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giovedì, aprile 28, 2011

Governo.it

Un articolo come quello di Libero sull'indipendenza della Sicilia (“La Sicilia secessionista vuole l'indipendenza e pure il petrolio”, 23 aprile 2011) merita certo un commento. Un altro, ennesimo commento dopo quelli di SiciliaInformazioni.com (uno a firma del direttore, Salvatore Parlagreco, ed uno a firma di Massimo Costa) e dopo la riproposizione sul sito de L'Altra Sicilia, dove per inciso si invita a fare attenzione non tanto alle presunte dichiarazioni del Presidente Lombardo, ma alle pesanti parole del giornalista, Franco Bechis.

E suggerisce bene L'Altra Sicilia, visto che l'articolo sembra più scritto da un sicilianista impenitente che da un risorgimentale preoccupato del futuro dei suo bel giocattolo unitario. Il Consiglio ha aspettato qualche giorno, per vedere cosa avrebbero detto gli altri per poi aggiungere quello che ancora mancava.

La prima cosa da rilevare è che questo articolo, che Bechis non ha certo partorito da solo ma che crediamo abbia esitato dopo averne ricevuto mandato, ha avuto un'eco perlomeno inusitato: è infatti finito nella rassegna stampa dello stesso governo italiano, sul sito Governo.it!

In pratica lo stato italiano fa pubblica propaganda del suo stesso sfascio dando pieno credito alle parole di Bechis, tanta è la disperazione nel vedersi sbranati vivi da oriente e da occidente. I due post che incorniciano questo, la prima e la (prossima) seconda parte di “Padania sbranata”, non potevano essere pubblicati con miglior tempismo.

Ma vi sono altri due punti di estrema importanza da mettere in evidenza.

Il primo è relativo al discorso sulle accise (il “nodo accise”, come lo definisce Bechis): invito i sicilianisti di casa nostra a leggerlo attentamente prima di parlare senza cognizione di causa della “riduzione del prezzo dei carburanti”:

Lombardo ieri ha spiegato che se facesse la secessione, riscuoterebbe lui in loco quelle accise sui prodotti energetici che attualmente finiscono nelle casse del Tesoro italiano. È vero. E si tratta di 10 miliardi di euro all'anno. Una somma che compenserebbe ampiamente quel che la Sicilia verrebbe a perdere staccandosi dal resto di Italia. La Regione già gode di autonomia allargata e riconosciuta da numerose sentenze della Corte Costituzionale”.

Di petrolio noi ne produciamo pochissimo, e la cosa non cambierebbe sostanzialmente nemmeno dopo la serie di esplorazioni che vengono paventate nei nostri mari. Ne produciamo pochissimo in relazione alla quantità di raffinato, si intende.

Anche quando si dovessero alzare le royalties a partire dal miserrimo 4% attuale, queste non inciderebbero più di tanto.

Quello che dice Bechis è che la gallina dalle uova d'oro sono proprio le accise, le tasse sul raffinato. I nostri veri giacimenti non producono grezzo, ma benzina di altissima qualità. E questa si tassa con le accise che portano attualmente il prezzo del carburante a circa 1,6 Euro al litro.

Tagliare le accise produrrebbe i seguenti effetti: 1) Riduzione delle entrate dello stato, o della regione qualora si attuasse lo Statuto o addirittura l'indipendenza. 2) Salvataggio di Marchionne e del carrozzone FIAT senza che questi apra alcun centro produttivo in Sicilia. 3) Incremento dell'inquinamento atmosferico a livelli ancora più alti di quelli attuali. 4) Assalto ancora più selvaggio ai piccoli giacimenti esistenti nella nostra isola. 5) Aumento della dipendenza da stati esteri produttori, quali Russia e paesi arabi.

Spero che prima di parlare ancora di “benzina a 1000 lire” (o meno: meglio non mettere freni alla provvidenza...) ci si faccia meglio i conti.

Il secondo punto riguarda le considerazioni fatte da Bechis sul Sud Italia:

Se qualche altra regione del Sud volesse togliere il disturbo, è probabile che asciugatesi le lacrime con i fazzoletti di rito il resto degli italiani starebbe meglio. Dalla secessione quasi tutte le Regioni del Sud avrebbero da perdere, e il resto d’Italia si troverebbe più ricco.

Con l`addio della Sicilia sarebbe invece ben altra musica.


Spieghiamo meglio quello che sta dicendo Bechis e che il Governo Italiano ha pensato bene di riportare sul suo stesso sito: il sud in sé non offre alcun beneficio allo stato unitario. La sua funzione è quasi interamente strategica. Cioè: se lo stato italiano si vuole tenere la Sicilia, è ovvio che debba tenersi anche il sud. Immaginate un'Italia che si interrompa a Roma (o, peggio, a Firenze) e poi ricominci a Messina? Durerebbe meno di una notte.

Invertendo il senso del discorso, se perdiamo la Sicilia, faremmo bene a lasciare andare anche il sud, il quale in fondo ci porterebbe (anzi, già ci porta...) solo problemi.

Se poi, come da tempo suggerisce questo blog, immaginiamo che la Sicilia sia già indipendente nei fatti, e che le lotte che vediamo siano proprio per il dominio sul Sud Italia, il senso dell'articolo appare ancora più chiaro: “O ci riprendiamo la Sicilia con la forza, costi quel che costi, o faremmo meglio a lasciare andare anche il sud”.

E questo discorso, ripetiamo, ha trovato spazio tra le pagine del sito del governo di Roma.

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lunedì, aprile 04, 2011

Oncologia

La Sicilia è l'unica regione italiana ad essere perennemente commissariata dallo stato centrale tramite la nomina (politica) di uno specifico “commissario” mirata a colmare il vuoto (legale) lasciato dalla disattivazione dell'Alta Corte Siciliana.

Massimo Costa in un recente articolo (“La reale posta in gioco nelle autostrade siciliane”, SiciliaInformazioni.com, 30 marzo 2011) ha evidenziato come la percentuale di ricorsi vincenti presentati da Palermo contro le impugnative di suddetto commissario sia vicina allo zero.

La diatriba tra stato e Regione sulla gestione delle autostrade siciliane ha nuovamente posto sotto la luce dei riflettori la gattopardesca situazione, che a parti culturalmente invertite vede un governo retrivo sbilanciarsi nel tentativo di bloccare il temuto rinnovamento Siciliano.

Il commissario questa volta ha impugnato la legge secondo cui il CAS (Consorzio Autostrade Siciliane) veniva trasformato in Ente Pubblico Regionale. Ma dato che, Alta Corte o non Alta Corte, questa partita si gioca su più fronti, il TAR Sicilia ha risposto con un gesto altamente teatrale... sospendendo lo stato italiano!

E' ancora difficile dire quanto vincente questa mossa si rivelerà nel prosieguo. Intanto l'efficacia del decreto interministeriale del 5 luglio 2010 che aveva disposto la decadenza della concessione tra l’ANAS SpA ed il Consorzio per le Autostrade Siciliane, decreto che nei fatti aveva gratuitamente sottratto la proprietà delle autostrade ai Siciliani, è stata sospesa sino all'udienza del prossimo 22 luglio (“Autostrade, Tar Sicilia sospende decadenza concessione al Cas”, BlogSicilia.it 2 aprile 2011).

Una decisione, quella del TAR isolano, alla quale è difficile non ascrivere una pesante componente politica da inquadrare nel decennale scontro tra il premier Berlusconi ed il potere giudiziario e nella recente alleanza tra il Presidente Lombardo e Fini (o meglio i poteri che dietro di lui si agitano) in funzione squisitamente anti-berlusconiana.

La decisione del TAR indica così una ulteriore escalation dello scontro istituzionale in atto nel paese, uno scontro che forse non può più essere definito nemmeno “istituzionale” tanto efferato esso è diventato: Michele Santoro dopo aver ascoltato in trasmissione Cicchitto e Belpietro descrivere chiaro e tondo la natura politica dello scontro con la magistratura, ha dichiarato che “se è così, se la diagnosi è corretta, le istituzioni sono finite” (“Michele Santoro ascolta Cicchitto e Belpietro”, SiciliaInformazioni.com, 1 aprile 2011).

La “disgrazia” della guerra in Libia (Si veda il post "Surriscaldamento Globale") è stata probabilmente la causa della scintilla che ha portato a questo passo avanti nella dissoluzione dello stato italiano unitario. Il sito di Sky, l'azienda del magnate australiano Murdoch, da sempre nemica di Mediaset, tiene sempre in bella evidenza un articolo che descrive quanto stia tremando il nord Italia a causa della situazione nord-Africana (“Dalla Juve a Unicredit, ecco chi trema con Gheddafi”, 21 febbraio 2011), e non è certo un bel leggere per i padani.

Come se non bastasse, la banca dati del fisco italiano sta restituendo una figura dell'evasione fiscale sul territorio nazionale che non lascia scampo alle aziende settentrionali (“Radiografia dell’evasione in Italia: maglia nera a Messina e Caserta”, Corriere.it 4 aprile 2011):

“[A nord] le somme che non vengono versate nelle casse dell'erario sono molto elevate, mentre nelle zone povere, anche se l'evasione è alta, si può recuperare meno.

Al sud l'evasione è molto più diffusa ma anche estremamente parcellizzata, ed il suo recupero potrebbe rivelarsi poco efficace e costoso. La conseguenza è che lo stato non potrà fare altro che concentrare gli sforzi per rastrellare il denaro necessario al suo stesso sostentamento al nord, dove a quanto pare una parte dei mancati pagamenti è già da addebitare ad aziende che a causa della crisi semplicemente non possono pagare.

L'aumento della pressione non farà altro che esacerbare la crisi bloccando ulteriormente il sistema produttivo padano: lo stato che divora se stesso trasformandosi in cancro.

Tutto questo mentre un altro uragano sta per avvicinarsi.

La continua crescita del costo delle materie prime (petrolio, grano su tutti) e la conseguente inflazione rischiano di portare il sistema finanziario globale ad un nuovo collasso. Per evitare che ciò accada si può fare finta di niente (come del 2008) oppure si può seguire un'altra strada: quella di aumentare i tassi d'interesse incrementando il costo del denaro per raffreddare l'economia.

