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sabato, marzo 19, 2011

Guerra tra cani

Non c'è da meravigliarsi: era solo questione di tempo prima che l'instabilità dovuta al crollo dell'occidente arrivasse sino al Mediterraneo.

Asia Centrale, Medio Oriente, Corno d'Africa sono già da tempo sconquassati dal contorcersi delle spire dell'impero morente. Le uniche zone “pacifiche” sono quelle dove un nuovo ordine si è già instaurato, sotto il controllo cinese: dopo i tumulti finanziari dei passati decenni il sud-est asiatico gode di una situazione che per il momento potrebbe definirsi “sotto controllo”.

Ora tocca a noi.

Basta rileggere attentamente un passo fondamentale della risoluzione numero 1973 dell'ONU riguardante la Libia per capire come oramai il sistema sia in caduta libera e senza paracadute: secondo detta risoluzione gli Stati «potranno agire a livello nazionale o tramite organizzazioni regionali». In altre parole, l'ONU si auto-esonera da qualunque funzione di supervisione e da il via libera ad una vera e propria guerra non contro la Libia, ma per la spartizione della Libia. Le Nazioni Unite con queste poche parole hanno abdicato alla loro funzione di concerto, una funzione che per quanto spesso puramente fittizia fungeva almeno da valvola di sfogo di certe “pulsioni”.

Il tocco da maestro è comunque quello dei paesi astenuti (manco a dirlo: Russia, Cina, Brasile, India e soprattutto Germania), che ora staranno alla finestra a guardare USA, Gran Bretagna, Francia e, per quello che può contare, una moribonda Italia scannarsi a vicenda non solo per il petrolio libico ma anche per mettere un piede nel Mediterraneo (GB, Francia) o per cercare di tenercelo (Stati Uniti, Italia).

Chi ancora non aveva capito cosa stava succedendo, deve ricollegarsi alla strana ritrosia degli americani a dare corso ai fatti dopo tante minacce di intervento ed alla secca bocciatura di Gheddafi da parte dei russi, che a quanto pare d'ora in poi vieteranno al rais ed ai suoi familiari di mettere piede entro i confini della federazione: col passare dei giorni il sospetto di certi accordi sottobanco, ventilati tra le righe anche dal Financial Times (si veda il post “Un Cavaliere senza più staffe”), si sono fatti sempre più forti facendo saltare i nervi a Sarkozy ed a Cameron a fronte della ritrosia americana (“Libia, il risiko della risoluzione Onu: Francia ed Inghilterra in prima linea, Usa e Italia nelle retrovie”, IlFattoQuotidiano.it 18 marzo 2011):

Francia e Gran Bretagna, comunque, sembrano in prima linea. Solo in seconda posizione, invece, gli Stati Uniti: l’ambasciatrice Usa all’Onu, Susan Rice, ha detto di non voler parlare di “dettagli operativi”

La Sicilia, manco a dirlo, si trova in mezzo e non potrà che barcamenarsi tra i contendenti sino a quando non sarà abbastanza forte non solo da poter controllare il proprio territorio, ma anche da assolvere a quella funzione di sutura che spesso nei secoli ha ricoperto (si veda il post “Filo da sutura”) e che specialmente nel medioevo è stata per molto tempo garanzia di un certo equilibrio tra oriente ed occidente.

I prossimi delicatissimi mesi potrebbero trasformarsi in una prova durissima: la situazione di Lampedusa, sottoposta alle angherie della cosca padano-romana, è già drammatica. Noi dobbiamo affrontarli nella convinzione che sotto queste tribolazioni sin da ora una nuova Sicilia è pronta per nascere, una Sicilia che ricollegandosi alle sue tradizioni millenarie potrebbe risorgere ed essere all'altezza del compito che la storia le ha assegnato.

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sabato, luglio 18, 2009

Il califfo nel pallone

Il 3 ottobre del 1993 allo stadio cibali della città etnea non si giocò una importantissima partita di un calendario di calcio della C1 stilato dal TAR di Catania invece che dalla FIGC: Catania-Giarre.

La squadra ospite, seguendo il diktat degli organi della lega calcio, in mano alla congrega dei Matarrese, non si presentò al fischio d'inizio. Non che i tifosi si aspettassero di vedere apparire la compagine ospite, ma nonostante questo allo stadio ci fu il tutto esaurito.

