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sabato, febbraio 26, 2011

Surriscaldamento globale

Il Financial Times del 19 febbraio scorso pubblicava una vignetta (visibile in fondo a questo post) nella quale veniva raffigurato l'effetto domino dovuto alle ribellioni che si stanno propagando in alcuni paesi arabi. A sinistra una folla inferocita che brandisce cartelli con slogan in inglese precipita gli eventi facendo crollare le tessere di Tunisia ed Egitto. Dall'altra parte, all'estrema destra, troviamo la tessera italiana che cadendo schiaccia Berlusconi.

L'immagine presenta dei particolari interessanti. Innanzitutto non sono italiani quelli che protestano chiedendo a qualcuno di andare via subito (“Go now”), ma arabi, e lo si può vedere dalle facce, dal colore della pelle e sopratutto dalla donna velata di nero. La sequenza di eventi raffigurata suggerisce quindi che le proteste nel mondo musulmano finiranno per coinvolgere il primo ministro italiano.

In secondo luogo, non è solo Berlusconi destinato a rimanere schiacciato: lo stesso stato Italiano, rappresentato dall'ultima tessera a destra, sembra dover soccombere alla pari di quelli di Tunisia, Egitto e probabilmente Libia.

Infine, la cosa più stuzzicante è che la tessera che provoca il collasso dell'Italia è denominata “Libia”.

Alla voce “Freedom fries” la wikipedia da la seguente definizione:

Freedom fries è un eufemismo per French Fries [Patatine fritte in inglese, ndt] usato da alcuni negli Stati Uniti a causa dei sentimenti anti-francesi sviluppatisi durante la controversia sulla decisione americana di lanciare l'invasione irachena nel 2003. La Francia alle Nazioni Unite presentò una ferma opposizione all'invasione

In un mondo in cui le risorse scarseggiano in confronto al fabbisogno dei suoi abitanti, la violenza è destinata ad apparire come arma della disperazione. Una violenza che non riuscirà lo stesso ad evitare l'implosione del sistema stesso. Quel sistema esiste ed è chiamato occidente, e la risorsa vitale che oggi appare come scarseggiante è il petrolio (si veda il post “Tutti a piedi”).

Le crepe nel fronte occidentale dovute alla mancanza dell'oro nero apparvero prepotenti in occasione della guerra in Iraq: la Francia con la sua opposizione cercava di difendere i contratti della Total. Il contrasto fu popolarizzato negli USA con la storia delle “Freedom fries”. In quel caso comunque il peggio (nella forma di un confronto militare diretto tra i transalpini ed gli americani) fu evitato ed i francesi ingoiarono il rospo (e la perdita dei contratti).

Oggi, invece della Francia, troviamo schierata in prima linea l'Italia. Il motivo è però lo stesso: Roma cerca di difendere i suoi interessi petroliferi nel deserto libico.

Una parte rilevante della stampa italiana si è ritrovata unita nell'additare l'ombra di Washington dietro le rivolte arabe. Lo ha fatto Il Sole 24 Ore (“Dietro le rivolte in Medio oriente (come per la Serbia nel 2000) c'è un signore di 83 anni che sta a Boston”), oltre che Il Giornale di Berlusconi (“Libia e Gheddafi: cosa c'e' (davvero) dietro la rivolta”, 22 febbraio).

La differenza rispetto al 2003 è che questa volta siamo più vicini ad un aperto confronto militare tra le due fazioni occidentali: l'Italia ha subito messo in allerta le sue forze in Sicilia, prendendo a pretesto una possibile azione di rappresaglia da parte di Gheddafi ed il rischio di un'ondata di profughi, due eventi comunque improbabili visto che né gli USA, né i loro alleati islamici hanno interesse a provocare un confronto, ma solo a papparsi potere e petrolio.

Maroni dal canto suo ha richiesto l'aiuto UE, ma non quello della NATO che di fatto è di stanza in Sicilia e potrebbe intervenire subito. In più proprio ieri ha dato autorizzazione ad usare la base di Sigonella solo per scopi umanitari, intendendo così dire che gli americani non potranno dare supporto militare ai ribelli in Libia a partire dal territorio italiano.

L'economia padana è allo stremo, ed un piccolo strappo in più la porterebbe al collasso. Quello strappo, stando alla vignetta, è proprio la perdita della Libia. Una perdita che non porterebbe giù soltanto Berlusconi, ma tutto il nord Italia e con esso lo stato Italiano.

L'Italia sarebbe la prima vittima illustre a cadere a causa della scarsità di petrolio. Ma non sarà l'ultima, ed è per questo che assistiamo a questo surriscaldamento globale dei nervi. Gli stessi USA sono tanto disperati da aver accettato l'alleanza con i partiti islamici pur di assicurarsi una qualche fonte di approvvigionamento di Petrolio dopo la perdita dell'Asia. La Gran Bretagna sta già pensando a forze speciali per difendere i contratti della BP, e la UE dal canto suo vuole mobilitare non meglio precisati “Battle Groups”. Tutti sono pronti a saltare al collo dell'ENI (e della padania).