In pratica questa misura pregiudicherà nuovamente la crescita, ma non agirà sulle diverse economie nazionali allo stesso modo. Essa scaverà un solco ancora più ampio tra le economie “forti” quali ad esempio la Germania, e quelle deboli che saranno scaraventate in una nuova spirale di recessione. Tra queste ultime direi che possiamo porre anche l'Italia.

La BCE (la Banca Centrale Europea), secondo il Financial Times, dovrebbe alzare i tassi d'interesse già nei prossimi giorni (“The punch bowl has to go but the timing is key”, 1 aprile 2011):

Prima che l'economia si surriscaldi generando inflazione, le banche centrali devono iniziare ad alzare i tassi d'interesse. (...)

A Jean-Claude Trichet della BCE piace esprimersi attraverso parole in codice durante la sua conferenza stampa mensile. Il mese scorso ha detto che la BCE rimaneva in “forte vigilanza”, che era un promessa virtuale di un incremento dei tassi questo mese.


Con la inevitabile conseguenza di velocizzare la propagazione delle metastasi.

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giovedì, marzo 24, 2011

La spia che venne da occidente

Recentemente, parlando della funzione di “sutura” esercitata nel Mediterraneo dalla Sicilia (si veda il post “Filo da sutura”), abbiamo rilevato come nel quadro geopolitico dell'Italia repubblicana questa vocazione si sia manifestata in ambito prettamente politico con il fenomeno del “compromesso storico”, termine che viene di solito allacciato all'attività di Aldo Moro, ma le cui radici si possono rintracciare proprio nel sentimento autonomista siciliano, che non è come qualcuno vuole far credere (o pretende di credere) un sentimento isolazionista. Tutt'altro.

La tendenza al compromesso in verità non è altro che l'inevitabile strategia che consegue all'obiettivo principale di quella funzione di sutura già discussa: l'obiettivo dell'inclusione, come opposto all'emarginazione ed all'inevitabile scontro tra le parti. L'Autonomia Siciliana è inclusione poiché se una terra punto di incontro tra idee diverse vuole essere autonoma, deve essere capace di pacificare le sue componenti includendole nel compromesso che deve essere raggiunto per potere attuare detta autonomia.

Come già detto, è questo meccanismo il vero nemico di un occidente votato alla conquista ed alla distruzione del diverso da sé. Ed è per questo che politici come Aldo Moro o Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Siciliana appartenente proprio alla corrente di Moro, hanno pagato con la vita il loro sgarro.

Oggi Raffaele Lombardo ha potuto passare indenne attraverso le stesse forche caudine solo perchè ha avuto la “fortuna” di piazzare la sua azione in un momento di crisi irreversibile per l'occidente.

Dall'altro lato invece Silvio Milazzo è probabilmente sopravvissuto ai suoi spericolati colpi di testa “autonomisti” semplicemente perchè sono riusciti a fermarlo in tempo.

Alcuni dettagli di quel periodo ci suggeriscono quanto il meccanismo che lo eliminò (per fortuna solo dalla scena politica) possa essere collegato, almeno ideologicamente, agli omicidi Moro e Mattarella ed alla vendetta occidentale.

Non è certo questa la sede per dilungarsi sui dettagli del panorama politico siciliano di quel dopoguerra [*]. Basterà solo accennare come a livello locale il compito di isolare all'interno della DC i “notabili” calatini (Sturzo, Scelba, lo stesso Milazzo) tagliando le ali a livello nazionale a De Gasperi fu perfettamente espletato dalla corrente catanese dello stesso partito, il cui ultimo esponente (attualmente sindaco di Bronte) continua tutt'oggi a combattere lo stesso tipo di “compromesso”.

Con la loro azione i “catanesi” (Magrì, Drago, Lo Giudice, un giovane Firrarello – per la verità originario di S. Cono) isolarono Scelba e costrinsero un Milazzo imbevuto di indipendentismo al punto giusto ad una azione disperata, quella cioè di dare vita ad un governo autonomista sostenuto dalle sinistre (più o meno la stessa situazione che troviamo oggi all'ARS).

Questa sua “azione disperata” fu neutralizzata da uno stratagemma ideato da un veneto trapiantato in Sicilia: Graziano Verzotto. Mandato giù negli anni 50 da Fanfani (nemico di De Gasperi) a mettere ordine nel partito democristiano, costui resterà in Sicilia per parecchi decenni, decenni che lo vedranno coinvolto in altri casi eclatanti, tra i quali la morte di Mattei.

Lo stratagemma ce lo racconta lo stesso Verzotto, con il tono tronfio da eroe che si compete ad un salvatore della patria (padana), nel suo recente libro “Dal Veneto alla Sicilia” (“Graziano Verzotto, l'«uomo dei misteri»”, Corriere.it 13 maggio 2008):

Verzotto studiò «la strategia migliore per mandare a casa Milazzo e la sua giunta». Nelle stanze ovattate dell’hotel delle Palme convinse il barone Majorana ad abbandonare Milazzo con la promessa della presidenza. Venne architettato anche un atto di corruzione, e un comunista ci cascò accettando 100 milioni di lire. Scoppiò un putiferio e la strana giunta Milazzo fu spazzata via.

La cosa che ci interessa è però quella raccontata dopo:

I complimenti più sorprendenti per la fine di Milazzo, Verzotto, divenuto segretario della Dc siciliana, li ricevette dal boss Lucky Luciano. Gli si avvicinò nel bar dell’hotel delle Palme. «Parlava di politica mostrando una conoscenza straordinaria di fatti e personaggi».

Il fatto che Lucky Luciano si fosse avvicinato a Verzotto per complimentarsi la dice lunga su quale sarebbe stato il piano B nel caso il cui il signorotto veneto avesse fallito.

Ma chi era realmente Lucky Luciano? Secondo la storiografia ufficiale, un potentissimo boss mafioso siculo-americano che tra l'altro fornì l'ispirazione a Coppola per il suo “Padrino”.

Uno scrittore inglese (Tim Newark) la pensa in modo molto diverso (“The Dudfather: gangster who inspired Vito Corleone was a fake”, SWNS.com 5 gennaio 2011):

“La triste verità è che Lucky Luciano era un decaduto senza i soldi o il potere per essere quello che si diceva di lui. Anche se lo fosse stato, la mafia non avrebbe lavorato con lui proprio a causa del suo profilo pubblico.”

Allora perchè tutto questo mito intorno a quest'uomo? La risposta, forse risiede nel titolo del libro:

Lucky Luciano, assassino mafioso ed agente segreto.

Pare ci siano seri indizi sul fatto che il nostro lavorasse per l' “Occidente” insieme a tanti altri suoi colleghi il cui compito era quello di impedire la “sutura”.

Milazzo, come Moro e come Mattarella, non fu fermato da un complotto italiano. Contro di lui si stava già muovendo l'intero apparato da guerra anglosassone, quell'apparato di cui l'Italia risorgimentale era solo una propaggine. E la Sicilia (autonoma) la sua spina nel fianco.


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[*] Sulla situazione politica siciliana del tempo posso consigliare il breve e preciso “La mia verità sull'Operazione Milazzo”, di Pietro Cannizzo Sturzo – Mare Nostrum Edizioni, 2008.

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lunedì, febbraio 07, 2011

Meccanismi di potere

L'Avvocato Giovanna Livreri, già protagonista di alcuni nostri articoli, ci ha gentilmente segnalato i più recenti sviluppi dell'intricata vicenda che la vede coinvolta in prima persona. Una storia che si intreccia a più riprese con le complesse trame disegnate dal Potere in sicilia e che per questo ci permette di vedere in filigrana un esempio del complesso lavorìo degli ingranaggi che ne sottendono i movimenti. Un canovaccio che ha lambito argomenti scottanti quali il gas russo, la mafia, gli inciuci elettorali di questa finta democrazia, la magistratura, l'autonomismo siciliano (l'avvocato Livreri è parte integrante de L'Altra Sicilia, il movimento autonomista fondato a Bruxelles da Francesco Paolo Catania).

Pubblichiamo di seguito il breve resoconto ricevuto. In precedenza avevano riportato alcuni interessantissimi dettagli della stessa vicenda sui post "Il pecoraio ha versato il latte" del 22 giugno 2008 ed "Il nostro uomo al Cremlino" del 2 dicembre 2010.

Oggetto: l'altra metà - intoccabile - del tesoro di Ciancimino

Caro Abate Vella , considerato che ti sei occupato di me nel Tuo Consiglio , ti informo come la Procura di Palermo , P.M. Dr. Di Matteo, con riferimento alle posizioni di indagate delle due signore D'anna maria e Monia Brancato ha da ultimo depositato, in una udienza, una certificazione attestante il coinviolgimento delle eredi di Ezio Brancato, patron della GAS Gasdotti azienda siciliana, nel reato per la fittizia intestazione di parte del tesoro di Ciancimino Vito nella GAS . Infatti lo status di indagate per i reati di riciclaggio e reimpiego di denaro di provenienza illecita è con riferimento alla quota posseduta da Ciancimino Vito nella Gas nella compagine sociale gruppo Brancato (Alias Ezio Brancato, moglie D'Anna Maria e la figlia manager della GAS Monia Brancato). Dalla certificazione si desume come le indagini, iniziate con il proc pen . n° 11194/07 in relazione alle vicende della GAS, sono proseguite con la iscrizione nel registro degli indagati delle eredi Brancato: Monia e D'Anna Maria con lo stralcio del pro.pen. 11194/07 nel procedimento n° 14955/2008 a loro dedicato e proseguono tutt'ora, anche se su due Procure , quella di Palermo e quella di Catania, investite per diversa competenza funzionale. Infatti è dato evincere dalla attestazione come il procedimento ha subito un ulteriore stralcio nel gennaio 2010 per cui parte delle indagini , sempre nei confronti delle dette signore, e nella consistenza di tre faldoni, sono rimaste a Palermo e consegnate ai CC Nucleo Investigativo del Comando Gruppo Monreale; altra parte, è stata rimessa per competenza funzionale ex art. 11 cpp ( intuitivamente nella parte in cui si ravvisa il coinvolgimento di magistrati) alla Procura della repubblica presso il tribunale di Catania sempre in data 25 gennaio 2010. Da segnalare come a Catania pende gia' dal 2007 un procedimento penale nei confronti delle signore intitolato D'Anna +17 con provenienza Procura di Caltanissetta. Orbene il roboante silenzio su queste indagini e sulla grave posizione di queste due donne che da anni fanno di tutto per depistare le indagini su di loro e passare per vittime e parti offese di presunti reati artatamente buttati sulle spalle altrui e che, miliardarie per via di essere state ex azioniste della GAS, passano la loro esistenza, acquistando case in Spagna e in Costa Smeralda e interi palazzi nel cuore di Palermo, tra una visita in una boutique di lusso del centro e un viaggio a Dubai, mostrando una straordinaria sicumera nel ritenersi sempre e comunque intoccabili.

