconda parte)

Leggi la prima parte

Premessa: Secondo il Libro dei Re (7:21) il Tiro Chiram “21Eresse le colonne nel vestibolo del tempio. Eresse la colonna di destra, che chiamò Iachin ed eresse la colonna di sinistra, che chiamò Boaz. 22Così fu terminato il lavoro delle colonne.”. Poche parole che però sono abbastanza per permettere ad un esperto archeologo, quale il Prof. Negri, di asserire che “Il portale monumentale [del tempio addossato al Kothon di Mozia fu] realizzato dagli architetti tirii anche nel Tempio di Salomone a Gerusalemme”. Questo per mettere nella giusta prospettiva le “labili” tracce seguite in questi due post. Abbiamo chiuso la prima parte parlando del primo Tempio di Salomone. Apriamo la seconda saltando all'era del secondo Tempio. I fili sono tanti e complicati. Ma alla fine della storia alcuni di essi si ricollegano. Labili tracce che necessitano di parecchi approfondimenti.

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Lo scorso dicembre il National Geographic (versione inglese) andò tempestivamente in edicola con il mirino puntato sulla Palestina: appena in tempo per richiamare l'attenzione su un determinato periodo storico prima che l'esercito israeliano lanciasse la sua feroce offensiva su Gaza.

La copertina recitava: “Il vero re Erode [il grande, ndr] – Architetto della Terra Santa” mostrando i resti dell'imponente palazzo da lui costruito a Masada, ad oriente della Striscia di Gaza sulle sponde del Mar Morto. Ma tra le pagine patinate della rivista era qualcos'altro a farla da padrone: il Secondo Tempio di Salomone, costruito dal re giudeo nel 10 a.c.

Basta leggere tra le prime righe dell'articolo ("King Herod Revealed - The Holy Land's visionary builder") per rendersi conto sotto quale nuova luce si vuole ritrarre Erode il grande:

“Un leader astuto e generoso, un brillante generale, ed uno dei più immaginari ed energetici costruttori del mondo antico, Erode guidò il suo regno a nuove prosperità e potere. Malgrado ciò, oggi egli è meglio conosciuto come il viscido e omicida monarca del Vangelo di Matteo, che fece massacrare ogni bambino maschio in Betlemme in un tentativo senza successo di uccidere il neonato Gesù, il profetizzato Re dei Giudei. (...) Erode è quasi certamente innocente di questo crimine, del quale non vi è alcuna notizia se non nel racconto di Matteo.”

Si è più volte accennato al Vangelo di Matteo: è l'unico di tutti i Vangeli a riportare un episodio che però è diventato uno dei più famosi di tutta la vita di Cristo, la “Strage degli Innocenti”. L'unicità del racconto è sospetta da un punto di vista storico. Ma considerarlo una mera invenzione è allo stesso tempo ingenuo. Di tanto in tanto qualche commentatore parla di un modo per nascondere dietro dei simboli i sacrifici di infanti perpetrati da Erode.

Erode non era un ebreo “purosangue”: di madre araba, era figlio di un consigliere di stirpe Edomita del re dei Giudei. Gli edomiti erano i discendenti di Esau, fratello maggiore di Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo. Il “meticcio” ascese al trono grazie al servilismo dimostrato verso i romani, nei fatti costringendo Israele al giogo romano sopprimendo gli aneliti di libertà dei suoi conterranei.

Ed è proprio questo lato “servile” del re giudeo che al National Geographic sembrano apprezzare maggiormente:

“L'accordo di Erode con i Romani, a lungo considerato un tradimento, ora comincia ad essere visto più come capacità politica”

Il parallelo tracciato da queste parole è sin troppo evidente per non saltare subito all'occhio. Si intravede, dietro queste due righe di esaltazione del ruolo “ascarico” di Erode, un nuovo regno di Israele sottomesso tramite il suo re ad un impero esterno in qualche modo simile a quello romano di 2000 anni fa.

Essendo questo il National Geographic si è subito portati a pensare all'impero “americano”. Ma su queste pagine abbiamo già spiegato come l'attuale impero americano non sia altro che una momentanea emanazione dell'impero neo-pagano dell'Entità, la piovra finanziaria apolide che controlla l'occidente.

Ma non fu propriamente Erode a consegnare gli Ebrei nelle mani di Roma. Egli si limitò a continuare la politica iniziata dal suo predecessore. I romani si inserirono nella lotta tra due fratelli per il trono di Giudea (Aristobulo ed Hycarnus) appoggiando quello che poi vinse (Hycarnus).

Quello che sembra differenziare Erode da Hycarnus è la sua opera architettonica, come richiamato dalla copertina. E la sua opera principale fu la ricostruzione del tempio di Salomone a Gerusalemme, di cui oggi rimane il famoso muro del pianto e sulle cui fondamenta si trova oggi la spianata delle moschee.

Ritornando alla figura di Erode, la sua riabilitazione ha provocato nei lettori cristiani del National qualche malumore, come testimoniato dalla lettere di protesta pubblicate nell'edizione americana di questo mese (aprile 2008). Ecco come risponde la redazione, focalizzando proprio l'episodio della strage:

Abbiamo ricevuto un gran numero di lettere di protesta per aver detto che Erode è quasi sicuramente innocente dell'infanticidio descritto nel Vangelo di Matteo (...). Confermiamo quanto detto. (...) Detto questo (...) l'uccisione di giovani ragazzi a Betlemme – o di chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui – sarebbe stata sicuramente consistente con la sua personalità.

L'aggiunta “chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui” non ci convince tanto. Che Erode fosse dedito a strani sacrifici lo conferma altrove lo stesso articolo:

Durante la sua ultima malattia egli progettò un piano per precipitare l'intero regno nel lutto dopo la sua morte, ordinando al suo esercito di imprigionare un gruppo di cittadini dell'elite giudea nell'ippodromo e di massacrarli quando la sua morte fosse stata annunciata.

Malgrado le ricercate parole, la verità è sin troppo ovvia: Erode aveva programmato un immenso sacrificio umano collettivo di ebrei. Come fare a non pensare che si dedicasse a certe attività anche da vivo?

Insomma, la domanda dobbiamo porcela: il tempio di Erode era veramente il tempio di una religione monoteista? Che riti si praticavano all'interno di quel tempio il cui ingresso ricordava (come per il suo predecessore) quello dei luoghi di culto dedicati a Baal e ad Astarte, culti che a Mozia abbiamo visto collegati al Tofet degli infanti sacrificati? Erano quelli veramente dei riti ebrei?

I collegamenti descritti sino ad ora potrebbero sembrare alquanto labili. Stiamo supponendo in pratica che questa Entità, più o meno coincidente con l'elite finanziaria globale, sia composta non da ebrei, come spesso sostenuto, ma da seguaci del culto di Baal. Sarebbero dunque loro a volere la ricostruzione del tempio.

Stiamo anche suggerendo che neanche i vertici del moderno stato israeliano siano realmente ebrei. Ma come Erode 2000 anni fa, seguaci di quei culti di origine fenicia. Gli ebrei sarebbero solo “ostaggi”.

Esistono degli indizi in questo senso. Ed i più lampanti sono tutti contenuti in un'altra opera architettonica: la sede della Corte Suprema israeliana, inaugurata nel 1992.

Per capire a cosa mi riferisco, basta andare su Google Immagini e digitare “corte suprema Israele”, o meglio ancora, in inglese “Israel supreme court”. Appariranno obelischi, piramidi e laghi sacri: sono tutti simboli inseriti nell'esoterica costruzione.

Nella foto a lato, sul tetto della struttura vediamo evidenziata la piramide con l'occhio, mentre in quella più in basso, tratta dal sito dell'ambasciata israeliana in Italia, si vede il lago sacro con il canale proveniente dall'interno di una costruzione. Altri descrivono nel giardino annesso un “obelisco egizio occulto”, dato dallo stesso canale visto in prospettiva.

All'interno della struttura è impossibile rintracciare i finanziatori del prodigio architettonico: una lettera in cui Dorothy Rothschild esprime l'intenzione di donare qualcosa per la sua costruzione fa bella mostra di sé.

Furono lei e suo marito Jones a fondare la Yad Hanadiv, una associazione dedicata al supporto di Israele che poi finanziò proprio la corte suprema.

Jones era figlio di Edmund de Rothschild, uno dei padri fondatori di Israele. In memoria del quale fu emesso anche un francobollo.

Rimane da stabilire se i personaggi nominati (da Erode il grande a Dorothy de Rothschild) siano ebrei o no. Se siano ad esempio seguaci del culto di Baal.

Abbiamo detto che Erode era un edomita. Riprendo da wikipedia le poche righe di descrizione del tipo di religione seguito dagli antenati del “grande” re:

La natura della religione edomita resta ampiamente ignota. Come parte della cultura cananea, si ipotizza adorassero divinità quali El, Baal e Asherah. Gli Edomiti potrebbero aver avuto come loro dio nazionale Kaus o Qos. [*]

Lo scrittore palermitano Salvatore Requirez nel suo splendido libro “Il Leone di Palermo” (Flaccovio Editore) ripercorre le vicende che caratterizzarono la parte discendente della parabola della famiglia Florio.

In uno dei capitoli si descrive un incontro a Palermo tra Ignazio Florio ed il barone Edmund de Rothschild, al tempo già impegnato nella causa sionista.

L'imprenditore palermitano chiedeva appoggio per le sue imprese, appoggio che il finanziere negò. Forse i Florio non si erano ancora accorti dei “nuovi dei che avanzavano”.

Il colloquio, nella finzione del romanzo, fu interrotto dall'arrivo di un amico comune: Giuseppe (Joseph) Isaac Spatafora Whitaker.

Post correlato:
Il centro del mondo

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[*] Da segnalare un altro importante particolare che si riallaccia al parallelo tra l'impero romano e quello dell'Entità: secondo la tradizione ebraica sarebbero stati proprio gli Edomiti a fondare Roma.

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venerdì, aprile 24, 2009

La leva del potere

Non per essere ripetitivi, ma anche per questa tornata elettorale continueremo a dire che l'unico voto che conta è quello dei siciliani. Quello che succederà in continente avrà rilevanza minima. Peggio, in continente contano solo i voti dell'MPA, che tramite quelli potrebbe superare o meno la soglia del 4%.

E questo non per campanilismo o altro. Ma perchè l'obiettivo di tutte le lotte politiche si svolgono in Italia sin dal 1992 è solo uno: il controllo della Sicilia e del suo hub infrastrutturale ed energetico. Un hub che sarà centrale nel nuovo ordine mondiale che si sta materializzando a passi sempre più veloci.

Nell'avvicinarsi di questo traguardo, gli schieramenti si sono esposti sempre di più, oltrepassando quella finta dicotomia destra-sinistra e mostrandosi alla luce del sole nella vera contrapposizione nord-sud.