La Sicilia nel frattempo si trova nel mezzo, pur non avendo le gravi preoccupazioni dei padani riguardo alle risorse energetiche. Raffaele Lombardo, all'opposto del governo italiano, ha però scelto tra le righe di appoggiare l'intervento militare attaccando l'UE e chiedendo alla NATO di usare la forza contro Gheddafi se necessario (Sigonella base umanitaria "L'Europa ci deve aiutare", LaSiciliaWeb.it 25 febbraio 2011):

"La Nato, l'Unione europea, le Marine militari intervengano in Libia, anche con la forza, per aiutare il popolo nel loro territorio, sottraendolo al massacro di Gheddafi ed evitando che migliaia di persone fuggano dal Paese. La Sicilia, il Mezzogiorno, l'Italia da soli non ce la possono fare a reggere quello che viene già definito come un esodo biblico. Purtroppo, in questo momento l'Europa non c'è, è assente, ed è penoso"

Il nuovo Regno di Sicilia (o delle Due Sicilie?) non può attendere.

Quale tessera verrà a sua volta destabilizzata dall'Italia?

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giovedì, dicembre 02, 2010

Il nostro uomo al Cremlino

Commentando sull'affare “wikileaks” durante una intervista per il Larry king Show sulla CNN, il primo ministro russo Vladimir Putin, dopo aver “pregato” i diplomatici statunitensi di essere più cauti con la loro corrispondenza, suggerisce che quei file siano stati creati con il preciso intento di raggiungere determinati scopi politici (“Our spies compare favorably to US ones” – Putin parries with King, RussiaToday.com 2 dicembre 2010).

E con questo la potremmo anche chiudere lì, con questi “wikileaks”. Solo che all'improvviso nella faccenda è stato tirato in ballo un certo Ciancimino, figlio del più famoso sindaco di Palermo.

Tanto per fare un po' di mente locale, vi ricordo che questo Cincimino è quella “gola profonda” che tutti scansano anche se non ne sanno il perchè. Si ricorderà infatti che costui è finito sulle pagine dei giornali per la storia del supposto tesoro del padre. Storia che non si sa bene dove sia arrivata. E di cui non si capiscono alcuni risvolti. Perché non succede la stessa cosa, per esempio, a Bobo Craxi? Con che soldi fa politica costui?

Ma lasciamo perdere, per ora.

Lo spunto per queste poche righe viene invece dalla strana domanda che i giornalisti hanno posto al Ciancimino dopo il moscio scoppio del petardo “wikileaks”:

Ciancimino, non esageri: dopo la trattativa Stato mafia, ora ci vuole spiegare pure la trattativa Putin-Berlusconi sul gas, non le sembra un po’ troppo? Ma il figlio dell’ex sindaco di Palermo spiega: “Io sono stato prima un protagonista e poi una vittima di quella trattativa. Wikileaks riporta la nota degli americani in cui si parla del mediatore italiano che parla russo? Tutti si chiedono chi sia. Bene, io “il mediatore” lo conosco bene, si chiama Antonio Fallico, e chi me lo ha presentato lo definiva ‘la chiave per Gazprom ‘” (Un siciliano fra Berlusconi e Putin. Ciancimino: “E’ Antonio Fallico”, LiveSicilia.it 30 novembre 2010)

Per qualche dettaglio su Antonio Fallico, l'uomo misterioso che tutti conoscono visto che si trova dedicati articoli su tutte le maggiori testate italiane oramai da anni, rimando ad altre pagine, come quella specifica del sito “Brontesi nel Mondo” (www.bronteinsieme.it).

Il punto qui è che se questi file sono stati preparati di proposito come suggerito da Putin, il riferimento al brontese illustre non può essere casuale.

Siamo sempre nel solito circolo: il tramite tra Berlusconi e la Russia è la Sicilia, nel senso che i russi trattano con Berlusconi perchè sono interessati alla Sicilia, dove hanno anche altri agganci. Il file di Wikileaks cita il particolare di Fallico per puntare il dito verso il più complesso disegno alle spalle di tutto.

Tornando a Ciancimino, ecco cosa aggiunge riguardo alle trattative sul gas:

Io l’ho conosciuto prima del mio arresto quando per primo avevo capito le potenzialità del business dell’energia e trattavo con Gazprom per importare il gas dalla Russia. Ero a un passo dalla conclusione, poi mi hanno indagato e l’affare se lo sono preso gli amici di Berlusconi”.

Così Berlusconi si è inserito di prepotenza in uno di quei legami tra Sicilia e Russia che dicevamo. E così Ciancimino ha potute dire apertamente il vero motivo dei suoi guai giudiziari, iniziati quando la sua Fingas stava per chiudere l'accordo con Gazprom sulle forniture di gas in Italia addirittura scavalcando l'ENI, avete capito bene (“L’uomo del gas” Il fatto quotidiano, 29 novembre 2010).

Bobo Craxi può dormire sonni tranquilli, visto che lui di gas non se ne intende.

Stiamo parlando di cose enormi. E su queste cose enormi a quanto pare Putin si fida più dei Siciliani che di Berlusconi, che per lui in questo caso è soltanto un ripiego.

Quale sia lo scopo politico degli americani qui ognuno può immaginarlo da solo, anche se non credo ci sia dietro tanto la voglia di difendere la Sicilia, quanto quella di preservare l'Italia unita.

Chiuso il semicerchio russo, vediamo ora di chiudere brevemente quello siciliano.

