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venerdì, giugno 05, 2009

Le buone notizie non vengono mai sole

Recentemente ci siamo occupati del subcontinente indiano e degli sviluppi che l'arrivo del “secolo asiatico” ha portato nell'area (Vedi il post “L'ingresso dell'India”).

Come detto, la vittoria alle elezioni del “Congress Party” di Sonia Gandhi e la contemporanea fine della guerra civile dello Sri Lanka hanno decretato la sconfitta dei piani americani per limitare l'influenza di Russia e soprattutto Cina nell'Oceano Indiano. Non solo: potrebbero anche aver fatto saltare i piani dei “liberali” di trasferire al colosso indiano il dovere di proteggere i volenterosi “ri-costruttori del tempio” grazie alle affinità politiche del BJP, il partito d'opposizione.

I media occidentali comunque si sono guardati bene dall'ammettere apertamente una così schiacciante sconfitta, che di fatto chiude la porta all'avventurismo anglosassone in Asia meridionale ed orientale. E pone dei seri dubbi sulle reali capacità di resistere in Asia centrale (leggi Afghanistan).

L'occidente ha, diciamo così, censurato momentaneamente la sconfitta elettorale indiana, parlando solo degli aiuti cinesi e russi all'ex isola di Ceylon e addirittura festeggiando l'esito della gigantesca tornata elettorale (la copertina dell'Economist riportata sopra dice testualmente “Buone notizie dall'India”). Su queste pagine avevamo però detto a chiare lettere che una così flagrante intromissione di Russia e soprattutto Cina nel subcontinente senza l'assenso del governo indiano era impensabile.

Nei giorni seguenti la fine delle ostilità contro le Tigri Tamil, l'occidente non è stato con le mani in mani ed ha cercato (inutilmente) di fare passare alle Nazioni Unite diverse mozioni che condannassero il governo cingalese per le supposte atrocità compiute (“After the slaughter”, 28 maggio 2009):

Il 25 maggio il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si è riunito per una sessione speciale sullo Sri Lanka a seguito di una richiesta tedesca per conto di 17 nazioni per lo più europee. I suoi membri hanno proceduto a respingere una risoluzione proposta volta alla condanna del governo dello Sri Lanka per il poco conto in cui aveva tenuto la vita dei civili.

Invece ecco quello che è successo:

Un altra risoluzione messa sul tavolo dal governo dello Sri Lanka, che encomiava il proprio impegno verso i diritti umani, è stata accettata con un voto di 29 a 12.

Notare chi ha votato, tra gli altri, per questa risoluzione: Russia, Cina, Pakistan e.... India! La coperta si fa sempre più corta.

Ma non è finita qui. Tra i firmatari troviamo infatti quello che fino a pochi mesi fa era il più importante alleato degli americani in medio oriente: l'Egitto.

E proprio in Egitto ieri Obama ha rilasciato un discorso così significativo che avrebbe potuto benissimo riassumerlo mettendosi a sventolare il foglio di carta come bandiera bianca (“Il discorso di Obama al Cairo”, Corriere.it 4 giugno 2009):

Nessun sistema di governo può o dovrebbe essere imposta su di una nazione da un'altra [precisamente quello che Inghilterra prima e Stati Uniti poi hanno fatto per 2-300 anni, ndr]. Questo non diminuisce il il mio impegno, comunque, verso forme di governo che riflettano il volere del popolo [Quindi, se il Popolo vuole la monarchia (ad esempio), così sia, ndr]. Ogni nazione dà vita a questo principio a modo suo, in un modo radicato nelle tradizioni del proprio popolo. L'America non presume di sapere cosa sia meglio per tutti, allo stesso modo in cui noi non presumeremo di scegliere l'esito di una elezione pacifica.