Molti dei gruppi che da nord si fronteggiavano nello scontro azzannandosi ferocemente ed indebolendosi a vicenda si trovano oramai all'ultima spiaggia e si stanno giocando le poche carte rimaste. Basta vedere gli “assi” calati dal PD (previo assenso del pecoraio, statene certi...): si rispolvera ancora una volta la Borsellino, con quel suo sorriso inconsistente, dopo che la si era ostacolata duramente quando veramente avrebbe potuto combinare qualcosina.

Si rilancia lo stantio Crocetta, che come ad ogni viglia elettorale viene fatto vittima di un tentato omicidio (ma come ci può essere ancora gente che crede a sti minchiati?), e si aggiunge Italo Tripi, il segretario della CGIL siciliana.

L'IDV di Di Pietro propone addirittura De Magistris (la montagna “Why not?”, ha partorito il topolino della candidatura alle europee...) e la Sonia Alfano, mentre l'unica lista di sinistra che potrebbe veramente avere un anima meridionale, l'MPS di Vendola, scende in campo con amici a dir poco “sospetti”, quali i verdi, e potrebbe presentare lo stesso Vendola e il decano di Bruxelles Claudio Fava.

Dall'altra parte Cuffaro ha promesso di lanciare i suoi assi Antinoro e Gianni, già assessori-ministri della giunta Lombardo, mentre l'MPA si presenta con tre pesi massimi locali: lo stesso presidente, Nello Musumeci (La Destra) e Francesco Musotto, ex Forza Italia.

Il perchè di tutti questi “carichi” è presto detto: se l'obiettivo è conquistare il potere in Sicilia, allora la cosa da fare è togliere voti a Lombardo visto che è lui quello più vicino alla conquista del potere assoluto al centro del Mediterraneo.

Manca un partito all'appello: il gregge principale del pastore di Arcore, il PDL.

Nel PDL in effetti le cose non sono ancora chiarissime. Notiamo innanzitutto l'annunciata rinuncia di Buffardeci, vice presidente della regione.

La sua possibile assenza fa sottilmente il paio con quella della Finocchiaro, ed insieme dimostrano quello che dicevamo sulla divisione nord-sud: nei principali partiti nazionali il fronte meridionale è capeggiato da D'Alema (PD) e da Miccichè (PDL), mentre la Finocchiaro e Buffardeci sono i loro rispettivi delfini.

La loro posizione “meridionalista” li ha consegnati ad un lento declino nei loro partiti (o forse è stato il declino che li ha consegnati al “meridionalismo”?), ed ora costoro tentano di risalire la china da sud. Ma se da un lato D'Alema si trova confinato ad una tattica attendista, Miccichè dall'altro usando la sponda MPA continua a lanciarsi in attacchi all'arma bianca che hanno costretto il Cavaliere sulla difensiva e favorito l'ascesa di un altro siciliano, il guardasigilli Alfano, oggi delfino di Silvio, nella veste dell'ascaro di turno.

Alfano adempie al suo ruolo in pieno. Ad esempio in Puglia ha bloccato le indagini contro il collega di corrente Fitto, l'ascaro del tavoliere, ed in Sicilia sembra che nel ritardo del fondi FAS ci sia il suo di zampino.

A suggerirlo è lo stesso sottosegretario con delega al CIPE (“Miccichè fa outing: i fondi Fas non arrivano perché nel PDL lo temono”, SiciliaInformazioni.com 22 aprile 2009):

“Non è affatto vero [che ancora mancano chiarimenti dalla Regione, ndr], sostiene il sottosegretario Miccichè, non manca più nulla. Alcuni politici siciliani non vogliono che sia io ad erogarli in questa fase di campagna elettorale”.

A pensarla diversamente, cioè a sostenere che manchi qualcosa, è il presidente della provincia di Catania Castiglione, e basta seguire il filo che tirano le sue parole per arrivare, attraverso Firrarello, a Schifani e ad Alfano.

Da queste vicende si possono capire molte cose: innanzitutto che, malgrado tutti gli italioti continuino a non sapere dove si trovi e cosa succeda nell'isola a tre punte, le sorti del primo partito del paese sono nelle mani di tre siciliani (appunto Miccichè, Alfano e Schifani) e come qualcuno possa ancora dubitare che alla fine l'unico obiettivo di Berlusconi sia il controllo assoluto della Sicilia (che evidentemente ancora non ha...) francamente non lo so.

Capiamo anche quale sia la leva che il pecoraio sta usando per aprire questa cassaforte: un litigio tra siciliani. Spesso inventati per coprire le malefatte romane, questa volta siamo di fronte ad un litigio vero [*]: lo scontro tra questi tre figuri è puramente indirizzata alla conquista del potere a casa loro e questa lotta ha fatto sì che l'ex presidente dell'ARS si schierasse con il sud, e ad Alfano e Schifani toccasse la parte degli ascari.

Il problema per il nord è che questa leva non è così forte come potrebbe sembrare. Schifani al culmine delle celebrazioni per la nascita del PDL non si è presentato sul palco insieme alla Prestigiacomo e ad Alfano per il t(ri)onfo di Silvio.

Interrogato circa la sua assenza pare abbia detto di essere rimasto a Palermo per il compleanno della moglie: “Fra il battesimo della nuova storia e il compleanno della moglie, non avrebbe esitato. Meglio Palermo.”, ci sussurra Parlagreco (“Congresso PDL. Fini e Schifani unici assenti sul palco del trionfo”, SiciliaInformazioni.com 30 marzo 2009).

Già, “Meglio Palermo”. Alla fine, sempre di lotta per il potere si tratta. Ed il trono che conta è quello di Palermo. Non quello della triste Milano, dimenticata da tutti.

Si potrebbe pensare si tratti di punti di vista. Può darsi: non bisogna mai sottovalutare la forza della persuasione. Potrebbe anche darsi che Alfano si sia persuaso di essere lui quello che sta facendo la leva. Sul Cavaliere per conquistare Palermo.

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[*] E' all'interno di questo scontro che vanno interpretate le recenti esternazioni di Miccichè riguardo a Garibaldi. Nelle sue dichiarazioni non vi è alcuna avversione nei confronti dei poteri che hanno diretto il risorgimento italiano. Miccichè non ha proposto semplicemente di cancellare il nome del Nizzardo dalla Sicilia, ma anche di sostituirlo con quello di Federico II, da lui definito “illuminato” , aggettivo piuttosto “fraterno” (“Miccichè scatenato. Se la prende con Giuseppe Garibaldi e con il federalismo fiscale. Per par condicio”, SiciliaInformazioni.com, 20 aprile 2009).

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martedì, aprile 21, 2009

Zancle, ovvero la porta della Sicilia

“Con la chiusura dell'Ente Porto di Messina il Governo Lombardo ha demolito l'ultimo baluardo siciliano contro lo strapotere dei militari sulla assoluta proprietà del demanio marittimo appartenente alla Sicilia sancito dallo statuto del Parlamento Siciliano. l'Autorità Portuale (Governativa Italiana) ha esteso le sue competenze dall'arredo urbano cittadino alla pesca portuale con la canna, dal verricello al lido balneare, dalle navi da crociera alla Fiera Internazionale di Messina (defunta per esose richieste di affitto del suolo del demanio appartenente in effetti alla Sicilia).

Il disastro continua,dopo la chiusura dei cantieri navali all'Arsenale, adesso si mette in pericolo anche la Rodriquez Aliscafi, bei tempi erano quelli quando 500 operai altamente specializzati sfornavano le imbarcazioni più veloci del mondo.”


Con queste parole Rino Baeli riassume la situazione di quello che dovrebbe essere il principale volano dell'economia della città peloritana.

Nel video seguente i dettagli di una storia che si trascina sin dal sorgere dello Statuto Autonomista e che penalizza tutti i Siciliani e gli abitanti di Reggio Calabria.

Lo spunto è preso da un articolo apparso sul settimanale Centonove. Per chi volesse leggere l'articolo principale, potrà farlo online a partire dalla prossima settimana (http://www.centonove.it/4DACTION/w_arretrati).


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domenica, aprile 19, 2009

Apologia di (presunto) reato

Nel maggio del 2008 la coraggiosissima (?) trasmissione di RaiTre Report se la prese con l'alta moda. Con il solito metodo italiota di gettare fango a più non posso per farsi ragione, tecnica vista in tutto il suo fulgore per la famosissima puntata su Catania, il programma raccoglieva un poco di qua, un poco di là nel tentativo autolesionista di danneggiare le aziende della moda italiane.

Un bersaglio facile in fondo, vista il vergognoso e smodato amore per i soldi dei principali protagonisti di quel mondo.

Va detto comunque che, come nel caso di Catania (vedi il post “La frontiera”), anche questa volta la trasmissione puntava il dito contro situazioni indubbiamente vergognose le cui vittime alla fine sono gli italiani di tutte le latitudini, turlupinati dalle stesse leggi europee che con la scusa di promuovere la “sicurezza” sul lavoro da noi, incoraggiano le delocalizzazioni delle aziende verso più economici lidi (leggi Cina).

Ma qui la cosa prende una piega ancora più vergognosa del semplice sfruttamento del lavoro minorile, dell'utilizzo di schiavi, etc etc. La parte più preziosa dei prodotti italiani è infatti quella piccola etichetta con la scritta “Made in Italy”. E se il prodotto lo fanno in Cina, l'ultimo vero valore della nostra merce viene azzerato.

Ecco come fanno (dialogo tratto dalla puntata di Report del 18 maggio 2008, “Disoccupati del lusso”):

SABRINA GIANNINI FUORI CAMPO
E' un successo per chi a fine anno dimostra di avere ridotto i costi. Nei quartieri generali delle grandi aziende di moda, a Milano e a Parigi, non possono però non essersi accorti che i costi della produzione della tomaia e della scarpa sono drasticamente calati. Sanno benissimo che i prezzi che riescono a ottenere sono possibili perché i cinesi non pagano le tasse e i contributi. Sono milioni di euro evasi ogni anno. A vantaggio dei loro bilanci e degli imprenditori cinesi senza scrupoli. E a danno degli artigiani locali, anche se la scarpa italiana viene considerata in tutto il mondo la migliore proprio grazie alla tradizione dei nostri artigiani. Allora quale made in italy griffato viene fatto davvero dagli italiani?

ANNA PIERGIACOMI – PRES. FEDERMODA MARCHE
Praticamente le produzioni molto limitate, i quantitativi molto limitati, molto variegati, oppure delle produzioni veloci…
SABRINA GIANNINI
Tipo queste che sono…

ANNA PIERGIACOMI – PRES. FEDERMODA MARCHE
Tipo queste, molto curate, molto fini che non hanno la possibilità di essere fatte all’estero che i calzaturifici non hanno la certezza che il lavoro gli ritorni fatto con quei criteri di precisione. Messe a punto dei modelli, per esempio queste cose qui le chiedono a noi, dobbiamo avere una grande competenza per riuscire a fare questi tipi di lavori. Tu guarda che lavoro sta facendo per fare quei passantini guarda. Questo per fare un semplice passantini di una fibbia.
DONNA ANONIMA
Ho visto quei calzaturifici che lavoravo che arrivavano tomaie già finite già montate e tutto le  facevano in Cina,  in Vietnam o paesi del genere arrivavano qua e poi gli applicavano un full back, che sarebbe una soletta con scritto vero cuoi made in italy. La soletta era vero cuoio made in italy, ma tutto il resto era fatto fuori.
SABRINA GIANNINI
E questa è una cosa diffusa?
DONNA ANONIMA
Penso proprio di si.
SABRINA GIANNINI
Da parte di tutti anche dei più grandi?
DONNA ANONIMA
Soprattutto dei più grandi perché hanno le quantità per mandarli in Cina.