La storia della Singas è estremamente complessa ma caso (?) vuole che per un certo periodo il difensore di tal Gianni Lapis, socio nella stessa Singas e sospettato dagli inquirenti di essere prestanome del Vito Ciancimino, sia l'avvocato Palermitano Giovanna Livreri, di cui Il Consiglio si è già occupato (si veda il post “Il pecoraio ha versato il latte”).

Ebbene, la Livreri è anche uno dei più importanti referenti in Patria de L'Altra Sicilia, l'associazione sicilianista di Francesco Paolo Catania con sede a Bruxelles.

Il che ci fa scorgere tra i vari attori della vicenda se non un collegamento fisico continuo, per lo meno una sorta di collante ideologico. Un collante a tre gambe.

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Per i clamorosi dettagli politico-legali della vicenda rimando ad un'intervista che la stessa Livreri ha rilasciato a suo tempo a L'Altra Sicilia.

Altri dettagli sono contenuti nel post "Il bisogno del mito" ed articoli collegati in fondo, sempre dal sito de L'Altra Sicilia

Post correlati:
Il pecoraio ha versato il latte
A Bocca aperta

Nella foto in alto, Fallico insieme a Putin.



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lunedì, novembre 22, 2010

Gli schiavi

Il vero valore di un conflitto sta nel debito che genera. Se controlli il debito, controlli tutto quanto. E questa è la vera essenza dell'industria bancaria: fare tutti noi, sia che siamo nazioni o individui, schiavi del debito

Così Luca Barbareschi – Berlusconi nel film “The International” risponde agli investigatori curiosi di sapere cosa ci guadagnasse una banca nel fare da mediatore per una compravendita di armi leggere costruite in Cina.

Se nel film si dicesse la verità, dovremmo dedurne che chi debiti non ne ha o chi cerca con successo di tirarsi fuori dal debito è nemico di questo sistema finanziario globale e globalizzante.

La figura qui sotto mostra l'ammontare del debito pubblico per nazione in valore assoluto. Quello che notiamo subito è che i paesi più indebitati (marrone) sono quelli occidentali.



Il valore assoluto del debito potrebbe però trarre in inganno. Forse la mappatura in base alla percentuale del debito rispetto al prodotto interno lordo è più trasparente:



Mentre le nazioni occidentali continuano ad essere tra le più indebitate, vi sono nazioni come la Cina e la Russia la cui posizione migliora notevolmente, nel senso che sono tra quelle che più facilmente possono ripagare il loro debito (consideriamo anche che questi sono dati resi pubblici dalla CIA, la quale potrebbe avere la propensione a mettere in cattiva luce certe nazioni piuttosto che altre).

Infine, l'ultimo grafico mostra il bilancio tra esportazioni ed importazioni delle varie nazioni o, in altre parole, mostra quali nazioni sono capaci di avere un bilancio attivo e pagare il loro debito e quali invece sprofondano sempre più in basso:



Tra i paesi in attivo troverete invariabilmente quasi tutti quelli “nemici” dell'occidente, dalla Cina, alla Russia, all'Iran, al Venezuela, alla Libia. Le due cose sono forse correlate?

La lista completa paese per paese mostra in testa la Cina, mentre in fondo il paese nelle peggiori condizioni sono gli USA, che seguendo il discorso del film sarebbero anche il paese più schiavo del mondo. In altre parole, gli Stati Uniti non sono un paese sovrano ma controllato da chi ne detiene il debito, quindi dalla Cina e da un piccolo gruppo di persone che tengono le leve dell'alta finanza e che dicono ai vari Bush ed Obama dove devono andare a fare le guerra per i loro interessi privati (non certo quelli dell'America come nazione), che poi significa per creare debito.

Quello che il regista del film cerca di dire è che questi signori, succhiato tutto quello che c'era da succhiare in America, stanno ora cercando di mettersi in mezzo tra la Cina ed il resto del mondo. Se ci riusciranno, se riusciranno a diventare i “broker” della Cina, i loro intermediatori, prima o poi riusciranno ad imporre alla Cina le guerre (e quindi il debito) ripetendo lo stesso giochetto a suo tempo fatto con gli USA: quello di fare lievitare il livello di vita di tutti i cittadini e poi minacciare all'improvviso di bloccare tutto e creare un tale malcontento popolare da distruggere la stessa nazione.


Barbusconi

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giovedì, marzo 11, 2010

La legge del 1971 è uguale per tutti

Sigonella sì, Sigonella no. Pochi giorni fa è spuntata la notizia secondo la quale 62 lavoratori siciliani stavano per essere licenziati dalla base americana situata nella Piana di Catania (“Licenziamenti nella base di Sigonella. L'assessore Capuana [a lato, ndr] scrive a La Russa.”, SiciliaInformazioni.com 4 marzo 2010)

La notizia di per sé diceva già tutto. Il numero non è tanto piccolo: ogni unità lavorativa locale, occupata per esempio nelle mense o in altre mansioni d'ufficio, fornisce supporto ad un certo numero di soldati USA. Anche solo ponendo il rapporto sulla scala di 1 a 10, avremmo una riduzione del personale di stanza in Sicilia di circa 600 unità.

Nulla di sorprendente, da tempo era stato segnalato come un accordo tra Russia e USA nel Mediterraneo avrebbe incluso anche la dismissione di Sigonella (si veda il post “Tutte le scarpe del presidente”). L'accordo è finalmente stato concluso (si veda il post “Il compromesso”), come segnalato dalle smancerie scambiate tra Lombardo e gli ambasciatori di Israele e Stati Uniti [*]. Sigonella dovrebbe quindi avere le ore contate.