Il crollo dell'Unione Sovietica iniziò con un tracollo economico (ricordate le file per il pane?) ma in fin dei conti fu un crollo politico, il crollo del comunismo reale prima esterno (sconfitta dei regimi allineati) e poi interno (collasso della stessa URSS)

Il crollo economico americano è già un fatto (come si fa ancora a non vederlo, dopo che nei giorni scorsi anche la General Motors, la spina dorsale dell'economia americana, è fallita?). Abbiamo assistito in questi mesi al cambio di regime dei paesi allineati (perso l'Egitto, l'ultimo stato di un qualche peso ancora allineato interamente a Washington è l'Arabia Saudita). Aspettiamo nel giro di pochi mesi quello politico interno, cioè il crollo della democrazia intesa come sistema bipartitico a suffragio universale.

Torniamo all'Economist per cogliere ulteriori segnali di questo oramai prossimo crollo (nel caso in cui il discorso di Obama non sia convincente. Del resto sono ambedue portavoce degli stessi poteri...). Già lo scorso 16 maggio il settimanale britannico scriveva un pezzo dal titolo emblematico, “I dolori del parto” (“Birth pains”):

Si è sempre pensato che la Cina sarebbe dovuta andare verso il modello occidentale. Ma perchè non viceversa?

L'articolo apparentemente faceva riferimento al solo sistema economico. Ma questi non può andare in un verso mentre il sistema politico va dall'altro. E l'inizio dello stesso pezzo lascia intravedere proprio questa connessione chiamando in causa la cosiddetta “democrazia”:

In una democrazia (...) i creditori hanno il denaro e perciò l'orecchio dell'elite politica; i debitori di solito hanno i voti.

Una ammissione di colpa che confessa senza giri di parole la truffa del suffragio universale moderno non bilanciato da un potere controllore manifesto: il popolo vota, ma i politici ascoltano qualcun altro, e cioè i vertici del sistema finanziario.

Quale sarà il sistema politico verso cui ci dirigeremo dalle nostre parti di mondo? Nel medio termine si direbbe una sorta di monarchia costituzionale, un sistema in fondo nato in Sicilia circa 1000 anni fa. La stessa Nazione Siciliana poi lo perfezionò con la costituzione del 1848 in un modo radicato nelle tradizioni del proprio popolo Ma allora gli anglosassoni presumevano di sapere cosa fosse meglio per tutti.


Ma non stavamo parlando di Obama?

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lunedì, maggio 25, 2009

L'ingresso dell'India

Lo scuotimento del subcontinente indiano a causa della spinta provocata dal conficcarsi del cuneo americano in Afghanistan ha propagato le sue onde sino a lambire le nostre spiagge.

Gli attentanti del novembre del 2008 a Mumbai, con il loro epicentro di fronte alla “Gateway of India” tra l'Oberoi hotel ed la Nariman House, un centro culturale ebraico di cui gli stessi abitanti della megalopoli indiana ignoravano l'esistenza, hanno dato il via ad una serie di eventi che hanno trovato sbocco solo nei giorni scorsi, con la conclusione delle elezioni politiche nazionali.

Secondo la versione ufficiale degli eventi, quasi tutti gli attentatori sarebbero rimasti uccisi nella carneficina. Tutti eccetto uno, un certo Ajmal Amir Kasab che, catturato, ci ha tenuto a confessare la militanza degli assalitori in una organizzazione terroristica basata in Pakistan (Lashkar-e-Taiba).

Questa “sopravvivenza” è condita da una strana coincidenza. Durante lo svolgersi di quei drammatici fatti, fu diramata una foto di uno dei criminali che fu subito ripresa da tutti i media del mondo, con numerosi giornali che la riportarono in prima pagina ed in grande formato. Lo stesso fecero in Italia i siti dei maggiori quotidiani.