Fu un bagno di folla per l'allora presidente Angelo Massimino che riuscì non solo ad evitare la cancellazione della squadra, ma anche ad impedire che il calcio a Catania cadesse nelle mani della cosca internazionalista della quale facevano parte, oltre a Matarrese, anche l'allora sindaco Enzo Bianco e l'imprenditore incaricato di prendere il posto di Massimino, quel Proto oggi improvvisamente coinvolto in delicate vicende giudiziarie.

In mezzo a quei cori dedicati ad una squadra che non giocava, le emittenti locali inquadrarono un lungo striscione, il quale recava a chiare lettere la scritta “Vogliamo Gheddafi” (“Catania in trionfo al Cibali”, Corriere dello Sport del 4 ottobre 1993) [*] .

Quello stesso Gheddafi che da Tripoli aveva già segnalato un anno prima la sua intenzione di accettare una eventuale proposta di questo tipo: “Sarò califfo di Sicilia”, titolavano i quotidiani italiani nel 1992.

Il colonnello era alquanto nervoso in quel periodo, con gli americani che grazie al servilismo di Roma lo potevano controllare impunemente da Lampedusa e si permettevano anche di dichiarare che “Noi qui solo per aiutare navigazione. Lanciamo segnale radio a tutte le barche. Anche a quelle della Libia. Solo un servizio di pace...” (“Gheddafi è come l'Etna”, Corriere della Sera del 3 aprile 1992)

Dall'Africa ritorniamo in Sicilia, ma per il momento cambiamo scena.

Siamo nel 1946, durante quel periodo di torbidi in cui la nostra isola accarezzò per qualche mese il sogno di risorgere libera. L'EVIS, l'esercito rivoluzionario siciliano, malgrado la morte di Canepa non si disperse come i mandanti dell'agguato avevano previsto (Vedi post “Que viva Canepa!”).

Il comando passò a Concetto Gallo, il quale guidò il gruppo di valorosi anche attraverso la battaglia di San Mauro, nei pressi di Caltagirone, sino alla conclusione delle trattative con lo stato, che fu costretto a concedere l'amnistia ai combattenti per i “reati” commessi in relazione alla lotta separatista.

Non tutti poterono beneficiare pienamente di questa amnistia. A Giuliano, ad esempio, furono condonate le morti dei militari uccisi durante la militanza nell'EVIS. Ma non i crimini comuni commessi prima. Troppo comoda la sua figura a certi poteri per poterla lasciare andare libera.

Come lui tanti altri, che emigrarono rifugiandosi nella legione straniera o finendo i loro giorni in altre zone “calde” del pianeta. O che rifiutarono di arrendersi accontentandosi della semplice autonomia. Uno di questi ultimi fu Michele Papa, catanese, avvocato, che riparò in Libia e che dopo la rivoluzione del paese africano divenne confidente del colonnello Gheddafi.

L'avversione di Papa per lo stato italiano era tale che arrivò a convertirsi all'islam: fu lui, nel 1980, a fare aprire a Catania la prima di tutte quelle moschee che oggi sorgono come funghi lungo lo stivale.

L'avvocato diventò praticamente l'agente di Gheddafi in Italia, operando attraverso l'Associazione dei Musulmani in Italia da lui diretta, associazione avente sede a Trapani nello stesso palazzo in cui avevano sede (pare) alcuni uffici del sisde e, pare ancora , diverse logge massoniche coperte.

Navigando su internet, troverete questo argomento collegato un po' a tutto: alla strage di Ustica, a quella di Bologna, agli omicidi di Falcone e Borsellino, persino alla morte di Aldo Moro. Tutti massoni, tutti mafiosi.

Troverete di tutto, tranne una semplice osservazione che stranamente si evita di fare.

Papa come detto, non ha mai rinnegato l'indipendentismo. (Come prova il suo libro “Storia dell'Evis”, scritto quando il nostro era già pienamente al servizio di Gheddafi e pubblicato postumo nel 1995.) Possiamo quindi farci un'idea di quale sia il prisma attraverso il quale il leader libico interpreta la politica italiana e collegarla alla sparata del “califfato” riportata sopra: tra i Patrioti Siciliani e la Libia vi è una certa “convergenza” di interessi.

Torniamo ai nostri giorni, sempre senza muoverci dalla Sicilia.