Sarebbe corretto domandarsi: da dove continuano imperterrite a trarre le loro certezze di incolumità? quando per molto meno, spesso da innocenti, comuni mortali hanno visto distruggere le proprie esistenze.

Nella speranza che almeno l'informazione sopperisca con la conoscenza.

Giovanna Livreri

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mercoledì, dicembre 29, 2010

La piccola terra

Il quotidiano La Sicilia di ieri, 28 dicembre, ci ha regalato un gustoso speciale dal titolo “150 anni di Sicilia” dedicato ai rapporti tra l'isola e lo stato italiano in relazione all'anniversario che tutti sappiamo.

Anche se del suddetto inutile anniversario ne avete piene le scatole, consiglio a tutti di consultarlo per i pochi giorni in cui sarà disponibile online alle pagine 25-47 della versione telematica.

Il tutto si sviluppa intorno al delirante pezzo di Enrico Iachello (Il rapporto immaginario tra la Sicilia e lo Stato, pagina 28). In esso è riflesso il tragico livore di chi non si vuole rassegnare al destino di un'era, quella dell'unità, che sta per finire in un mesto flop atono.

La "terra dei miti" sembra essersi spopolata” dichiara infine il nostro, dopo aver calunniato persino i Florio (“Nel corso del primo Novecento l'élite palermitana, Florio inclusi, rielabora e rilancia il mito del sicilianismo e del complotto antisiciliano per far fronte alle difficoltà che pongono i nuovi processi sociali e politici di una società di massa passando attraverso gli effetti destabilizzanti della crisi agraria”), fatto invero nuovo nel “bestiario” massonico-liberale.

Da antologia il glissare sul fermento indipendentista: “Si elabora e si afferma l'immaginario "riparazionista" (dei torti subiti) che tanta fortuna avrà nell'immaginario isolano, destinato a riemergere, sia pure ormai svigorito, quasi fenomeno carsico, dal 1946 (Statuto della Regione, art. 38) ai nostri giorni”. Quello “svigorito”, termine troppo audace per i mala tempora che corrono, lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni.

Per fortuna ogni editore deve gioco-forza dare spazio alle reali disposizioni sul campo. E' così che a pagina 44 le penose truffe dei nostri libri di storia vengono tutte messe allo scoperto da un'emissione filatelica che vorrebbe commemorare l'impresa dei mille (“Quattro Francobolli sull'impresa dei Mille”), leggere per credere.

Il quadretto è completato dall'apertura della pagina seguente dedicata ad un dettaglio gastronomico Marsalese: “Tutto comincia (si fa per dire perché non si possono cancellare secoli di contaminazioni culinarie) dallo sbarco dei Mille. Quando Garibaldi arriva a Marsala l'11 maggio del 1860 non trova ad accoglierlo quella folla festante di cui parlano i libri di storia.”.

Anche gli altri articoli presentano i loro lati interessanti. Oltre alla solita collezione di sventure (la mafia, la spagnola, lo sviluppo mancato) troviamo un duosiciliano “Sotto i Borboni la Sicilia al passo con l'Europa”, pagina 31, ed una intervista al pittore Piero Guccione (pagina 29) che contiene una piccola chicca:

«La nostra è stata terra di conquista. Ricca tanto da bastare a se stessa, ma di una dimensione territoriale tale da non consentirne l'autonomia. Con l'Italia o con un altro paese, la Sicilia sarebbe stata comunque una piccola parte di altro»

Guccione parla dei grandi “sistemi”. E dice una cosa importante: la nostra storia, come quella di tutti gli esseri umani, non si può isolare. La piena indipendenza è in fondo solo una chimera perchè la Storia, con la esse maiuscola, è mossa da forze molto più potenti di noi. Scordarsi questo “dettaglio” può portare a conseguenze disastrose, opposte agli obiettivi che ci eravamo prefissati.

Per tutti i gusti, insomma. Buona lettura.

In alto, particolare di un'opera di Piero Guccione.

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venerdì, novembre 19, 2010

I persiani a Palermo

Se da un lato rimane fondamentale per decifrare gli eventi politici di casa nostra tenere conto dei più ampi sommovimenti che stanno caratterizzando la presente era, dall'altro è importante anche dare conto dei piccoli passi che si fanno in Sicilia per tornare ad inserirsi nelle dinamiche storiche globali come soggetti attivi.

Pochi giorni fa abbiamo delineato brevemente il gioco di contrappesi medio-orientale in cui gli USA cercano di inserirsi per fronteggiare l'avanzata russo-cinese tramite terzi (si veda il post “Nuova Crimea”).

Vediamo ora di annotare due piccoli ma significativi eventi che mettono in risalto come anche da quelle parti, tra Damasco e Teheran, i vertici politici tengano sott'occhio gli sviluppi strategici dell'area centro-Mediterranea.

Il primo di questi eventi riguarda una conferenza tenuta nella capitale siriana nel giugno di quest'anno e denominata “Prima conferenza siriaco-italiana degli imprenditori”.

L'agenzia lanciata dalla Syrian Arab News Agency (“First Conference for Syrian, Italian Businessmen discusses developing Bilateral Cooperation”, SANA 8 giugno 2010) ruota intorno ai seguenti interventi:

“Il presidente dalla Camera di Commercio Internazionale siriana, Abdul Rahman al- Attar, ha invitato gli imprenditori siriani a servirsi dalla speciale posizione geografica della Sicilia nel sud dell'Italia per farne un ponte verso l'intera Europa.

Dal canto suo, l'ambasciatore italiano a Damasco, Achille Amerio ha invitato gli imprenditori siciliani a sviluppare la cooperazione economica e lo scambio di esperienze con la Siria, aggiungendo che la Siria è un partner fondamentale in quanto occupa una posizione geografica che ne fa un importante passaggio per il commercio ed i movimenti culturali tra l'oriente e l'occidente”.


La parte più significativa dell'intero discorso credo sia da considerarsi l'invito rivolto ai siciliani dall'ambasciatore italiano. Le sue parole indicano una rivoluzione strategica. Se fino a qualche tempo fa si faceva di tutto per censurare la posizione culturale siciliana, un ponte verso le aree medio-orientali, oggi nel nuovo sistema globale si cerca di sfruttare tale posizione. Questo perché, ora che il fulcro del mondo si sta spostando da occidente ad oriente, essa diventa sempre più imprescindibile.

Spostandosi ancora più ad oriente, nel caso dell'Iran, è stato invece il Parlamento Siciliano a muoversi con largo anticipo rispetto al resto dell'Europa.

Lo scorso maggio l'ambasciatore iraniano in Italia, Seyed Mohammad Ali Hosseini, è stato in visita a Palermo, secondo le agenzie di stampa persiane su invito del presidente dell'ARS Francesco Cascio (“Sicily to Hold Iran's Cultural Week”, Fars News Agency, 29 maggio 2010).

Hosseini riferisce che “Durante l'incontro Cascio ha evidenziato l'espansione della cooperazione culturale, commerciale ed economica tra l'Iran e l'Italia, la Sicilia in particolare”

I due avrebbero anche preso accordi riguardo ad un nuovo corso di lingua persiana all'università di Palermo ed allo svolgimento di una settimana della cultura iraniana nella capitale siciliana, oltre che discutere l'apertura di una camera di commercio iraniana.

Nella seconda parte l'articolo brevemente descrive alcune caratteristiche dell'Autonomia Regionale:

“La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo ed una regione autonoma dell'Italia. Le isole minori intorno sono anch'esse considerate parte della Sicilia.

La politica siciliana si sviluppa nella cornice di una democrazia rappresentativa presidenziale, nella quale il Presidente del Governo Regionale è il Capo di Governo, e di un sistema multi-partitico e multiforme. Il potere esecutivo è esercitato dal Governo Regionale. Il potere legislativo risiede sia nel governo che nell'Assemblea Regionale Siciliana.”


E con questo abbiamo anche scoperto qualcosa di nuovo sull'Iran: i persiani capiscono lo Statuto Siciliano meglio dei siciliani stessi.

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venerdì, ottobre 29, 2010

La Nazione riesumata

Italiani popolo di ingenui. Che ancora segue i dibattiti, ascolta le interviste, legge l'ultimo saggio storico. Va a votare, persino.

E poi si meraviglia o forse anche si scandalizza dello strano feeling che sembra essere sbocciato tra i leghisti più irriducibili, quelli veneti, ed il Presidente della Regione Siciliana.

I Siciliani siamo esperti nel “porgere l'altra guancia”. Seguiamo con ardore gli insegnamenti del Cristo. Sopportiamo con pazienza e rassegnazione quello che il destino ha in serbo per noi. Ma lo facciamo con cinismo. Un cinismo spietato, innato. Opprimente, persino.

Qualcuno vorrebbe convincerci che Salvatore Giuliano fosse solo un bieco e spregiudicato delinquente. Che i Siciliani dovrebbero smetterla di portarlo sempre sugli scudi come un martire. Ma noi lo sappiamo benissimo chi era Giuliano, ed è proprio per questo che, immaginario o reale che sia, è e rimarrà sempre un eroe qui in Sicilia.

Giuliano è colui il quale ha abbandonato le convenzioni lasciando sgorgare per intero il suo legame con questa terra invece di pensare alle rappresaglie che lo stato avrebbe riversato contro la sua famiglia (rappresaglie che continuano ancora oggi...). Senza pensarci due volte, ha preso il fucile ed ha sparato contro il carabiniere che lo aveva sorpreso a contrabbandare grano, quando invece tutti noi a quel punto ci saremmo lasciati ammazzare, schiacciati da troppi secoli di storia, per non mettere in pericolo le nostre madri, sorelle, i figli.