La coincidenza risiede nel fatto che proprio quello sarà l'unico degli assalitori a sopravvivere. Ed è accompagnata da un altro fatto inquietante: il sito del Corriere della Sera presentò quella ed altre foto ponendo in evidenza la presenza di un braccialetto arancione (vedi foto a lato) e sottolineando nel titolo come quello fosse un simbolo indù, e non musulmano (“Mumbai, il giallo del braccialetto”, Corriere.it 27 novembre 2008):

“Dubbi sono sorti a causa delle immagini di uno dei terroristi, un giovane in maglietta e jeans che porta al polso un bracciale sacro indù, usato come un segno di riconoscimento da alcuni militanti estremisti indù.”

Fatto ancora più strano, malgrado la cosa sia giudicata tanto rilevante da dedicargli il sottotitolo, nel testo poi si sbiadisce tutto: le righe riportate sono le sole a dare spiegazione.

Non si può certo credere che quello fosse un estremista indù solo in base ad una foto sgranata. Più che altro sembra che si sia mandato un segnale che spiegasse i meccanismi che avevano portato a quegli attacchi.

I meccanismi dietro agli attentati di Mumbai li svela dettagliatamente Hamid Gul, ex numero uno dei servizi segreti pakistani (ISI), oggi nemico di Washington (“We are paying a huge price for US friendship”, Gulf News 3 gennaio 2009):

Interrogato su quella che dovrebbe essere la migliore linea di azione del Pakistan, a seguito degli attentati di Mumbai, egli ha detto: «Dobbiamo pulire la casa dall'interno, ma ciò non significa repressione solo su Lashkar-e-Taiba chiamandoli “attori non statali” . Ci sono gli attori non statali come la CIA americana che operano liberamente in Pakistan. Non so a che gioco che stanno giocando. Per quanto ne sappiamo, potrebbero avere utilizzato il loro peso qui, addestrato alcune persone per lanciarle a Mumbai. Lo Special Service group , il gruppo “Spider”, il RAW Indiano [ala di Ricerca ed Analisi], il Mossad israeliano - tutti fanno i loro giochi qui. Abbiamo anche Blackwater qui per addestrarci. Voi pensate che essi addestrano solo la nostra gente, o anche altra gente che agiranno su loro mandato? Chi ci ha guadagnato dal dopo-Mumbai?»

Ci hanno guadagnato gli americani, che ora potevano sperare di destabilizzare un Pakistan che stava pericolosamente scivolando verso la Cina e che ora invece scivola verso l'implosione dopo l'assassinio di Benazhir Bhutto e l'estromissione di Musharaff.

Ed in India ci ha guadagnato l'opposizione interna, il cosiddetto BJP (Bharatiya Janata Party) o partito estremista Indù (ecco dove puntava quell'articolo del corriere...) che in vista delle elezioni poteva assediare con successo il “Partito del Congresso” di Sonia Gandhi.

Il BJP viene fondato nel 1980, ma rimane fuori dallo scenario politico internazionale sino al 1992 (un anno fondamentale per la storia, come sappiamo bene in Sicilia). L'evento che quell'anno tiene l'India con il fiato sospeso chiarisce molti punti.

Il 6 dicembre nella città di Ayodhya gli attivisti del partito demoliscono una moschea (la Moschea di Babri) per poi costruire sulle sue rovine un tempio Indù: l'artificiosità delle motivazioni addotte contribuisce a tracciare un parallelo terrificante con gli eventi palestinesi.

Il BJP raggiunge poi il potere nel 1998, quando Atal Bihari Vajpayee viene nominato primo ministro (fortunatamente un moderato), per poi perderlo nel 2004. Sono questi gli anni dell'esplosione di Bollywood in occidente e del miracolo della Information Technology. Gli Stati Uniti sembrano avere un feeling particolare con il governo degli “estremisti indiani” e Bill Clinton visita Hyderabad promettendo persino un circuito di formula 1.

L'attentato di Mumbai lancia la campagna elettorale di questi volenterosi “muratori”, appoggiati dall'alta finanza indiana e dallo “stardom” liberale Bollywoodiano ed Hollywoodiano, alleati nell'oscar de “Il milionario”. Secondo Gul l'obiettivo dei “neocon americani” è che “l'India deve diventare il bastione dell'area che dia protezione allo stato di Israele”, un programma tracciato sin dai tempi dei tragici fatti del 1992.

