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lunedì, febbraio 28, 2011

Nel segno dell'Ariete

Tra gli immutabili muretti a secco delle campagne iblee qualcosa di nuovo comincia a farsi spazio: sono le insegne dei distributori di carburante della Lukoil, la società russa che ha acquisito già da qualche anno una quota del 49% della raffineria ISAB di Priolo dalla ERG e che più di recente (febbraio 2011) ha aggiunto una ulteriore quota dell'11% diventando il socio di maggioranza.

Ma se della penetrazione russa in Sicilia abbiamo già parlato ampiamente, il particolare interessante da analizzare oggi è derivato dal fatto che quelle insegne non sono sorte sul nulla, ma sono andate a sostituirne delle altre. Per la precisione quelle della Tamoil, compagnia di distribuzione libica in mano al Colonnello Gheddafi.

Il nostro negli ultimi decenni non ha solo venduto petrolio all'industria italiana. I legami economici italo-libici sono molto più stretti e passano, oltre che per i distributori della Tamoil, per le quote azionarie in FIAT e per quelle più recenti in Unicredit, la principale banca italiana (proprietaria, lo ricordiamo, del Banco di Sicilia) ed una delle maggiori d'Europa salvata un paio di anni fa dai petrodollari di Gheddafi. Si potrebbe arrivare a sostenere che la padania sia in fondo tenuta in piedi dal rapporto instaurato con la “quarta sponda” di coloniale memoria.

Dal canto suo, Gheddafi, non ha mai nascosto le sue enormi ambizioni Mediterranee che qualche tempo fa lo portarono a auto-proclamarsi futuro califfo di Sicilia (si veda il post “Il califfo nel pallone”). Gli stessi siciliani dal secondo dopoguerra in poi hanno visto nel colonnello un punto di riferimento in chiave anti-romana, come testimonia la vicenda umana dell'avvocato catanese Carmelo Papa, reduce indipendentista e braccio destro del regime libico in Italia.

Poi all'improvviso l'idillio sembrò provvidenzialmente interrompersi e nel 2010 l'assetto di Unicredit mutò in maniera inaspettata. La provvidenza ce la mettiamo oggi, perché quello che successe lo scorso settembre (2010) fu salutato da tutti noi quaggiù come un disastro: se da un lato Gheddafi continuava la sua scalata in Unicredit superando il 7% e diventando il maggiore azionista, dall'altro la stessa Unicredit decideva di staccare la spina al Banco di Sicilia e di portarne la direzione al nord (si veda il post “Intesa segreta”). Possibile che il paladino dei diritti degli oppressi ci stesse svendendo in questo modo?

In realtà la modifica nell'assetto del colosso finanziario liberò le bocche ai politici siciliani che cominciarono a parlare di vendita delle quote.

Ebbene, immaginate come ci sarebbe finita oggi se invece avessimo continuato a sostenere una banca destinata a crollare travolta dalla fine del suo maggiore azionista. Una banca che nel migliore dei casi passerà in mano ai potentati europei trasformando tutto il Nord Italia in quella colonia che noi siamo stati per 150 anni [*].

Guarda caso, le bocche si sono riaperte in questi giorni di furore libico con l'assessore all'economia, Gaetano Armao, che ha dichiarato che la rimanente partecipazione azionaria siciliana in Unicredit Spa (pari allo 0.5%) sarà venduta entro l'anno (notizia nascosta in fondo a “Regione, "cura dimagrante" per le società partecipate”, SiciliaInformazioni 25 febbraio 2011).

Messe insieme al passaggio dei distributori Tamoil alla Lukoil (e volendo anche a quelle di FIAT a Termini Imerese), le vicende di Unicredit assumono l'aspetto di un disimpegno del Raìs dalla Sicilia.

A questo punto credo sia il caso di richiamare alla mente un altro episodio avvenuto lo scorso settembre. Durante una battuta di pesca, un peschereccio di Mazara del Vallo, l'Ariete, fu preso di mira da una vedetta libica e mitragliato più volte. I dettagli che vennero fuori avevano dell'incredibile: insieme ai militari nordafricani erano presenti a bordo dei finanzieri italiani (“I libici mitragliano un peschereccio. Finanzieri italiani sulla nave di Tripoli”, Repubblica.it 13 settembre 2010).

Quest'altro evento insieme al suo collocamento temporale inducono un altro interrogativo riguardante la volontarietà o meno di quel disimpegno. Interrogativo intorno al quale ruota la inusitata veemenza con la quale Raffaele Lombardo, al contrario di Maroni, ha richiesto l'uso della forza contro il regime di Tripoli (si veda il post “Surriscaldamento globale”).

L'aggressività del Presidente Siciliano è forse acredine per il precedente abbandono di Gheddafi, oppure il Governo Siciliano da tempo tramava insieme agli anglosassoni contro Tripoli per colpire Roma, come suggerirebbero le mitragliate sparate nel Canale di Sicilia contro la motovedetta “Ariete”... e come suggerirebbe la recente alleanza politica con l'atlantico Gianfranco Fini?

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[*] Nel febbraio 2010 Repubblica titolava pomposamente “Profumo comincia da Trieste Alleanza a guida Unicredit per farne la porta d'Europa”: secondo il progetto dettagliato dal quotidiano la banca avrebbe guidato l'ingresso trionfale della padania nel secolo asiatico. Non oso pensare cosa ne sarà di questo bel progetto se Gheddafi dovesse cadere...

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domenica, gennaio 31, 2010

A noi! Addis Abeba

Se l'oriente si fa sempre più vicino con il progetto di collegare Catania e Shangai con un volo diretto, dall'altro, qualora gli accordi presi recentemente tra la Sicilia ed il gruppo logistico Hna siano proprio quelli descritti nei comunicati stampa, l'occidente si fa sempre più lontano.

Secondo questi "intendimenti", una nuova pista dovrebbe (purtroppo) sorgere nella piana di Gerbini, al confine tra la provincia di Catania e quella di Enna. Ecco il succo degli accordi come pubblicato dalla stampa (“La Cina sarà più vicina con il futuro aeroporto di Gerbini”, EconomiaSicilia.com 22 gennaio 2010):

In sintesi si realizzerà un terminal per check-in e accoglienza passeggeri e ci sarà anche un free shop. Pista e terminal saranno comunque collegati all’aeroporto etneo di Fontanarossa  che, in base agli accordi presi, gestirà il traffico. La cilindrica torre di controllo dell’aerostazione catanese servirà anche per il movimento aereo della nuova e non ancora esistente pista.


Questa sintesi ci dice che gli accordi si stanno giocando sulla pelle della base militare americana di Sigonella: infatti non si vede come la “cilindrica” torre di controllo dell'aerostazione catanese potrà mai servire anche per l'aeroporto di Gerbini se al momento non serve ad un bel niente, visto che al controllo radar ci pensa proprio Sigonella, impedendo nei fatti lo sviluppo dello scalo etneo.

La torre di Fontanarossa serve solo per il controllo a vista. A causa della distanza di Gerbini non sembra che la stessa funzione possa essere espletata per la nuova pista.

Gli accordi tra Cina e Sicilia suggeriscono quel notevole ridimensionamento della presenza americana nel Mediterraneo i cui segnali si sono già visti da più parti (si veda ad esempio il post "Fuori dai piedi"). Un ridimensionamento che dovrebbe permettere un po' a tutti di tirare un sospiro di sollievo. Perché oggi da Sigonella partono missioni sempre più sospette.

Basti pensare ad esempio alla strana coincidenza tra la brutta fine fatta di recente dal Boeing 737-800 della Ethipian Airlines dopo la partenza dall'aeroporto di Beirut e la presenza nell'area di un velivolo statunitense P-3 Orion di pattugliamento proveniente proprio da Sigonella, come rivelato dallo stesso Dipartimento della Difesa a stelle e strisce (“Navy Assists Ethiopian Airlines Search, Rescue Effort”, 25 gennaio 2010).

Nel Corno d'Africa l'Etiopia è un punto di riferimento per l'occidente contro le milizie islamiche somale appoggiate dal mondo arabo. Solo pochi giorni fa grazie anche al suo appoggio l'ONU è riuscita ad imporre sanzioni contro l'Eritrea, rea di avere finanziato i patrioti somali (quelli che i quotidiani italiani chiamano Jihadisti).

La decisione di Addis Abeba di votare a favore dell'embargo dice però poco e niente, visto che l'Eritrea e l'Etiopia sono in uno stato di guerra latente da sempre. Molto più istruttivo è invece concentrare l'attenzione sulla Somalia, uno dei punti di snodo cruciali per il controllo delle nuove rotte commerciali che dall'Asia conducono al cuore del Mediterraneo (si veda il post “La via della seta”).

Lì il tracollo degli interessi di Washington sembra essere inarrestabile mentre la nazione cade nuovamente nelle mani delle “coorti islamiche”. Il madornale errore tattico dell'invasione irachena viene ora pagato con l'impossibilità di entrare nel conflitto direttamente per la mancanza di mezzi logistici ed economici. Per questo motivo a condurre le operazioni sul campo sono stati gli etiopi guidati dal governo del Presidente Zenawi: grazie alla loro non indifferente forza militare le coorti erano state praticamente annientate,

Poi all'improvviso nel gennaio 2009 l'annuncio di Addis Abeba:

Oggi, alle prime luci dell'alba, (...) i 3000 soldati di Addis Abeba hanno abbandonato la più importante base di Mogadiscio e hanno iniziato a ritirarsi verso nord. L'avvio dell'operazione è stata accolta da manifestazioni di gioia. Centinaia di somali sono scesi per strada tra grida e spari di armi automatiche. La grande base è stata invasa e, ovviamente, saccheggiata.

(“L'Etiopia ritira le sue truppe la Somalia in mano agli islamici”, Repubblica.it 13 gennaio 2009)

Risultato: le coorti, responsabili di immani crimini come ad esempio quello di voler “imporre il velo ad una popolazione femminile tradizionalmente laica” si sono nel giro di un anno riprese il terreno perduto.