Oggi arriva quella che crediamo essere la conferma di ciò attraverso una fonte che più autorevole non potrebbe essere su questo caso: il blog dello stesso Presidente Raffaele Lombardo che titola “La Regione vicina ai lavoratori di Sigonella”.

L'articolazione del post è difficile da fraintendere:

Questi lavoratori godono già di un diritto importante. Una legge nazionale del 1971, infatti, prevede che, in caso di dismissioni delle basi USA in Italia, i dipendenti sarebbero assunti nei ruoli dello Stato

Sigonella sì, ma vogliamo vederci atterrare aerei siciliani.

Acqua alta a Sigonella: gli americani ne approfittano per prendere il largo


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[*] Corollario dell'accordo USA-URSS sembra essere la rinvigorita battaglia tra Miccichè e Lombardo (si veda il post “Il libro enigmistico”). Il primo sembra aver trovato nuovo supporto dai lealisti, che a questo punto non possono fare altro che buon viso al cattivo gioco di Gianfranco. Il secondo nel frattempo si era già preparato cominciando lo spostamento a sinistra.
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venerdì, marzo 05, 2010

Il libro enigmistico

A Miccichè lo stiamo tutti aspettando al passo. La sua bella mossa falsa prima o poi la deve fare.

Dove vuole arrivare in fondo lo sanno tutti: Gianfranco vuole prendersi il posto di Lombardo a Palazzo d'Orleans e da lì partire alla conquista del Sud. Il problema semmai è un altro: come ed insieme a chi (altri avrebbero scritto “per conto di chi”...) voglia mai fare tutto questo.

La sua battaglia la conduce con l'energia di un giovanotto. Attaccato dai giornali cosiddetti “di sinistra”, da Repubblica a l'Unità, per la prima volta lo abbiamo visto sbraitare in modo poco composto. E per la prima volta invece di rivelarci qualcosina, come fa di solito, ha semplicemente negato gli addebiti con toni accessi e coloriti: “Proprio ieri è stato consegnato all’ordine dei giornalisti una villa confiscata alla mafia, covo dell’ultimo periodo di latitanza di Totò Riina: non me ne vogliano i giornalisti seri e onesti, ma credo che sede più appropriata non potesse essere scelta”, ha urlato dal suo blog (“E' tutto falso”, 17 febbraio 2010). Riguardo ai giornalisti non ha certo tutti i torti.

Ma il punto rimane oscuro: qual'è il vero motivo dell'attacco? Che cosa non si vorrebbe che Miccichè faccia, così tanto da fargli meritare l'onore di una piccola gogna mediatica? Ora che Lombardo ha promesso di governare con il PD esplicitamente in giunta, vai a capire da che parte arriva l'attacco!

Perché se quando lo si guarda da lontano tutto sembra chiaro su Miccichè, avvicinandosi il quadro va fuori fuoco. Gianfranco è o no il figlio di Berlusconi? Si. Ma resta il fatto che la parabola discendente di Berlusconi, oggi a pochi centimetri dal tonfo finale, è iniziata quando a Palermo quoque lui decise di appoggiare Raffaele Lombardo in vista delle europee. Potremmo discuterne quanto volete, ma della verità su questo punto non si sarà mai sicuri: l'eutanasia politica era stata preventivamente autorizzata dal “padre” nel caso in cui avesse perso la facoltà di muoversi liberamente o no?

Misterioso è anche il suo coinvolgimento nell'affaire Banco di Sicilia, e più precisamente nei dettagli dello sbarco di Intesa in Sicilia (si veda il post “Intesa segreta”). Con la presenza del fratello Gaetano tra i vertici del gruppo bancario diventa arduo nascondere il lato politico dell'operazione. Ma quale è stata la funzione del Miccichè Gianfranco? Svendita finale del BdS e degli interessi dei Siciliani a favore di quelli familiari, o soccorso a Lombardo sul filo di lana?

Ancora più misteriosa è la recentissima uscita sul nucleare. Si può anche qui discettare sugli scricchiolii (sempre presenti) con Raffaele Lombardo. Ma l'ARS si è dichiarata contraria al nucleare a metà gennaio (si veda il post “C'est la vie”). Se si aspetta l'1 marzo per dire la propria, vuol dire che nel frattempo qualche dettaglio deve essere cambiato. Miccichè sta giocando in attacco o in difesa?



Il discorso sulla pericolosità dei nucleare è in fondo condivisibile. Facile che risulti statisticamente più rischioso guidare una macchina che vivere a pochi chilometri da una centrale. Ma anche quando si mettano da parte i pudori ambientali, qualcos'altro nel discorso non quadra: è veramente quella la strada da prendere se non vogliamo dipendere da Francia, Russia o Algeria? Dallo straniero insomma.

Una centrale nucleare non produce energia dal nulla: bisogna metterci dentro un carburante. Il carburante di queste centrali non si chiama petrolio, bensì uranio. E' vero che gli arabi non potranno ricattarci più. Ma le vicissitudini iraniane suggeriscono che i pezzi grossi del pianeta vorranno sempre ficcare il loro nasaccio nei nostri problemi energetici interni. Ed aprire una centrale nucleare è una buona scusa per lasciarglielo fare.