Malvolentieri, ma ci saremmo lasciati ammazzare. Ci saremmo lasciati morire sognando di vivere almeno un giorno da Giuliano. Tutti vorremmo avere il coraggio di pagare per le nostre scelte. Invece non paghiamo mai. Tramiamo nell'ombra un passettino alla volta, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, camuffandoci di nobili intenti familiari, fino a quando il nemico, senza accorgersene, si ritrova un coltello piantato nel cuore.

Ed alla fine, otteniamo l'indipendenza senza prendercene la responsabilità. Vogliamo fare la parte delle vittime fino all'ultimo: la colpa è della Lega.

Raffaele Lombardo, dopo l'ultima caustica intervista rilasciata al Giornale (“Lombardo: secessione? La fa la Sicilia”, 28 ottobre 2010), spiega tramite il suo blog di aver usato la forte provocazione per dare una lezione a quella Lega che vorrebbe spaccare l'Italia (“Vogliamo ricostruire una vera unità nazionale”, 28 ottobre 2010):

Battono sulla secessione per liberarsi di questo peso morto che è il sud e la Sicilia. (…) Io ho risposto a questo continuo stillicidio di accuse dicendo 'Ma andare al diavolo voi, questa benedetta secessione datecela, così vediamo'

I veneti però non sono tanto fessi, ed oggi hanno risposto per le rime, coprendo il piatto e chiamando così il bluff del leader siciliano per bocca di Tosi, il sindaco di Verona (“La Lega benedice la formula siciliana”, SiciliaInformazioni.com 29 ottobre 2010):

"Se Lombardo vuole spezzare le logiche clientelari e ottenere il federalismo - prosegue - sarà il nostro migliore alleato"

Aggiungendo che non vi è alcuno bisogno del carroccio al sud, perchè “c'è l'MpA, è come se ci fossimo noi”

Popolo di ingenui, che ancora cerca di capire come stanno le cose. Sotto la benedizione del gran capo, Veneti e Siciliani sono d'accordo per smantellare l'Italia. Ma noi non ci vogliamo prendere la responsabilità, ed allora “porgiamo l'altra guancia”, aspettiamo di essere messi alle corde così che Armao possa poi andare in battaglia, lancia in resta, contro i torti promessi. Aspettiamo che il “popolo” venga a chiedere con forza a Palazzo Reale.

Non ci volete credere ancora. Ma Zamparini a Palermo, non vi dice niente? E Zonin che investe sull'immagine della Sicilia invece di portarsi armi e baracche su al nord come era stato fatto sino e ieri? Ed i Siciliani che spopolano sia al festival di Venezia che al Vinitaly? I leghisti (veneti) e gli autonomisti (siculi) possono anche alzare la voce, ma a quanto pare lontano dagli schermi televisivi vanno d'amore e d'accordo.

Quest'anno per il giorno dei morti, dopo aver partecipato alla sfilata del 30 ottobre, tornerà anche Giuliano, riesumato fresco fresco per l'ennesima tragedia siciliana (o si tratta forse di una commedia italiana?).

Chissà cosa penserà di tutti noi che continuiamo con sempre maggior cinismo a porgere l'altra guancia. Che dichiariamo l'indipendenza per interposta persona. Chissà se alla fine deciderà di lasciarci lo stesso un regalino.

E comunque, Viva la Sicilia liberata e libera: domani a Palermo non mancate, mi raccomando. Domani a Palermo la storia della Sicilia farà un altro passettino avanti.


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martedì, ottobre 12, 2010

In marcia per lo Statuto




Con la preghiera di darne la massima diffusione. Grazie.
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• Al Ministro-Presidente della Regione siciliana
• Al Presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana
• Ai Sig. Assessori regionali
• Agli On. Deputati regionali siciliani
• Ai Ch.mi Senatori eletti in Sicilia
• Agli On. Deputati eletti nelle circoscrizioni della Sicilia
• Ai Sig. Eurodeputati eletti nella circoscrizione Sicilia-Sardegna

APPELLO PER L’ATTUAZIONE DELLO STATUTO SPECIALE DELLA REGIONE SICILIANA

Sabato 30 ottobre 2010 alle ore 15:30 a Palermo, in piazza Ruggiero Settimo, si raduneranno i partecipanti alla manifestazione “30 ottobre – La Sicilia e i Siciliani per lo Statuto“; il corteo dei manifestanti raggiungerà, transitando per via Maqueda e corso Vittorio Emanuele, il Palazzo Reale, sede del Parlamento Siciliano.

L’obiettivo è richiedere l‘applicazione dello Statuto Siciliano.

Con la presente i cittadini siciliani chiedono alla loro legittima rappresentanza istituzionale democraticamente eletta di porre termine alla situazione di illegalità costituzionale in cui la Nostra Regione versa da più di sessant’anni dall’ottenimento di quello Statuto autonomistico, di natura pattizia, che le avrebbe consentito un’ampia forma di autogoverno.

Nonostante talvolta i media dicano diversamente, infatti, lo Statuto Siciliano è operante soltanto in minima parte, talvolta distorta, e neanche nei suoi punti più qualificanti, grazie anche ad un sistema di giurisprudenza costituzionale che non è conforme agli accordi che con lo Statuto si erano stabiliti tra lo Stato Italiano ed il Popolo Siciliano.

Come è noto, inoltre, questa Carta non è un “incidente” della storia, ma una precisa riparazione contro le tante violazioni costituzionali che avevano contrassegnato in precedenza la confluenza dello Stato di Sicilia nelle formazioni politiche dapprima duosiciliane e poi italiane, e quindi un ordinamento che dettava le linee guida per il futuro, in uno spirito di cooperazione tra concittadini della Sicilia e del resto del Paese, in modo da evitare che si ripetessero i saccheggi, li sfruttamenti indiscriminati, le forme di vero colonialismo interno, che avevano
caratterizzato la storia precedente.

Questa promessa, vero patto tra Sicilia e Italia, è stata unilateralmente tradita o stravolta dallo Stato italiano, dai suoi poteri forti in molti modi e, purtroppo, anche da larghi strati della sua classe politica e dirigente.

• Dov’è la nostra Alta Corte?
• Dove sono le norme attuative dello Statuto?
• Dov’è l’ordinamento tributario separato che ci era consentito?
• Dov’è l’applicazione generalizzata del principio di territorialità nell’attribuzione del gettito tributario?
• Dov’è la devoluzione del demanio e del patrimonio dello Stato alla Regione ed ai suoi enti locali?
• Dov’è la determinazione certa del Fondo di Solidarietà Nazionale per la
programmazione di piani di investimento infrastrutturale?
• Dov’è la compartecipazione della Sicilia alla gestione della politica
valutaria e, implicitamente, monetaria (oggi in parità con gli altri membri del SEBC)?
• Dov’è la devoluzione di tutte le funzioni amministrative ed esecutive
dallo Stato alla Regione ed agli enti locali?
• Dov’è la soppressione delle province e delle prefetture?
• Dov’è la partecipazione strutturale del Presidente della Regione al Consiglio dei Ministri per rappresentare l’amministrazione statale in Sicilia?
• Dov’è l’esenzione daziaria sull’importazione dei beni per il capitale
agricolo e agro-industriale?
• Dov’è la gestione autonoma dei prestiti interni con la possibilità di
ricorso diretto al risparmio pubblico?
• Dov’è la sezione siciliana della Corte di Cassazione?
• Dov’è la gestione autonoma dei vitali settori del credito, delle assicurazioni e della finanza?
• Dov’è la Polizia regionalizzata?
• Dov’è la scuola autonoma, con la scuola primaria in competenza esclusiva, dove poter insegnare lo Statuto, la storia, l’arte, la musica e la lingua e letteratura siciliana?
• Dov’è la nostra compartecipazione alla formazione degli atti comunitari
europei su materie di nostra competenza e la nostra autonoma attuazione degli stessi?

E si potrebbe continuare.

I cittadini siciliani che consegnano questo appello considerano la propria “deputazione”, lato sensu intesa, l’unica che legittimamente possa chiedere a gran voce nelle sedi istituzionali competenti il mantenimento dei diritti costituzionali del Popolo Siciliano.

Senza il rispetto dei diritti costituzionali della Sicilia non ci sarà uscita dal sottosviluppo, non ci sarà liberazione possibile dalla mafia e da ogni altra illegalità, non ci sarà una propulsione autonoma che possa condurre a vere condizioni di cittadinanza, ma solo assistenzialismo e subalternità. Senza l’applicazione dello Statuto saremo sempre sudditi, piegati alla richiesta del “favore” al posto di ciò che è invece un “diritto”.

Siamo coscienti che le emergenze oggi appaiono altre: una disoccupazione ormai abnorme, i nostri produttori strangolati dal “racket” dei compratori nazionali, i nostri redditi erosi da una continua e strisciante inflazione e da politiche centrali dissennate, gli enti locali sovraffollati e in dissesto, servizi pubblici e infrastrutture indegne di un paese civile, chiusure continue di ogni struttura, impresa, centro decisionale, nonché emergenze sociali ed ambientali da tutte le parti. Ma siamo anche coscienti che se continueremo a delegare ad altri le decisioni cruciali per la nostra Terra, le cose non potranno che andare a peggiorare. Solo noi siciliani possiamo farci carico dei nostri problemi e tornare a
camminare sulle nostre gambe finalmente come un paese normale. È da circa sei secoli che lottiamo per l’autogoverno e finora l’avere affidato ad altri il nostro destino ha prodotto soltanto un lento e inesorabile declino.

Su questo chiediamo chiarezza e coraggio da parte di tutti.
Noi non ci fermeremo.
W la Sicilia!