Una situazione davvero incresciosa che qualcuno forse vorrebbe raddrizzare. Specialmente ora che Zenawi si prepara a nuove elezioni. L'Economist prevedeva la settimana scorsa, qualche giorno prima dell'incidente aereo, che se queste non saranno trasparenti e democratiche al punto giusto, nuovi problemi potrebbero sorgere. Come “peggiorare le cose nel vicino Sudan, dove la guerra civile minaccia di ritornare. Le terre di confine con il Kenya, dove il furto di bestiame, i cacciatori di frodo e il banditismo è endemico, diventerebbero ancora più pericolose. Nuove tensioni in Etiopia potrebbero essere sfruttata dal suo arci-nemico, l'Eritrea (...) e potrebbe causare un peggioramento in Somalia (...). Fonti di intelligence straniere [straniere di dove?, ndr] hanno a lungo temuto un attacco dei Jihadisti nella capitale etiope, Addis Abeba” (“Jangling nerves”, 21 gennaio 2010).

Tutta una serie di jettature che potrebbero essere usate per convincere il restivo alleato a assecondare certe pretese. Non vorrà certo Zenawi rovinare i successi del suo paese, tra i quali il settimanale inglese (incredibile coincidenza a 4 giorni dal fattaccio) ricorda “una delle più grosse compagnie aeree dell'Africa”.

Dopo l'indicente intanto le autorità libanesi si sono affrettate, senza alcun dato in mano, ad affermare che non si tratta di terrorismo ma di una “severa tempesta di tuoni”. Chiediamo a Capuana, l'assessore alla base USA della Provincia di Catania, di fare il suo mestiere aiutando le indagini: quelli del velivolo partito da Sigonella ed in missione nell'area potrebbe saperne qualcosa, vada ad informarsi. Anche se ora lo stesso velivolo è impegnato nelle operazioni di “ricerca e soccorso” (qualcuno suggerisce del corpo del reato più che dei corpi delle vittime...) aiutato da un “distruttore di missili guidati” (chi è che vuole colpire con un missile i soccorritori?).

Ditemi voi se qui in Sicilia possiamo continuare ad ospitare una base che presti tanto facilmente il fianco a tali sospetti.

Nella foto in alto Meles Zenawi, il Presidente Etiope

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domenica, gennaio 03, 2010

La via della seta

Dopo Tartaglia e la Maiolo è il turno di Abdulmutallab, il ragazzo con disturbi mentali che avrebbe pianificato ed attuato il complesso attentato su un aereo in volo sull'atlantico imitando un altro deficiente che aveva usato lo stesso tipo di esplosivo, tal Richard Reid autore di una simile performance nel dicembre del 2001 su un volo della American Airlines operante tra Parigi e Miami. Anche in quel caso il folle fu apparentemente fermato dai passeggeri.

Insomma, il mondo sembra essere in mano ad una manica di pazzi criminali.

Abdulmutallab è riuscito con la sua azione degna delle migliori pagine del manuale del perfetto estremista islamico a fare i seguenti favori a certi ambienti di potere USA:

1) Portare l'attenzione sul pericolo islamico nel suo paese d'origine, la Nigeria, dove immediatamente sono ripresi i disordini a sfondo etnico-religioso e dove recentemente sono stati intaccati importanti interessi occidentali, un sentiero che come visto passa anche da casa nostra (si veda il post “Turista per caso”).

2) Tramite la scelta della compagnia aerea su cui viaggiare indisturbato senza passaporto ed armato (la Delta Airlines) richiamare alla mente proprio il petrolio nigeriano, estratto per l'appunto dal delta del fiume Niger.

3) Facilitare l'introduzione forzata negli aeroporti del famigerato “Body scanner” che permetterà ai servizi segreti occidentali di mappare attentamente ogni dettaglio del corpo di ogni passeggero. Anche qui capita casualmente che l'aeroporto di partenza (Amsterdam) sia uno dei pochi al mondo dove uno di questi aggeggi sia funzionante. Ovviamente, non era stato usato in questo caso.

4) Terrorizzare la popolazione della nazione dove il volo era diretto (Stati Uniti) in modo da fare accettare le conseguenti azioni di rappresaglia a scapito di inermi ed ignari civili di un qualche paese straniero.

5) Tramite l'aggancio con questi fantomatici campi d'addestramento “qaedisti” dello Yemen che il ragazzo avrebbe visitato, permettere all'amministrazione americana di agire in quell'area senza risparmio di mezzi e di vite umane (quelle degli inermi civili di cui sopra) e senza avere tra le scatole l'opinione pubblica.

Sappiamo tutti le difficoltà economiche e le divisioni interne che affliggono l'unica [?] superpotenza del pianeta. Purtroppo tali problematiche si riflettono anche nel dispiego di tattiche e sotterfugi.

Nel caso in questione l'enorme falla è stata coperta in modo estremamente maldestro parlando di un padre che “aveva denunciato l'estremismo religioso del figlio [ed] espresso al Dipartimento di Stato le proprie preoccupazioni per le idee radicali e i contatti con gli estremisti del figlio. (Adkronos, 27 dicembre 2009)

Sembra di leggere la storia di un padre che fa la spia sul figlio. Come se domani il vostro vi denunciasse per la foto di Mussolini sul comodino. Secondo un giornalista americano ripreso dal periodico Russia Today (“Detroit jet terrorist attack was staged - journalist”, 29 dicembre) però il padre non aveva denunciato le idee del figlio; ne aveva chiesto la restituzione all'ambasciata USA in Nigeria, dopo aver saputo dove si trovavasse. Esattamente quello che avrebbe fatto qualunque padre preoccupato per le cattive frequentazioni del proprio figlio:

Il padre, un ricco banchiere nigeriano, era andato all'ambasciata degli Stati Uniti il 19 novembre scorso dicendo: «Mio figlio è in Yemen in un campo di terroristi, fate qualcosa»

Qualunque padre proprio no: non tutti padri si sarebbero recati all'ambasciata USA per rintracciare il proprio figlio in un campo di terroristi nello Yemen. Ma un padre che sa come funzionano certe cose, un ricco banchiere nigeriano, forse si. Insomma, tutti sapevano chi fosse e cosa stesse facendo Abdulmutallab, ma nessuno ha fatto qualcosa.

Ma torniamo allo Yemen, dove immediatamente la Casa Bianca, imbeccata dall'imbecille nigeriano, si è detta pronta ad inviare i suoi micidiali caccia.

Il nuovo ordine mondiale (economico e politico) che in questi anni sta vedendo la luce è basato su due poli principali: quello asiatico e quello africano. In Asia sono piazzate quasi tutte le potenze destinate a controllare lo scacchiere globale in questo secolo: Cina, India, Russia, Iran. In Africa si trovano le aree che nei prossimi decenni cresceranno con i ritmi più elevati, dal Nord Africa, oramai prossimo ad un vertiginoso sviluppo, al corno d'Africa tra un decina d'anni circa.

Questo percorso, che potremmo considerare come un moderna via della seta, implica il ritorno delle principali rotte commerciali dall'asse atlantico, che si è imposto a partire dalla scoperta dell'America tagliando fuori il Mediterraneo (ed in particolare il Regno di Sicilia e la Repubblica di Venezia), a quello asiatico-mediterraneo.

La presenza del Canale di Suez eviterà la circumnavigazione del continente nero e farà convergere i flussi commerciali sulle autostrade del mare attraverso alcuni snodi già individuati. I porti di Karachi (attraverso l'Afghanistan ed il Pakistan) e di Burma ad est fungeranno da sbocco per le merci cinesi, mentre Mumbai tornerà ad essere la porta dell'India come ai tempi del Raj britannico.

Ai flussi provenienti da queste tre aree si aggiungeranno quelli del Golfo Persico attraverso l'hub di Dubai e quelli provenienti dal Sud Africa. Essi convergeranno in direzione del Canale di Suez per essere smistati nel Mediterraneo dalla piattaforma logistica siciliana (se i Siciliani saranno capaci di realizzarla) ed in parte risaliranno l'Adriatico verso il Veneto (che potrebbe tornare ad essere la porta dell'Europa verso l'oriente in competizione con le Puglie).

(Ingrandimento)

L'occidente purtroppo è già stato tagliato fuori da tutte queste aree. Ha perso la possibilità di controllare l'India (si veda il post “L'ingresso dell'India”), è stato costretto a programmare il ritiro dall'Afghanistan (si veda il post “Il generale ci va giù duro”), non ha avuto alcun successo nei tentativi di far cadere la dittatura militare in Burma (oggi Myammar). Nel Golfo Persico da un lato lo sceicco di Abu Dhabi ha assestato un duro colpo alle pretese dell'elite finanziaria globale (si veda il post “Un tacchino indigesto”), dall'altro i progressi in Iran si fanno con il contagocce o non si fanno per niente. Il Canale di Suez è in mano agli egiziani che hanno già manifestato la loro posizione aprendo ad Hamas dopo la guerra di Gaza lo scorso anno. Infine nel Mediterraneo i nuovi accordi con la Russia dovrebbero includere la ritirata dalla Sicilia e probabilmente dal Sud Italia (si veda il post “Tutte le scarpe del presidente”).

Rimane un solo punto dove i “folli criminali” possono forzare la mano ad Obama e piantare grane al resto del mondo: il golfo di Aden, il punto in cui tutti quei flussi convergono verso il Canale di Suez, tra la Somalia e lo Yemen, due aree il cui disastro è dovuto più ai tentativi di incursione americani che alle varie teorie lombrosiane dispiegate dai giornalisti italiani.

La tentata invasione USA della Somalia degli anni '90, fallita grazie anche al lavoro clandestino di agenti russi e cinesi (che la propaganda ha poi spacciato per “mercanti d'armi”) era continuata tramite azioni di disturbo volte ad impedire la formazione di uno stato poco favorevole all'intromissione di Washington.