Anche il discorso uranio merita attenzione. Lo scorso 19 febbraio in Niger i militari hanno portato a termine un colpo di stato e deposto il presidente Mamadou Tandja. In casi come questi è sempre interessante sentire cosa ne pensano a Londra. L'Economist (25 febbraio 2010) titola “Sembra popolare, sino ad ora” e poi spudoratamente chiosa “La gente sembra apprezzare il colpo di stato”, tutto corredato da una simpatica fotografia dei dolci militari coperti da ombrelli multicolore. Sappiamo quindi che Londra e Washington appoggiano l'azione dei militari.

In Italia le agenzie ci tengono invece a diramare le opposte preoccupazioni francesi:

Le prime conferme sul fatto che si trattasse di un golpe (...) sono arrivate da un alto funzionario francese. Parigi ha immediatamente invitato i connazionali che vivono e lavorano nella città a non uscire di casa: solo a Niamey sono residenti circa 1.500 francesi e 500 cittadini Ue.

Oggi i colpi di stato non si fanno più per accaparrarsi i campi petroliferi ma le miniere di Uranio, ed il Niger è uno dei maggiori detentori mondiali di riserve di quel minerale (il nono, per l'esattezza): lo scorso 19 febbraio quelle riserve sono passate dalle mani francesi a quelle anglosassoni.

Il fisico nucleare svizzero Michael Dittmar ha recentemente dipinto un quadro a tinte fosche per il nucleare asserendo tra l'altro che “senza accesso ai depositi militari, i depositi civili d'uranio dell'occidente si esauriranno entro il 2013” (“The coming nuclear crisis”, MIT Technology Review 17 novembre 2009).

Avrà torto, avrà ragione, ma chissà a quanti sono rizzati i capelli quando, con la storia del riscaldamento globale che comincia a fare acqua da tutte le parti, Obama si è messo a fare il pacifista:

Il presidente Obama intende perseguire una strategia che prevede una «spettacolare» riduzione nel numero di ordigni nucleari dell'arsenale Usa. (...) Robert Gates (...) presenterà alcune delle opzioni disponibili come un più ampio sviluppo di armi non nucleari”. (“Nucleare, la mano di Obama: «Riduzione spettacolare dell'arsenale»”, Corriere.it 1 marzo 2010).

Dittmar voleva riferirsi al fatto che “oggi, il materiale precedentemente usato per le bombe proveniente dalla Russia costituisce il 45 per cento del carurante per i reattori nucleari americani” e che “il programma per lo smantellamento e la diluizione del nucleo atomico delle testate russe decommissionate scadrà nel 2013” (“Power for U.S. From Russia’s Old Nuclear Weapons”, The New York Times 9 novembre 2009)

Uranio in giro ce né molto poco, e difficilmente la Russia continuerà a regalare il suo a Washington. Con il rischio di finire stritolati tra questi ingranaggi, affidarsi al nucleare non sarebbe dunque così saggio se non ti trovi l'uranio in casa. Questa volta Miccichè potrebbe aver detto semplicemente una bestialità.

Ma ecco che sorge un altro mistero. Lo scorso ottobre è arrivato nelle librerie siciliane un libro scritto da Giuseppe Firrincieli dal titolo “Noi italiani e voi siciliani!”. La trama del racconto si sviluppa racchiusa tra le interessantissime pagine dedicate all'indipendentismo siciliano e con i protagonisti che disegnano le loro azioni tra le pieghe della cronaca italiana degli ultimi vent'anni.

Come nel caso del capitolo scomparso da un famoso e tragico libro di Pasolini, improvvisamente ritrovato in questi giorni da Marcello Dell'Utri, il realismo di questa trama è tale da costringere il lettore a chiedersi se dietro i nomi di comodo non siano celati dei personaggi in carne ed ossa. In effetti uno di questi caratteri è sicuramente reale: il finanziere siciliano Trig-ona è modellato sul bancarottiere di Patti Michele Sind-ona.

Usando la figura di quest'ultimo come chiave del rebus, si potrebbero ad esempio assegnare ad uno dei caratteri principali, l'uomo d'affari siciliano (che però ammette di non sentirsi siciliano) Ber-tani, le fattezze del più noto dei magnati italiani. E così via per il suo braccio destro (un avvocato che dopo aver studiato in Sicilia si trasferisce a Milano) e per il figliolo desideroso di fondare, con l'aiuto del padre, indovinate cosa: una specie di PDL-Sicilia.

Per chi non lo leggerà, rimarrà il solleticante mistero. Per chi ha intenzione di leggere il libro, non voglio rovinare la sorpresa. Ma è meglio avvertire subito che dopo la lettura il solletico invece di cessare potrebbe aumentare, reso ancora più fastidioso dal continuo apparire sui nostri giornali ad intervalli regolari della seguente notizia finora rimasta senza riscontro:

Il ministro alle attività produttive ha assicurato di avere in tasca un elenco “segreto” di 34 comuni pronti a ospitare le centrali tra cui uno in Sicilia (pare nel ragusano)

(“Ritorno al passato per le centrali nucleari” La Repubblica 25 febbraio 2009)


Giuseppe Firrincieli è su Facebook

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martedì, marzo 02, 2010

Il compromesso

La Sicilia è terra di equilibri. Non per vocazione culturale, ma per vocazione geografica: prospera tra le nazioni e soffoca tra le braccia degli imperi a causa della sua collocazione centro-mediterranea.

