Debitori rubati all'agricoltura
Il debito che schiavizza le masse non è solo debito pubblico. Il dialogo del film “The International” citato nel post “Gli schiavi” (E questa è la vera essenza dell'industria bancaria: fare tutti noi, sia che siamo nazioni o individui, schiavi del debito) si riferisce anche al caso della singola persona.
Spiegare il concetto può apparire semplice, in quanto intuitivamente tutti comprendiamo che chi è pieno di debiti è schiavo dei detentori di quel debito, siano essi degli strozzini o una banca.
Più difficile è invece trarne le giuste conseguenze ed applicarle alla nostra vita quotidiana e questo perché il più delle volte l'immagine che ci costruiamo è quella di casi limite quali un fallimento aziendale o di una perdita al gioco. Un immagine in fondo rassicurante perché forse più lontana da noi.
La realtà è molto più sottile, fatta di catene che ci hanno avviluppano suadenti nel vortice superfluo della modernità e destinate a serrarsi al momento opportuno con un meccanismo che si ripete sempre uguale.
Se da un lato è vero che essendo in debito la comunità alla quale apparteniamo (in questo caso lo stato) siamo in debito anche noi individualmente, dall'altro dobbiamo anche rilevare come il debito nazionale non si traduca istantaneamente in una menomazione delle nostre libertà individuali.
Ma il debito pubblico è solo la prima parte di una più larga strategia.
Bloccati gli stati grazie al ricatto del disavanzo, la “crescita” economica continua tramite il credito al consumo, permettendo al sistema finanziario di passare al suo obiettivo finale: l'individuo. Un individuo drogato da quel fittizio benessere materiale diventato irrinunciabile. Un po' come il topolino da laboratorio che continua ad attivare sino all'autodistruzione quella leva che procura la piacevole scarica elettrica. Il ribasso del costo del denaro, la possibilità di accedere a mutui ipotecari per importi spropositati su periodi di tempo estesi (a volte l'intera vita lavorativa di una persona), le rate per gli elettrodomestici, costituiscono quelle catene che si serrano lentamente ma inesorabilmente.
Il meccanismo è azionato dal modello della crescita continua, svenduto alle masse come “progresso”. Una volta messa in moto la ruota dentata del continuo miglioramento delle condizioni materiali, questa continuerà a girare senza tenere in conto le risorse naturali rinnovabili nella disponibilità della comunità risultando praticamente impossibile da fermare senza provocare instabilità nel sistema. Quel tipo di instabilità che poi passa alla storia con il termine di rivoluzione.
Va da sé che non potendo l'autorità politica costituita accettare la perdita di potere a causa di queste instabilità, continuerà a sottoporsi ai diktat del detentore ultimo del debito, in un ciclo perverso che in ogni caso non potrà non sfociare in un evento traumatico. Il modello della crescita continua adottato nell'era moderna in tutto l'occidente è solo un truffaldino schema a piramide dove gli ultimi a metterci i soldi (ultimi in senso generazionale...) ci rimangono fregati.
La recente crisi finanziaria è quindi una crisi sistemica finale inevitabile (e quindi prevedibile e programmabile...) che nelle intenzioni dei suoi pianificatori dovrebbe consegnarci in catene a quel “detentore ultimo”.
Chiuso il capitolo occidentale, lo stesso meccanismo può ora cominciare a girare per le masse che solo adesso si affacciano sull'orlo del progresso economico. Le masse di nazioni quali la Cina, l'India, i paesi arabi produttori di petrolio.
Si sta semplicizzando un sistema molto complesso. Ma queste poche righe potrebbero essere sufficienti a metterci di fronte ad alcuni quesiti che sino ad ora abbiamo tutti evitato di porci. D'altronde oggi siamo già oltre l'orlo del baratro e non abbiamo scelta.
Il principale di questi è certamente quello che riguarda la sostenibilità del “progresso materiale”.Una considerazione va fatta: le società meno indebitate e più stabili sembrano essere quelle che si appoggiano su di una larga base agricola. In esse troviamo bassa circolazione monetaria ed un modello di sviluppo che non prevede la necessità di una crescita materiale continua.
In altre parole: se vogliamo liberarci del debito, l'unica cosa da fare forse è quella di andare a riprendere la zappa. Non a caso una delle missioni (neanche tanto nascosta) della Comunità Europea è sempre stata quella di distruggere il settore agricolo dei suoi stati membri.
Addirittura l'Economist ha definito l'agricoltura (tradizionale) un'attività che “emette gas serra alla pari della deforestazione”, cioè un'attività dannosa per l'ambiente che potrebbe essere vietata d'ufficio (“Back from the brink”, 18 dicembre 2010): evidentemente il libero mercato non sopporta la libera agricoltura.
Il debito non è altro che una catena che accetto nel momento in cui lo contraggo rimettendo la mia libertà nella mani del “detentore ultimo”. Inseguendo il mito di una crescita materiale continua, l'unico obiettivo che siamo riusciti a raggiungere è stata la perdita del libero arbitrio.
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