Santo Trovato (Catania), Rosa Beatrice Cassata (Messina), Gianluca Castriciano (Messina),Domenico Corrao (Palermo), Carmelo Cuschera (Favara - AG), Mimmo Dagna (Palermo), Beppe De Santis (Palermo), Mario Di Mauro (Catania), Antonio Fricano (Palermo), Fonso Genchi (Palermo), Giuseppina Marrone (Siracusa), Gaetano Simile MacColl (Palermo)

Ufficio stampa
L’ALTRA SICILIA – Antudo
www.laltrasicilia.org
Sito Web evento

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lunedì, febbraio 15, 2010

Fiato sospeso

Tra un commento e l'altro si è forse arrivati a capire cosa abbia irritato Napolitano tanto da costringerlo ad accartocciarsi sul “separatismo non indipendentista” (si veda il post “I contorsionisti”).

A Siracusa ha avuto luogo l'altro ieri (13 febbraio) un convegno organizzato dall'Onorevole Fabio Granata, finiano vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia nonché sostenitore di Raffaele Lombardo a Palermo.

“Verso gli Stati Generali della Nuova Autonomia” è un titolo che a quanto pare ha fatto tremare in tanti, sia tra gli anti-autonomisti a Roma che tra i “celoduristi” dell'Autonomia Siciliana che inorridiscono ogni qual volta quel breve attributo (“Nuova”) viene messo di fronte alla parola “Autonomia” a significare una qualche modifica dello Statuto.

Le parole pronunciate dello stesso Granata in apertura dei lavori puntualizzano i contorni dell'iniziativa:

“L’appuntamento di oggi segna l’ufficializzazione di un appello diffuso al Presidente della Regione On. Lombardo affinché convochi immediatamente gli Stati Generali dell’Autonomia in Sicilia in modo che la straordinaria esperienza politica di questo Governo si doti di un raccordo programmatico ed ideale che il fallimento dei partiti fino ad oggi non ha consentito di elaborare”.

E' chiaro che questa convocazione ci sarà, vista l'insistenza con cui viene richiesta e vista la partecipazione di uno dei più fidi scudieri di Lombardo, Giovanni Pistorio. L'appello è formale e necessario a giustificare politicamente l'evento prossimo futuro.

Cosa farà Lombardo in quel fatidico giorno? Questa è la greve domanda che ci poniamo.

Sembra di essere a Cuba subito dopo la fuga di Batista: Castro doveva ancora ufficializzare la sua reale posizione politica (USA o URSS?) mentre tutti a Washington e sull'isola erano in religioso silenzio aspettando di sapere di che morte sarebbero morti. A Mosca chiaramente ne sapevano più di tutti.

Oggi gli italiani tutti (dal Napolitano a Lampedusa) sono in un poco silenzioso e molto nervoso stato d'attesa mentre a Mosca....

Malgrado tutto non possiamo fare altro che attendere, perchè nessuno ancora può prevedere come verrà tradotto nella pratica l'incipit del nuovo corso politico (e storico) della Sicilia. Lo stesso Granata probabilmente non ne è del tutto al corrente.

Ed è inutile mettersi a formare nuovi partiti, strillare al tradimento o lanciare proclami. Da qualunque lato si voglia guardare la cosa, da questi “Stati Generali dell'Autonomia” che nessuno può più fermare uscirà il nostro futuro: il destino della Sicilia centro-mediterranea sarà condizionato da questo evento con ricadute decennali se non secolari, positive o negative che siano.

Il blog dell'esponente del PDL Sicilia riprende alcune delle dichiarazioni degli intervenuti come quelle di Gianbattista Buffardeci, Assessore all'agricoltura e delfino di Miccichè, che apre il campo con la principale delle nostre preoccupazioni:

“Oggi c’è necessità di disegnare una nuova autonomia perchè l’autonomia statutaria è fallita, ed il fallimento ha come primi responsabili proprio i siciliani”.

Ogni volta che abbiamo sentito parlare di progetti di modifica dello Statuto abbiamo udito proposte aberranti. Cosa accadrà questa volta?

Le parole di Pistorio (MPA) sono più rassicuranti:

“L’autonomia, cosi come concepita in Sicilia dallo Statuto,  è fallita perché è fallito il patto tra la società siciliana e lo Stato. Oggi Lombardo vuole ribaltare la subalternità del territorio alla politica nazionale e per questo ha concepito la scelta di una nuova autonomia”

Il riferimento alla natura pattizia dello Statuto ed al suo fallimento indica un punto importante; in questo momento il patto non vi è più, si riparte da zero con la Sicilia che deve scegliere la sua strada. Avrà veramente il coraggio di farlo?

Dore Misuraca, parlamentare nazionale del PDL, parla di “recarci [ancora, ndr] a Roma”, cosa di cui siamo stanchi. Ma perlomeno richiama il nume protettivo di Piersanti Mattarella (che per voler fare qualcosa ci lasciò le penne...).

Infine era presente anche Mario Centorrino, Assessore Regionale alla Formazione, tecnico di area PD, il quale rilascia una dichiarazione che solo lui, Ordinario di Politica Economica all'Università di Messina e non politico di professione, avrebbe potuto rilasciare:

“La questione del futuro dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ad esempio, oggi la sta trattando il presidente Lombardo, nel senso di livello istituzionale territoriale. Pensate che grande differenza rispetto a dieci anni fa, quando una simile vicenda l'avrebbe trattata un ministro del governo nazionale. Ciò significa che si sta sostituendo una rappresentanza territoriale a una rappresentanza politica con la quale abbiamo perso contatti e che non ci dice più niente”.

A sentirlo, con Roma abbiamo già chiuso. Sempre per quel detto secondo il quale la meglio parola è quella non detta, Granata taglia questa frase dal resoconto dell'intervento inserito nel suo blog. A noi è arrivata attraverso il sito de La Sicilia ("Sciascia e Camilleri portano sfiga", 13 febbraio 2010).

Le decisioni (forse già prese) che ci verranno comunicate in occasione di questi Stati Generali avranno contraccolpi sull'assetto generale del Mediterraneo. Viceversa gli avvenimenti siciliani, essendo costantemente legati a più ampie modifiche geopolitiche globali, devono tenere conto di altri assetti più vasti.

Nel tentare di capire quando la nuova Costituzione potrebbe essere varata, l'attenzione deve concentrarsi sulla politica estera. L'altro ieri la Germania ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di aiutare la Grecia a coprire il debito pubblico, una posizione che potrebbe segnare la fine della moneta unica e della stessa UE con tutto il suo Trattato Massonico di Lisbona:

Angela Merkel, cancelliere tedesco, ha resistito le insistenze francesi per arrivare un pacchetto di salvataggio esplicito (...) L'insistenza della Merkel sulla necessità di maggiori sforzi da parte greca per tagliare il deficit del bilancio hanno quasi pregiudicato il raggiungimento di un accordo al summit (...) La decisa presa di posizione della Merkel ha in Germania uno strabordante supporto politico e popolare. (“Greece turns on EU critics”, Financial Times 13 febbraio 2010)

Ancora più esplicito è stato il quotidiano teutonico Allgemeine Zeitung, citato ancora l'altro ieri dal Fiancial Times (“German press calls for tough line on Greece”):

“Non ci sarà alcun aiuto per il governo greco all'inizio. Non ci saranno negoziati per possibile strumenti finanziari.”

La chiusura appare totale. Se la Grecia non onora il debito, addio euro. Ed addio dominio atlantico sull'Europa e soprattutto sulla Germania. I tedeschi si lasceranno scappare un'occasione del genere per liberarsi definitivamente del protettorato atlantico di USA e Gran Bretagna?

Non c'è alcun motivo di forzare la mano. Lombardo è uno specialista dell'attesa. Il nuovo “Statuto” verrà probabilmente varato in parallelo agli sviluppi del caso Grecia: da quando questo è apparso minaccioso all'orizzonte la moneta unica (e falsa) ha perso inesorabilmente terreno cedendo in un paio di mesi buona parte di quello che aveva guadagnato in un anno sul dollaro. E più l'euro si svaluta, meno saranno le resistenze che Palermo incontrerà.

Questi sfaticati di Siciliani: volendo, potrebbero ottenere l'indipendenza senza neanche muovere un dito.

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sabato, febbraio 13, 2010

I contorsionisti

Le contorsioni finali del paese stanno diventando roba da circo. Prendiamo ad esempio questa dichiarazione del caro Napolitano (Napolitano: «No a giudizi sommari e volgari sull'Unità d'Italia», Corriere.it 12 febbraio 2010):

«Inimmaginabili nell'Europa e nel mondo di oggi prospettive separatiste non indipendentiste»

Cosa sarebbero queste “prospettive separatiste non indipendentiste”? Se le prospettive sono indipendentiste (come ad esempio quella leghista) vanno bene? Non è che per caso la differenza stia solo nella dichiarazione d'intenti...

L'unica prospettiva “separatista non indipendentista” che possa saltare in mente è quella dell'Autonomia Siciliana: Napolitano sta forse accusando l'autonomismo di essere un indipendentismo sotto mentite spoglie?

Se così fosse, sarebbe grossa notizia per il campo sicilianista dove alcuni da tempo sostengono che una volta applicato integralmente lo Statuto Autonomistico la Sicilia sarebbe di fatto indipendente dal continente: pieni poteri in materia di energia ed ordine pubblico, la capacità di elevare tributi, il divieto all'esercito italiano di stazionare sull'isola sono solo alcuni dei piccoli cadeaux lasciati in eredità dalla lotta indipendentista ai siciliani che ne volessero fare uso.

Il pronunciamento allarmista del Colle, condito da una serie di articoli usciti in questi giorni sui quotidiani in cui si adombra una possibile prossima separazione dell'Italia, non lasciano dubbi sul fatto che oggi il pericolo sia concreto.

Nei giorni scorsi è stato presentato al pubblico il nuovo libro dello scrittore catanese Giuseppe Perrotta dal titolo Giubileo 2050, un fanta-thriller che si dipana in un'Italia divisa in quattro (nord, Vaticano, Sud, Sicilia) e che ha inusitatamente trovato larga eco sul territorio nazionale.

Ne dà notizia tra gli altri Il Messaggero di Roma in un fondo di pagina dal titolo indicativo (“Attento, Silvio ti guarda: piccoli segnali dai grandi significati”, 12 febbraio 2010):

C'è un gustoso thriller, intitolato «Giubileo 2050», in cui s'immagina la dissoluzione della Penisola in quattro diversi Stati: la Repubblica Cisalpina, il Regnum Christi (il cui sovrano, il Papa, è stato rapito dalla camorra), la Repubblica delle regioni meridionali e la Repubblica della Trinacria, cioè la Sicilia sola con se stessa e con Cosa Nostra. Fantapolitica?