Se ancora qualcuno ha dei dubbi su chi abbia ordito gli attacchi, le seguenti parole del presidente pakistano Asif Ali Zardari dovrebbero fugarli:

«[I terrosisti che hanno compiuto gli attentati a Mumbai sono] apolidi, gente senza stato che vuole tenere in ostaggio il mondo intero» («I terroristi di Mumbai sono apolidi», Corriere.it 2 dicembre 2008)

Zardari sta accusando quell'Entità formata dagli apolidi leader della finanza globale che tramite il cuneo afghano ed in vista del collasso americano, tentano di intromettersi nel secolo asiatico in modo da poter continuare a pianificare la “ricostruzione del tempio” usando lo scudo indiano.

Dopo aver visto chi ci doveva guadagnare da questi attentati, vediamo chi ci dovrebbe perdere (oltre al popolo indiano e al partito di Sonia Ghandi).

Ahmid Gul dice anche questo: "Questo scenario (...) indebolirà la Cina”, la quale aveva già raggiunto accordi con il Pakistan per uno sbocco sul Mare Arabico (“Pakistan: cresce l'influenza cinese”, Effedieffe.com 18 luglio 2007):

Gli investimenti cinesi in Pakistan sono cresciuti di colpo dopo l'invasione americana in Afghanistan, ed oggi hanno raggiunto i 4 miliardi di dollari. (...) Il più grosso progetto - iniziato nel 2002, con stanziamento congiunto di 1,6 miliardi di dollari - è la costruzione del porto a Gwadar, un paesello sulla costa del Baluchistan che si sta trasformando in una base navale militare e commerciale di evidente importanza strategica per la protezione delle rotte delle petroliere che portano il greggio dal Golfo Persico alla Cina.

Ecco dove si trova il punto d'incontro tra India e Stati Uniti. Smantellando il Pakistan e inserendo l'esercito indiano in Afghanistan, si blocca l'espansione cinese verso il Golfo e verso il Mediterraneo.

La Cina non è stata a guardare. Il 2 gennaio 2009 il presidente dello Sri lanka, Mahinda Rajapaksa, annuncia la caduta di Kilinochchi, la capitale amministrativa dei ribelli Tamil.

Lo Sri Lanka è stato coinvolto in una crescente spirale di violenza sin dagli anni 80, quando le sedicenti Tamil Tigers (LTTE) cominciarono a seminare il terrore nell'isola spacciandosi per dei liberatori desiderosi di voler proteggere la minoranza Tamil dall'oppressione Cingalese con la creazione di uno stato autonomo, un'idea instillata nei Tamil sin dall'ottocento dagli inglesi secondo la loro tipica strategia della “crisi sociale” impiegata per dominare ed indebolire le popolazioni sottomesse.

Mentre nel giro di poche settimane il cappio si stringeva intorno alle ultime posizioni dei feroci ribelli, tutti i media occidentali (più la fintoaraba Al-Jazeera) cominciavano ad usare la solita litania dei “diritti umani”. Stranamente a parti invertite rispetto a quello che era da poco successo a Gaza, dove ad usare come scudo i civili, secondo la versione ufficiale occidentale, erano i ribelli di Hamas.

L'inarrestabile avanzata si ferma quando oramai il LTTE si trova confinato in pochi chilometri quadrati e la vittoria è ad un passo. Che cosa è successo? Le lamentele occidentali continuano a prefigurare stragi di civili: il governo cingalese si è dovuto arrestare di fronte ad una chiara minaccia diramata tramite l'ONU. Se avessero continuato, tutti i civili presi in ostaggio sarebbero stati sterminati dai valorosi ribelli tanto simpatici ai giornalistucoli pseudo-sinistroidi italiani.