Fanno tutto fuori (in Cina, in Vietnam, in Romania) e poi ci aggiungono un piccolo dettaglio con su scritto “Made in Italy”. E si fa non solo con le scarpe, ma anche con gli altri capi. Poi ci si cuce l'etichetta giusta. E, secondo gli intervistati, lo fanno tutti [*].

Solo che questa volta pare che in Italia qualcosa si muova: la moda “Made in (North) Italy” è un settore importantissimo della nostra economia, e su questo non si scherza. Ecco perchè si comincia a fare un po' di piazza pulita.

Partendo da dove? Manco a dirlo! Dall'unica impresa siciliana del settore di dimensioni apprezzabili (“Maxi frode su divise di carabinieri e forestali”, SiciliaInformazioni.com 18 aprile 2009):

Guai in vista per il gruppo Bucalo di Palermo, coinvolto in una frode internazionale da 12 milioni di euro sulla fornitura di uniformi destinate a carabinieri e guardie forestali. Lo si apprende da Repubblica. (...) La realizzazione delle uniformi sarebbe dovuta avvenire in Europa, in realtà i capi erano prodotti in Cina, a costi minori.

La truffa era ben architettata. Le divise uscite dalle fabbriche cinesi, sarebbero passate da Rotterdam per arrivare poi in Italia. Prodotte in apparenza dalle aziende del Gruppo, come la Gifrab Lmt in Bulgaria, la Svik in Slovacchia e la Merina nella Repubblica Ceca, sarebbero passate da quelle aziende solo per “cambiare le etichette e produrre falsi documenti doganali per aggirare i controlli”.


Sapete come hanno scoperto la “truffa”? “grazie alle intercettazioni”! Io invece l'ho scoperta un anno fa dal divano di casa mia. Guardando Report senza neanche pagare il canone Rai.

Il gruppo Bucalo “oggi è tra i brand siciliani più internazionalizzati nel settore dell'abbigliamento, con interessi nell'Est Europa. In pochi anni i tre fratelli Carmelo, Piero e Giovanni hanno ampliato il loro business, facendo shopping in giro per l'Italia e all'estero, creando un network che vanta 3.200 addetti, con 70 punti vendita 'Bucalo' in Italia, 36 in Sicilia. Con l'acquisto, un anno fa, dei cinque negozi 'Miraglia', i marchi sotto il controllo del network hanno raggiunto quota 75.” ("Bucalo, da negozio di camice a holding con 75 marchi" SiciliaInformazioni.com, 25 settembre 2008)

Ed a Palermo (o a Roma...) devono averli in forte antipatia, a questi tre fratelli, già sponsor del Palermo calcio (quello che si dice un “attacco concentrico”), visto che già l'anno scorso un sequestro di beni era stato predisposto per una presunta evasione fiscale di 30 milioni di euro (“Palermo, evasione per 30 milioni di euro Maxi-sequestro di beni all'azienda Bucalo”, SiciliaInformazioni.com, 25 settembre 2008).

I titoli sono buoni per un film sulla Chicago di Al Capone: “Maxi truffa”, “Evasione”. Si scordano solo di mettere il “presunta” davanti. Tanto i giornalisti sanno di potere delinquere impunemente. Tanto hanno il tesserino.

A nessun giornalista viene in mente di riallacciarsi il programma di RaiTre in questo caso. Invece quando a Report si colpiva direttamente la Sicilia, ecco che tutti (a reti unificate) se lo sono fatti venire in mente.

Il sistema segregazionista politico-genetico italiano è raffinatissimo. Come funziona, lo suggerisce in chiusura di programma un imprenditore napoletano, Raffele Barba, una delle firme più esclusive della camiceria italiana:

RAFFAELE BARBA - IMPRENDITORE
(...) Quindi capirà che io oltre la difficoltà di dover vendere, di dare lavoro a circa 100 dipendenti, ho anche la difficoltà con i prezzi con questa realtà, che oggi non solo uno o due ma sono molteplici, oggi i nostri competitor sono tutti agguerriti come noi, e non solo dobbiamo combattere con quelli che fanno il reale Made in Italy, ma anche chi gioca sporco. Quindi capirà che in questo mondo in cui le firme e la pubblicità contano più della qualità, diventa difficile vendere e diventa difficile andare avanti, soprattutto se si rispettano le regole.
SABRINA GIANNINI
Cioè?
RAFFAELE BARBA - IMPRENDITORE
Eh...le regole sono tante da rispettare!


Le regole: fatte apposta per essere infrante. Di modo che tutti sono colpevoli, e chi non ci piace lo sbattiamo prima sui giornali, e poi se insiste anche in gattabuia. Colpito per ragioni genetiche o politiche. Ed in questo caso mi sa che valgono tutte e due.

Io, nel mio piccolo, se prima mi servivo da Bucalo solo saltuariamente, da oggi vedrò di passare più spesso in uno dei suoi punti vendita. Se è vero che è riuscito a fare indossare ai carabinieri italioti delle divise Made in China, va sicuramente sostenuto: su questi capi presto ci prenderemo il pizzo facendoli passare dal porto di Augusta.

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[*] Ascoltando l'inchiesta di Report scopriamo anche che l'unico a rispettare la legge sembra essere Dalla Valle, tanto per avere un idea di chi fosse Picone.

Clicca qui per vedere il video della puntata di Report "I disoccupati del lusso"

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venerdì, aprile 17, 2009

Complotto terrorista

Infrastrutture. Quali sono quelle che i Siciliani vogliono e quelle che non vogliono. Quale quelle il cui iter non incontrerebbe praticamente opposizione popolare, e quali quelle destinate a provocare accese discussioni. Quali quelle che avrebbero un sicuro ritorno politico (traduco: numero di voti) e quali quelle che non si capisce bene se i voti li portino o li tolgano. Infine: quali quelle veramente utili per la Sicilia ed i Siciliani, quali quelle inutili o addirittura dannose.

Porti, Aeroporti, ferrovie, autostrade, rigassificatori, centrali nucleari, ponti, inceneritori: da queste parti tutti sembrano voler costruire qualcosa, più che in ogni altra parte d'Italia. Non tutti siamo ingegneri, imprenditori, ambientalisti o esperti di politica energetica. Quindi come fare a capire dove potrebbe nascondersi il tranello, l'imbroglio, la futura strage? Quale di queste opere ci viene offerta con l'asterisco del centro oncologico annesso? Quali possono davvero rappresentare un'occasione di sviluppo?

Certo non si possono accontentare tutti: un aeroporto provoca rumore, una autostrada significa la penetrazione di un territorio prima indisturbato, un porto la distruzione di chilometri di costa. Ma chi in Sicilia si opporrebbe veramente alla creazione di un hub aereo internazionale? Chi si è opposto alla riconversione di Comiso? Chi sta protestando per la costruzione della Catania-Siracusa-Gela? Neanche certe frange ambientaliste dedite solo a pescare nel torbido si sono immaginate di appigliarsi a qualcosa.

Viene da chiedersi allora perchè non sentiamo mai politici di livello nazionale sposare questi progetti. Anche senza avere intenzione di realizzare niente. Tanto per prenderci per il culo. Lo hanno fatto per tante cose. Per la ricostruzione di Messina o del Belice, ad esempio.

Mai nessuno che ci vuole prendere per il culo promettendoci il porto di Augusta o il più importante hub del Mediterraneo!

Invece eccoli buttarsi sul ponte. Sugli inceneritori. Sulle centrali nucleari. Rischiando, prima di una elezione, di perdere importanti consensi. Anzi, la “mitica” opera del ponte ricompare puntualmente pochi mesi prima di ogni elezione, per poi sparire dalle pagine dei giornali il giorno dopo il conteggio dei voti.

Quando Berlusconi dice che i Siciliani non sono italiani al 100% senza il ponte, credete che non lo sappia di dire qualcosa che nel breve termine potrebbe costare dei voti?

Lo sa, lo sa benissimo. Ma evidentemente in quel momento non sta facendo campagna per il nostro voto. Lui sta parlando a qualcun altro.

In ogni caso, questo potrebbe non significare niente. Un'opera anche se controversa potrebbe essere auspicabile. Un'opera voluta da poteri che non ci piacciono tanto, potrebbe comunque essere vantaggiosa per il territorio. Ma allora come fare a distinguere?

E proprio qui sta la stranezza principale. Perchè del ponte o degli inceneritori o delle centrali si dice che ci siano dietro gli interessi dell'Impregilo e di altre imprese del nord. Ma questo non basta a giustificare tanta ostinazione.

Si dice che costruire un'opera ingegneristica come il ponte fungerebbe da vetrina per il “made in Italy” (o meglio, per il “made in North Italy”...). Ma è vero? Realizzare il principale porto del Mediterraneo ad Augusta sarebbe sicuramente una vetrina altrettanto importante. Lo stesso nel caso di un hub aeroportuale intercontinentale che funzioni realmente: la progettazione e realizzazione di Malpensa ha portato solo risatine di compassione alle aziende che lo hanno realizzato.

Se le aziende del nord hanno bisogno di lavorare, si faccia realizzare loro la connessione veloce Messina-Catania-Palermo. Invece, malgrado l'acqua alla gola, nessuno si sogna di salvarle con un'opera del genere, per la quale ci sarebbero fondi europei, ragionali e privati.

Il punto è che queste opere servono veramente allo sviluppo della Sicilia. E quindi non vanno realizzate. Né in Sicilia né tanto meno nel Sud Italia.

Invece, malgrado il nostro territorio produca più energia di quella necessaria, si vuole costruire una centrale nucleare tra Ragusa e Palma di Montechiaro, si vogliono realizzare inceneritori che da soli brucerebbero più immondizia (indifferenziata) di tutti quelli costruiti sinora in Italia messi insieme.

E come insistono per queste opere! Sembra quasi che l'energia serva a loro o che ci debbano bruciare la loro di immondizia. Sembra...

Volete che per il ponte il discorso non sia diverso? Lasciando da parte la questione ambientale, se il ponte portasse veramente dei vantaggi alla Sicilia ed al resto del Sud Italia, nessuno si sbraccerebbe per iniziare i lavori. Con il ponte credono di continuare a costringerci a passare da loro prima di arrivare nel resto del mondo. Credono di poterci imporre il pizzo ancora una volta.