A parte l'aggiunta di Cosa Nostra, a cui l'autore non fa cenno nella presentazione del libro (non ho una copia tra le mani per controllare...), il monito ricalca le tematiche discusse da questo blog: finito Berlusconi, finito il collante che ancora tiene uniti questi quattro brandelli (si veda il post “Mi arrendo”):

Senza più il collante dell'avversione all'Orco di Arcore, ci sarà a sinistra il tana liberatutti e il tutti contro tutti, peggio di quanto accade adesso. Magari questa è fantapolitica, ma fantapolitica per fantapolitica, oltre all'eclissi della sinistra già abbondantemente ecclissatasi, il rischio è che fra un po' neanche più l'Italia ci sarà più.

Ma non è da noi fermarsi davanti all'ultimo passo. Napolitano sta per caso accusando l'MPA ed il suo leader, Raffaele Lombardo, di pianificare quella “separazione non indipendentista”? La continuazione del discorso presidenziale è anch'essa quanto mai arzigogolata:

«(...) e più semplicemente ipotesi di sviluppo autosufficiente di una parte soltanto, forse anche la più avanzata economicamente, dell'Italia unita».

Sembra si stia riferendo alla Lega Nord. Sarà un refuso di stampa, ma se si stesse parlando del Nord Italia più che un forse, il discorso avrebbe dovuto contenere un fosse:

«fosse anche la più avanzata economicamente, dell'Italia unita».

Quel forse indica una possibilità futura più che un fatto acquisito ed echeggia un articolo uscito a suo tempo su Limes, la rivista italiana di geopolitica del gruppo L'Espresso dal titolo “Sicilia Nazione” (si veda il post “La nazione infetta”).

Rinviando tutti anche al post “La via della seta”, si evita qui di argomentare ulteriormente. Ma la sin troppo decisa chiusura del governo siciliano alla possibile riconversione dell'area di Termini Imerese abbandonata dalla FIAT ad usi diversi dalla produzione di autovetture sa di spalle sin troppo coperte: i ventilati interessamenti internazionali ad una produzione centro-mediterranea potrebbero non essere solo una sbruffonata politica.

Ieri abbiamo anche assistito all'ennesima presentazione del progetto del Ponte di Messina (di massima? Definitivo? Esecutivo?... siamo confusi.), con i proponenti che sembravano barricati e decisi a morire con la loro opera (“Protesta della rete no Ponte”, SiciliaInformazioni.com 12 febbraio 2010):

“Una cosa è chiara: non ci sarà niente e nessuno che bloccherà la realizzazione del ponte che nel gennaio del 2017 sarà pronto”

L'ostentazione di tutta questa sicurezza da parte del Ministro Matteoli puzza di bluff lontano quanto l'intera fantascientifica campata.

Raffaele Lombardo è stato invece quotato da altri in solitario, come ad esempio nel caso di Libero:

“Il ponte può rappresentare il vero simbolo per l'unita' del Paese mentre ci si appresta a celebrare il 150esimo anniversario dell'Unita' d'Italia”.

A parte l'utilizzo del “può rappresentare” invece di un bel “rappresenterà” che lo avrebbe posto più in linea con la sicumera del ministro, il parallelo espresso mentre tutti in Italia parlano di fine di quell'unità, è per lo meno spinoso: stante il paragone, dovesse crollare l'unità il progetto del ponte non potrebbe fare altro che seguirne i destini.

Come si dice dalle nostre parti, la meglio parola è quella non detta, nel senso che ciò che si tace è più significativo per capire certi umori. Ed allora includiamo nel conto anche la mancata citazione della summenzionata esternazione del leader autonomo-forse-separatista da parte de La Sicilia, quotidiano catanese notoriamente favorevole alla costruzione della mega-sbruffonata sulla Stretto. Sul pezzo relativo pubblicato dal sito della testata giornalistica (“Ponte, la squadra d'azione”) si sono “dimenticati” di citare persino la presenza fisica di Raffaele Lombardo all'evento.

La possibile capriola di Raffaele sulle rive dello stretto, comunque la si voglia inquadrare, non avrebbe niente di straordinario: a Palermo lui comanda ancora grazie all'appoggio della sinistra. Non credo che Lupo e compagni ci tengano tanto a perdere quel piccolo gruzzolo di voti che ancora si ritrovano dopo le dolorose contorsioni politiche che li hanno portati al governo.

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giovedì, febbraio 11, 2010

Un calcio alla storia

Per capire quanto miserrimi siamo oggi e quanto lontana sia ancora la ricomposizione delle enormi lacerazioni che il periodo risorgimentale, iniziato in Sicilia nel 1816 con la cancellazione del Regno da parte dei Borbone, continuato con l'Unità d'Italia e durato almeno sino al 1946, ha lasciato nella nostra società basta leggere il codazzo di commenti causato dalla pubblicazione di un interessante articolo di Giuseppe Di Bella sulla vicenda garibaldina: “Garibaldi ad Alcamo: un equivoco Decreto inganna i siciliani” (SiciliaInformazioni.com, 8 febbraio 2010), l'ennesimo di una serie che ha avuto il grandissimo merito di aprire ad un più vasto pubblico un dibattito che sino a pochi anni or sono era confinato a certi “scalcinati” circoli sicilianisti o neo-borbonici.

Le conclusioni dell'articolo non fanno altro che confermare finalmente per via documentale quello che tutti sappiamo (i “sicilianisti”, per lo meno...):

I siciliani vennero tratti in inganno proprio dal formale ripristino della sovranità del Regno, surrettiziamente ostentata da Garibaldi, da una serie di provvedimenti demagogici, e soprattutto del fatto che l’apparentemente redivivo Regno di Sicilia, avrebbe potuto “patteggiare” da pari a pari, le condizioni del suo ingresso nell’Italia di Vittorio Emanuele.

Ma se una critica si può fare all'autore, è quella di mancare di “buon senso” nel discutere legalità e legittimità di determinate iniziative, buon senso ripristinato dal commento di Massimo Costa:

Il punto è che col tempo il fatto diventa diritto, ci piaccia o no. Quando è accettato da tutti, da tutta la comunità internazionale come legittimo, persino dalle stesse vittime... Altrimenti sarebbe facile dimostrare come non esista alcun ordinamento legittimo, giacché ogni ordinamento nasce da una rottura con quello precedente.

La semplice constatazione del Costa se da un lato ha l'immenso merito di “smontare” e smascherare la teatralità del concetto di legittimità/legalità quale supporto necessario al corretto svolgersi del processo storico e di trasformare quel concetto in mera pretesa (quello che in effetti è), dall'altro permette di fare alcune riflessioni sulle vicende degli anni che vanno dal 1816 al 1860 e su quelle della lotta indipendentista del secondo dopoguerra del secolo scorso. Riflessioni che lo stesso accenno alla dimensione (finalmente) “internazionale” dell'articolo del Di Bella suggerisce.

Il richiamo al Congresso di Vienna del 1815 quale sede decisionale per i destini della Corona di Sicilia (sensu strictu) è troppo spesso sottovalutato. Esso è in realtà fondamentale nella ricostruzione delle dinamiche siciliane ottocentesche e persino novecentesche.

La corona dei Normanni era da secoli vista in Europa come una presenza scomoda da eliminare, mentre in quel momento storico il trono di Napoli è oramai diventato l'agnello sacrificale dello scontro tra l'ancient regime ed il vento di modernità emanato dal secolo dei lumi, vento che dopo gli eccessi della rivoluzione francese era diventato una vera e propria tempesta.

Palermo era entrata in profonda crisi allo scoccare del '500 e quale ultimo relitto o vestigia della sempre più flebile presenza mediterranea dell'oriente andava eliminata per consacrare il trionfo perenne dell'Atlantico.

In questo modo l'Ancien Régime occidentale (cattolico), certo di una riscossa nei secoli avvenire (quella che stiamo vivendo ora...), pensò di avere eliminato definitivamente il nemico d'oriente (ortodosso) dalla scena.

Il discorso è complesso e non lo affronteremo in questa sede. Il punto che mi preme fare riguarda la la posizione dei Borbone nella faccenda. I Borbone non rappresentavano il “potere decisionale” ma il “potere esecutore”. La distinzione non è meramente formale: la nostra casa regnante era letteralmente tra l'incudine ed il martello. E fu costretta dagli “alleati” a fare quello che neanche l'onnipotente Carlo V ebbe il coraggio di fare per non aprire insanabili crisi costituzionali (Carlo V probabilmente aveva studiato per bene la lezione dei Vespri).

Le mire degli inglesi al centro del Mediterraneo in vista dell'apertura di Suez erano certamente note a tutti. La loro potenza marittima rendeva l'opporsi direttamente ai loro disegni un vero e proprio suicidio politico. In altre parole, il trono dei Borbone dopo la già ricordata rivoluzione francese, era un trono ad orologeria: nessuno sarebbe accorso in suo soccorso nel momento del bisogno.

Fu così che nel 1816 nacque il Regno delle Due Sicilie, un vicolo cieco in cui gli stessi alleati misero Ferdinando II assegnandogli il “lavoro sporco”.

Prova di questo ne sia la totale solitudine nella quale Napoli dovette fronteggiare le prevedibilissime (e sacrosante...) rivolte siciliane sin dal 1820, ben prima della guerra di Crimea che segnò il vero punto di non ritorno. La continua intromissione inglese negli affari interni del Regno di Sicilia non convinse nessuno ad intervenire.

Senza contare il tragico disinteresse nel quale il nuovo Regno affogò ingloriosamente tra i marosi della storia al termine dell'epopea garibaldina.

Considerare le rivolte siciliane del 1820, 1836, del 1847 e del 1860 come rivolte contro i Borboni è ingiusto e riduttivo per ambedue le parti. Quelle rivolte vanno inquadrate come ribellione alle decisioni prese dal Congresso di Vienna, ribellione che Napoli non ebbe il coraggio di compiere da sé.