Per capire il ricatto bisogna tornare in continente. La parte meridionale dell'India è occupata dal Tamil Nadu, la vera patria di origine dei Tamil dello Sri Lanka. Lì i politici locali hanno sempre usato la causa dei ribelli isolani come arma contro il governo centrale. Ed è grazie agli appoggi locali (e forse anche a quelli anglosassoni...) che il leader delle Tigri il 21 maggio 1991 riuscì ad assassinare nei pressi di Madras (la capitale dello stato del Tamil Nadu) il primo ministro indiano Rajiv Gandhi (marito di Sonia Gandhi).

Mantenendo alta la tensione nell'isola, si volevano influenzare le elezioni indiane favorendo indirettamente il BJP. Per questo la guerra civile doveva durare sino alla chiusura delle urne. Detto, fatto. Non appena il 16 maggio i risultati elettorali vengono diramati, i Tamil si arrendono. Il piano “occidentale” però sostanzialmente fallisce ed il partito dei Gandhi vince ampiamente sia sul continente che nell'isola con la fine delle ostilità.

In Europa si scoprono le carte. Il Financial Times il 16 finalmente rivelava che “Pechino in pochi anni è diventato un fornitore d'armi e d'aiuti cruciale per lo Sri Lanka” (“Tigers' harsh taming”, 16 maggio 2009).

Mentre l'Economist lo fa pochi giorni dopo, dovendo ammettere a denti stretti che il governo cingalese poteva rispondere picche agli ipocriti richiami occidentali “nascondendosi dietro l'appoggio diplomatico di Russia e specialmente Cina” (“Tainted Triumph”, The Economist 21 maggio 2009). Ma tacendo sul fatto che senza il benestare del governo indiano Russia e Cina non avrebbero mai potuto osare tanto: ammettere questo avrebbe voluto dire ammettere una disastrosa sconfitta in tutto il subcontinente.

Sarà per questo “nascondersi” che le comunità Tamil in Sicilia hanno più volte chiesto aiuto al leader in pectore di una nazione pienamente inserita in questo gioco (“Genocidio nello Sri Lanka, I Tamil protestano davanti alla Rai di Palermo”, SiciliaInformazioni.com 10 aprile 2009):

I Tamil hanno scritto anche una lettera al governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, che, nei mesi scorsi, aveva espresso parole di solidarietà nei confronti della comunità di minoranza nello Sri Lanka.

Evidentemente ne sanno più degli stessi siciliani, e capiscono che quella è la porta a cui bussare per essere ascoltati a Mosca.

Forse i suggerimenti erano arrivati da Washington, visto che anche gli americani avevano inviato a Palermo la loro bella minaccia con il solito strano tempismo (“Allarme Usa, terrorismo a Palermo”, SiciliaInformazioni.com 10 dicembre 2007): “Attenti, quell’ufficio dei tamil in pieno centro finanzia il terrorismo internazionale”

L'India ha fatto il suo trionfale ingresso nel secolo asiatico.


Il BJP incontra Washington dopo gli attentati di Mumbai all'ombra di un fascio di rose rosse


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venerdì, marzo 07, 2008

I bambini di Cavour

«Nè va sottaciuto il fatto che il concetto di koinè si trascina dietro il pregiudizio che il dialetto regionale sia una lingua e non un dialetto. Conseguenza innocua, se dietro al concetto di lingua non stia spesso (o non sia stato) quello di nazione»
Salvatore C. Trovato


Il cavo sottomarino che presto unirà direttamente la Sicilia all'India potrà mai fare sentire ai Siciliani i battiti di una nazione che ha finalmente ritrovato la sua libertà, anche se ancora alle prese con i guasti ereditati dal dominio coloniale?

Thomas Babington Macaulay, primo barone di Macaulay, nacque il 25 ottobre 1800 da una famiglia scozzese emigrata in Inghilterra dalle highlands.