Pochi giorni fa il vicesindaco ascarizzato leghista di Lampedusa, Angela Maraventano, ha portato due colleghi, i senatori della Lega Nord, Sandro Mazzatorta e Armando Valli, in giro per la sua isola ("La rinascita di Lampedusa "Meglio di Virgin Islands", LaSiciliaWeb.it 12 luglio 2009) .

Secondo i due senatori, nel famigerato centro di accoglienza “lavorano 89 persone che che ora si stanno girando i pollici.” Gli sbarchi sono finiti. All'improvviso. Sempre secondo i due, “Ora i pattugliamenti Italia-Libia stanno funzionando egregiamente”. “Grazie al ministro Maroni”, o grazie a Gheddafi che ha fermato il flusso alla sorgente?

Quell'inarrestabile fiumara umana si è esaurita istantaneamente dopo le ultime le elezioni europee, mentre il colonnello veniva per la prima volta in Italia dichiarando chiusa ogni questione con gli ex colonizzatori (vedi il post “Notizie di striscio”).

Una fiumara con il preciso obiettivo politico di mettere pressione destabilizzando per quanto possibile il governo romano. Dei disperati lanciati contro il muro occidentale nel punto in cui il "califfo" sapeva essere la sua falla più pericolosa: la Sicilia.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una escalation inarrestabile con le rivolte del centro di accoglienza, la sin troppo bene organizzata fuga, i viaggi di Maroni a destra ed a sinistra.

Forse Tripoli pensava di utilizzare questo tipo di pressione politica anche in occasione delle ultime elezione europee per dare il suo contributo allo smacco che si voleva fare subire a Berlusconi che sognava di annettersi l'isola eliminando i ribelli, cosa che avrebbe ostacolato non poco la realizzazione del progettato califfato. Un tempestivo naufragio nelle vicinanze delle coste libiche invece che di quelle siciliane ha forse suggerito al nostro che almeno in quel caso era meglio starsene buoni.

Alla fine comunque lo smacco il cavaliere lo ha subito lo stesso. Gheddafi [**] non ha perso tempo: come detto si è precipitato immediatamente a Roma a congratularsi con lo sconfitto per poi prepararsi a scendere in campo a viso aperto.

E' il Presidente della Fondazione Banco di Sicilia, Gianni Puglisi (proprio lui, il massone esplicito... vedi il post “Due stratagemmi”), a dare l'annuncio che in altri tempi avrebbe provocato stragi e guerre tali che quelle del 1992 impallidirebbero al confronto (“Nel 2010 può nascere la Banca del Sud. Azionisti di controllo la Sicilia e la Libia”, SiciliaInformazioni.com 16 luglio 2009):

“C'è un'ipotesi di risettaggio del sistema bancario siciliano in cui la Libia rientra tra i partner attendibili. Su sollecitazione del Presidente Lombardo, stiamo valutando l’ipotesi di una partnership finanziaria con la Libia, senza dubbio una interessante ipotesi di lavoro e di studio.”

Aggiungendo sibillino: “Del resto Tripoli se non sbaglio è più vicina a Palermo che a Milano”. Si parla qui solo di vicinanza geografica, o anche di vicinanza politica? E si dice Milano per dire Milano, o per non dire Arcore?

Secondo MilanoFinanza, si cercherà di coinvolgere anche alcuni imprenditori locali. In Sicilia di imprenditori nel campo bancario con un portafoglio tanto ampio da potersi imbarcare in una tale avventura ne ricordiamo solo uno: il patron della Banca Popolare Agricola di Ragusa, Giovanni Cartia. Proprio lui, l'obiettivo di uno strano tentativo di rapimento da parte di un ex-brigatista riconvertitosi a mafioso (vedi il post “Ci siamo”).

Come per il barcone di disperati affondato davanti alle coste libiche, anche questo tentativo di rapimento è avvenuto nello stesso clima pre-elettorale. Strana coincidenza. Come anche quella che vede il cda del Banco di Sicilia riunirsi proprio a Ragusa il giorno dopo le elezioni europee (“BdS, il cda va in trasferta a Ragusa”, EconomiaSicilia.it, 9 giugno 2009). E noi alle coincidenze continuiamo a non crederci.