L'obiettivo politico dei siciliani è sempre stato quello di impedire le conquiste e le sopraffazioni. Non certo a causa di un qualche vago senso di giustizia. Semplicemente perchè il nostro popolo galleggia (letteralmente) sulle divisioni, sui confini. Sulle differenze culturali, politiche, economiche. E sul compromesso.

Un mondo di stati sovrani vuol dire una Sicilia forte. Un mondo di governi globali, unioni fraudolente (italiane o europee), imperi finanziari e missioni di “pace” non può che vedere una Sicilia in estinzione. Lo abbiamo visto con l'impero romano ieri, lo stiamo vedendo con l'impero anglosassone oggi..

In termini pratici, più sono le squadre in campo, più sono livellate le loro forze, più potere ha chi si trova al centro di quel terreno di scontro che è il Mare Mediterraneo. Non è casuale se all'opposto della decadenza vissuta nei periodi imperiali si possa collocare il periodo storico racchiuso tra esplosione islamica alla riconquista spagnola dell'Andalusia, periodo che avvolge il regno normanno di Sicilia, fiorito proprio nell'equilibrio di forze tra occidente cristiano ed oriente musulmano.

I cavalieri normanni in una prima fase hanno contribuito a bloccare l'espansionismo musulmano riconquistando la Sicilia. In un secondo tempo hanno poi impedito all'Europa cristiana di ricacciare indietro gli arabi rifiutandosi di partecipare alle crociate e precludendo a tratti la via marittima alle sante carovane che così erano spesso costrette a raggiungere la Palestina a piedi.

Il gioco è stato e sarà sempre lo stesso: troppo piccolo per cambiare le regole, il nostro minuscolo partito risulta negli equilibri decisivo nel decretare un temporaneo vincitore grazie al suo posizionamento strategico che ne moltiplica le forze.

Non possiamo permetterci nemici, ma solo potenziali alleati. Restando ferma la nostra identità, non possiamo permetterci il lusso di una guerra ideologica. E se vogliamo sopravvivere non possiamo neanche sceglierci gli amici: dobbiamo prendere quello che ci offre il mercato, con la giusta dose di cinismo.

Per gli estranei questa è una terra infida ed allo stesso tempo attraente per i suoi contrasti da quel cinismo derivanti, per i suoi sempre mutevoli confini, per le sue contaminazioni culturali dovute al continuo ruotare delle alleanze.

La vittoria della nostra terra consiste nel costringere gli altri al compromesso ed all'accettazione della nostra centralità mediterranea. Chi l'accetta è nostro alleato. Gli altri vanno combattuti ma non più di tanto: ogni volta che un duellante scompare, noi perdiamo qualcosa.

Esempio pratico di tutto questo è stata la recente visita a Palermo dell'ambasciatore di Israele in Italia, Gideon Meier, giunta al culmine di una serie di movimenti tesi a rilassare le relazioni tra USA e Sicilia dopo le tensioni derivate dal prolungato protettorato berlusconiano.

Il fulcro simbolico della visita può essere considerato l'invito da parte di Raffaele Lombardo ad alcune iniziative culturali:

Contiamo di coinvolgere il museo d’arte moderna di Tel Aviv nel progetto triennale Le città del Mediterraneo realizzato in collaborazione con la Regione Campania e presentato proprio ieri e di inserire questo sito nei venti musei di altrettante città del Mediterraneo che partecipano a questa iniziativa

La risposta dell'ambasciatore, dichiaratosi “molto contento di questo invito del presidente Lombardo, perché abbiamo parecchi temi sui quali poter lavorare insieme, anche in forza della lunga tradizione storica e culturale che accomuna i nostri popoli” è in fondo un implicito, seppur parziale, riconoscimento di quella centralità mediterranea (“Sicilia e Israele, a Palazzo d’Orleans incontro tra Lombardo e Gideon Meir”, Raffaele Lombardo Blog 23 febbraio 2010)

Senza contare il contro-invito rivolto da Meier a Lombardo relativo ad una visita in Israele: il Presidente siciliano non è stato invitato a cospargersi il capo di cenere di fronte al memoriale dell'olocausto, come conviene ai nemici sconfitti (si veda il post “Mi arrendo”), ma in occasione di un momento di celebrazione, particolare questo che prova come l'approccio non sia nato sotto gli auspici di Arcore.

L'incontro di Palermo viaggia su un binario parallelo a quello preso dai rapporti tra la Regione Siciliana e gli USA, un nuovo corso suggellato dall'accordo tra il “Ministero” dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana ed il Getty Museum di Malibù (si veda il post “La venere dei fannulloni”). Anche in questo caso i termini del confronto rendono implicito il riconoscimento del ruolo siciliano in seno al Mediterraneo, ruolo non più filtrato dalla cupola romana.