Due anni fa le coorti islamiche (così sono stati ribattezzati in occidente i patrioti somali) erano state quasi annientate dai bombardamenti aerei americani e dall'invasione etiope. A quel punto dal nulla apparvero pirati capaci di assalire petroliere e navi da guerra, il primo (maldestro) esplicito tentativo di controllo delle rotte attraverso lo stretto. La destabilizzazione causata dalla crisi economica ha però ridato fiato alle “coorti” che hanno ricominciato a marciare verso Mogadishu, mentre l'attività piratesca continuava a rilento anche per l'arrivo di navi da guerra dei paesi interessati a bloccare il velleitario tentativo anglosassone (Francia, Russia, Cina, Italia, India). A Washington devono aver capito di non avere più speranze nel corno d'Africa, e stanno ora provando ad intrufolarsi sull'altra sponda. Da notare che Obama preferirebbe il dialogo, ma i suoi nemici interni non ne vogliono sapere.

Dall'Inghilterra Brown è ansioso di buttarsi nella mischia (“Brown convoca un vertice sullo Yemen”, IlSole24Ore.com 1 gennaio 2010):

Il premier britannico Gordon Brown ha convocato il 28 gennaio a Londra un summit con alcuni alleati chiave per definire un fronte di lotta comune contro l'estremismo crescente nello Yemen (...) La riunione è stato indetta a seguito del fallito attacco di Natale sul volo 253.

Il Sole 24 Ore continua tracciando la stessa parabola accennata sopra tra le due sponde del golfo di Aden:

Intanto gli integralisti islamici somali del gruppo al Shabaab hanno dichiarato a Mogadiscio l'intenzione di andare militarmente in aiuto dei gruppi di al Qaida operanti in Yemen, soprattutto in caso di intervento Usa. «Siamo pronti ad attraversare il mare ed a soccorrerli per combattere i nemici di Allah», ha dichiarato oggi a Mogadiscio Sheikh Muktar Rabow Abu Mansur, uno dei loro leader, lanciando un appello analogo a tutti gli arabi perchè si uniscano alla guerra santa. Lo riferiscono numerosi siti somali [?]. Shabaab, che vuol dire gioventù in arabo, è il braccio armato somalo di al Qaida; controlla buona parte della Somalia, e quasi tutta la capitale. In Yemen opera un agguerrito gruppo di terroristi di al Qaida, contro i quali sta combattendo l'esercito regolare, che chiede però aiuti internazionali per sconfiggerli.

L'esercito regolare yemenita non sta combattendo contro alcun terrorista. Nello Yemen è in corso una guerra civile che vede gli sciiti del nord, appoggiati da Iran e forse sottobanco anche da Cina e Russia, opposti al governo centrale appoggiato da americani ed inglesi (esattamente come in Somalia) e nessuno dei ribelli ha mai detto di fare parte di Al Qaeda: più che censurare i blog si dovrebbero censurare certi giornalisti con il patentino.

La risposta cinese all'attentato del folle nigeriano imbarcato sul volo della Delta Airlines proveniente da un imbarco di Amsterdam dove non era installato il body scanner e diretto negli USA dopo un periodo di addestramento nello Yemen non si è fatta attendere:

La Cina ha bisogno di una base navale permanente nel Golfo di Aden per rifornire le proprie unità impegnate nella missione anti-pirateria in Somalia: lo ha affermato uno dei portavoce della marina militare cinese, Yin Zhuo, senza fornire ulteriori dettagli in merito alla localizzazione ma sottolineando come una decisione in merito spetti ai vertici militari. (APCOM – 30 dicembre 2009)

Augusta accoglie le carovane di ritorno dall'oriente

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venerdì, novembre 06, 2009

Una pietra non fa primavera

Quelli del mitico ponte sullo stretto non rispettano mai i tempi. Assicurano questo, assicurano quello. Ma poi vengono puntualmente smentiti dai fatti.

E' dal 2008 che, tutti in coro, da Ciucci al ministro Matteoli, ci assicurano (qualcuno direbbe “ci minacciano”...) che la posa della prima pietra sarebbe avvenuta nella prima metà del 2010:

La prima pietra a metà del 2010, ha assicurato il ministro nel maggio 2008

L'apertura dei cantieri è prevista per maggio-giugno 2010, ha chiosato Ciucci nel luglio dello stesso anno.

Ed invece lo scorso 15 ottobre ci siamo svegliati con un netto cambiamento di programma. Una smentita, quella del ministro, completamente diversa dalle precedenti:

"I lavori del ponte sullo Stretto di Messina inizieranno il 23 dicembre di quest'anno e termineranno nel 2016"

Capovolgimento di fronte, questa volta siamo di fronte ad una improvvisa accelerazione! Certo, i siti dei maggiori quotidiani siciliani la notizia l'hanno data a metà, in modo da disinformare attentamente i lettori: si sono casualmente scordati di citare dove sarebbe stata posata questa prima pietra, cioè alla stazione di Cannitello, sul versante calabro.

Qualche dubbio allora sorge. Una associazione di professionisti dell'area dello stretto fa una osservazione interessante (“Il Ponte e la prima pietra: grande opera o grande bluff?”, TempoStretto.it 20 ottobre 2009):

«Per il Ponte sullo Stretto di Messina non esiste allo stato neppure il progetto, se non nella sua versione preliminare. Non può dunque aprirsi nessun “cantiere del ponte”. Ciò che potrà iniziare tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo sono i lavori per la cosiddetta “variante Cannitello”: un’opera di interramento del tracciato ferroviario calabrese in prossimità di Villa S. Giovanni il cui progetto è stato approvato dal Cipe nel marzo del 2006 (Governo Berlusconi), dissociandolo esplicitamente (per indirizzo dello stesso Ministero delle Infrastrutture) dal progetto del Ponte. La “variante Cannitello” costituisce esclusivamente la prima fase di un più ampio progetto di miglioramento ambientale per la costa calabrese, rientrando nel disegno di interramento del tracciato ferroviario definito “Variante finale alla linea storica in località Cannitello”»

La sensazione che si voglia a tutti i costi fare credere che i lavori siano iniziati si rafforza grazia alla excusatio non petita di un Ciucci in difficoltà che risponde proprio alle righe riportate sopra (“Ponte sullo Stretto. Le precisazioni di Ciucci”, TempoStretto.it 21 ottobre 2009):

«Si tratta davvero della posa della prima pietra del Ponte sullo Stretto (...) Tutte le opere infrastrutturali, da che mondo è mondo, iniziano eliminando le interferenze.»

Forse. Ma le dichiarazioni di qualche politico fanno aumentare le perplessità. E non si tratta di una figura di secondo piano. Raffaele Lombardo sentendo l'annuncio ha aggiunto ("Il ponte? Pronto nel 2016" E Lombardo alza la posta, LaSiciliaWeb.it 15 ottobre 2009):

"Ho incontrato questa mattina il presidente dell'Anas. Se mi propone di partecipare a un eventuale aumento di capitale della società del ponte sullo Stretto, la Regione siciliana parteciperà con 100 milioni di euro. Se questa è la condizione per realizzare l'opera allora parteciperemo"

A parte al cifra irrisoria rispetto al totale dell'opera (3,8 miliardi!), ma perché questo aumento di capitale? Ci sono altri problemi di cui Ciucci democraticamente non riferisce ed a cui Lombardo malignamente allude?

Il settimanale L'Espresso indaga in questa direzione e suggerisce una risposta: il piano finanziario dell'opera è saltato completamente ed a causa della diminuzione del traffico nell'area dello stretto i tempi previsti per il recupero delle somme da parte dei privati potrebbe raddoppiarsi tranquillamente (“Il ponte si pagherà in 60 anni”, 26 ottobre 2009).

I numeri parlano chiaro:

Se si guardano i bilanci delle Ferrovie e della Caronte & Tourist, emerge un dato interessante: oggi il giro d'affari del trasporto sullo Stretto vale circa 120 milioni di euro. Una piccola torta, se si considera che la Stretto Spa dovrà restituire alle banche e ai soci pubblici (l'Anas e le Fs) circa 5 miliardi su 6,3.

Anche quando il ponte dovesse assicurarsi il 100% del traffico non sembra possibile che i 30 anni previsti possano bastare a ripagare il debito. Cosa che non fa certo gioire i detentori del capitale privato.

E quel 100% sembra un'idea ridicola. Da gennaio del 2010 partirà il progetto “Metropolitana dal mare” tra Messina e Reggio Calabria, un servizio che prevede collegamenti tra le due sponde con fermate a Messina porto, Papardo, Villa San Giovanni e Reggio Calabria ed il riavvio della tratta tra il porto di Messina e l’aeroporto di Reggio Calabria (“Consiglio di Stato sdogana Metropolitana del Mare”, EconomiaSicilia.com 30 ottobre 2009). Un sistema che finalmente permetterà l'avvio dell'integrazione economica dell'area dello stretto e che farà in modo che il traffico pendolare giornaliero non venga mai intercettato dal ponte. Una fetta non indifferente di quel 100%.

E non finisce qui.

L'Espresso nota anche un altro particolare, da inquadrare nel contesto geopolitico mediterraneo in cui la Sicilia sta cominciando ad inserirsi.

Le più recenti cifre sul traffico, infatti, dicono che il passaggio sullo Stretto sta diventando sempre meno cruciale nelle rotte per la Sicilia. Questo sia per il boom dei voli low-cost, che per le nuove autostrade del mare che saltano l'area del ponte e che fanno diventare il traffico locale una parte sempre più consistente di quel 100%. Le ferrovie in particolare si stanno ritirando a gran velocità da quell'area (si veda il post “In carrozza, si riparte”)

Il disimpegno all'attraversamento dello stretto tramite le navi di RFI non ha niente a che vedere con il ponte. Anzi. L'opera, per la quale manca ancore un progetto esecutivo, sarà pronta secondo i sogni di Matteoli nel 2016. Se nel frattempo si costringono gli utenti che ancora insistono masochisticamente a viaggiare sino a Roma tra i disservizi di Trenitalia ad utilizzare altri mezzi più comodi e più convenienti, non sarà poi facile richiamarli indietro.