La portata storica di quelle ribellioni non sarà mai esaltata abbastanza. Esse impedirono, per riprendere il commento di Massimo Costa, che il fatto diventasse diritto e seminarono poi quei germogli che nel 1946 diedero vita all'Autonomia Siciliana e, di conseguenza, alla rinascita della Nazione Siciliana. Fatto quest'ultimo che, malgrado la surrettizia cancellazione dell'Alta Corte, è sì diventato diritto.

Quelle rivoluzioni oggi hanno permesso il ritorno dell'oriente ortodosso e musulmano nel Mediterraneo a scapito dell'Ancien Regime europeo e del selvaggio liberalismo anglosassone.

Sembrano avvenimenti lontani nel tempo e poco correlati alla nostra vita quotidiana. Eppure domenica scorsa il Catania, pericolante in classifica, ha vinto la sua partita grazie ad un giocatore fornito a Pulvirenti all'ultimo momento dall'FK di Mosca: un bel calcio nel sedere al Congresso di Vienna.


Con le spalle coperte

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giovedì, ottobre 29, 2009

La nazione infetta

La brillante idea di un governo mondiale, di uno stato globale unico sotto il quale una sola umanità si possa sollazzare ininterrottamente come polli in batteria in una perpetua ed algida pace dei sensi, non è venuta oggi ad un gruppo di massoni dell'ultima ora. Il progetto parte da molto lontano ed è stato portato avanti attraverso i secoli da adepti che vi aderivano (e vi aderiscono) in modo totale ed assoluto allo stesso modo in cui un credente aderisce con fervore ai misteri della propria fede.

Oggi vediamo la possibile materializzazione dello spettro di questa superdittatura, prima europea e poi mondiale, malcelata dietro il Trattato di Lisbona. Nelle alte sfere del potere però l'obiettivo finale non è mai stato un mistero, da un lato come dall'altro: la testa ruzzolante di Luigi XVI più di duecento anni fa capiva perfettamente cosa gli stesse spiccando la testa dal collo, e lo stesso potrebbe dirsi del Borbone mentre vedeva il suo stato liquefarsi ai piedi di un pirata di bassa lega.

La Comunità europea, le cui basi attuative furono gettate quando a Messina nel 1955 i ministri degli esteri degli stati fondatori firmarono una dichiarazione d'intenti in tal proposito (si veda il post “La Comunità dalle gambe corte”), al pari di tanti simili progetti oggi presenti un po' ovunque nel mondo (vedi il Gatt nord-americano o il GCC dei paesi della penisola arabica o l'ASEAN), non è altro che un passo nella direzione del governo unico globale.

La Repubblica in Italia inoltre fu instaurata precisamente con l'obiettivo di procedere verso il mostro europeo di oggi ed infettata tramite l'articolo 11 della costituzione, dove i “padri” della patria (massonica) inserirono il seguente virus:

“L'Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

La costituzione italiana prevede esplicitamente lo smantellamento della patria per favorire un qualche futuro e fumoso (nel senso di solfureo) progetto che assicuri pace e “giustizia” (quale giustizia?) tra le nazioni in via di estinzione.

Certo il cammino non è poi stato così semplice e felice come quella bella frase auspicava, e si è dovuti ricorrere ad imbrogli e sotterfugi, inclusi il più volte ripetuto referendum irlandese ed alcune modifiche non proprio ortodosse alla costituzione italiana per poter accettare lo scippo della sovranità monetaria ed altre sottigliezze (si veda a tal proposito l'interessantissimo e dettagliato articolo di Solange Manfredi “Il grande inganno: da Maastricht a Lisbona”, Paolo Franceschetti Blog 23 ottobre 2009).

Ma altre operazioni hanno accompagnato negli ultimi anni lo sbocciare di questi agenti infettivi per favorire l'avvicinarsi a quel traguardo nascosto che oramai tutti hanno avvistato.

Una delle più importanti è stato il risveglio manovrato delle autonomie regionali in quasi tutti gli stati dell'Europa occidentale.

A partire dagli anni 90 l'esistenza degli stati nazionali non è stata minata solo dall'alto grazie ai vari processi di centralizzazione facenti perno sulla creazione della Banca Centrale Europea, ma anche dal basso a seguito delle spinte centrifughe dovute a questi movimenti autonomisti o indipendentisti.

La Spagna è stato forse il paese più colpito da questa “sindrome” con le rivendicazioni basche e catalane. Ma anche la Francia è stata scossa dal “revival” corso, l'unione britannica dalla ritrovata “verve” degli scozzesi, il Belgio dalle prese di coscienza delle sue due metà (quella fiamminga e quella francofona)

Movimenti aventi tutti una base storica solida ed ampiamente riconosciuta, sia ben chiaro. Ma che all'improvviso trovavano spazio politico e mass-mediatico in ambienti che fino a pochi anni prima erano assolutamente impermeabili a spinte di questo tipo.

Si pensi ad esempio alle politiche di decentramento condotte dal governo Zapatero in Spagna. O al cedimento del governo britannico che concede agli scozzesi addirittura un parlamento autonomo.

Giornali e televisione non sono da meno. E lo notiamo attraversando le Alpi: da noi è la Lega Nord, un movimento nato dalla fusione di tutta una serie di micro-partitini padani, che improvvisamente entra a far parte di questa élite autonomista. Ebbene, si pensi a quanto abbia influito sul successo di Bossi e compagni lo spazio gentilmente concesso a livello continentale dai media: nel giro di pochi mesi in Europa sanno tutti dell'eroico movimento separatista che lotta contro la poca voglia di lavorare dei terroni.

La cosa più strana è proprio il modo in cui viene retto il moccolo alla formazione padana, che viene sì accusata di razzismo e di un'altra fantasiosa malattia occidentale (la xenofobia), ma evitando accuratamente di smentire le cause di quel razzismo così da additarle come veritiere agli occhi dell'opinione pubblica occidentale e possibilmente mondiale.

Il gioco è rischioso, poiché bisogna stare attenti a non farsi sfuggire di mano i movimenti che si vogliono pilotare o l'implosione controllata degli stati-nazione europei non andrebbe a buon fine: quegli stessi movimenti indipendentisti non ci metterebbero niente a trasformasi in anti-europeisti non appena abbattuti gli stati-nazione.

In questo quadro a questo punto si inserisce una strana dimenticanza.

L'unico movimento “rivoluzionario”, di ribellione alla costrizione degli stati nazionali moderni che abbia avuto un qualche successo politico dal dopoguerra ad oggi nell'Europa occidentale è stato quello siciliano del MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), affiancato dalla minaccia armata dell'EVIS (Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), che impose importanti modifiche all'assetto costituzionale italiano ottenendo l'approvazione di uno statuto autonomista prima del voto referendario che mandò i Savoia in esilio. Il tutto senza piazzare bombe a destra ed a sinistra o ammazzando turisti e passanti come altri hanno fatto di recente.

Le azioni del MIS e dell'EVIS dovrebbero essere tenute ad esempio da tutti i movimenti di autonomia regionale europei, eppure questo non accade. A livello mediatico vi è stato in questi anni un assoluto silenzio a reti unificate. Il MIS viene citato con la massima parsimonia o come appendice mafiosa delle congenita tendenza criminale isolana.

In pratica le élite finanziarie che stanno gestendo lo scardinamento delle democrazie europee a forza di trattati non hanno ritenuto opportuno utilizzare le fortissime spinte centrifughe siciliane per controllare l'implosione italiana, ma si sono rivolte ad una improbabile Lega Nord, fautrice di una ancora più improbabile “patria padana”. Lega Nord che ha anche avuto buon gioco nel tenere sott'occhio i veri movimenti indipendentisti del nord Italia, dal Veneto alla Liguria.

Si potrebbe a questo punto ritenere che le spinte "sicilianiste" non fossero ritenute affidabili o gestibili da Bruxelles, o addirittura che fossero già state intercettate da qualcun altro [*].

Ma fino a quando queste forze si potevano nascondere? La Lega Nord, tra gli altri, aveva anche il compito di bloccare queste spinte forzando i vari governi (più o meno compiacenti) alla chiusura di ogni forma di trasferimento di risorse economiche dallo stato centrale verso la Sicilia ed il Sud. In altre parole cingendo d'assedio l'isola e cercando di costringerla alla resa per fame.

Sotto questo aspetto potremmo anche sospettare che Bossi sia stato incaricato [**] di cercare preferenzialmente alleanze con il centrodestra di Berlusconi, perché quest'ultimo premeva invece per aumentare i trasferimenti verso sud [***], cosa che gli avrebbe permesso di ottenere quegli appoggi “orientali” utili per contrastare i suoi nemici della City londinese: la sinistra post-comunista, interamente nelle mani di quella City, non aveva certo bisogno della spinta della Lega Nord per andare contro il sud. Chi doveva essere guidato o costretto a compiere certi passi era proprio Berlusconi.

Oggi possiamo dire che anche se i leghisti sono riusciti a ritardare il propagarsi di quelle spinte, non sono riusciti certo a fermarle, al punto che i poteri di Bruxelles, preoccupati che le idee siciliane possano dilagare al Sud Italia, hanno finalmente cominciato a squarciato quel velo di silenzio.

Se ieri è stata la rivista Limes (Rivista Italiana di Geopolitica), del gruppo editoriale L'Espresso, a pubblicare un dettagliato articolo dal significativo titolo “Sicilia Nazione” (edizione del marzo 2009, purtroppo non consultabile online), oggi è il giullare di corte Beppe Grillo ad urlare pubblicamente La Sicilia si dichiari indipendente. Da sola ha più possibilità di farcela che con i cosiddetti continentali, riuscirà a proteggere meglio i suoi uomini migliori. Meglio sola che male accompagnata da chi è peggio dei mafiosi.” (“Gli smemorati di mafia”, Beppe Grillo Blog 23 ottobre 2009).