Post correlati:
Due stratagemmi
Ci siamo
Una cosa che andava fatta
Notizie di striscio
In Libia con furore
Il rastrello di Montalbano

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[*] E' il caso di ricordare qui che dopo la morte di Massimino la vedova del Presidente consegnò il Catania a Gaucci che lo riportò in serie B mentre aggregava al suo Perugia un giocatore d'eccezione (dal punto di vista politico): Al Saadi Gheddafi (Nella foto in alto con lo stesso Gaucci). Gaucci fu “eliminato” dal vortice di Calciopoli e se ne andò in esilio nel maggio del 2005. Esattamente 4 anni dopo è finalmente rientrato in Italia, a pochi giorni dalla sconfitta di Matarrese e dalla sua deposizione dai vertici del calcio italiano grazie all'alleanza tra Palermo e Catania (vedi il post “Una cosa che andava fatta”).

[**] Il ras di Tripoli aveva a suo tempo già salvato Unicredit (la banca che sponsorizza gli eventi sull'indipendentismo siciliano, vedi il post “Il rastrello di Montalbano”) da un attacco finanziario londinese acquisendone una quota del 5% circa.

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martedì, febbraio 10, 2009

La sindrome di Lampedusa

Vi immaginate se in un campo di concentramento tedesco all'improvviso un gruppo di prigionieri ebrei avessero deciso di raccogliere le firme e presentare una petizione alle guardie in modo da poter diventare essi stessi nazisti.

E dopo essere diventati nazisti, cosa avrebbero fatto? Beh... da nazisti avrebbero dovuto fare ai loro ex compagni di prigionia quello che facevano tutti i nazisti. Mi sembra ovvio.

Possiamo anche immagine che qualcuno fece proprio questo. Li potremmo chiamare delatori, se volete. Altri userebbero termini più spregevoli. Lo facevano per alleviare almeno un pochino le loro sofferenze. Chissenefrega se poi quella piccola delazione sarebbe costata la vita ai propri compagni?

Oggi invece, in tempi di psicosi da aviaria, negli isolotti intorno alla Sicilia si sta diffondendo una strana epidemia. Certi ominicchi (e donnicciuole) da due lire dopo la frequentazione di una qualche meretrice (o meretricio) incontrati in una loro gita al nord ne vengono infettati irreparabilmente.

La cosa non sarebbe in sé gravissima. Il problema è che l'infezione sembra parecchio contagiosa e nei ristretti ambienti isolani la diffusione velocissima.

Il primo focolaio di tale male lo abbiamo affrontato a Lampedusa grazie ad una donzella locale che in colore verde-lippo ha tentato con tutti i mezzi di votare al tradimento i suoi concittadini.

Quel focolaio è stato finalmente affrontato in modo deciso ed ora la situazione sembra essere tornata sotto controllo. Anche se l'allarme non può ancora dirsi rientrato.

Ma non passa neanche il tempo che un altro morto vivente residente a Lipari, tal Adolfo Sabatini, consigliere comunale, subisce il contagio e si ammala di questa “sindrome di Lampedusa”, pare esultando in tribuna al goal con il quale la Juventus ha regolato il Catania domenica scorsa.

Il nostro, forse considerando troppo “meridionale” Bergamo, ha scelto come patria putativa Bolzano. Ed incredibilmente ha già trovato ben 1000 Giuda ai quali distribuire i suoi sacchetti coloniali da 30 denari l'uno arrivati freschi freschi da Roma.

Ma attenzione: “ovviamente quella lanciata dal consigliere eoliano è solo una provocazione, che non è giunta ancora sul tavolo del presidente della regione autonoma del Trentino-Alto Adige.”

Certo... anche quella dei delatori ebrei era solo una provocazione, e per protestare contro le sofferenze patite dalle vittime si riproponevano di unirsi ai carnefici. Bella provocazione.

Dall'altra parte la risposta non giunge inattesa:

“Alcuni siti internet del sudtirol, però, hanno accolto bene la proposta: «Finalmente - pubblicano  on line - potremo aggiungere il mare alla bellezza delle nostre montagne».”

Lassù a parole sono sempre pronti a denigrare. Denigrano e denigrano. Ma sempre con gli artigli nel sacco.