Se veramente Trenitalia puntasse sul ponte, dovrebbe tenersi quei collegamenti via mare stretti. Dovrebbe migliorare il servizio invece di dismetterlo.

Quindi anche la fetta relativa ai passeggeri a lunga percorrenza potrebbe non essere intercettata dal ponte.

Rimane la fetta delle merci, che sta diminuendo grazie alle autostrade del mare e presto anche al potenziamento dei collegamenti cargo dagli aeroporti di Comiso e Trapani.

L'isola al momento non produce praticamente niente. Importa da nord tutto quello che consuma (tranne l'energia...). Purtroppo per qualcuno la situazione sta per cambiare. Nel giro di un decennio, da mercato di consumo la nostra economia si trasformerà completamente. I servizi nel campo della logistica e la produzione di beni lavorati e non (agricoltura, lapideo) diventeranno l'asse portante. E le banche lo sanno benissimo.

Il flusso di merci in discesa da nord è destinato a diminuire notevolmente. E le merci prodotte o scambiate negli hub logistici dell'isola non andranno a nord, bensì prevalentemente a sud, verso il nord-Africa, l'area dove si prevede il più forte tasso di sviluppo nei prossimi 10 anni. Di nuovo niente ponte, dunque. Ed anche questo le banche lo sanno benissimo.

Lo stesso Sud Italia, dotato dei porti di Gioia Tauro e Taranto, non avrà bisogno di fare passare le proprie merci dalla Sicilia. E dall'Europa le distanze per Tripoli e compagnia bella non sono così elevate da necessitare uno scalo intermedio.

Quel flusso del 100% si è ridotto ad un rivolo fituso.

La dichiarazione di Ciucci e Matteoli secondo molti ha una funzione politica: “Il governo è alla ricerca di un colpo a effetto e l'apertura in diretta televisiva del cantiere per un'opera accessoria si riduce a mera propaganda”, continua ancora L'Espresso.

Le banche sanno tutto, il governo sa tutto. Persino Trenitalia sa tutto. Ma allora perchè continuare a parlare di ponte?

Il vero regalo alla “mafia”, se così possiamo chiamare la corruzione politica italiana, non è la costruzione del ponte, ma il suo rinvio. Grazie alla presenza di una società ad hoc per qualcosa la cui realizzazione si è sempre rimandata nel tempo, si sono imboscate cifre tali da far impallidire le cosche più agguerrite. Oggi che si sa che il ponte non si farà mai, si tira ancora la carretta per cercare di ciucci-are ancora fondi neri.

Non aspettiamoci altro che omertà dall'opposizione, che sa benissimo anche lei. Gli anti-pontisti dei partiti nazionali sono come gli anti-mafiosi: scomparsa la minaccia, scomparsa un'arma propagandistica contro il governo.

Un po' come per Cuffaro. Ricordate: quando l'ex presidente si dimise, Prodi e Amato si imbufalirono ancora di più ed indispettiti lo “destituirono”. Capivano che un bersaglio facile come quello in Sicilia non lo avrebbero trovato più.

Ne vedremo scagliare tante, di prime pietre. Ne sentiremo ancora di questi annunci. Tutti a proposito di opere accessorie che in realtà con il ponte hanno poco a che spartire, dall'interramento della stazione di Messina allo spostamento a monte della linea Messina-Catania, un progetto risalente agli anni 70.

Proprio Cuffaro aveva visto giusto a proposito del tunnel tra la Sicilia e la Tunisia (si veda il progetto), reale o ideale che fosse: 150 km molto più concreti dei tre previsti nei sogni di Ciucci e Matteoli.


Il tunnel sotto lo stretto


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lunedì, ottobre 19, 2009

Eroi per scelta

Di Simone Neri e delle sue gesta durante le tragiche ore dell'alluvione che nei primi giorni di ottobre ha colpito Giampilieri (Messina) ne hanno parlato tutti i giornali. Ma come per tutte le vicende legate a quegli eventi si sono usate immagini oblique, dalla forma indefinita ed ambigua.

Simone Neri è stato infatti definito un «eroe per caso». Ci saranno forse mille motivazioni per aver usato questa definizione. O forse non c'è ne nessuna, visto che Simone era semmai un «eroe per scelta», e non per caso. Quello che ha fatto era solo il suo dovere di uomo della Marina.

Simone ha fatto il suo dovere. Ed è solo questo il motivo per cui egli è un eroe. Portando ad esempio la sua abnegazione si educano i più giovani. Ma Simone non è diventato un eroe solo a seguito della sua morte, e dichiararlo «eroe per caso» è come sputare sulla sua tomba.

Eroe è chi compie il suo dovere sino in fondo, ed il dovere di ogni essere umano è quello di professare la verità. In qualunque momento si stia professando la verità, si sta facendo il proprio dovere e ci si sta comportando da eroi. Non è sempre necessario sacrificare la nostra vita per diventare eroi.

Simone non è diventato un eroe quel tragico giorno. Lo era anche prima.

Gli eroi vanno cercati nella vita quotidiana, tra la gente comune e nelle cose semplici. Eroe può essere un leader politico, un imprenditore, il parroco del quartiere o una semplice coppia di genitori che portano del pane onestamente alla tavola dei loro figli ogni sera.

Eroe è ad esempio l'imprenditore Rodolfo Guajana che recentemente ha rilasciato al festival della legalità a Palermo la seguente dichiarazione (Festa della legalità, un imprenditore accusa gli ipermercati. "Sono in mano alla mafia", SiciliaInformazioni.com, 6 ottobre 2009):

“Vi siete chiesti come sia possibile che non solo sorgano tanti centri commerciali, ma soprattutto che siano in grado di praticare prezzi tanto bassi? La risposta è semplice: possono farlo perché coprono le perdite con i soldi sporchi del pizzo dell'usura” aggiungendo che nella GDO (Grande Distribuzione Organizzata) possono anche “contare sui soldi dei boss”.

Eroi sono anche i partecipanti ad un incontro svoltosi lo scorso 10 ottobre all'istituto oncologico di Viagrande (Catania) sulla pericolosità del virus H1N1 (la cosiddetta febbre suina...) che invece di cedere ai cadeux delle case farmaceutiche hanno dichiarato che “la situazione non si può definire critica dal punto di vista sanitario, che le previsioni sulle complicazioni si sono ridimensionate, che la pandemia già arrivata non si può paragonare alle grandi pandemie della storia e che quindi si deve trattare come una comune influenza” chiudendo poi con una semplice osservazione dettata dal buon senso: “Fra l'altro questa influenza ha già fatto il suo percorso nell'emisfero australe ed è stato dimostrato che il sistema sanitario ha retto perfettamente” (“Influenza A, timori ridimensionati”, La Sicilia, 11 ottobre 2009). Dove sono in Australia i milioni di morti previsti?

Eroe, per tornare a Messina, è stato anche il Presidente dell'Ordine degli ingegneri di Messina il quale, invece di invocare cemento ed asfalto come di solito fanno i suoi colleghi, ha puntato il dito contro la sconsiderata violenza perpetrata contro il territorio negli ultimi 150 anni («Il vero disastro è geologico ma non servono maxiopere», La Sicilia 13 ottobre 2009).

Il totale di 150 anni non è citato nell'articolo, ma si può desumere dalla seguente frase:

“Gli esperti denunciano una situazione compromessa a valle. Dove la presenza della statale 114 e della ferrovia Catania-Messina hanno provocato al realizzazione di una serie di valloncelli e transiti per las ede stradale e per quella ferroviaria anche nei canaloni delle fiumare (...). La necessità di ospitare i passaggi di auto e treni ha fatto restringere anche quelli che originariamente erano gli argini dei fiumi e dei torrenti. Da quando sonos tate realizzare la strada e la ferrovia, in sostanza, questi spazi si sono ridotti.”

Ferrovia e statale realizzati nell'800 dal nuovo stato italiano con l'obiettivo non di sviluppare il territorio, ma di sfruttarlo il più possibile. Gli unici due assi ferroviari funzionanti in Sicilia, quelli che da Palermo e da Catania portano a Messina, sono stati pensati per trasportare mano d'opera oltre lo stretto e realizzati lungo il tracciato più economico possibile indipendentemente dalle conseguenze economiche, sociali ed ambientali.

La soluzione? Si sa da anni: lo spostamento della linea ferrata più a nord, che lo stato prevede di completare nel 2017 (quindi dopo il supposto completamento del ponte, ad ulteriore conferma che in nessun caso ci si vuole interessare veramente al territorio) [*].

Ma è ancora più incredibile andare a scoprire da quanti anni si sappia di questa soluzione: già i Borbone, tenendo presente le naturali vocazioni economiche del territorio e la sua orografia, avevano previsto di costruire una linea Palermo-Messina con diramazione per Catania che passasse internamente all'isola e non lungo al costa, dove allora continuava ad essere più agevole e veloce il trasporto via mare che oggi dovrebbe essere ripristinato con mezzi moderni (vedi “Rinvenuti i progetti borbonici delle ferrovie siciliane (1859)”, Comitati delle Due Sicilie, 29 marzo 2009).

E parlando dei Borbone, non si può non notare come nell'occasione di questa alluvione non si sia fatto alcun richiamo al più ovvio dei precedenti, e cioè alle alluvioni di Sarno del 5 maggio 1998 che costarono la vita a 160 persone.