Macaulay fu poeta e storico, dedicandosi e pubblicando libri contenenti ballate ed episodi eroici della storia romana.

Fu anche un politico di un certo spessore e divenne membro del parlamento britannico.

L'apice della sua carriera lo raggiunse però grazie alle cariche che ricoprì nei vari organi preposti al governo coloniale dell'India. Anzi si può senza ombra di dubbio affermare che fu lui il vero conquistatore del subcontinente.

Egli andò in India nel 1834 e secondo i libri di storia patria creò le gloriose basi sulle quali fu costruita l'India coloniale bilingue, convincendo il governatore a soppiantare le lingua ufficiali di allora (arabo e sancritto) con l'inglese nel sistema educativo indiano.

Ecco come perorò la sua causa di fronte al parlamento britannico il 2 febbraio 1835:

“Ho viaggiato attraverso l'India in lungo ed in largo e non ho visto ombra di straccione o di ladro. Ho visto una tale ricchezza in questa nazione, valori morali cosí alti, gente di un tale calibro, che non penso potremo mai conquistarla a meno che non spezziamo la vera e propria spina dorsale di questa nazione che é il suo patrimonio spirituale e culturale, per cui propongo di rimpiazzare il suo antico sistema educativo, la sua cultura. Perché se gli indiani pensano che tutto quello che sia straniero ed inglese é buono e sia migliore del loro, essi perderanno la loro autostima, la loro cultura e diventeranno quello che noi vogliamo che siano, una nazione sottomessa.”

Ancora oggi con il termine “Macaulay children” (I bambini di Macaulay) si indicano quegli indiani che adottano la cultura occidentale come modello o che dimostrano comportamenti influenzati dai colonizzatori.
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domenica, marzo 02, 2008

All'età del doppino

Internet è comunicazione. La comunicazione è informazione. L'informazione non è altro che dati. Ed i dati sono quelli sui quali si prendono le decisioni. Politiche ed economiche.

L'arrivo della rete ha moltiplicato i flussi di informazione (e quindi di dati) e li ha velocizzati sino a renderli praticamente istantanei. Ma ha anche complicato la loro gestione e li ha resi più vulnerabili.

Sino a pochi anni fa i “dati” erano custoditi in biblioteche, schedari, librerie, negli armadi degli uffici pubblici. I luoghi in cui l'informazione si conservava erano difficilmente accessibili per chi non viveva in prossimità di essi.

Oggi tutta quella massa statica è stata trasformata in sequenze di 0 e di 1 ed è stata riversata in rete. Potremmo dire che sia stata dinamicizzata ad un livello tale da essere diventata comunicazione. Il sapere con internet viene “comunicato” senza sosta causando un accelerazione dei processi decisionali inaudita ed una esclusione inappellabile dalle forze produttive di chi non riesce ad avere accesso ed a gestire tali flussi comunicativi continui.

E le strutture atte a questa “comunicazione” perenne sono diverse rispetto alle austere biblioteche di una volta. I dati sono raccolti nell'equivalente digitale di quelle biblioteche (i server), ed hanno poi bisogno di autostrade dedicate, di sistemi di trasporto sicuri ed efficienti: il flusso informativo è oggi assolutamente mercificato e come ogni merce si muove attraverso le sue vie di comunicazione, strutturate come quelle atte al trasporto delle merci tradizionali. Ed i principali assi di questo sistema sono i cavi telefonici sottomarini.

Queste vie di comunicazione possono e devono essere trattate alla stregua di tutte le altre infrastrutture, e come per le vie di comunicazione tradizionali, quando c'è da scegliere il luogo in cui piazzare il nostro quartier generale faremo di tutto per rimanere il più vicino possibile agli assi principali.

Per essere sempre capaci di prendere le decisioni giuste al tempo giusto i dati che ci interessano devono poter viaggiare in tutte le direzioni ed essere sempre disponibili 24 ore su 24 al riparo da eventuali distacchi o interruzioni che possano compromettere una o più delle vie di comunicazione principali.