Questa nuova fase nel valzer delle alleanze geopolitiche va inserito nel più vasto contesto dei rapporti tra l'occidente e la Russia, rapporti che sembrano aver raggiunto un nuovo plateux con il sommesso abbandono da parte degli USA e della UE delle pretese imperiali nei paesi ex-sovietici. Chiaro esempio di ciò è stata la supina accettazione dei recenti risultati elettorali in Ucraina, dove l'elezione di Victor Yanukovich riporta le lancette indietro di qualche anno, a quando cioè la cosiddetta “rivoluzione arancione” spodestò lo stesso Yanukovich per installare un governo filo-occidentale. Persino l'Economist ha abbassato i suoi toni provocatori ed arroganti riconoscendo per una volta i fatti:

Victor Yanukovich è stato dichiarato il 25 febbraio il quarto presidente dell'Ucraina democraticamente eletto” (“Yanukovich's mixed blessing”, The Economist 27 febbraio 2010)

Si aggiunga a questo l'abbassamento di ali della Georgia, apprezzato così tanto da Mosca da convincere il Cremlino a riaprire i collegamenti via terra con Tblisi, ed il progressivo abbandono al proprio destino dei Kosovari, destinati a tornare presto all'ovile (Si veda il post "Giù la maschera").

Dall'altra parte rimane teso il rapporto con chi non vuole accettare una Sicilia libera nel nuovo ordine mondiale (leggi Francia, si vedano i post “C'est la vie” e “Intesa segreta”) o si deteriorano quelli con chi credeva, dopo averci aver aiutato, di poter fare di noi un sol boccone, come nel caso del signor Gheddafi [*], responsabile nei giorni scorsi di un gravissimo attacco contro la marineria siciliana (“I libici sparavano per ucciderci”, LaSiciliaWeb 1 marzo 2010).

Un sfuriata “compromettente”sulla quale costruire un nuovo accordo. Per il nostro bene.

Per la versione originale della foto a corredo, si veda il post "Il paramassone"

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[*] Per gli aiuti ricevuti da Tripoli, si veda il post “Il califfo nel pallone

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giovedì, febbraio 18, 2010

La venere dei fannulloni

Tradotta in inglese la funzione di assessore viene spesso resa con l'espressione “Ministro Regionale” (Regional Minister), una promozione linguistica più che politica visto che nei fatti nessuno di questi “ministri regionali” può muoversi senza essere tenuto al guinzaglio corto dai ministeri nazionali.

Non hanno fatto eccezione a questa regola del “guinzaglio corto” neanche i “ministri” siciliani, in teoria dotati grazie allo Statuto Autonomistico di poteri quasi simili a quelli delle loro controparti romane, ma nella pratica resi ancora più susseguenti dalla ascarizzazione acuta in cui è rimasto impantanata sin da subito l'Assemblea Regionale.

Quando nel maggio del 2007 al Getty Museum di Los Angeles si sono discusse le origini e la provenienza del “Venere di Morgantina”, il banco della trattativa era tenuto dal Ministro per la cultura italiano, mentre del Ministero “regionale” siciliano si notava appena appena la presenza:

Questa statua è probabilmente la più importante dal punto di vista artistico-storico delle antichità della collezione del J. Paul Getty Museum sulle quali siano state avanzate delle pretese dal Ministro della Cultura italiano. (...) Tra gli altri partecipanti troviamo i rappresentanti del Ministero Regionale della Cultura e dell'eredità ambientale.

(“International experts convene at the getty villa to study cult statue of a goddess”, The Getty, agenzia di stampa 10 maggio 2007)

La conclusione della serie di conferenze dedicate allo studio delle origini della statua, per una volta sa di favola. Quello che già tutti sapevano è stato finalmente ufficializzato: la statua era stata illegalmente trafugata a Morgantina, tagliata a pezzi per il godimento dei sadici museali e trasportata quale bottino coloniale oltreoceano.

Il ministero italiano però nel frattempo si prese al sua bella tangente: la statua dovrebbe in teoria rimanere in ostaggio a Roma per qualche tempo, tanto per metterci il dito nell'occhio.

Nel frattempo però i contatti tra Palermo e Los Angeles non devono essersi fermati, se ieri improvvisamente Armao dirama gongolante notizia di nuovi e precisi accordi con il Getty per lo scambio di tecnologie e professionalità tra la Sicilia e gli USA sulla base della conservazione del patrimonio culturale siciliano.

Ecco come le agenzie USA hanno descritto l'evento:

The J. Paul Getty Museum in Los Angeles and the Sicilian cultural ministry will collaborate to conserve art objects, stage exhibitions and do scholarly research. (“Getty, Sicilian officials launch art collaboration”, Associated Press 18 febbraio 2010)

Traduzione: Il J. Paul Getty Museum di Los Angeles ed il Ministero per la Cultura Siciliano collaboreranno per la conservazione di oggetti d'arte, per l'allestimento di mostre e nella ricerca.

Il “regionale” è scomparso dall'agenzia insieme ad ogni riferimento al corrispondente ministero italiano.

I quotidiani non hanno ritenuto necessario correggere la “svista”. Ad esempio il Los Angeles Times conferma che “Il Getty ha detto che lavorerà con il Ministero Siciliano della Cultura e dell'Identità

Questi sfaticati di siciliani: loro scialacquano e gli altri faticano per convincerli ad applicare lo Statuto. Fiato sprecato?

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domenica, gennaio 31, 2010

A noi! Addis Abeba

Se l'oriente si fa sempre più vicino con il progetto di collegare Catania e Shangai con un volo diretto, dall'altro, qualora gli accordi presi recentemente tra la Sicilia ed il gruppo logistico Hna siano proprio quelli descritti nei comunicati stampa, l'occidente si fa sempre più lontano.