L'articolo di Limes, scritto da Paolo Verre (ottima la scelta del cognome per l'argomento trattato...), prima procede con il solito tono canzonatorio (“La rete di relazioni diplomatiche della Sicilia all'estero è dunque una chimera”) senza dimenticare la giusta propaganda che tornerà utile nell'eventuale dopo secessione (“Certo a guardar bene [il progetto autonomista di affaele Lombardo, ndr] potrebbe sembrare la riproduzione postdatata del progetto secessionista targato P2 e condiviso dalle falangi mafiose”), poi però chiude su una nota molto più seria:

“Ma nello scenario dell'Euromediterraneo la Sicilia potrebbe veramente contare di più. Se il pensiero inconfessabile di Tremonti è quello di liberarsi dal peso che rappresenta la Sicilia, non è da escludere, in un futuro neanche troppo distante, che il tentativo di sganciarsi dal resto del paese possa invece partire da Sud, dalla Sicilia. Dando così concretezza alle previsioni di Jaques Attali, che nella sua breve storia del futuro preconizza una scissione tra il Sud ed il Nord del nostro paese”

Più chiaro di così: Tremonti (ma anche Grillo e chi tira le fila delle sue dichiarazioni) preferirebbero che la Sicilia si stacchi subito, perché altrimenti potrebbe farlo dopo da una posizione di forza e portandosi dietro tutto il Sud. E questo futuro non è neanche troppo distante. Diciamo un paio d'anni al massimo?

Ecco perché Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo rimangono attaccati a Reggio Calabria con le unghie e con i denti.


Un titolo che è tutto un programma
(Dal Blog di Gianfranco Miccichè)


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[*] Non è difficile vedere come i “mondialisti” siano rimasti scottati in Sicilia durante la rivolta del MIS. Si sa che dopo un primo appoggio al movimento di Finocchiaro Aprile ed a seguito delle rimostranze sovietiche, gli americani ritirarono la manina. Quello che accadde dopo, sino alla concessione dello Statuto, non lo avevano preventivato. Ed è proprio quella la porticina attraverso cui oggi l'oriente sta assalendo l'occidente.

[**] Sulla Lega Nord ed i suoi mandanti si veda il post “Lega pagana

[***] A tal proposito bisogna ricordare come non appena Forza Italia conquistò il potere per al prima volta, il Presidente del Consiglio si diresse immediatamente a Napoli dove organizzò il G8. La consegna del famoso avviso di garanzia in quell'occasione non fu casuale ma va inserita nel quadro qui delineato.
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martedì, agosto 11, 2009

Piccoli passi

Con il caldo dell'estate anche Il Consiglio ha rallentato, malgrado gli eventi procedano a grande velocità. Pochi giorni fa il governo regionale ha finalmente reso il 15 maggio un giorno di vacanza per gli studenti siciliani.

Subito qualcuno si è voluto addossare il merito della novità, e subito qualcuno ha ricordato che il merito è anche di altri.

Poi lo stesso MIS ha ri-proposto per l'ennesima volta l'ottima idea dell'alleanza tra i movimenti sicilianisti già caldeggiata da più parti. E subito qualcuno ha voluto puntualizzare “l'ho detto prima io”. E comunque l'hanno già detto in tanti, vedasi ad esempio L'Altra Sicilia nel 2007
.

Ora, il punto è che la si dovrebbe smettere con questi infantilismi e si dovrebbe cominciare a lavorare seriamente, perchè è bene ricordare che quando il figlio si mette in testa di diventare Padre, cominciano i guai. E nessuno di noi è Padre. Siamo tutti figli della nostra Patria ed è a Lei che dobbiamo le nostre idee.

Il MIS nel frattempo è andato avanti ed oggi rilascia un altro comunicato, riportato sotto, per aggiornarci sul processo federativo appena iniziato.

Da Siciliano, non posso che rallegrarmene e suggerire anche agli altri di fare un piccolo passo avanti (o sarebbe forse meglio dire “indietro”?) mettendo da parte le proprie pretese di “paternità” e lavorando per l'obiettivo comune che tutti abbiamo.

Buone vacanze.


COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO

Anche il Partito Autonomista Siciliano aderisce alla Federazione sicilianista.

E quattro. Mentre la casta politica siciliana si concede un immeritato riposo, i movimenti indipendentisti ed autonomisti siciliani continuano la loro opera di composizione di una grande federazione.

E con grande piacere che i presidenti del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, Salvo Musumeci, del Movimento Agricolo Europeo, Ignazio Adragna e del Partito del Popolo Siciliano, Domenico Corrao, annunciano che il Segretario del Partito Autonomista Siciliano, Rosario Ossino Fisicaro, ha formalizzato l’adesione alla federazione autonomista ed indipendentista siciliana.
Il MIS, il MAE, il PPS e il PAS concordemente intendono riaffermare il principio di autodeterminazione del popolo siciliano che può e deve essere raggiunto con l’unione federale di tutti i movimenti sicilianisti.

L’auspicio è che il sentimento sicilianista e l’attaccamento alla terra di Sicilia possa far nascere una forte federazione che comprenda tutti i movimenti e i partito autonomisti ed indipendentisti, per condividere un progetto politico unitario.

Autodeterminazione, sviluppo sociale ed economico, diritto e legalità, sono gli obiettivi irrinunciabili a cui tutti, nel rispetto delle proprie diversità, abbiamo l’obbligo di aspirare.

ANTUDO

COMUNICATO CONGIUNTO MIS MAE, PPS e PAS
Ufficio Stampa - 3358179082

misa.pd@alice.it

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domenica, giugno 28, 2009

¡Que viva Canepa!

Il 9 ottobre 1967, nella giungla boliviana, moriva Che Guevara, eroe della rivoluzione cubana, preso prigioniero durante un suo tentativo di “esportare” la sua idea di socialismo facendolo uscire dalle logiche di non belligeranza della guerra fredda.

Il “Che” non si era adattato alla vita post-rivoluzionaria. Oltre ad essere un idealista era anche un uomo d'azione, una combinazione esplosiva che nel giro di qualche anno lo portarono alla tomba.

Già durante la campagna del Congo, in Africa, le prime divergenze con Fidel Castro (e con l'Unione Sovietica) vennero a galla. Il leader politico sapeva benissimo che più di quello che si era ottenuto (cioè la liberazione di Cuba dal dominio americano) non si sarebbe potuto. L'URSS voleva lo status quo. Si accontentava dello smacco subito dagli USA senza affondare il colpo.

Che Guevara, spinto dal suo idealismo, non sentiva ragioni. Neanche quella di stato.

Recentemente l'ultimo guerrigliero sopravvissuto in quella sfortunata spedizione boliviana, tal Dariel Alarcón Ramírez, detto «Benigno», ha ripercorso quei giorni fatali («Che Guevara tradito da Castro su ordine dell’Unione Sovietica», Corriere.it 25 gennaio 2009):

«I sovietici consideravano Guevara una personalità pericolosa per le loro strategie imperialistiche. Fidel si piegò alla ragion di Stato, visto che la sopravvivenza di Cuba dipendeva dall’aiuto di Mosca.»

I russi decisero che Che Guevara andava eliminato poiché il suo disegno “autonomista” faceva a pugni con il finto duopolio USA-URSS, mentre Fidel Castro, più pragmatico, capì subito come stavano le cose e scelse di salvare il salvabile.

L'alternativa sarebbe stato il fallimento totale della rivoluzione, poiché se la Russia avesse abbandonato l'isola caraibica, gli americani sarebbero subito tornati ed addio indipendenza. Il risultato è stato una durissima dittatura che però ha creato una nazione.

Il guerrigliero oggi accusa Castro di aver tradito la rivoluzione. Ma chi si mette alla guida di una nazione si può poi trovare in situazioni drammatiche, come quella di dovere scegliere tra la vita di un amico e quella di un popolo. Anche volendo, Castro non avrebbe potuto fare niente per l'ex compagno di lotta. Sarà la storia, inflessibile, a giudicare.

Il 17 giugno 1945, a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo, paesino alle falde dell'Etna, moriva in uno scontro a fuoco con i carabinieri Antonio Canepa, conosciuto anche come Mario Turri negli ambienti rivoluzionari siciliani.

Canepa era l'anima idealista dell'indipendentismo siciliano. Socialista, dopo aver fortemente avversato il fascismo ed aver organizzato sabotaggi anche importanti contro i tedeschi durante le fasi finali della guerra in qualità di agente al servizio degli inglesi (ricordiamo l'attentato all'aeroporto militare di Gerbini nella piana di Catania), si era avvicinato al sicilianismo credendo con questo di poter dare inizio ad un movimento più vasto che portasse la Sicilia a dare seguito alle istanze del popolo.

Il suo progetto andava ben oltre l'indipendenza. In una famosa sua pubblicazione (La Sicilia ai Siciliani) egli infatti disse:

«quando faremo la repubblica sociale in Sicilia i feudatari ci dovranno dare le loro terre se non vorranno darci le loro teste»

Canepa diventò il leader dell'EVIS (l'Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), un gruppo di guerriglieri messo in campo in una prima fase come deterrente contro Roma (i campi dell'EVIS, nei boschi di Bronte, non erano nascosti ma ben visibili con tanto di segnaletica stradale!).

Vi furono scontri a fuoco e vittime da ambedue le parti, ma non si arrivò mai ad un vero confronto militare con lo stato.

E se ogni rivoluzione ha il suo “Che”, ogni rivoluzione che non voglia vedere disperse le sue conquiste in breve tempo, deve avere il suo Fidel. Qualcuno cioè capace di gestire quelle conquiste, qualcuno capace di un compromesso.

Fu Andrea Finocchiaro Aprile il Fidel siciliano. Un leader capace di comprendere quando era arrivato il momento di fermarsi perchè più oltre non si poteva andare. Un leader che risucì ad accettare il compromesso dello Statuto Autronomistico che di fatto riconosceva la Sicilia come Nazione.

Ma Canepa non si sarebbe mai arreso, ed il MIS non potè fare niente per salvarlo dal suo stesso idealismo. Quando USA e URSS si accordarono sul nuovo assetto mediterraneo, lo stato chiese la testa del professore di dottrine politiche. Senza quella minaccia militare sventolata sotto il naso all'invasore, il compromesso dello Statuto non si sarebbe mai raggiunto, ed oggi non avremmo alcuna arma per difenderci dalla violenza dello stesso aggressore.

Oggi, mentre a Roma ancora vi sono siciliani che tentano di manomettere quello Statuto, Canepa riposa al viale degli uomini illustri del cimitero di Catania, accanto a Giovanni Verga e ad Angelo Musco.

In alto, il cippo posto sul luogo dell'agguato a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo (CT).


Come eravamo, come saremo


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