Basta vedere le foto in basso per rendersi conto di quanta similitudine ci sia tra i due eventi:


Sarno




Messina


A Scaletta Zanclea come negli altri paesi interessati non vi erano costruzioni abusive. In alcuni casi quegli insediamenti sono lì da centinaia di anni. Come mai non vi è memoria storica di fatti analoghi, in Sicilia come a Sarno, dove alcune colate di fango hanno attraversato persino il centro del paese?

L'Italia è sempre stata un'area delicata dal punto di vista ambientale ed il rischio idrogeologico è sempre stato in agguato. Credere che solo in tempi moderni sia nata la necessità di tenerne conto può servire ad auto-assolversi, ma chi questa credenza tenta di diffondere non sta certo professando la verità.

Senza cura per l'ambiente non si sarebbe mai potuta costruire Venezia. Eppure oggi Venezia sta scomparendo inghiottita dal disprezzo che la nazioncina italiana nutre sin dalla sua nascita per i suoi stessi popoli.

Per capire come ieri a Sarno sia potuto succedere quello che è successo (per giunta a seguito di piogge non particolarmente intense) bisogna andare sul posto ed osservare. Risalire lungo i canaloni ed i valloni lungo i quali quell'inferno è sceso e scoprire che man mano che si sale la presenza di opere murarie lungo gli alvei degli stessi è sempre più evidente.

Gli ingegneri borbonici avevano capito il rischio idrogeologico insito in quei costoni e visibile nelle foto di sopra ed avevano provveduto a mettere in opera dei piccoli accorgimenti idraulici che all'occorrenza avrebbero aiutato il deflusso delle acque verso valle impedendo quel mescolamento con detriti e terra che pochi anni fa causò la tragedia.

Ma ci siamo scordati. Arrivata la “libertà” di Garibaldi, a sud (ma anche a nord) ci siamo dimenticati di quei precisi lavori di protezione ed abbiamo lasciato che i canaloni si riempissero di rifiuti e di terra, aspettando solo il momento giusto per essere sommersi nella nostra ritrovata barbarie.

Vi sarà pur stato un motivo per cui quei paesi sono potuti sopravvivere per centinaia d'anni in quella posizione apparentemente così precaria. Ma non è solo una questione di ingegneri più o meno bravi, di governi più o meno corrotti.

Il problema di fondo è solo uno: la mancanza di eroi. Centocinquanta anni fa abbiamo smesso di essere eroi ed abbiamo preferito cedere all'impero della menzogna e dell'illusione. Oggi le illusioni stanno crollando davanti ai nostri occhi e quei pochi che hanno la sfrontatezza ed insieme l'umiltà di professare ancora la verità ci sembrano lontani ed inarrivabili nel loro coraggio, come Simone.

"La compagnia di telefonia mobile [Vodafone Italia, ndr] comunica che sono a disposizione per la popolazione alluvionata del messinese delle sim gratuite con traffico telefonico di 5 euro e l’opzione You and Me Parole e Messaggi (promozione che permette di chiamare, videochiamare e mandare sms a 0 centesimi senza scatto alla risposta al numero Vodafone preferito). Le sim potranno essere ritirate in qualsiasi punto vendita Vodafone One di Messina e Provincia." (“Vodafone, sim gratuite per la popolazione alluvionata”, SiciliaToday.net 7 ottobre 2009)

In quanti, cenciosi ed elemosinanti, pur non avendo perso niente in quei terribili giorni si saranno recati a chiedere una SIM in quei punti vendita pieni solo di illusioni sputando sulla tomba di Simone?

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[*] Il semplice spostamento della ferrovia non risolverebbe comunque tutti i problemi: rimarrà sempre la cintura d'asfalto autostradale.
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martedì, settembre 22, 2009

La prefica allegra

Chi si ricorda ancora i piagnistei e gli alti lamenti per il disimpegno della Cai dagli scali siciliani, ed in particolare da quello di Palermo?

Il punto allora era: quelle che vedevamo stracciarsi le vesti e profferire solenni lastime, erano prefiche prezzolate oppure vedove sincere?

Rinfreschiamoci la memoria su quello che si era detto allora.

A parte la solita solfa sindacalista, la strategia disfattista italiota seguiva due direzioni principali (vedi il post “Slot machine”). La prima era quella della semina della zizzania campanilista, piantata ad arte tra Catania e Palermo.

Ecco cosa profetizzava Emanuele Lauria dalle pagine di Repubblica il 26 novembre 2008 ("Fontanarossa diventa l´hub siciliano. Così Catania vince il derby del potere"):

“Ci mancava la scelta della Cai di ridimensionare Punta Raisi e di salvaguardare Fontanarossa, a concludere la parabola di questo 2008 dei portenti. L'anno in cui il baricentro del potere si è spostato verso Catania.”

Lombardo all'assalto di Palermo, una capitale ridotta in macerie. Con la Cai che fiutato il cambiamento politico vira ad oriente.

Passa circa un anno, ed ecco come titola il sito del Quotidiano di Sicilia dello scorso 19 settembre: Aeroporti, volano alto quelli di Tp e Pa

E poi nel testo:

Ad agosto il dato sul traffico di voli ha fatto registrare un aumento dell’operatività del 3,85 per cento, mentre il numero dei passeggeri sui voli di linea è cresciuto del 3,10 per cento (483 mila 480 rispetto ai 468 mila 956 dello stesso mese del 2008)

Meno male che siamo in un periodo di crisi. Mentre i maggiori aeroporti d'Italia e del mondo (incluso quello di Catania...) sono in flessione, a Palermo il traffico aumenta.

Aveva ragione il Lauria nel voler dare un significato politico di quel tipo alle decisioni della CAI? Da dove ha dedotto la cosa? Al momento non sappiamo dirvi se il giornalista di Repubblica sia stato già licenziato.

Passiamo alla seconda strategia disfattista, quella del lamento sconsolato. Il rappresentante più esilarante in questo caso è stato il direttore di SiciliaInformazioni.com, Salvatore Parlagreco che aveva sentenziato Il Sud non conta niente, la Sicilia meno che niente.

Eppure mentre Alitalia e AirOne se la svignano incapaci di affrontare un mercato veramente libero, altri invece ne approfittano (“Aeroporto di Palermo, in calo il traffico aereo e passeggeri per il gruppo Cai nei primi otto mesi del 2009”, SiciliaInformazioni.com 12 settembre 2009, notizia ovviamente riportata in sordina e senza commento...):

La leadership di Alitalia, in termini di passeggeri (543 mila unità trasportate), è incalzata da WindJet con 539 mila passeggeri seppure in flessione dell'1,18% nei primi otto mesi dell'anno; il vettore siciliano, tuttavia, recupera sul movimento voli con un incremento del 13,9%. Il risultato migliore spetta a Easyjet con +95,6% di passeggeri e +112% di movimento voli.

Quindi anche una compagnia straniera (Easyjet) punta sulla Sicilia in un periodo di crisi nera per l'aviazione.

La decisione italiana di ritirarsi dalla Sicilia è sicuramente politica, ma non è dovuta né a pressioni paesane da derby calcistico domenicale, né ad un calcolato “abbandono” di un territorio debole e poco produttivo. D'altronde erano proprio le rotte siciliane quelle che portavano maggiore lucro al fallimentare vettore nazionale.

Ad essere deboli sono proprio Alitalia ed AirOne, che nella ritrovata sovranità siciliana non hanno la forza per competere ad armi pari con gli altri.

Una situazione che vediamo ripetersi a 360 gradi nell'ambito dei trasporti (vedi il post “In carrozza si (ri)parte”), sia nelle modalità del disimpegno dello stato centrale, che in quelle delle tattiche disfattiste di sindacati e giornalisti.

Certo il progresso fa anche delle vittime. Usanze e tradizioni centocinquantennali sono probabilmente destinate a scomparire per mai più ritornare. Come quelle delle “prefiche” prezzolate che ancora gironzolano allegre e pronte a gettarsi come avvoltoi sulle incertezze della gente.

Questa volta, purtroppo per loro, la vedova non è Siciliana.

Ringrazio Massimo Costa per la segnalazione e l'idea del post.

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sabato, settembre 12, 2009

De cinere surgo

Il profumo di polvere pirica si respirava da tempo tra gli ultimi rifiuti risorgimentali rimasti ancora ad ammorbare l'aria in Sicilia. La miccia accesa dal tramonto del cuffarismo e catalizzata dai risultati delle scorse europee nell'isola è giunta alla fine del suo percorso:

"La giunta regionale siciliana ha ritenuto nulli gli atti che dipendono dalla gara di realizzazione dei termovalorizzatori nell'Isola, dichiarata illegittima dalla Corte di Giustizia Europea"

Un terremoto annunciato che squarcia il velo sulla realtà politica della Sicilia di oggi. La gara per la costruzione dei megainceneritori varata dal governo Cuffaro e bocciata dalla corte europea è andata definitivamente deserta. Si ricomincia da zero.

Ecco come esordisce Ignazio Panzica su SiciliaInformazioni.com in un articolo che consiglio a tutti di leggere attentamente (“Saltato “l‘affaire” termovalorizzatori in Sicilia: eccovi “i retroscena” ed i possibili sviluppi. Vincono Lombardo e Cracolici, perdono quelli dell’asse Udc-ex Fi”, 11 settembre 2009):

“Il gioco non vale più la candela”, è stata la sintetica, ma efficace, valutazione fatta da un grosso manager del giro di una delle “società di scopo”, che i quattro termovalorizzatori in Sicilia li doveva costruire. E’ stato questo giudizio, secco e conciso, pronunciato con la giusta punta di cinico realismo, in un summit riservato e di altissimo livello (tenutosi fuori dalla Sicilia), che ha posto la pietra tombale su questa megaoperazione da 5 miliardi e mezzo di euro.

Senza voler ancora dichiarare vittoria per la Sicilia e per i Siciliani (che genere di piano varerà ora la giunta Lombardo?), vi sono dei punti da evidenziare.