Che Lipari sia stata spesso presa a calci da Palermo lo sappiamo tutti. Ma certi limiti non andrebbero mai oltrepassati. Se il problema é Palermo andate lì a sbattere i pugni. Evitate di coprirvi di fango in questo modo, prima chiedendo l'elemosina a Roma e poi prostituendovi alle guardie del campo di concentramento.
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mercoledì, febbraio 04, 2009

La striscia di Lampedusa

Mentre Putin ed il primo ministro ucraino Julia Timoschenko convolavano a giuste nozze (come subliminalmente suggerito dalla fotografia diramata dall'Economist a corredo della notizia sulla fine della crisi del gas), ai soldati israeliani veniva impartito l'ordine di ritirata. La coincidenza dei due eventi era stata già notata, anche per gli strani prolungamenti della crisi europea (gas sì, gas no) che hanno allungato il brodo sino alla diramazione dell'ordine di cui sopra. Ma inquadrandola in un quadro politico più generale il puzzle comincerà a comporsi in modo molto più netto.

Il coinvolgimento della Russia è stato implicitamente suggerito da una fonte molto particolare. Thierry Meyssan, giornalista ed attivista politico francese, è uno dei più famosi “cospirazionisti” in circolazione, con i suoi libri sull'11 settembre. Come per molti altri cospirazionisti, la sua fama è sospetta. Egli fa anche parte del Partito Radicale europeo ed addirittura nel 2002 ha preso il posto della Bonino nel coordinamento anti-proibizionista dei radicali, battendosi per la liberalizzazione delle droghe: insomma un “cospirazionista” sin troppo fermamente inserito in un certo sistema.

Nel citare queste fonti bisogna quindi fare attenzione, in quanto la loro specialità è quella di inserire tra le molte verità una qualche pillola avvelenata da fare ingoiare a tutti inavvertitamente.

Un suo interessante articolo sui fatti di Gaza, tradotto in italiano dallo storico catanese Alessandro Lattanzio, è un classico esempio di tutto ciò. Il titolo (“La guerra israeliana è stata finanziata dall'Arabia Saudita”) è di per sé un capolavoro di disinformazione che, dimenticando di inserire un “anche” dopo il “finanziata”, distorce la realtà assolvendo il democratico occidente e dipingendoci un malefico Israele libero di agire per i fatti suoi.

Nonostante questo, una frase all'interno del pezzo attira la nostra attenzione:

Il Consiglio nazionale di sicurezza [Usa, ndr] è in mano agli atlantisti, preoccupati che le provocazioni israeliane sfocino nell’interruzione dell’approvvigionamento energetico dell’occidente: il Generale Jones e Tom Donilon. Jones che era incaricato di seguire la conferenza di Annapolis, ha più volte espresso la sua irritazione [finta, ndr] di fronte alla mossa israeliana.

Come potrebbe mai verificarsi questa “interruzione dell’approvvigionamento energetico” se l'Arabia Saudita starebbe finanziando la guerra? Non credo si possa realisticamente pensare che un generale americano non sappia che Sauditi ed Egiziani sarebbero capaci di tutto per distruggere Hamas, la fazione palestinese che controlla la striscia di Gaza.

Il blocco energetico poteva essere credibile solo se effettuato dagli altri due fornitori dotati di rilevanza paragonabile a quella dei Sauditi: la Russia ed i paesi del nord Africa. Ebbene, possiamo ancora credere che sia stata solo una coincidenza, ma questo è proprio quello che è successo. La Russia ha bloccato le forniture con la scusa del battibecco con l'Ucraina, ed il nord Africa ha minacciato di farlo per interposta persona tramite la Sicilia, che ha a sua volta usato come paravento alcune squallide politiche di rapina italiane [*].

Così si è dunque bloccato Israele. Ma questo blocco, pur necessario, non era da solo sufficiente per fermare la guerra. Anche Hamas doveva essere “irregimentata”.

Secondo la versione ufficiale diramata in occidente, la fine delle ostilità sarebbe arrivata in seguito ad un “importante” summit dei paesi arabi tenutosi in Kuwait il 19 gennaio, al quale hanno partecipato tra gli altri Egitto, Arabia Saudita e Fatah, la fazione palestinese di Abbas che controlla il West Bank: «le più vive felicitazioni per il successo ottenuto dalla sua iniziativa diplomatica ed il profondo apprezzamento per la preziosa, paziente ed efficace opera di mediazione svolta dall'Egitto nella drammatica crisi di Gaza che ha contribuito a porre le condizioni per giungere alla cessazione delle ostilità, risparmiando tante vite umane e mettendo un termine alle sofferenze della popolazione civile della Striscia», ha blaterato il Napolitano, sempre più solo e triste.