Siamo a questo paradosso: si preferisce fare una figura barbina iniziando i lavori per un'opera, quella del ponte, che non si sa neanche se si possa realizzare, tanto per tirare la caretta per qualche altro anno, piuttosto che rilanciare le stesse aziende padane in grande stile con opere di alto profilo politico ed ingegneristico che hanno però il difetto di essere utili anche ai terroni.

Ecco un buon modo per distinguere opere a noi vantaggiose da quelle decisamente dannose: se trovano consenso trasversale in tutto lo stivaletto, se vedono favorevoli i politici romani ed il miope sistema produttivo padano, appartengono sicuramente alle seconde. Appartengono sicuramente al trittico terrorista composto da inceneritori, reattori nucleari e ponte.

Nota finale: in verità un politico di livello nazionale che abbia proposto qualcosa di realmente importante per lo sviluppo del sud c'è stato, ed anche di recente. Si tratta di Massimo D'Alema, che ha portato avanti la battaglia per l'alta velocità tra Bari e Napoli, infrastruttura importante per il Sud Italia almeno quanto la Augusta-Termini Imerese lo è per la Sicilia. La sua battaglia è anche stata sul punto di avere successo. Il governo Berlusconi ha pensato di stornare i fondi che avrebbero dovuto finanziare l'opera (Bari - Uil: "I numeri della crisi sono pesanti", Corriere del Sud 26 marzo 2009):

Inevitabile anche un accenno ai pesanti tagli che il Governo Centrale ha compiuto sui FAS, per la Puglia: “Fra le infrastrutture – ha spiegato Pugliese - sono rimaste solo la Leuca-Maglie ed il nodo di Bari. Tutti gli altri finanziamenti sono stati cancellati. Non ci sono le bonifiche delle aree di Brindisi e Taranto, non c’è l’edilizia ospedaliera, non c’è più l’alta velocità Bari-Napoli...

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mercoledì, aprile 15, 2009

L'obelisco del mondo (prima parte)

Venti di profezia
parlano di nuovi dei che avanzano
Il vuoto – Franco Battiato


Premessa: La storia scritta dai romani ci dice che le donne puniche dell'isola di Mozia, oggi nel trapanese, erano orgogliose di poter donare i loro figli appena nati per quegli assassinii rituali, tanto il potere era stato capace di manipolare il popolo.

Molti secoli dopo in quei placidi lidi sbarcarono gli inglesi, che si misero subito in affari impiantando produzioni di vino Marsala da esportare attraverso il loro impero.

Fu un (siculo) inglese, Giuseppe (Joseph) Isaac Spatafora Whitaker, proprietario dell'isola, a dare inizio agli scavi archeologici nel 1906, individuandone gli elementi principali: dal Tofet (il cimitero degli infanti sacrificati), al santuario del “cappiddazzu”, al Kothon.

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Gli scavi di Mozia sono oggi divenuti uno dei principali siti archeologici della Sicilia. L'attenzione è sicuramente giustificata, essendo questo l'unico insediamento fenicio in Sicilia ad essere giunto ai nostri giorni quasi intatto. Malgrado i libri di storia siano dimentichi a riguardo, i fenici prima dell'arrivo dei greci controllavano tutti i maggiori centri dell'isola incluse Siracusa e Catania (particolare questo che contribuisce a rendere poco credibile la supposta divisione dei popoli siciliani pre-greci in Elimi, Siculi e Sicani, vedi il post “Da dove vengono i Siciliani”). Costretti a retrocedere, l'ultima loro roccaforte fu l'isolotto dello stagnone di Marsala, conquistato da Dionigi, tiranno di Siracusa, nel 397 a.c.

Gli ultimi eccezionali ritrovamenti stravolgono completamente molte delle idee sul significato dei principali edifici della cittadina, in particolare quello del cosiddetto “Kothon”.

Un dettagliato resoconto dello stato attuale delle ricerche è stato pubblicato dalla rivista “Kalòs – Arte in Sicilia”, un prodotto editoriale di altissima qualità e che mette in risalto sempre il meglio della nostra storia e della nostra cultura.

L'articolo “Il lago sacro e l'obelisco”, scritto dal Professore Lorenzo Nigro dell'Università La Sapienza di Roma e pubblicato nel numero di febbraio-marzo 2007, rende noti ad un pubblico più vasto dettagli che suggeriscono un lungo filo, sottile ma resistente, che collega l'antica Mozia con l'era moderna.

Chi ha visitato il sito, incastonato tra i cristalli di sale dello stagnone, ricorderà come la guida turistica segnalava nel quadrante sud-occidentale dell'isolotto un “bacino di carenaggio” o porticciolo dove avrebbero riparato le barche dei pescatori, appunto il “Kothon” (vedi mappa dal sito dedicato alla campagna di scavi dall'ateneo de La Sapienza).

Le ultime scoperte hanno dimostrato che il significato di questo “bacino” è totalmente differente:

Nel suo impianto originario la vasca non era collegata con il canale che, apparentemente, la connette alla laguna dello stagnone di Marsala.

Particolare che non rende plausibile il suo utilizzo quale bacino di carenaggio. Invece, a ridosso del margine orientale del Kothon è stato scoperto un imponente edificio sacro, anch'esso distrutto da Dionigi di Siracusa nel 397 a.c.

La struttura di quest'area sacra presenta dei particolari di notevole interesse: oltre una porta monumentale affaciantesi sul Kothon, all'interno del perimetro del tempio troviamo degli elementi che ci avvicinano alle origini fenicie dei coloni punici di Mozia, e cioè un pozzo sacro ed un obelisco addossato ad una piccola piattaforma cultuale.

Dal pozzo e dall'obelisco si dipartono due condotti che poco dopo si uniscono per andare a terminare nel bacino del Kothon. Questi condotti sono da mettere in relazione con un'altra recente scoperta: sul lato settentrionale del bacino, una volta prosciugato lo stesso, sgorga la stessa sorgente che alimentava il pozzo sacro. E “se si ripristina il livello originale [di 2500 anni fa, ndr] delle acque dello stagnone (...) la sorgente non è più sommersa e riprende ad alimentare la vasca del Kothon e il pozzo sacro al centro del tempio. Il Kothon appare allora come una grande piscina d'acqua dolce, la cui funzione deve essere ricercata in ambito religioso.

Secondo il ricercatore questi condotti erano “per lo scolo nel sottosuolo e lo smaltimento dei liquidi” provenienti dal consumo di libagioni nell'area cultuale. Ma il termine “smaltimento” non sembra il più appropriato, quando il canale di scolo terminava all'interno del bacino sacro fulcro del rito. Più che ad un rifiuto, quello che arrivava al laghetto tramite le canalette dovrebbe essere associato ad una offerta. E' difficile credere che un semplice canale di smaltimento possa essere stato collegato al lago sacro.

In fondo, la funzione simbolica (o anche esoterica...) di queste offerte è spiegata poco oltre nell'articolo:

al tempio degli dèi Atargatis e Hadad a Hierapolis di Siria (De Syria Dea, 12-28), dove le libagioni venivano effettuate in memoria del Diluvio, versando acqua marina in una “voragine”, e stavano a rappresentare il ritorno agli inferi delle acque dell'abisso (fuoriuscite con il diluvio), dal quale doveva riemergere la vita

inoltre per “le acque e la loro presenza nei templi (...) non [si deve escludere] il più ampio e fondante significato che alle stesse veniva attribuito come elemento di connessione tra il mondo terreno e quello sotterraneo, dal quale doveva essere riportata la vita sulla terra in occasione della primavera. Il dio Baal, nei testi mitologici della città di Ugarit, riusciva nell'impresa affrontando il malvagio dio delle acque marine Yam, un successo che si doveva rinnovare ogni anno e che era propiziato dalla sua paredra Astarte e suggellato anche da precisi eventi naturali ed astronomici[*]

L'autore ci fa notare anche un altro interessante particolare, risiedente nella prospettiva offerta a chi dal bacino osservasse la porta monumentale. In questo caso l'obelisco apparirebbe inquadrato nel portale del tempio, “in un modo che possiamo immaginare grazie alle rappresentazioni scolpite sulle numerose stele del Tofet” (vedi figura a lato).

Non dovrebbe allora sembrare troppo azzardato mettere in relazione i sacrifici di infanti (seppelliti nel Tofet) con quei rituali che si sarebbero celebrati nel tempio, tanto più che secondo quanto rivelato da un'altra campagna di scavi dello stesso Nigro (“Mozia ed il segreto di Astarte”, Archeo luglio 2008) il culto di Astarte era sentitissimo a Mozia e che incidentalmente, tra le stele del Tofet di Mozia si sono ritrovate diverse statuette rappresentanti la dea.

Se i fanciulli venivano sacrificati ai piedi dell'obelisco, allora la canaletta avrebbe portato al lago come offerta il sangue di quelle piccole vittime come elemento propiziatorio in vista della battaglia tra Baal e Yam, tramite la sua associata Astarte (o Venere, il pianeta rosso).

I collegamenti tra i sacrifici umani, l'obelisco e l'acqua sgorgante dal sottosuolo sono stati suggeriti anche altrove. Un esempio di notevole forza scenografica proviene da un film : “From hell” o “La vera storia di Jack lo squartatore” nella sua versione italiana (vedi il post “Labirinto infernale”), successo hollywoodiano interpretato da Jhonny Depp.

Secondo la versione romanzata della torbida vicenda londinese, quegli assassini sarebbero maturati in ambito massonico e sarebbero stati eseguiti secondo determinati rituali. In questi rituali l'importanza dell'elemento acqueo nel film viene suggerita senza essere citata esplicitamente. Alcuni degli omicidi avvennero in giorni di pioggia (un diluvio simbolico) mentre in un altro caso una delle vittime si vedeva riflessa nello specchio di una pozzanghera (il lago sacro, appunto) prima di essere sacrificata. Nel frattempo un obelisco viene inquadrato nel film nelle notti in cui il killer (o la setta...) agiva (vedi immagine all'inizio del post o trailer film in basso).

Per quanto questi siano solo degli artifici narrativi non verificabili nella realtà, nei resoconti dei fatti di allora si ritrova un dettaglio tralasciato nel film ma pertinente. Vicino al corpo della seconda vittima, Annie Chapman, sotto un rubinetto dell'acqua fu trovato un grembiule di cuoio sporco di sangue ed inzuppato d'acqua, come se fosse stato lavato.

La simbologia di questo ritrovamento è fenomenale: il grembiule richiama l'ambiente massonico, lavato in acqua dopo (immaginiamo) essere stato sporcato di sangue, azione che richiamerebbe i riti di Baal descritti sopra. In quel luogo ed in quel momento storico poi richiama anche il Tempio di Salomone: nella realtà quello era un grembiule da macellaio, il principale mestiere degli ebrei nel quartiere di Whitechapel a Londra sul finire del XIX secolo.