Il primo e più importante deriva da una semplice dichiarazione effettuata dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l'inaugurazione dell'impianto di Acerra:

“Ed ora tocca alla Sicilia” (“Berlusconi accende Acerra”, LaSiciliaWeb.it, 26 marzo 2009)

Raffaele Lombardo non ha sconfitto solo Cuffaro o Felice Crosta, il manager dell'ARRA incaricato del genocidio del popolo siciliano tramite incenerimento dei rifiuti. Il Presidente della Regione Siciliana ha sconfitto Berlusconi, Bertolaso e diversi gruppi affaristici globali (in particolare la tedesca Falck) che stavano dietro a quest'ultimo, personaggio stranamente tenuto nella massima considerazione sia a destra che a sinistra.

Questo per chi ancora si ostina o considerare Lombardo un pupazzo di Arcore.

La cosa è oramai tanto evidente che non si può più tacere e Fassino, rompendo i ranghi, la rende pubblica:

"La crisi di autorita' di Berlusconi, la sua caduta di autorevolezza, la crepa, la frattura nel centrodestra e' cominciata in Sicilia. Tanto e' vero che il presidente del Consiglio a Palermo non riesce piu' a governare il Pdl"

Non è un caso che lo faccia proprio in concomitanza con l'uscita della notizia sugli inceneritori.

Possiamo criticare il modo in cui ciò avviene, ma in Sicilia in questo momento comandano i Siciliani.

Il secondo punto da discutere riguarda le fantastiche dichiarazioni di Salvino Caputo, presidente della Commissione parlamentare Attività Produttive:

"Bisogna capire veramente come mai gli imprenditori e i grandi gruppi italiani ed europei che operano nel settore energetico ambientale rinuncino a uno dei più grandi appalti realizzati negli ultimi anni da un ente pubblico, in un momento in cui in tutto il continente imperversa uno stato di grave crisi economica e imprenditoriale".

In Sicilia sarebbe attesa, come pagliacciata di contorno alla vicenda, una commissione d'inchiesta. Dove si indirizzerà questa commissione di straccioni è già stato indicato:

Previste inoltre le audizioni dei procuratori distrettuali antimafia di Palermo e Caltanissetta

Si spera insomma di pescare in quel poco ed asfittico torbido che è rimasto. La mafia avrebbe spaventato gli imprenditori? Ma come, secondo gli ultimi capovolgimenti acrobatici Berlusconi è sempre stato in mano alla mafia [*], e si sarebbe permesso di appoggiare la costruzione degli inceneritori contro la volontà dei suoi padroni?

Il quadro oramai fa acqua da tutte le parti, e non entreremo più nei dettagli. Chi vuole ancora credere a queste bestialità e libero di farlo. I Siciliani nel frattempo vanno avanti senza guardarsi indietro.

Il pezzo forte arriva però dagli ambientalisti. Ed è questo il terzo punto che metteremo in evidenza.

"Anche i bandi di gara per i termovalorizzatori con procedura negoziata sono andati deserti: l'ennesimo fallimento mette la Sicilia a rischio di una pesantissima multa da parte dell'Ue, senza un rapido intervento del governo e dell'Assemblea regionale"

Indovinate chi si lamenta per il fallimento del piano di devastazione oncologico della Sicilia (“Il flop dei termovalorizzatori”, LaSiciliaWeb.it 11 settembre 2009): il WWF! Proprio loro, quelli del Fondo CONTRO natura! Ce li saremmo aspettati entusiasti del fallimento del piano. Evidentemente abbiamo frainteso i loro interessi.

Otto anni fa, in questo stesso giorno (11 settembre) il mondo mutò drammaticamente nel giro di poche ore. La sconfitta di certe lobby affaristiche globali questo 11 settembre segna il ritorno ufficiale sulla scena di un antico e mai domo attore, il Regno di Sicilia.

ANimuus TUus Dominus

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[*] Vedi ad esempio certe allusioni estrapolate dalle dichiarazioni di Ciancimino junior apparse proprio oggi (guarda caso...) sui giornali: “Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia”.

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lunedì, settembre 07, 2009

In carrozza, si (ri)parte

Ahhh... quelle lunghe e testarde attese all'aeroporto di Roma prima di salire sul nostro aereo. Un aereo veramente “nostro”, con quella livrea rossa e gialla in coda. Attese sopportate con stoicismo, solo per avere il piacere di poter guardare dall'alto in basso protetti da colori amici (a proposito, la diretta discendente di Air Sicilia – Efly – sta per iniziare ad operare tra la Sicilia e Malta).

Attese dovute certamente anche a motivi interni all'azienda, ma le cui cause venivano cavalcate ad arte da chi invece quei colori avversava.

Attese che in seguito anche con Windjet abbiamo ritrovato amplificate dai mezzi di informazione.

Fino a quando, pochi mesi fa, all'improvviso qualcosa è cambiato. Oggi ad essere amplificati non sono più i ritardi siciliani, ma i disservizi italiani. Le odissee dei bagagli affidati ad Alitalia, le mancate connessioni di Meridiana, i fallimenti di MyAir o le infinite attese a bordo di un Air One.

D'altronde lo stesso Presidente Raffaele Lombardo aveva a suo tempo protestato per i ritardi di Alitalia nei collegamenti con l'isola e noi lo avevamo pizzicato a suggerire apertamente di volare usando la arrembante compagnia di Pulvirenti (vedi il post “Vino dell'Etna”).

Favoritismi personali o più ampi movimenti strategici? Non abbiamo i mezzi per indagare i primi, ma diversi indizi sembrano confermare l'esistenza dei secondi.

I media siciliani sono infatti diventati tutti quanto mai generosi nel segnalare i disservizi nell'ambito dei trasporti da parte di aziende di stato o private in mano ad operatori del nord Italia. Ad esempio nel campo navale, dove proprio oggi vengono evidenziate le 13 ore di ritardo del traghetto Genova Palermo di Grandi Navi Veloci.

E dire che il governo ha segnalato l'intenzione di vendere la Tirrenia. E la Regione Siciliana la volontà di acquistarla.

Per non parlare dei treni. Qui i disservizi dell'operatore nazionale sono noti da sempre. Come nota è da tempo la volontà di disimpegno dall'area dello stretto.

Proprio in questi giorni di fine estate la polemica sui problemi dei sistema ferroviario siciliano sono saliti di livello con l'intervento del noto attore e comico teatrale palermitano Pino Caruso sulle pagine de La Sicilia (“Lo scandalo dei treni in Sicilia. Vnce Bossi, perde Garibaldi”), implora lo stato di riprendere in mano la situazione ma in pratica affossa ancora di più le FS agli occhi del cittadino:

Le ferrovie in Sicilia sanno ancora di Ottocento. Una grande occasione per chi fosse intenzionato a viaggiare nel tempo Un pessimo affare per coloro che si ostinano a servirsene oggi (...). Quando diventano vecchi (i vagoni, non i passeggeri) e non sono più buoni per viaggiare al Nord, quando cominciano a cadere a pezzi, prima, o meglio: invece di mandarli al cimitero delle macchine, le mettono in funzione in Sicilia.

L'esempio che segue accusa esplicitamente di truffa lo stato:

Prendiamo il vagone letto, del tipo Gran Comfort, Excelsior, costo 185 euro, dotato (dotato è un beffardo eufemismo) di carrozze non solo sull’orlo del disfacimento ma concepite per itinerari più brevi, tipo Roma-Milano, e per passeggeri muniti di un bagaglio piccolo e leggero (una borsa o una valigetta ventiquattro ore), ed è, di conseguenza, sprovvisto di qualunque spazio per collocarvi anche una sola valigia - bagaglio minimo per chi affronta un viaggio di dodici ore come Palermo-Roma o Siracusa-Roma.

E così via, sino alla surreale risposta data da un ferroviere alle lamentele dello stesso artista durante un suo viaggio: «Lei deve ringraziare che c’è il treno», mi ha risposto. Silenzio, dunque. Non protestiamo troppo. O ci tolgono anche quello.

Ciò che suggerisce un possibile accostamento con la saga Air Sicilia/Windjet e con la svolta a favore dei siciliani nella secolare battaglia contro la prepotenza dello stato centrale nel campo dei trasporti, è un articolo uscito sullo stesso giornale solo pochi giorni prima (Domenica 30 agosto) all'interno della sezione Economia e Finanza:

“Gmc pensa al trasporto passeggeri e avvia lo start-up dell'attività merci”.

La Gmc è un azienda con sede a Catania operante nel campo della logistica a livello globale e che nei prossimi mesi comincerà ad operare dei veri e propri convogli merci pagando un (immeritato) affitto a Trenitalia per l'uso dei fatiscenti binari dell'isola. Il sogno del direttore generale dell'azienda, Giuseppe Campione, è però quello di arrivare al trasporto passeggeri. O meglio, se vogliamo volgere la frittata dal verso giusto, quello di cacciare definitivamente Trenitalia dalla Sicilia. Ecco le sue parole:

Se dopo 45 anni nulla è cambiato nel trasporto passeggeri in Sicilia di chi è la colpa? Io dico che la colpa è dei siciliani, che non vogliamo “fare” e pretendiamo che qualcun altro faccia per noi, pronti sempre, però, ad autocommiserarci e a lamentarci che in Sicilia non funziona mai niente. Ecco perchè ho deciso di fare i treni in Sicilia, impegnandomi con la rabbia di chi vuole dare dignità ai siciliani, vecchi e giovani, facendoli viaggiare con treni che siano decorosi

Significative anche il racconto di come la GMC è arrivata alla decisione di richiedere la licenza:

Nel 2007 decidemmo (...) di prepararci ad una eventuale decisione di Trenitalia di non arrivare più in Sicilia. Previsione che successivamente si è dimostrata non errata. Infatti, Trenitalia pare abbia già deciso che a breve fermerà in Calabria i convogli merci e lunga percorrenza

A questo punto Campione si chiede quello che tutti noi ci stiamo ora chiedendo: “E i treni passeggeri?