Senonché i giornalisti della libera Europa non hanno fatto caso ad un altro summit, tenutosi improvvisamente il 18 gennaio in Qatar, uno di quegli stati che abbiamo visto firmare gli accordi di Mosca per “l'OPEC del gas”.

Il Jerusalem Post ne ha riferito preoccupato (Analysis: Keeping Iran's finger out of the post-war Gaza pie, 19 gennaio): “Al momento, gli stati dell'area sono profondamente polarizzati, come testimoniato dal summit di Doha del 18 gennaio: Qatar, Iran, Sudan, Siria, e Hamas hanno partecipato, mentre Egitto, Giordania, ed Arabia Saudita sono rimasti fuori. Sfortunatamente, il nuovo Iraq era anche presente.” Oltre a quelle citate erano presenti anche altre importantissime pedine del gioco mediorientale, quali il Libano, la Libia, la Turchia, l'Algeria, ed altri attori minori come la Mauritania, le Comore e Gibuti.

Malgrado l'invito, non si è presentato invece Abbas, cosa della quale riferisce il primo ministro del Qatar: “Il Presidente Palestinese Mahmoud Abbas lo ha informato di aver ricevuto pressioni affinché si astenesse dal summit di Doha”

Il summit di Doha ha ottenuto un risultato fondamentale, quello di fare accettare ad Hamas il cessate il fuoco. Il meeting in Kuwait, dove la fazione di Hamas non era stata invitata, non poteva avere alcun durevole successo per l'ostinazione politica a non voler riconoscere una delle parti in lotta. Riconoscimento ufficiale avvenuto in Qatar da parte di un gruppo ben preciso di paesi arabi, un gruppo teso ad allinearsi non tanto all'Iran sciita, quanto alla Russia ortodossa.

L'azione di Israele a Gaza ha permesso la formazione di un importante fronte che vede unite forze cristiane e forze islamiche orientali contro un nemico comune occidentale, uno schieramento sempre più presente anche nella politica italiana.

Una alleanza suggellata nel giro di pochi giorni da un altro importante fatto accaduto ancora una volta in Sicilia, la rivolta di Lampedusa (rivolta siciliana e nordafricana) il cui apice è stata la marcia comune che ha portato simbolicamente cittadini e prigionieri insieme per le strade dell'isola [**].

Una marcia che ha invertito completamente la propaganda di odio imposta dal regime tesa a diffondere solo notizie di scontri tra cristiani e musulmani con l'obiettivo di provocare nel Medio Oriente un conflitto più ampio che metta di fronte una “Europa giudeo-cristiana” [sic!] ed un oscuro oriente islamico.

Un obbiettivo che i Siciliani ed i loro alleati contrasteranno con tutte le loro forze.

[*] Nel caos, ognuno ha poi cercato di saldare qualche altro conto aperto, la Sicilia con Roma, la Russia con l'Ucraina.

[**] Si ricordi che il sindaco De Rubeis ha parlato di “carcere a cielo aperto”, lo stesso paragone da più parti usato per Gaza.
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venerdì, febbraio 15, 2008

Piatto tipico

Su invito del blog A rarika, Il Consiglio esprime il suo punto di vista sulla questione del referendum per l'annessione di Lampedusa alla provincia di Bergamo, già pubblicato insieme ad altri interventi sul blog citato. Un nuovo 1861 per Lampedusa dunque?

Ma il clientelismo esiste solo in Sicilia?
Ma la Sig.ra Maraventano, vicesindaco leghista di Lampedusa, sa benissimo che no, il clientelismo esiste anche in posti come Malpensa, dove i successivi sindaci di Milano hanno banchettato a voti e variazioni di bilancio per ripianare le catastrofi economiche combinate al comune.

Ma lo spreco di risorse pubbliche è una vergogna tutta siciliana?
Ma la Sig.ra Maraventano sa benissimo che no, lo spreco di risorse pubbliche è comunissimo anche nella legaiola Lombardia, dove le province spuntano come i funghi.

Ma la malasanità è un sintomo dell'arretratezza dei siciliani?
Ma la Sig.ra Maraventano sa benissimo che no, che a Milano dopo lo scandalo delle ricette d'oro la Lega ha provveduto a licenziare colui che quello scandalo denunciò, che oltre che di parte politica avversa aveva l'aggravante di essere Siciliano.