Quel ritrovamento non avrebbe dovuto incolpare gli ebrei, come credette il popolo allora (e come preferirono credere gli inquirenti). Avrebbe dovuto indicare un luogo preciso, anche in virtù del fatto che i liberi muratori fanno idealmente risalire la loro origine proprio alle congregazioni dei manovali che costruirono quel Tempio.

Come rileva il professore Nigro nell'articolo pubblicato su Kalòs, “Il portale monumentale [del tempio addossato al Kothon di Mozia, ndr] era contraddistinto, inoltre, dalla presenza di due pilastrini inseriti all'interno delle ante, privi di qualsiasi funzione strutturale,e che devono essere considerati una rielaborazione punica di un classico apprestamento dei templi fenici, già descritto da Giuseppe Flavio (C. Ap. 1, 112-127) a proposito del tempio di Zeus (Baal Shamin) a Tiro, ossia la coppia di pilastri anteriori riccamente decorati e recanti probabilmente alcuni simboli divini (e realizzato dagli architetti tirii anche nel Tempio di Salomone a Gerusalemme, secondo la nota descrizione del I Libro dei Re, 7:21)

(Fine prima parte)

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[*] L'obelisco e le due stele eretti accanto al pozzo sarebbero allineati con il punto dove, al solstizio d'inverno (21 dicembre) sorge la costellazione di Orione, il Baal fenicio. Recenti “profezie”, riportate anche dal programma televisivo Voyager, indicano per la fine del mondo la data del 21-12-2012.

Sui fenici e sui sacrifici umani vedi anche i seguenti post:
Figli di (prima parte)
Figli di (seconda parte)
Figli di (terza parte)



Ten Bells: pub o ingresso del Tempio? (vedi a 0:36”)

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domenica, aprile 12, 2009

Video: Mambo (Sud) Italiano

Da oggi cercherò di dare continuità alla sezione “video”. In maniera più o meno regolare proporrò dei video (canzoni, servizi, documentari, anche barzellette) che ci dicano qualcosa in più sulla nostra Terra. A volte con un breve commento. A volte anche senza. Oggi iniziamo con la storia di una vecchia canzonetta: Mambo Italiano

Nel 1956 Carla Boni presentava al pubblico italiota una canzone dal titolo “Mambo italiano” che altro non era che il rifacimento di un pezzo scritto dall'americano Bob Merrill nel 1954 e cantata da Rosemary Clooney nello stesso anno. Il disco raggiunse anche la vetta delle classifiche inglesi nel 1955.

La versione italiana non è altro che un riadattamento di quel pezzo, malgrado il presentatore lo spacci per originale quando di recente l'ha riproposta in televisione:



Tra le parole del testo della Boni troviamo questa strana sequenza:

Hey mambo, mambo italiano
No, no, no non è solo siciliano
Non è calabrese non è un mambo piemontese


Perchè la Carla si è così tanto indispettita da sentirsi in dovere di specificare che il mambo non è “solo siciliano”?

Ascoltiamo la versione originale:



Ed ecco la prima parte del testo originale tradotto:

Una ragazza è tornata a Napoli
Perchè le mancava il paesaggio
Le danza locali e le incantevole canzoni
Ma aspetta un attimo, c'è qualcosa di sbagliato
Hey, mambo! Mambo italiano!
Hey, mambo! Mambo italiano
Vai, vai, vai, ti sei confuso con il siciliano
Tutti voi, calabresi fate il mambo come i pazzi
Hey mambo, non voglio la tarantella
Hey mambo, niente più mozzarella
Hey mambo! Mambo italiano!
Prova una enchilada con il pesce baccalà
Hey cumpà, amo come balli una Rumba
Ma ascolta un consiglio paisano
impara il mambo
(...)


Tutto ciò che viene nominato nella canzone viene dal sud Italia e dalla Sicilia, una testimonianza “indipendente” del fatto che non è “l'Italia” della canzone della Boni ad essere famosa nel mondo, ma la Sicilia ed il Sud Italia a causa del dramma dell'emigrazione al quale le popolazioni meridionali sono state sottoposte.

Senza contare che mentre di Napoli il testo ricorda il paesaggio e della Calabria la coesione sociale (i calabresi ballano tutti insieme) della Sicilia (oltre al baccalà...) ricorda... la lingua!

Ed invece cosa succede nella traduzione italiota? Scompare tutto. Anche i piemontesi scompaiono, per lasciare spazio a questa scialba italietta massonica senza identità.

Un ultima curiosità. Di recente una ennesima versione della canzone ha fatto furore nelle discoteche di tutto il mondo:



In essa si mette in risalto una altra caratteristica associata ai siciliani ed ai meridionali (che oltre oceano sono “gli italiani”): il “sex appeal”, simboleggiato nel video dal continuo alternarsi di bottiglie (uomo) con bicchieri e padelle (donna).

La chiave di lettura del video è data in questi due fotogrammi che appaiono a circa 2'20” nel video dove vediamo il bicchiere associato ad una ragazza e la bottiglia alla sua controparte maschile:





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sabato, aprile 11, 2009

L'opinione: Rosario Brancato, MPA Lombardia

A circa un anno dell'investitura a Capo del Governo Siciliano, Raffaele Lombardo si è trovato a gestire la Sicilia in una situazione politica nuova. Da un lato la scomparsa la vecchia sinistra rivendicazionista ma negatrice della specificità siciliana ed un partito democratico nato già decapitato per l'ovvia scelta da parte della Finocchiaro in direzione di Roma in seguito alla sconfitta nella sua terra di origine, con obolo di aver mandato anche dei parlamentari non siciliani sui colli romani. Dall'altra parte la sconfitta della vecchia destra isolana arroccata dell'anacronistica difesa della presunta italianità dei sui elettori, che a tutt'oggi sono sbeffeggiati dalle scelte di un governo romano rivolto solo a portare liquidità finanziaria in una determinata parte della linea Gaeta/Foce del Tronto.

Ci ritroviamo con tre attori politici, la vecchia nomenklatura dei democratici a difesa dei privilegi dei grandi commis di interessi privati costituiti che danno supporto a taluni politici ormai perdenti nel resto della penisola. Il nuovo Rassemblement pour la Libertè, dove tutti si dicono fratelli, ma soprattutto fratelli coltelli. Dove la politica viene condotta come una campagna di marketing volta a svuotare la capacita' mentali della gente, cioè a (non) far ragionare i cittadini sulle scemenze veicolate dalla scatola magica.

Quanto durerà il Deus ex machina, chi tira le corde dietro di esso? Ho la vaga sensazione che tutti i politici stiano aspettando il momento in cui la corda che tiene unita questa repubblica si spezzerà ed in cui la gente capirà di essere stata defraudata dei soldi pagati in tasse e contributi sociali. Capirà di non poter più dare un futuro per i propri giovani.

Alcuni giorni fa ascoltavo l'intervista ad Barack Obama: quantunque abbia ammesso gli errori commessi dalle corporations del suo paese, ha voluto rivolgere un appello per creare un'aspettativa migliore alla società statunitense. Era un discorso politico molto ben lontano dai discorsi politici italiani.

Ritornando all'incipit rimane il cosiddetto Movimento per le Autonomie. Per quali Autonomie? Onestamente intravvedo solo Raffaele Lombardo, che sfruttando la veste istituzionale riesce a portare avanti con altri presidente regionali una politica volta a difendere l'Autonomia Siciliana allargandola alle altre regioni insulari e peninsulari.

Oggi la politica, al di là delle parole, si misura anche dalla capacità di muovere risorse finanziarie allocandole dove serve e dal garantire ai notabili politici locali la continuità di governo negli ambiti regionali.

Lombardo si trova nella continua morsa politica e gestionale da parte di chi, legato a logiche centralistiche romane, preme per negare le risorse per far gestire un bilancio regionale volto allo sviluppo. Dall'altra parte abbiamo una classe politica siciliana che onestamente non sa se aggrapparsi a Berlusconi per poter gestire il consenso elettorale, oppure andargli contro con la consapevolezza di trovarsi a corto di denari e di non poter più ambire a posti di responsabilità amministrativa.

L'esperienza recente da parte mia nella partecipazione alla costituente Mpa Lombardia, ha segnato qualche momento di delusione personale per l'attesa per le scelte politiche relative al superamento dello sbarramento alle elezioni europee. Ma al tempo stesso c'è voglia di partecipare con un certo slancio, insieme a tante persone che si incontrano per dar vita a questo gruppo, ad affrontare una sfida in un territorio difficile dove per la prima volta un movimento politico nato in Sicilia, dopo l'epoca sturziana, si propone di portare avanti un nuovo modus operandi che si slega inevitabilmente dalle vecchie logiche di potere dei lacchè locali della politica.

Con questo coraggio che ci contraddistingue e la consapevolezza di entrare in un terreno nuovo e vergine in un certo senso, oggi si tratta di far vedere di come le nostre popolazioni integrate in queste regioni, daranno nuova linfa al dibattito politico che rischia di scemare verso un partito unico camuffato da bipartitismo. Domani rischia di diventare ancora peggio, ci toglieranno il voto. Allora chi ci ascolterà se tutto calerà dal "ghe pensi mì" meneghino che sciorina le soluzioni attraverso le scatole magiche che imbambolano le persone?

Certo ci vorrà grande coraggio ed entusiasmo per andare a cercare le persone attraverso i nostri rapporti di amicizia, di collaborazione professionale e di partecipazione agli eventi sociali. Avere la capacità di recuperare quelle tradizioni federaliste proprie della genti della pianura padana e dell'arco alpino che invece la Lega ha tradito a beneficio solo di interessi privati di gruppi di potere camuffati dalla difesa del nord dal centralismo romano.

Dobbiamo allontanare ciò che puzza già di vecchio. Dobbiamo riscoprire la politica come un occasione dello stare insieme, simili ai bouleterion/parlamentini delle antiche città sicule. Comunicare in modo trasparente affinché il nostro linguaggio sia l'espressione del nostro modo di essere, di saper affrontare i problemi, e di cercare di dare un futuro alla nostra gioventù, di creare un futuro sostenibile aperto alle nuove tecnologie. Dobbiamo dare linfa alla gente con un linguaggio nel quale le parole ritrovino senso, e senza la vacuità tipica di quel linguaggio "post" che invece mostra solo i posteriori.

In questi giorni leggevo in un post in cui si citava il vecchio questore di Lilibeo, Cicerone, che rammentava che la politica deve far ravvicinare gli uomini a Dio, non allontanarli. Spero che l'invocazione alla Provvidenza Divina da parte di Raffaele Lombardo ci aiuti ad aver più coraggio nel proporci per migliorare il momento in cui viviamo.

f.to Rosario Brancato


La foto a corredo dell'articolo, richiesta dallo stesso autore, rappresenta la Madonna Odigitria, protettrice della Nazione Siciliana.

