Le buone notizie non vengono mai sole
Recentemente ci siamo occupati del subcontinente indiano e degli sviluppi che l'arrivo del “secolo asiatico” ha portato nell'area (Vedi il post “L'ingresso dell'India”).
Come detto, la vittoria alle elezioni del “Congress Party” di Sonia Gandhi e la contemporanea fine della guerra civile dello Sri Lanka hanno decretato la sconfitta dei piani americani per limitare l'influenza di Russia e soprattutto Cina nell'Oceano Indiano. Non solo: potrebbero anche aver fatto saltare i piani dei “liberali” di trasferire al colosso indiano il dovere di proteggere i volenterosi “ri-costruttori del tempio” grazie alle affinità politiche del BJP, il partito d'opposizione.
I media occidentali comunque si sono guardati bene dall'ammettere apertamente una così schiacciante sconfitta, che di fatto chiude la porta all'avventurismo anglosassone in Asia meridionale ed orientale. E pone dei seri dubbi sulle reali capacità di resistere in Asia centrale (leggi Afghanistan).
L'occidente ha, diciamo così, censurato momentaneamente la sconfitta elettorale indiana, parlando solo degli aiuti cinesi e russi all'ex isola di Ceylon e addirittura festeggiando l'esito della gigantesca tornata elettorale (la copertina dell'Economist riportata sopra dice testualmente “Buone notizie dall'India”). Su queste pagine avevamo però detto a chiare lettere che una così flagrante intromissione di Russia e soprattutto Cina nel subcontinente senza l'assenso del governo indiano era impensabile.
Nei giorni seguenti la fine delle ostilità contro le Tigri Tamil, l'occidente non è stato con le mani in mani ed ha cercato (inutilmente) di fare passare alle Nazioni Unite diverse mozioni che condannassero il governo cingalese per le supposte atrocità compiute (“After the slaughter”, 28 maggio 2009):
Il 25 maggio il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si è riunito per una sessione speciale sullo Sri Lanka a seguito di una richiesta tedesca per conto di 17 nazioni per lo più europee. I suoi membri hanno proceduto a respingere una risoluzione proposta volta alla condanna del governo dello Sri Lanka per il poco conto in cui aveva tenuto la vita dei civili.
Invece ecco quello che è successo:
Un altra risoluzione messa sul tavolo dal governo dello Sri Lanka, che encomiava il proprio impegno verso i diritti umani, è stata accettata con un voto di 29 a 12.
Notare chi ha votato, tra gli altri, per questa risoluzione: Russia, Cina, Pakistan e.... India! La coperta si fa sempre più corta.
Ma non è finita qui. Tra i firmatari troviamo infatti quello che fino a pochi mesi fa era il più importante alleato degli americani in medio oriente: l'Egitto.
E proprio in Egitto ieri Obama ha rilasciato un discorso così significativo che avrebbe potuto benissimo riassumerlo mettendosi a sventolare il foglio di carta come bandiera bianca (“Il discorso di Obama al Cairo”, Corriere.it 4 giugno 2009):
Nessun sistema di governo può o dovrebbe essere imposta su di una nazione da un'altra [precisamente quello che Inghilterra prima e Stati Uniti poi hanno fatto per 2-300 anni, ndr]. Questo non diminuisce il il mio impegno, comunque, verso forme di governo che riflettano il volere del popolo [Quindi, se il Popolo vuole la monarchia (ad esempio), così sia, ndr]. Ogni nazione dà vita a questo principio a modo suo, in un modo radicato nelle tradizioni del proprio popolo. L'America non presume di sapere cosa sia meglio per tutti, allo stesso modo in cui noi non presumeremo di scegliere l'esito di una elezione pacifica.
Il crollo dell'Unione Sovietica iniziò con un tracollo economico (ricordate le file per il pane?) ma in fin dei conti fu un crollo politico, il crollo del comunismo reale prima esterno (sconfitta dei regimi allineati) e poi interno (collasso della stessa URSS)
Il crollo economico americano è già un fatto (come si fa ancora a non vederlo, dopo che nei giorni scorsi anche la General Motors, la spina dorsale dell'economia americana, è fallita?). Abbiamo assistito in questi mesi al cambio di regime dei paesi allineati (perso l'Egitto, l'ultimo stato di un qualche peso ancora allineato interamente a Washington è l'Arabia Saudita). Aspettiamo nel giro di pochi mesi quello politico interno, cioè il crollo della democrazia intesa come sistema bipartitico a suffragio universale.
Torniamo all'Economist per cogliere ulteriori segnali di questo oramai prossimo crollo (nel caso in cui il discorso di Obama non sia convincente. Del resto sono ambedue portavoce degli stessi poteri...). Già lo scorso 16 maggio il settimanale britannico scriveva un pezzo dal titolo emblematico, “I dolori del parto” (“Birth pains”):
Si è sempre pensato che la Cina sarebbe dovuta andare verso il modello occidentale. Ma perchè non viceversa?
L'articolo apparentemente faceva riferimento al solo sistema economico. Ma questi non può andare in un verso mentre il sistema politico va dall'altro. E l'inizio dello stesso pezzo lascia intravedere proprio questa connessione chiamando in causa la cosiddetta “democrazia”:
In una democrazia (...) i creditori hanno il denaro e perciò l'orecchio dell'elite politica; i debitori di solito hanno i voti.
Una ammissione di colpa che confessa senza giri di parole la truffa del suffragio universale moderno non bilanciato da un potere controllore manifesto: il popolo vota, ma i politici ascoltano qualcun altro, e cioè i vertici del sistema finanziario.
Quale sarà il sistema politico verso cui ci dirigeremo dalle nostre parti di mondo? Nel medio termine si direbbe una sorta di monarchia costituzionale, un sistema in fondo nato in Sicilia circa 1000 anni fa. La stessa Nazione Siciliana poi lo perfezionò con la costituzione del 1848 in un modo radicato nelle tradizioni del proprio popolo Ma allora gli anglosassoni presumevano di sapere cosa fosse meglio per tutti.
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