Ma la Sig.ra Maraventano sa tutte queste cose, e molte di più, eppure insiste con questa buffonata di una Lampedusa celodurista?

Ma la Sig.ra Maraventano sa che se Lampedusa rimane in Sicilia tra poco perderà la poltrona e non esita a cercare di trascinare i suoi conterranei nel ridicolo e nella disgrazia pur di stare con il sedere al caldo.

Ed una volta passati sotto la giurisdizione di Bergamo? Ma la Sig.ra Maraventano sa che a quel punto nessuno la potrà più schiodare da quella poltrona.

Tutto qui? No. Oggi ho le dita calde. Ed allora fermiamoci un attimo e chiediamoci perchè un vicesindaco leghista proprio a Lampedusa. Possibile che con tutti i pazzi, i colonizzati e gli sdradicati che girano liberi per il sud dell'Italia (isole comprese), sta sciagura doveva capitare proprio a Lampedusa?

Come mai la Lega ha deciso di investire politicamente mandando i soliti 30 denari proprio in quel lembo di Sicilia? Cosa ci sarà di così importante a Lampedusa, novella isola ferdinandea, per cui valga la pena di piantarvi la bandiera mentre in Veneto ed in Lombardia le miriadi di piccole aziende che formano lo zoccolo duro del voto leghista si trovano sull'orlo del fallimento schiacciate dalla concorrenza dell'oriente, dove la MANO D'OPERA è a costo zero?

Ci stiamo avvicinando al nocciolo del problema. Sentite lo scirocco come soffia caldo mentre continuate a leggere... E se ripensate alle notizie dell'ultimo telegiornale lo scirocco soffierà ancora più caldo e furioso, perchè state cominciando a capire con quale faccia di bronzo ci stanno prendendo per i fondelli.

La pasionaria, la cuoca. Ma in fondo è innocua poverina. Tutti quegli articoletti a metà tra la presa in giro e la compassione, per far passare la cosa come una stranezza di paese, un semplice paradosso dovuto all'isolamento.

E nel frattempo a Lampedusa sbarcano a decine, a centinaia ogni giorno. La farsa dei centri d'accoglienza, e poi sù al nord, a sostenere la traballante economia padana. In nero ovviamente. Mentre chi promette di fare qualcosa contro questo scempio, contro la distruzione dell'economia dell'isoletta in realtà sta semplicemente tenendo buoni i suoi compaesani cucinandogli tanti bei piatti di aria fritta.

Sembra solo un paradosso, questo referendum per l'annessione alla provincia di Bergamo. Ma state attenti perchè la cosa potrebbe essere molto più seria.

Leggi anche il nostro post: Immigrazione nella terra di santi e sciacalli
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martedì, novembre 07, 2006

Immigrazione nella terra di santi e sciacalli

La trasmissione "Le Iene" andata in onda martedì della settimana passata (31 ottobre), non ha certo suscitato il clamore delle settimane passate, anche se conteneva un importante servizio (coraggioso ed ingenuo allo stesso tempo) sull'utilizzo di immigrati clandestini nelle campagne del Nord Italia. Come mai (si chiedevano i nostri) stampa e televisioni danno ampio spazio ai casi di sfruttamento solo quando questi avvengono nelle regioni del meridione d'Italia? (Nel servizio si dimostrava come questi casi erano comunissimi anche al nord). Non lo sanno le ingenue Iene che per capire e spiegare "come mai" bisognerebbe allargare di molto l'orizzonte, sino ad includere quelle vere, di iene: a Lampedusa, al terrorismo, al declino demografico italiano, al tracollo economico del Lombardo-Veneto.

Torniamo indietro di qualche mese, ad un editoriale estivo di Busetta su "La Sicilia" nel quale si puntualizzava qualcosa sui fatti di Lampedusa, e cioè che non proprio di sbarchi sull'isola si sarebbe dovuto parlare, perchè a Lampedusa i barconi ci venivano portati dalle navi italiane.
Andiamo ancora più indietro nel tempo, alla fine dell'ottocento, grazie alle immagini di Nuovomondo (il film di Crialese) o agli anni '60 del novecento, con un famoso articolo di Fava sul suo libro "I Siciliani": ambedue facce della medaglia a due conii (quello di latta per noi, quello d'oro per Roma) della diaspora siciliana, continuata ininterrotta per almeno un secolo e gestita ad arte per ricavarne valuta pregiata.