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martedì, aprile 07, 2009

Il paramassone

Mentre Bertolaso, si affanna a convincerci che è impossibile prevedere i terremoti (a proposito: non ho sentito nessuno citare il sisma previsto dai cinesi nel 1975 nella regione dello Haicheng previsione che salvò la vita a centinaia di migliaia di persone... stiamo parlando di 35 anni fa!), movimenti tellurici di tipo diverso sembrano essersi propagati molto più in là delle onde abruzzesi.

Il sisma avrebbe costretto il nostro (nostro?) presidente a cancellare un viaggio in Russia, come rilanciato dai titoli di tutti i media nazionali e non, quegli stessi media che contemporaneamente ci avvertono che invece sarebbe in preparazione un viaggio a Washington.

A che gioco sta giocando il pecoraio?

Il feeling tra la paramassonica P2 ed una certa destra americana suggerito dalle attività finanziarie di Sindona, alle soglie del nuovo millennio sembrò essere stato ereditato dal cavaliere, come testimoniato dalla vicinanza al nuovo presidente americano George W. Bush

Il sorgere di Putin in Russia mise però in testa al nostro qualche strana idea, tra le quali quella di rimettere l'Italia dove era stata dalla fine della II guerra mondiale sino al crollo dell'URSS: in equilibrio tra le due superpotenze, così da poter vivere di rendita (e di furto...) spillando da ambedue le parti (vedi il post "Ricordi di un buio passato").

Iniziò allora sui media italiani la manfrina della mediazione tra Putin e Bush, manfrina che durò per tutto il tempo del primo mandato del presidente americano. All'inizio del suo secondo mandato qualcosa cambiò, e Berlusconi virò ad est in modo deciso.

Questa deviazione potrebbe essere stata suggerita dall'evidente fallimento del progetto del “Nuovo Secolo Americano” dei neocon repubblicani, fallimento che fece durare quel “Nuovo Secolo Americano” meno di un decennio.

Il fallimento della “setta” dei Bush avrebbe sicuramente comportato oltre Atlantico il ritorno al potere dei Democratici alleati delle sinistre europee e nemici giurati del signorotto di Arcore.

Il programma di avvicinamento a Mosca, dove si covavano (e si covano) forti interessi mediterranei, filò così liscio per diverso tempo.

Una piccola battuta di arresto perla verità ci fu: dopo la caduta dell'ultimo governo Prodi e le elezioni che portarono nuovamente la regia di comando ad Arcore, un riavvicinamento all'Europa apparve all'orizzonte e per un breve periodo persino la stampa finanziaria europea si sperticò in inaspettate lodi per il nuovo capo del governo Italiano [*].

La mossa si rivelò presto effimera, e le cose proseguirono lungo il corso già preso da qualche anno.

Il punto più alto dei rapporti Berlusconi-Mosca si ebbe in occasione dell'elezione di Obama, quando la famosa freddura sull'abbronzatura del “negretto” venne fuori ed il cui significato abbiamo già spiegato. Essa era in realtà accompagnata da un'altra frase estremamente significativa:

«L'ho detto a Medvedev: è giovane e ha tutte le qualità per andare d'accordo con te»

Anche qui la vecchia pulce dell'accordo tra le due potenze, fissazione mediatica e strategica del nostro, è evidente.

Come era facile prevedere, la nuova amministrazione USA si premurò di snobbare i messaggi di congratulazione italiani, se non altro confermando l'interesse nel riportare sotto la propria ala protettiva Roma e facendo il gioco di Arcore.

Nel frattempo gli attacchi a mezzo stampa erano ripresi, con l'Economist che oramai esplicitamente riferiva del tradimento sul fronte occidentale. E' di un paio di settimane fa il paragone tra Berlusconi e la matrioska russa:

I delegati al congresso inaugurale del Partito delle Libertà (PDL) del 27 marzo, possono comprare un nuovo souvenir: una bambola russa nella forma di Silvio Berlusconi. (“Rendering it unto Caesar”, The Economist 26 marzo 2009)

Anche questi “attacchi” in verità non hanno fatto altro che assecondare il gioco “padano” mentre la crisi economica induceva gli americani ad abbassare le ali sempre di più, sino a portarle alla statura giusta. Ed ecco che al G20 il nord Italia si gioca le sue carte, preparate in casa dalla fondazione del Pdl e dalle bastonate assestate a Raffaele Lombardo, costretto come visto all'umiliante accordo con Storace:

Se n’era stato acquattato, a Londra durante il G20, per ore, facendo finta di niente e poi, profittando di una pausa richiesta dalla consueta foto ufficiale, s’è fiondato in mezzo ai Presidenti degli USA, Obama, e della Russia, Medvedev, facendosi ritrarre con le braccia sulle loro spalle, il sorriso a 360 gradi ed uno sguardo d’intesa, come a dire: questi qui li metto io d’accordo. (“Diavolo d’un uomo. Silvio s’è fatto immortalare fra Obama e Medvedev. Come c’è riuscito?
SiciliaInformazioni.com, 3 aprile 2009)

Per riuscire a mettere d'accordo i due a questo punto ci si deve un attimo dedicare a riequilibrare le distanza, staccandosi un pochino da Mosca e riavvicinandosi a Washington, che indebolita dagli eventi non potrà fare altro che aprire le braccia.

Detto, fatto:

In una breve conferenza stampa al termine del Vertice Ue-Usa, il premier italiano ha riferito che tra Europa e Stati Uniti si e' registrata "una sintonia assoluta su tutti i temi" e non si registra alcun contenzioso: "Non c'e' stato un solo argomento sul quale si sia registrata una distanza". (Ansa, 5 aprile 2009)

Passano meno di 24 ore e, con la complicità dell'evento sismico, il para...culo (scusate, ma qui ci vuole proprio...) ne approfitta per mandare un chiaro segnale a Mosca annullando come detto il suo viaggio.

Sembra che il risultato che voleva sia stato ottenuto. Obama si è affrettato a mandare un particolare messaggio di solidarietà agli italiani, all'inizio della conferenza stampa congiunta con il leader turco e la cosa è stata subito ripresa dai media:

(ANSA) - ANKARA, 6 APR - Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha inviato le sue condoglianze alle famiglie italiane colpite dal terremoto.Obama ha aperto la sua conferenza stampa ad Ankara col presidente turco Abdullah Gul inviando la sua solidarieta' con le vittime del terremoti in Italia. ''Desideriamo porgere le nostre condoglianze alle famiglie italiane colpite dal terremoto. Ci auguriamo che l'invio dei mezzi di soccorso riesca a minimizzare i danni per le vittime'', ha detto Obama.

Uno dei punti di maggiore contatto tra Arcore e Washington è costituito dall'ingresso della Turchia nella UE.

Meno evidenza è stata data invece al messaggio russo, arrivato poco dopo, malgrado questo offrisse anche aiuti pratici [**]:

Medvedev ha anche dato disposizione al ministero per le Emergenze di tenersi pronto a inviare in Italia alcuni specialisti della Protezione civile di Mosca per collaborare alle operazioni di soccorso alle vittime del sisma.

Un messaggio di cui si sente l'eco in quello inviato da Palermo:

Su disposizione del Dirigente Generale Salvatore Cocina, sono pronti a partire i tecnici della protezione civile regionale per avviare le procedure di rilevamento e censimento dei danni causati dal terremoto che ha colpito L’Aquila e i comuni abruzzesi.

L'obbiettivo del paramassone non è cambiato: è sempre convinto di potersi mettere in mezzo ed ottenere (arriviamo dunque al punto...) la possibilità di gestire come feudo la piattaforma logistica siciliana, procedendo con il trittico terrorista fatto di inceneritori, centrali nucleari e ponte sulle stretto per salvare il posteriore all'economia padana riducendo sud e Sicilia ad un vero e proprio campo di concentramento in stile striscia di Gaza.

Le sue idee sono vecchie di parecchio. Fu questo il modo in cui i padani sconfissero l'indipendentismo siciliano all'indomani della II guerra mondiale: mentre ad un certo punto l'occidente (ed in particolare gli americani) sembravano possibilisti, arrivò Stalin sollecitato dai compagni italiani a bloccare tutto (vedi il post “Un occhio dietro le quinte”).

Il nord riuscì a tenersi l'isola e la mangiatoia senza problemi per altri 50 anni, tramite un accordo che fu suggellato dai fatti di Portella delle Ginestre (vedi il post: "Salvatore Giuliano: di sicuro si sa solo che è morto"). Tutti d'accordo: comunisti, democristiani e fascisti.

Sino al crollo di una delle due parti all'inizio degli anni 90. E fu lì che i guai cominciarono, nel momento in cui Falcone saltava in aria ed i poteri “occidentali” cominciavano a scannarsi per il controllo del Mediterraneo (vedete quanto importante sia il 1992...).

Quello che sembra non aver capito questa scheggia impazzita del sistema massonico occidentale è che quel controllo si voleva ottenere in previsione di qualcosa che ormai è vicino: l'inizio del secolo asiatico, l'arrivo nel Mediterraneo di Cina ed India. Mentre lui continua ad avere una visione da guerra fredda, o al massimo da 1994 come ha detto Bobo Craxi:

«Il Pdl ha i numeri ed il consenso per governare, ma è fermo all'Italia del 1994. Presto o tardi entrerà in crisi e contraddizione.»

E testardo ci continua ad allungare inutilmente questo brodo allucinogeno.

Post correlati:
Un occhio dietro le quinte
E' già caduto
Ci siamo
Pericolo di crollo


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[*] Proprio in quei giorni si registrò una clamorosa caduta del neo-governo Berlusoni su una questione secondaria (protezione della fauna selvatica). I giornali diedero ampio risalto alla scusa fornita per la sua assenza da Santo Versace: “Ero in Russia” (“Le «giustificazioni» dei cento assenti”, Corriere.it 29 maggio 2008)

[**] D'altronde tra le vittime c'è anche una bambina russa, come si sono affrettati a farci sapere i siti dei media nazionali...

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domenica, aprile 05, 2009

L'Opinione: Massimo Costa

I rapporti tra l’Autonomismo di Lombardo e l’Indipendentismo siciliano attraverso una corrispondenza significativa: lettera di un intellettuale sicilianista ad un politico indipendentista e sua risposta
di Massimo Costa

A seguito della recente presentazione (18 marzo u.s.) del libro di Massimo Costa sullo Statuto Siciliano alla Sala Gialla del Palazzo Reale di Palermo, alla quale, fra gli altri, sono intervenuti numerosi esponenti del mondo autonomista e nazionalista siciliano, il Presidente del Movimento Indipendentista Siciliano, Salvatore Musumeci, aveva chiesto in una conversazione telefonica allo stesso autore del libro cosa ne pensasse dell’attuale Governo regionale e del suo leader, nonché della sua capacità di dare realmente seguito agli impegni “ideologici” in difesa dell’autonomia speciale della Sicilia attraverso un movimento che è pur sempre “unitario” e “nazionale” (italiano ovviamente). La conversazione dovette essere rapidamente interrotta e fu continuata per e-mail. La si propone al pubblico perché rappresentativa dei rapporti che oggi sono vissuti tra l’autonomismo “di lotta e di governo” e il più estremo nazionalismo ed indipendentismo che, magari marginale per i numeri, è stato però nel tempo un microcosmo ricco di elaborazioni ideali e di lotte solitarie, magari ignorate dai più. Ovviamente “rappresentativo” non vuol dire “esaustivo”. Altre realtà potrebbero non sentirsi rappresentate minimamente da questo “dialogo” che, tuttavia, pare di un certo interesse.