Un esempio di quanto importante sia oggi il costante flusso di informazioni per l'economia mondiale si è avuto lo scorso 30 gennaio quando una serie di incidenti nel mediterraneo orientale e nel golfo persico hanno isolato per giorni intere aree del medio oriente, mettendo allo stesso tempo in crisi le attività di tutte quelle aziende occidentali che hanno bisogno per la loro attività del continuo contatto con quelle aree (si pensi alla delocalizzazione dei servizi telefonici in India).

La disposizione dei cavi sul fondo del mare per forza di cose ricalca quella delle grandi rotte navali di superficie, collegando due nodi con il percorso più breve percorribile tutto l'anno (non avrebbe senso affidarsi ad un cavo poggiato sotto il polo nord in quanto sarebbe virtualmente impossibile da riparare in caso di guasto). Ed i nodi non sono diventati altro che hub logistici della comunicazione, degli “hot spot” dove tutti vorrebbero piazzare non solo i loro server (le biblioteche digitali) ma anche centri di comunicazione, aziende di servizi globali, centri di ricerca.

L'8 febbraio a Roma alcuni colossi della telecomunicazione mondiale hanno firmato un accordo per la posa di un lunghissimo cavo (13.000 km) per le comunicazioni che permetterà di dare più spazio al traffico dati tra l'Europa e l'oriente. Il cavo partirà da Mumbai (la Bombay degli inglesi: gli indiani al contrario dei Siciliani si sono ripresi la loro storia...) e riaffiorerà in superficie nientemeno che... a Catania!

E questa non è una novità: basta dare uno sguardo alla cartina qui sotto (tratta da The Economist) per rendersi conto di come la Sicilia è già uno dei più importanti nodi mondiali della comunicazione, e si appresta a diventarlo sempre di più a causa della dipendenza dalla rete del moderno sistema economico globale.

Un server posizionato in Sicilia non potrebbe mai rimanere completamente isolato dalla rete, a meno che non sia la stessa rete nella sua interezza a smettere di funzionare.

La ricaduta economica da una tale situazione dovrebbe essere immensa. Oltre ai posti di lavoro, il costo delle telecomunicazioni e della connessione ad internet dovrebbe essere per i Siciliani vicino allo zero. E per le nostre aziende la possibilità di fare affari ovunque ed in qualunque momento passando per il canale principale.

Credo sia inutile ricordarvi quale sia invece la situazione attuale, con aziende che operano a livello globale (sì, ce ne sono in Sicilia. Anche se preferiscono rimanere nell'ombra) e che non dispongono neanche di una adsl. Il sole 24 ore Sud un paio di anni fa riportò il caso dei Vivai Faro di Riposto. L'azienda, un leader mondiale nella vivaistica delle piante mediterranee e tropicali, non disponendo di una linea adsl per mancanza di copertura locale aveva dovuto rinunciare a partecipare ad un appalto nell'emirato arabo di Dubai per l'impossibilità di mandare i documenti in tempo tramite il doppino telefonico!!!

Ma per fortuna ora ci fanno il ponte. Il manager di una azienda di Riposto per partecipare ad un appalto a Dubai invece di perdere tempo con il doppino telefonico, potrà tranquillamente salire in macchina, attraversare lo stretto comodamente senza aspettare il traghetto e poi farsi un bel viaggetto attraverso lo stivale, i Balcani, l'Iraq. E poi magari raccontare la sua avventura in diretta su una delle trasmissioni pseudo-ambientaliste della rai. Famosi grazie al ponte. Questo si che è sviluppo.

Ovviamente, nel frattempo la Telecom Italia continuerà a firmare contratti insieme alle più grosse aziende del pianeta per posare cavi tra la Sicilia e l'oriente. Tanto per loro la Sicilia è gratis. E noi non ce ne accorgiamo nemmeno, impegnati come siamo a scaricare una email da pochi kilobyte con il doppino.


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