Abbiamo quindi un regime (quello Tosco-Padano) già scaltro nel commercio di carne umana e nel lucrare sulle rimesse degli emigranti, a gestirli nelle loro fabbriche costruite sul dramma di milioni di terroni. Abbiamo poi un'isoletta posta al centro del Mediterraneo, lontana da occhi indiscreti e che comunque già provocava un certo fastidio (invidia, forse è meglio aggiungere) per le sue acque cristalline e spiagge immacolate (ricordiamo che il New York Times qualche anno fa la pose tra le dieci isole dal mare più bello del mondo). Abbiamo infine il declino economico del Lombardo-Veneto, per giunta accoppiato ad un declino demografico generalizzato in Europa che promette di far saltare completamente il sistema delle pensioni.

In pratica ci sono i presupposti per mettere tutti d'accordo (su al nord): a destra come a sinistra, la chiesa ed i massoni, i servizi segreti di mezza Europa. E così possiamo costruire un bel romanzo, che noi ovviamente considereremo solo immaginario.

Tutte le nazioni europee si stanno prodigando nel favorire un'immigrazione per quanto possibile selezionata al fine di ottenere la crescita demografica necessaria al ricambio generazionale. Questo vale ancora di più per l'Italia, il paese che in Europa sta invechiando più velocemente.
Il problema come detto è chiaro a tutti, solo che politicamente spinoso per almeno una parte politica. All'inizio tutto avviene in modo molto caotico: vi sono sbarchi ovunque in Spagna e nel Sud Italia (ricordate che un tempo anche la Calabria e buona parte delle coste Siciliane ne erano affette?) Gli attacchi dell'11 settembre negli Stati Uniti, e la scoperta di cellule terroristiche islamiche (una volta dette semplicemente spie) portano però a più miti consigli: il flusso deve essere controllato.

Si erano già istituiti i centri di accoglienza, quindi si inventarono delle false leggi anti-immigrazione come la Bossi-Fini (abilmente sfruttata dal centro-sinistra ma assolutamente innocua), si fa anche qualche finto accordo con Gheddafi e si mandano indietro un paio di aerei carichi di disperati per "fare la parte". Alla fine la grande idea: deviare tutto il flusso verso un'unica porta d'ingresso, per rendere tutto più facile e per schedare tutti. L'Europa è d'accordo, anche perchè la Sicilia (grazie alla sua posizione) può facilmente diventare l'hub della disperazione mondiale. Viene deciso di convogliare tutti verso Lampedusa (tra i tripudi degli amici di Rimini). Che questa sia una chiara decisione strategica non vi sono dubbi, tanto è vero che l'estate scorsa si è deciso di raddoppiare la capienza del centro di accolgienza dell'isola: evidentemente ne vogliamo ancora di più.

Si scatena nel frattempo una cascata mediatica orchestrata ad arte che ha lo scopo principale di ammansire i Siciliani con una serie infinita di servizi mandati in onda da quel covo che è la sede di Palermo di Rai3. Giornalmente ci fanno credere che la notizia principale per noi sia l'arrivo di un barcone di disperati e non sapere cosa sta succedendo a Palermo (dove gli ascari, presidente incluso, appoggiano il gioco parlando dei "doveri di accoglienza verso chi soffre"). E non dimentiachiamoci uno degli scopi secondari: distruggere il turismo di Lampedusa, per il quale nessuno a Palermo alza un filo di voce.

Ma sorge un piccolo problema logistico: gli immigrati infatti servono alle fabbriche del nord, e non si può rischiare che rimangano al sud dove il clima è più piacevole, a lavorare per i terroni. Allora via con la nuova campagna mediatica anti-meridionale: il caporalato di Foggia, quello di Cassibile, le irregolarità nelle imprese edili siciliane e così via. Ed intanto i numeri dicono qualcos'altro, e cioè che tra il 2004 ed il 2006 le irregolarità sul lavoro degli extracomunitari rilevate dalla guardia di finanza sono circa 2000 l'anno per la Lombardia, 1000 per il Veneto, 500 per il Friuli. Ed a sud? Un centinaio per la Sicilia, circa 150 per la Puglia, 300 per la Campania.

E così abbiamo chiuso il cerchio arrivando, nella terra degli sciacalli, sino al servizio delle Iene.

Ma ovviamente tutto questo è solo immaginazione.
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