Lettera da Massimo Costa a Salvo Musumeci:

Carissimo Salvo,

trovo ora il tempo di scriverti e rispondere alle sollecitazioni che portavi nella telefonata che sono stato costretto ad interrompere bruscamente; lo faccio con una lettera che, se non hai nulla in contrario, chiederò di pubblicare on line e quindi di rendere "aperta", perché le cose che ci diciamo mi sembrano di un interesse generale.

Che fare?

Per ora sono in una posizione "privilegiata" di spettatore. Posso parlare male di tutti e non avere una mia "politica". Quasi quasi continuo a fare lo studioso a tempo indeterminato. Anche di questo la Sicila ha bisogno. Avrai visto che, anche alla presentazione del libro, nei confronti del Presidente del nostro "Stato", "bonu" o "tintu" che sia ritenuto, ho riservato il giusto rispetto senza alcun servilismo. Ma non è di me che dobbiamo parlare.

Che giudizio dare di Lombardo? E che devono fare gli indipendentisti/nazionalisti oggi? Ebbene non lo so con esattezza, ma vedo alcuni dati che mi fanno riflettere.

Oggettivamente l'MPA ha alcuni limiti strutturali che fanno giustamente rivoltare ogni indipendentista. Da dove cominciare? Il ponte? OK, ma non solo. La continua confusione fra tematiche indipendentiste (larvatamente tali) e blandamente autonomiste, la continua confusione tra sicilianismo, duosicilianismo, meridionalismo, e addirittura "autonomismo" esteso all'Italia intera. Poi la stessa indigeribile alleanza con il cripto-fascismo berlusconiano e con l'antimeridionalismo xenofobo della Lega, che ad ogni passo vanno contro i nostri interessi di siciliani. E infine la "prassi", la stessa prassi clientelare ereditata dalla DC che renderebbe l'autonomismo lombardiano "uguale a tutti gli altri", o quasi, sul piano del metodo politico.

Per molti di noi ce ne sarebbe abbastanza per chiudere ogni discorso.

Ma ci sono anche - sono certo non sarete d'accordo - gli aspetti positivi del fenomeno, almeno nel momento che stiamo congiunturalmente vivendo.

Cominciamo proprio dalla prassi. E' vero che Lombardo ha ottenuto l'accumulazione primitiva del consenso con metodi simili o peggiori degli altri, da politico "catanese". Ma oggettivamente, da Presidente "siciliano", si sta comportando molto diversamente dai suoi predecessori. Non sto qui ad elencare i singoli fatti, le singole politiche. Dall'energia, all'ambiente, alla sanità, alla macchina burocratica regionale, alla politica di difesa, etc. le sue posizioni sono "oggettivamente" al posto giusto. Vanno tutte nella direzione di un'emancipazione sociale ed economica della Sicilia e quindi sono oggettivamente contrapposte tanto agli "unionismi" di certa sinistra isolana, quanto ai falsi "autonomismi", tanto cuffariani quanto forzisti, dell'assistenzialismo, del privilegio e dello spreco. Forse per questo generano tante resistenze, tanta stizza nei suoi stessi alleati. Se non ha fatto "molto", non è certo tutto imputabile a lui, quanto al fatto che il suo partito non "comanda" ma è solo "primus inter pares", cioè ha avuto la Presidenza solo per il fatto di essere stato "ago della bilancia" della politica siciliana, non per avere la maggioranza dei consensi, dalla quale è anzi lontanissimo. Le sue liste hanno totalizzato più del 22 % alle ultime regionali, più di quanto qualunque partito sicilianista abbia mai preso, 16 deputati, contro gli 11 del MIS di Finocchiaro Aprile del 1947 e i 9 dell'USCS di Milazzo del 1959, ma con tutto ciò è solo il "terzo" partito, in Sicilia, e in Italia praticamente si diluisce fino a diventare appena appena visibile fra i "grandi" della politica col suo 1% circa e un pugno di deputati e senatori.

Se i 4/5 degli elettori siciliani, disinformati sulla loro identità, continuano a dare il consenso ai carnefici di quest'isola, possiamo fare un torto agli autonomisti perché anziche avere raggiunto circa un quinto dell'elettorato in pochissimi anni, non hanno conquistato subito il 51 %? E noi "indipendentisti" o anche solo "sicilianisti" che titolo abbiamo per parlare, con le nostre perenni litigiosità, con le nostre percentuali da prefisso telefonico? Il titolo della "purezza" dirai, mah.. Lasciami essere scettico.

Poi c'è un altro fatto positivo ed è quello della democrazia interna che, nonostante tutto, c'è nell'MPA ed è scomparsa altrove dappertutto. Ormai l'Italia non è più una democrazia, se mai lo è stata. I partiti sono creature dei leader, brutte copie del "superpartito" padronale di Berlusconi, dove ci si vanta dell'assenza di correnti e di dibattito interno, dove ci si vanta del decisionismo a discapito del dibattito parlamentare. A molti questo va bene, a me questo preoccupa, molto. L'MPA è un partito piccolo piccolo, ma è l'unico che accetta adesioni collettive di "movimenti", che possono portare le loro istanze mantenendo la loro identità, proprio come era il MIS nei tempi migliori, quando al suo interno aveva il "partito comunista siciliano", il "partito socialista siciliano", e così via. Certo anche qui il leader comanda, dispone, ma mi pare ancora si possa parlare. Non è vero che è il "partito nazionale di partiti regionali"; ancora questo è solo un bell'artificio retorico, ma potrebbe realmente diventarlo, se mettesse radici profonde fuori dalla Sicilia. Per ora mi pare un forte partito siciliano con simpatizzanti altrove che hanno aperto "cantieri", talvolta creato rispettabili consensi ma ancora d'opinione" e non "di massa" come in Sicilia. In altre forze non si parla più, e i rappresentanti della Sicilia non hanno proprio alcuna voce in capitolo, a prescindere dal loro valore, dalla loro onestà, dal loro amore per la Sicilia. L'altra sera Bartolo Sammartino ha fatto il discorso politicamente più chiaro e più sicilianista (a breve vorrei fare un resoconto pubblico di questo interessante momento di confronto) ma ... dentro il PDL come porterà avanti il suo nazionalismo siciliano? E così potrei dire di Schifani, che ha apprezzato con lettera pubblica l’idea di un testo “per tutti” di divulgazione dei contenuti della nostra piccola costituzione e di tanti altri. Ma anche di Cuffaro, tutto sommato, che ha bisogno di un "padrone" romano, lui che porta in dote mezza UDC. E persino di Orlando, che ha bisogno di un capo, Di Pietro, visibilmente meno attrezzato di lui da un punto di vista culturale, ma "italiano", mentre il povero "siculo" può essere un genio ma dev'essere subalterno, razza inferiore. Persino la Alfano sta commettendo lo stesso fatale errore con Beppe Grillo: quando i Siciliani si comportano da "italiani", subito diventano "luogotenenti" nell'isola di “altri", che prendono le decisioni che contano. In queste condizioni l'autonomia, prima ancora che l'indipendenza, diventa una beffa tragica. E agli indigeni resta il sottobosco locale delle clientele, del malgoverno...

E Lombardo? Da chi prende ordini Lombardo? Da nessuno, va riconosciuto. Possiamo dirne tutto il male del mondo, ma è "burattino senza fili" e, come nella famosa canzone di Bennato, forse per questo andrebbe dichiarato "pazzo".

Insomma, bene o male, per la prima volta nella storia della Sicilia italiana (a parte la breve esperienza di Milazzo) la Sicilia ha nella politica statale un rappresentante, debole, deboluccio, ma ce l'ha, che non è "nominato" dall'Italia e che quindi non è in conflitto d'interessi. O forse ce l'ha un piccolo conflitto, perché per sopravvivere è attaccato al carro di questa maggioranza antisiciliana, ma molto meno di qualunque altro soggetto o tipo di personale politico disponibile e credibile.

E infine predica - e non è poco - che se e quando ne avrà la forza politica vorrà attuare per intero il nostro Statuto, Alta Corte compresa, e addirittura chiedere ulteriori margini di autogoverno. Per ora non può farlo. Ma chi dice una cosa del genere? Chi porta avanti leggi per la difesa del patrimonio culturale e linguistico siciliano?

Adesso si tratta di mettere questi "pro" su un piatto della bilancia e confrontarli con i "contra" di cui ho detto prima. Da quale lato pende la bilancia? Non lo so, davvero non lo so. Ma so che l'alternativa è un movimentismo settario che dovrà lavorare molto duro prima di emergere dalla quasi "clandestinità" in cui è relegato da quando è risorto qualche anno o decade fa.

Se fossi come te presidente di un movimento indipendentista non "batterei" le mani a Lombardo, né scioglierei il mio movimento, né mi incardinerei a lui. Resterei a fare la mia politica radicale, dura e pura, combattendo il governo regionale quando è giusto, ma solidarizzando quando porta avanti battaglie comuni. Non avrei paura di liste comuni se questo servisse per la causa. Le presenterei separate quando ci fossero le condizioni oggettive per questo passo.

Ma la vera opposizione un indipendentista non la deve fare a Lombardo "perché non è abbastanza separatista"; tutto ciò è ridicolo. Il vero sistema di potere politico-clientelare (per non usare un'espressione peggiore) sta altrove e quello va combattuto. Secondo me gli indipendentisti devono fare l'avanguardia degli autonomisti e così cercare spazi per i consensi; per i LORO consensi, che potranno anche non confluire nel listone autonomista quando i tempi saranno maturi. In altre parole si può difendere il "debole" Lombardo se non vuole il monopolio CAI-Alitalia delle rotte per la Sicilia, magari al contempo combattendolo organizzando un Comitato contro il Ponte.

Lui dice "cittadini non sudditi". Ebbene gli indipendentisti non devono essere "sudditi" o succubi neanche dell'MPA, ma non devono neanche averne paura. Il loro, per ora, è un discorso di élite, e tale deve rimanere, ma progressivo, man mano che la società siciliana prende coscienza dei reali rapporti che esistono e sono esistiti tra Sicilia e Italia.

In breve, a parer mio, l'autonomismo di Raffaele Lombardo può essere anche una grande occasione per la Sicilia, uno dei tanti tram che sono passati nella sua storia. Si può dire che non lo si vuole prendere perché non va al capolinea giusto, e nel frattempo si resta sempre in attesa del prossimo, del prossimo tram che non arriva mai, oppure si prende, e si va nella direzione giusta, anche se non proprio al giusto capolinea.