La risposta è che anche il servizio passeggeri passerà in mani siciliane. Risposta che è arrivata subito nella forma delle solite proteste dei sindacati che fanno finta di occupasi dei lavoratori mentre tremano al pensiero che il cordone ombelicale garibaldino che li lega la potere clientelare romano possa essere reciso. Ecco dunque prontamente diramato uno di quei comunicati farciti dal classico linguaggio delle grandi occasioni:

Preso atto dell’incombente pericolo di ennesima privatizzazione selvaggia e dell’assenza di volontà al confronto da parte di F.S., la presente assume titolo di attivazione delle previste procedure di raffreddamento che in caso di mancato riscontro sfoceranno in una prossima azione di sciopero.

Cosa si intenda dire con il termine “selvaggia” non riusciamo a capire. Cosa c'è di più selvaggio in Sicilia del servizio offerto dalle ferrovie dello stato?



Certo c'è chi non si sentirà tanto rassicurato dal sapere il servizio passeggeri in mani private, ma quanti preferirebbero invece continuare alle condizioni dettate da Trenitalia, il cui direttore (guarda caso) è un ex sindacalista? (Il che la dice lunga sul vero interesse dei capibastone dell'OrSA).

Nel caso dei treni poi il vero nocciolo sono i binari, che dovrebbero rimanere in mano pubblica. Anche quella siciliana, speriamo.

Il fatto che la GMC abbia “previsto” sin dal 2007 il disimpegno dello stato sembra confermare le impressioni ricavate dal susseguirsi di articoli “tagliati su misura” sui mezzi di comunicazione siciliani ed italiani. Esistono cioè degli ampi movimenti strategici volti a dotare la Sicilia di un proprio sistema logistico indipendente. Movimenti di cui oggi cominciamo a vedere indizi consistenti. A partire dal nome scelto dalla GMC per battezzare la nuova impresa ferroviaria: SRC, o meglio “Sicilian Railway Company”. Tutto un programma.

Un programma che può essere riassunto nelle righe di chiusura del pezzo di Pino Caruso:

“Non più treni da Catania o da Palermo, diretti a Torino, a Milano, a Venezia eccetera. L’isola sarà chiusa in se stessa e verrà praticamente staccata dal resto dell’Italia. Estero.”

Parole Sante.


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mercoledì, luglio 15, 2009

Roulette siciliana

E ci risiamo con il nucleare. La rincorsa italiana all'atomo è ri-cominciata grazie all'approvazione del Ddl sviluppo:

Il governo potrà pilotare l'Italia nel ritorno al nucleare. Avrà sei mesi di tempo per localizzare i siti degli impianti, potrà definire i criteri per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, dovrà individuare le misure compensative per le popolazioni che saranno interessate dalle nuove strutture. Per la costruzione di centrali, è noto, saranno necessari anni, ma l'iter sarà velocizzato. Viene poi creata una agenzia per la sicurezza del nucleare.

Non poche nel mondo politico sono le voci critiche. Il blog “Reverse Information” ne riprende alcune (“Passa il nucleare, alcune reazioni”, 9 luglio 2009).

Secondo il governatore dell'Emilia Romagna (Vasco Errani), “con l’approvazione del disegno di legge sullo sviluppo e in materia di energia il Governo abbia imboccato una strada sbagliata, dando per scontata una scelta, quella del ritorno al nucleare, su cui pesa la possibilità di un pericoloso passo indietro, in particolare sul versante ambientale, essendo irrisolto il problema dello smaltimento delle scorie radioattive”.

Invece, secondo il suo collega toscano (Claudio Martini), “La posizione della Toscana è scritta nel piano energetico regionale. Siamo contrari”.

Proseguendo poi con la Bresso (Piemonte): “Il nucleare e’ una scelta sbagliata dal punto di vista strategico, economico e anche della sicurezza per i cittadini”.

Fino alle critiche di Vendola (Puglia) (“Le centrali nucleari sono impianti a rischio rilevante. La Puglia vuole continuare a essere la terra delle rinnovabili, il parco delle energie rinnovabili piu’ interessante d’Europa.”) e De Filippo (Basilicata) (“La Regione Basilicata non si accoda alle espressioni di giubilo che da qualche parte si levano per l’approvazione definitiva da parte del Senato del ddl sviluppo. E non lo fa soprattutto in relazione al ritorno del nucleare: scelta inopinata ed avventurosa dal punto di vista della sicurezza, priva di ogni seria valutazione di fattibilita’ sul piano economico e tecnologico.”)

Una posizione netta, sembra. Vediamo ora cosa è successo in Sicilia.

Raffaele Lombardo si defila dichiarando che “Non abbiamo dato la nostra approvazione incondizionata – spiega – perchè ci sono alcuni aspetti da valutare. In particolare bisogna stabilire se il ritorno al nucleare possa portare dei vantaggi di tipo economico e che la tecnologia da utilizzare sia totalmente sicura. E’ un progetto molto impegnativo e per questo credo che sia fondamentale fare un referendum per capire se i siciliani sono d’accordo o meno” (Nucleare sì, nucleare no “In Sicilia ci vorrà un referendum”, LiveSicilia.it 10 luglio 2009)

Ma ancora più interessante è la posizione del più diretto interessato, il neo-assessore all'industria Massimo Venturi (“L’assessore Venturi sul nucleare: ”Si deve aprire il confronto”. LiveSicilia.it 11 luglio 2009) che prima dichiara “Penso che la realizzazione di una centrale nucleare di ultima generazione sia un fatto positivo, che ci permetterebbe di essere moderni e rimanere almeno per una volta al passo con i tempi.”, ma che poi chiude ritornando sui solchi del Presidente: “occorre coinvolgere in questa decisione tutti i siciliani, come ha detto il governatore Raffaele Lombardo” con un referendum sul cui esito non si può dubitare: NO.

Saltellando tra i levigati contorni di queste parole, la sostanza delle due dichiarazioni è esplosiva, in quanto l'esecutivo Siciliano non sta dicendo si o no. Invece sta puntualizzando a quello nazionale che “qui decidiamo noi” se sì oppure no. Una dichiarazione la cui forza risiede proprio nella in questa sottigliezza e che sbilancia in modo sensibile chi la pronuncia.

La stessa cosa è stata ribadita da Gianfranco Miccichè in una intervista rilasciata ad AffarItaliani.it e ripresa sul rinato blog personale:

Siamo una realtà, concreta, istituzionalizzata, e vincente. Ma lo siamo, per ora, solo in Sicilia.

Il Partito del Sud, ancora da formare, è già vincente in Sicilia. Anche qui, tra le parole, si vuole mandare lo stesso chiaro messaggio: “in Sicilia comandiamo noi”.

Queste "assunzioni di responsabilità" di Lombardo, Miccichè e Venturi stanno per essere messe duramente alla prova.

Nell'intervista il nostro, in una di quelle esternazioni così poco politiche che rendono così tanto “alla mano” la sua figura istituzionale, si sbilancia su Tremonti:

Tremonti vota Lega?
“Sicuro! E’ leghista, sfido chiunque a dimostrare che non ha votato Lega nelle ultime prove elettorali…”.


Un Tremonti che si dimostra poco accorto quando, messo all'angolo dagli eventi, rivela in tutta la sua interezza la natura delinquenziale di un altro progetto terroristico tanto amato da certi poteri “nordisti”: il piano rifiuti della Regione Siciliana.

Il recente bando per la costruzione degli inceneritori (bando ricalcante le vergogne cuffariane) è andato deserto, dando nei fatti mano libera a Palazzo d'Orleans che ora potrà (volendo) modificare il piano secondo linee più consone al territorio.

Prima di fare questo, si apprende ora che Lombardo abbia chiesto parere tramite una lettera di “interpretazione autentica” al gabinetto del Ministero dell'Economia romano. Il Tremonti manda a dire che sì, si può rifare tutto (nei fatti ammettendo la totale fallacia del precedente progetto) ma inserendo una clausola rivelatrice (“Appalti termovalorizzatori in Sicilia. Colpo di scena: una lettera di Tremonti lascia “mani libere” a Lombardo”, SiciliaInformazioni.com 14 luglio 2009):

“purché emerga dalla variante progettuale che il Governo regionale immagina debba prevedere una “parità di potenza energetica da produrre” secondo quanto era già previsto dal Piano Cuffaro.”

In pratica il ministero ammette non solo che il progetto Cuffaro non stava né in cielo né in terra, ma ammette anche che con i rifiuti quel progetto non aveva niente a che fare. Il vero nodo del tutto è la produzione di energia, rivelando il dolo esplicitamente.

Lo stato, tramite le finte crisi dei rifiuti innescate a comando con la compiacenza di dipendenti comunali che ritardavano senza motivo il pagamento di stipendi e tariffe, dei sindacati che subito dichiaravano lo sciopero nella raccolta dei rifiuti, e di giornalisti che si fanno trovare pronti con le macchine fotografiche, vuole trasformare il sud in una piattaforma per la produzione di energia e lo smaltimento di rifiuti prodotti altrove (stessa produzione di energia = stessa quantità di rofiuti da smaltire).

Lombardo (e in base alle dichiarazioni rilasciate in quell'intervista, anche Miccichè) sono chiamati a provare quello che hanno suggerito, cioè che qui comandano loro. E lo devono fare proprio in questa occasione, visto che il primo si è sbilanciato non poco.

L'enorme quantità di rifiuti che quei mostri richiederebbero “porterebbe in sè l’incognita di spogliare la Regione di ogni prerogativa, sia di programmazione del settore rifiuti, che di loro legittimo controllo diretto. Quindi, una parte strategica della filiera dei rifiuti finirebbe, esclusivamente, nelle mani di privati, legittimamente interessati a massimizzare il loro profitto, con riverberi non benefici sulle future aliquote Tarsu”

per questo il leader siciliano “pensa ad impianti di dimensioni sensibilmente più piccoli, parecchio meno costosi, più numerosi (da 4 a 6/7), ma soprattutto tecnologicamente di ultima generazione, e senza camino verticale. L’unica, materiale garanzia, che questi impianti non possano produrre un inquinamento eco-ambientale.”

(Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”, SiciliaInformazioni.com 4 luglio 2009)


Alla roulette degli inceneritori Lombardo e Miccichè puntano la faccia. I Siciliani si giocano la salute dei propri figli.

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venerdì, giugno 26, 2009

Il paradiso deve attendere

La mitica opera del Ponte sullo Stretto compie un passetto in avanti sul titolo di un articolo postato sul sito de La Sicilia il 19 giugno scorso (“Nel 2010 il via per il ponte”, che è già un ritardo rispetto alle dichiarazioni pre-elettorali) ma poi ne fa due indietro nel testo, dove Ciucci chiarisce che del ponte non vedremo la minacciosa ombra nemmeno nel prossimo futuro:

“Determinante l'accordo che abbiamo firmato con il contraente generale che prevede l'individuazione fin dall'inizio di opere propedeutiche, già previste dal contratto e di grande importanza per la viabilità locale, cantierabili già a partire dall'inizio del prossimo anno”

Ad iniziare nel 2010 saranno (forse) le opere propedeutiche al ponte. In realtà le uniche fattibili, visto che il ponte vero e proprio non lo faranno mai.

Non lo faranno mai perchè l'unico interessato a metterci i soldi è lo stato italiano per accontentare i vari Berlusconi, Ligresti, Impregilo. Nessuno fuori da questi vuole rischiarci un euro. Se è tanto importante per lo sviluppo dell'hub infrastrutturale mediterraneo chissà come mai le aziende cinesi non si sono fatte avanti includendolo nel contesto dello sviluppo del porto di Augusta e dell'aeroporto di Catania da loro caldeggiato. E chissà come mai i vari Berlusconi, Ligresti, Impregilo non si sono interessati al porto di Augusta o ad altre opere facenti parte di questo previsto hub (Vedi il post "Complotto terrorista").

Ora che il declino di Berlusconi è iniziato e che la Sicilia è in mano a poteri nemici di Bruxelles, non si vede da dove dovrebbero arrivare questi soldi. Dalla Lega, che oramai ha il nord Italia in pugno e che non ha mai nascosto la sua profonda avversione al progetto?

Certo è possibile che una volta levatisi dai piedi quelli di cui sopra, possano intervenire soggetti che al momento sono in attesa. Si vedrà.

Le nostre preoccupazioni verso il ponte oggi comunque appaiono esagerate. Anche perchè vi è qualcosa di ben più mostruoso del Ponte. Incombe ancora su di noi e sulle future generazioni lo spettro degli inceneritori. Uno spettro ben più terrificante degli sbancamenti di terra necessari per quelle “opere propedeutiche”.

Il mostruoso progetto degli inceneritori prese corpo quando Cuffaro fu appositamente nominato commissario speciale per l'emergenza rifiuti nell'isola.

Il progetto da costui licenziato prevedeva 4 inceneritori capaci di trattare circa 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti annue, a fronte dei 4 milioni complessivamente trattati in Italia al momento. Ed a fronte di un previsto carico di rifiuti da termovalorizzare in Sicilia di 600 mila tonnellate annue.

Non ci vuole molto a capire che ci apprestavamo a diventare la pattumiera d'Italia e forse d'Europa. Questo perchè, essendo in mano ai privati, quegli inceneritori devono assolutamente bruciare quella predeterminata quantità di rifiuti: nessuno potrà bloccarli, o saranno i cittadini a pagare la differenza alle aziende.

Ci apprestavamo o ci apprestiamo?

La commissione europea ha bloccato i bandi grazie ad una tecnicalità (tali bandi non sarebbero stati pubblicizzati adeguatamente e nel rispetto delle norme europee...), e dopo le elezioni la patata bollente è passata al nuovo governo, presieduto da Raffaele Lombardo.

La giunta da lui presieduta si è espressa accogliendo anche le altre richieste delle commissione europea riguardo alla tecnologia da usare, mentre lui stesso il 22 aprile ha usato parole forti (“Piano termovalorizzatori in Sicilia. Decisioni e retroscena. Il Governo Lombardo sceglie: l’ambiente e minor costi”, SiciliaInformazioni.com):

Decidete voi cosa fare di questa storia dei termovalorizzatori, per me tutte le soluzioni vanno bene. Mi basta che – ha spiegato- si rispettino pedissequamente le leggi europee e nazionali in materia di rifiuti, e non vi sia alcuna alea di attentato all’ambiente. A quel punto ha tirato fuori i fascioni di email , che hannom sommerso la Presidenza della Regione nell’ultima settimana. Quelli inviati su invito dell’Associazione “firmiamo” : più di diecimila. Che appunto gli chiedevano di rispettare le previsioni di legge, ed in particolare le ultime novità tecnologiche in materia di bruciatura dei rifiuti e le tabelle obbligatorie sugli obbiettivi da raggiungere in Sicilia nella raccolta differenziata.

Tutto bene quindi, sembrerebbe.

Tutto bene eccetto l'incipit. Quel pilatesco “Decidete voi” che gli ha permesso di scaricare tutto sull'ARRA (l’Agenzia regionale delle acque e dei rifiuti) e su Felice Crosta, il manager dell'agenzia:

La Giunta di Governo ha rimesso all'ARRA (l’Agenzia regionale delle acque e dei rifiuti) le ulteriori attività di definizione del procedimento amministrativo (ndr:iniziatosi con il bando di gara del 2002).

Felice Crosta è in realtà uomo vicino al PDL ed all'UDC. Quindi Lombardo non ha fatto altro che rimettere tutto nelle mani dei terroristi. Ed infatti, dopo pochi giorni, il 30 aprile, siamo punto e a capo (“Termovalorizzatori, la madre di tutte le battaglie politiche in Sicilia. Lo slalom di Felice Crosta”, SiciliaInformazioni.com):

Infatti, i nuovi bandi mantengono, formalmente, il sovradimensionamento complessivo (su tre impianti rimasti in gara) di circa due milioni di tonnellate annue (al netto del sito di Paternò che era capace di 660mila tonnellate annue) da bruciare. A fronte di una produzione verificata in tutta l’Isola, già nel 2004, di appena due milioni e mezzo. Per cui rimane la non considerazione della fisiologica diminuzione della produzione indistinta dei rifiuti, in ottemperanza della logica e degli obblighi di legge sulla raccolta differenziata per il riciclaggio dei rifiuti: che in Sicilia dovrebbe attestarsi obbligatoriamente al 60% entro il 2011.

Rimane fuori solo l'inceneritore di Paternò, il più controverso per la verità, per il quale, come ci ricorda Panzica sullo stesso articolo di SiciliaInformazioni.com, non si può accettare come opportuno ridimensionamento complessivo, il mancato decollo della nuova gara d’appalto per il sito SicilPower a Paternò (per i bacini delle province di Catania e di parte di quella di Messina).

C'è poco da fare: Raffaele Lombardo o non vuole o non può. Come nel caso di Paternò (dove la decisione di lasciar perdere sembra essere stata suggerita dalle accese proteste dei residenti, più che da reali perplessità tecniche) toccherà al popolo organizzarsi.

Anche perchè oltre al pericolo ambientale vi è anche quello economico: gli inceneritori vengono costruiti per usufruire dei (finti) incentivi ambientali CIP6. Ma chi ci assicura che con uno stato così indebitato e sull'orlo della bancarotta questi dureranno veramente 20 anni? Dovessero interrompersi, non credo che i cittadini del nord Italia vorranno pagare la differenza (giustamente). Quindi saremmo noi a dover pagare l'immondizia per 2 o 3 volte e poi ad avere indietro energia elettrica a prezzi ancora una volta maggiorati che dovremo comprarci per forza, visto che a quel prezzo non riusciremo mai ad esportarla verso nord.

Infine, per quanto riguarda il Presidente, sul “volere” non mettiamo parola. Ma sul “potere” i suoi limiti sono ovvi. Anche se lui ed il cavaliere hanno invertito le loro posizioni, ed ora è il siciliano ad avere la le carte migliori in mano, come dimostrato anche dagli accordi che sembrano essere stati raggiunti in queste ore, ciò non significa che gli sia possibile sbarazzarsi in un sol colpo sia dell'estraneo che di Cuffaro, soprattutto ora che i vari pupazzi Orlando, Fini e Di Pietro si sono raggruppati per un assalto finale (vedi il post “Sta per nascere il partito del sud, tra trappole ed insidie”, Comitati delle Due Sicilie 23 giugno 2009).

Siamo ancora tra due fuochi: quello dell'inferno, agitato dalle pagine dell'Economist che dedica un articolo agiografico a Fini ponendolo come successore del Pecoraio alla guida del PDL [*], e quelle degli inceneritori, attizzate dagli interessi privati dei compagni di merende dello stesso Pecoraio.

Nell'attesa, invece di girarci i pollici aspettando che il paradiso scenda sulla terra, non guasterebbe un bel po' di pressione in più sull'argomento a chi di dovere.

Nota: Leggi anche l'articolo “Rifiuti in Sicilia. Le prospettive di un affare da cinque miliardi di euro” di Carlo Ruta, giornalista ragusano famoso per il caso di censura del suo sito “accadeinsicilia.net”.

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[*] Ecco un piccolo estratto dall'articolo del settimanale britannico (Fini to the fore, 4 giugno 2009): “Negli ultimi mesi ha messo in discussione le dure politiche in materia di immigrazione del governo, ha implicitamente lamentato il ruolo attivo della Chiesa Cattolica in politica ed ha ignorato uno dei più durevoli tabù della destra tradizionale entrando in confidenza con degli attivisti omosessuali”.

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