Per questa ragione gli amici come Mario Di Mauro e la sua "Terra e Liberazione", che lavorano, su temi specifici e condivisi, con il Presidente Lombardo e con molti dirigenti dell'MPA – temi che spesso hanno avuto origine proprio in Terra e Liberazione e non nell’MPA – possono forse essere visti come "compagni che sbagliano", per usare una vecchia ma efficace espressione da comunisti, ma mai come "traditori". E se foste voi invece i "compagni che sbagliano"?

E se la soluzione fosse quella di unire le forze in un unico movimento nazionalista siciliano che opera nelle amministrative e nella società, facendo un patto federativo con il grande movimento autonomista per non disperdere inutilmente le forze contro gli attacchi "italici"?

Oggi penso questo, magari domani mattina cambio idea. Da semplice cittadino e osservatore non ho l'obbligo della continua coerenza.

Ma penso di averti risposto. E riconosco che l'indipendentismo dei giovani del MIS è oggi una delle pochissime forze vitali in una Sicilia politicamente quasi spenta. L’ho detto l’altra sera commosso di fronte ai quei numerosi giovani che, col fazzoletto giallo-rosso al collo, hanno dimostrato che “la Sicilia non passa, mai”, e che il nazionalismo siciliano è strutturale alla nostra storia e non confinabile ad un episodio degli anni ’40, e lo ribadisco ancora. Ma si può essere nazionalisti senza essere inutilmente settari? Con maturità?

A voi la risposta; per ora personalmente ritengo di avere già "dato" alla politica.

Fraternamente,
ANTUDO

Massimo Costa

Risposta di Salvo Musumeci a Massimo Costa:

Carissimo Massimo,

ti ringrazio per la lettera, ricca di riflessioni e contenuti, che sicuramente ci farà discutere al nostro interno, poichè i temi trattati riguardano questo preciso momento storico della Sicilia che ha bisogno di nostre risposte chiare ed inequivocabili. Voler essere protagonisti della politica, oggi più che mai, implica decisionismo e non attendismo che spesso, oltre a non produrre effetti, non porta da nessuna parte; anzi rende i movimenti o partiti indipendentisti sempre meno credibili.

Ai nostri figli lasceremo la purezza dei nostri sentimenti, ma ciò non basta. Credo che si chiederanno che cosa hanno tentato di fare i loro genitori? E di fronte a questa ipotetica, legittima, domanda ritengo che sia giunto il momento di poter provare, senza perdere la propria identità e valori, a usare, perché no, la macchina degli altri stipulando acordi su possibili convergenze, con tasparenza e con autorevolezza di dialogo. Sono particolarmente convinto, per aver avuto l'opportunità, da indipendentista, di fare politica istituzionale sul territorio (consigliere comunale, presidente di consiglio, assessore e vicesindaco), che in tutti i partiti siciliani militano, in buona fede (avendo la passione per la politica e non vedendo sbocchi all'orizzonte... ad es. l'on. Sammartino ed altri), indipendentisti, autonomisti, federalisti ecc.. Il nostro eroismo dovrebbe essere quello di portare questi soggetti, condizionandoli con la nostra presenza, a lavorare concretamente per la giusta causa siciliana e ciò potrà realizzarsi solo attraverso il dialogo e non con gli oltranzismi del muro contro muro.

Certanente, ai "tragediatori" di turno e ai "bastiancontrari" di sempre, questa mia riflessione (del Presidente del Mis) sembrerà un'eresia, ma a loro rispondo subito che non ho nessun interesse di carattere personale e lo dimostra la mia attività politico-istituzionale. Se avessi avuto interessi particolari, oggi, con il giusto "padrino politico" avrei fatto carriera anziché tornarmene ad insegnare. Agli indipendentisti del Mis e non, dico di condannare quando c'è da condannare, incoraggiare quando occorre e di avere la forza di dialogare con autorevolezza e senza arroganza con gli avversari non ritenendoli aprioristicamente "infami".

D'altronde, se non cerchiamo di convertire alla causa gli avversari (intendo riferirmi non solo ai politici ma a quanti la pensano diversamente da noi), chi dovremmo convertire? Il nostro chiuderci, a lungo andare, rischia di risultare sinonimo di incapacità e di fallimento. Speriamo che ciò non accada.

Antudo!

Salvo Musumeci
Presidente Nazionale Mis


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Danni collaterali

Terminata in Sicilia la stagione degli uragani, ecco subito ritornata quella degli incendi (vedi il post: “Vogliono accendere un fuoco”). Finalmente, dopo qualche tentennamento, i vigili del fuoco hanno accertato quello che qualcuno già sospettava ed hanno escluso l'ipotesi del corto circuito fortuito nel caso dell'incendio che ha devastato la sede della Fiat di Palermo:

La circostanza ha indotto i tecnici ad ipotizzare, nella informativa consegnata alla magistratura, il reato di incendio. A questo punto i vigili del fuoco e la polizia scientifica - entrambi indagano su delega dei pm - dovranno accertare se si sia trattato di un fatto colposo, cioé se le fiamme siano state incautamente provocate da qualcuno, o se il rogo sia stato appiccato intenzionalmente. (“L'incendio alla Fiat di Palermo non è stato un caso”, SiciliaInformazioni.com 4 aprile 2009).

Come al solito le agenzie diramate avevano cercato di sviare l'attenzione da questa possibilità sin da subito:

Non sarebbero state trovate tracce che facciano pensare ad un incendio doloso e i vigili continuano a propendere per la causa accidentale, individuata in un corto circuito, segnalata agli inquirenti subito dopo l'intervento di ieri.  (Palermo, incendio alla Fiat. Gli inquirenti: "Propendiamo per le cause accidentali", SiciliaInformazioni.com, 4 aprile 2009)

Questa “causa accidentale, individuata in un corto circuito, segnalata agli inquirenti subito dopo l'intervento di ieri” sa sin troppo di dettatura per “gli inquirenti”. Chi è che avrebbe segnalato questa causa agli inquirenti (ed alle agenzie di stampa)?

Già qualche ora dopo la versione traballava ed Adkronos, fiutando quello che stava accadendo, aveva raddrizzato la versione dei fatti:

A causare l'incendio, divampato in un deposito del magazzino ricambi, sembra sia stato un corto circuito, anche se non si esclude ancora la matrice dolosa dal momento che l'area è accessibile anche dall'esterno. (“Rimane chiusa la sede della Fiat di Palermo. Continuano le indagini dopo l'incendio di ieri”, SiciliaInformazioni.com, 4 aprile 2009)

Una aggiuntina, quel piccolo inserto riportato in grassetto, che sarebbe dovuta passare inosservata mettendo intanto equilibrio.

E non stupitevi se vi dico che l'odore di queste fiamme era già nell'aria da qualche tempo. A Palermo uno strano “piromane” si aggirava da giorni, colpendo soprattutto auto private. Tanto la cosa era strana che qualcuno si era sentito in dovere di fare l'elenco del tipo di vetture date alle fiamme per giunta specificando l'età dei proprietari (?). Il 27 marzo, sempre dalle pagine di SiciliaInformazioni.com (“Giallo a Palermo, sei auto in fiamme nella stessa via in due settimane”) apprendiamo che erano andate distrutte “una Fiat 500 di una donna di 37 anni, una Suzuki "Ignis" di un ragazzo di 25 anni, una Citroen "Saxo" di una donna di 43 anni e una Fiat "Punto" di proprieta' di uno di 48 anni.

Poi il giorno dopo “Un operaio catanese di 62 anni ha perso la vita schiacciato dal camion Fiat Iveco 115, sul quale si viaggiava”("Un camion si ribalta sulla Catania-Gela. Muore un operaio” SiciliaInformazioni.com, 28 marzo 2009).

Insomma, all'improvviso i mezzi Fiat sembrano diventati particolarmente “insicuri”.

Cosa si vuole dire con questo? Semplicemente notare come la “guerra” sia sempre più aspra in Italia e come i danni collaterali sembrino aumentare di giorno in giorno. Se in tutta vicenda ci fosse veramente del dolo, allora essa coinvolgerebbe direttamente la fabbrica di Torino e non un rivenditore locale [*]. Quindi è difficile dire in che qualità la Sicilia sia stata tirata dentro, se casualmente o volutamente. Certo se l'escalation delineata è reale, allora il dare corso alla minaccia contro la Fiat suggerisce che da qualche parte un fattaccio deve essere accaduto.

Difficile dire se la Sicilia sia coinvolta, difficile dire quale sia il fattaccio. L'unica cosa che abbiamo notato è che il Riotta, insieme a Marcello Sorgi, l'ex direttore anch'egli siciliano de La Stampa, quotidiano di Torino facente riferimento ad una certa azienda, il 30 marzo scorsi siano stati “promossi” a direttore del Sole 24 Ore ed a responsabile della pagine culturale del quotidiano di Confindustria rispettivamente. E questo ha scatenato le ire di certi poteri che hanno messo l'accento proprio sull'origine siciliana del giornalista, in modo così marcato e malevolo da indurre Parlagreco all'indignazione ("Fiorello, Riotta e Sorgi, i siciliani nel mirino. Per quale ragione?", SiciliaInformazioni.com, 4 aprile 2009):

L’accusa principale che viene mossa a Riotta è la modesta conoscenza dei problemi della finanza. Da qui lo sfottò, piuttosto squallido, sulla Borsa di Raffadali e Valguarnera Caropepe.

Sfottò mossi da Il Foglio di Giuliano Ferrara (Il Consiglio Quiz: Chi è che gestisce Giuliano Ferrara?), che proprio nel giorno della nomina aveva già ri-dedicato al giornalista palermitano un vecchio articolo dal tono altrettanto sarcastico diffuso ai tempi della sua nomina a direttore del TG1: “Se Gianni Riotta fosse buddista rinascerebbe telefonino” (IlFoglio.it, 30 marzo 2009)

Le due vicende (incendi alla Fiat e “promozione” di Riotta e Sorgi) sono correlate? Chissà. Bello fare cospirazionismo di alto livello di tanto in tanto. Preparatevi intanto alla prossima: alla raffineria di Gela sono avvenuti due incendi nel giro di pochi giorni. Cosa si muove a San Donato Milanese?

L'entità del danno collaterale in Sicilia sembra destinata ad aumentare ancora.



Riotta diffonde idee poco "ortodosse"


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[*] Si esclude qui a priori l'ipotesi mafia, pizzo ed armamentario antisiciliano vario, al quale in questa occasione non daremo mai e poi mai credito se non nella solita forma di “esecutori”.


Nota 9/04/09: Si era posto l'accento sugli strani incendi avvenuti alla FIAT di Palermo ed al petrolchimico di Gela. Ora le due seguenze vengono collegate dal grave incidente occorso stamane al direttore della raffineria di Gela, Alfredo Barbaro, investito da un camion FIAT, come specificato nei comunicati diramati. Nel frattempo viene data notizia di nuovi accordi tra ENI e Gazprom. Il mistero si infittisce.



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