Secondo questi "intendimenti", una nuova pista dovrebbe (purtroppo) sorgere nella piana di Gerbini, al confine tra la provincia di Catania e quella di Enna. Ecco il succo degli accordi come pubblicato dalla stampa (“La Cina sarà più vicina con il futuro aeroporto di Gerbini”, EconomiaSicilia.com 22 gennaio 2010):

In sintesi si realizzerà un terminal per check-in e accoglienza passeggeri e ci sarà anche un free shop. Pista e terminal saranno comunque collegati all’aeroporto etneo di Fontanarossa  che, in base agli accordi presi, gestirà il traffico. La cilindrica torre di controllo dell’aerostazione catanese servirà anche per il movimento aereo della nuova e non ancora esistente pista.


Questa sintesi ci dice che gli accordi si stanno giocando sulla pelle della base militare americana di Sigonella: infatti non si vede come la “cilindrica” torre di controllo dell'aerostazione catanese potrà mai servire anche per l'aeroporto di Gerbini se al momento non serve ad un bel niente, visto che al controllo radar ci pensa proprio Sigonella, impedendo nei fatti lo sviluppo dello scalo etneo.

La torre di Fontanarossa serve solo per il controllo a vista. A causa della distanza di Gerbini non sembra che la stessa funzione possa essere espletata per la nuova pista.

Gli accordi tra Cina e Sicilia suggeriscono quel notevole ridimensionamento della presenza americana nel Mediterraneo i cui segnali si sono già visti da più parti (si veda ad esempio il post "Fuori dai piedi"). Un ridimensionamento che dovrebbe permettere un po' a tutti di tirare un sospiro di sollievo. Perché oggi da Sigonella partono missioni sempre più sospette.

Basti pensare ad esempio alla strana coincidenza tra la brutta fine fatta di recente dal Boeing 737-800 della Ethipian Airlines dopo la partenza dall'aeroporto di Beirut e la presenza nell'area di un velivolo statunitense P-3 Orion di pattugliamento proveniente proprio da Sigonella, come rivelato dallo stesso Dipartimento della Difesa a stelle e strisce (“Navy Assists Ethiopian Airlines Search, Rescue Effort”, 25 gennaio 2010).

Nel Corno d'Africa l'Etiopia è un punto di riferimento per l'occidente contro le milizie islamiche somale appoggiate dal mondo arabo. Solo pochi giorni fa grazie anche al suo appoggio l'ONU è riuscita ad imporre sanzioni contro l'Eritrea, rea di avere finanziato i patrioti somali (quelli che i quotidiani italiani chiamano Jihadisti).

La decisione di Addis Abeba di votare a favore dell'embargo dice però poco e niente, visto che l'Eritrea e l'Etiopia sono in uno stato di guerra latente da sempre. Molto più istruttivo è invece concentrare l'attenzione sulla Somalia, uno dei punti di snodo cruciali per il controllo delle nuove rotte commerciali che dall'Asia conducono al cuore del Mediterraneo (si veda il post “La via della seta”).

Lì il tracollo degli interessi di Washington sembra essere inarrestabile mentre la nazione cade nuovamente nelle mani delle “coorti islamiche”. Il madornale errore tattico dell'invasione irachena viene ora pagato con l'impossibilità di entrare nel conflitto direttamente per la mancanza di mezzi logistici ed economici. Per questo motivo a condurre le operazioni sul campo sono stati gli etiopi guidati dal governo del Presidente Zenawi: grazie alla loro non indifferente forza militare le coorti erano state praticamente annientate,

Poi all'improvviso nel gennaio 2009 l'annuncio di Addis Abeba:

Oggi, alle prime luci dell'alba, (...) i 3000 soldati di Addis Abeba hanno abbandonato la più importante base di Mogadiscio e hanno iniziato a ritirarsi verso nord. L'avvio dell'operazione è stata accolta da manifestazioni di gioia. Centinaia di somali sono scesi per strada tra grida e spari di armi automatiche. La grande base è stata invasa e, ovviamente, saccheggiata.

(“L'Etiopia ritira le sue truppe la Somalia in mano agli islamici”, Repubblica.it 13 gennaio 2009)

Risultato: le coorti, responsabili di immani crimini come ad esempio quello di voler “imporre il velo ad una popolazione femminile tradizionalmente laica” si sono nel giro di un anno riprese il terreno perduto.

Una situazione davvero incresciosa che qualcuno forse vorrebbe raddrizzare. Specialmente ora che Zenawi si prepara a nuove elezioni. L'Economist prevedeva la settimana scorsa, qualche giorno prima dell'incidente aereo, che se queste non saranno trasparenti e democratiche al punto giusto, nuovi problemi potrebbero sorgere. Come “peggiorare le cose nel vicino Sudan, dove la guerra civile minaccia di ritornare. Le terre di confine con il Kenya, dove il furto di bestiame, i cacciatori di frodo e il banditismo è endemico, diventerebbero ancora più pericolose. Nuove tensioni in Etiopia potrebbero essere sfruttata dal suo arci-nemico, l'Eritrea (...) e potrebbe causare un peggioramento in Somalia (...). Fonti di intelligence straniere [straniere di dove?, ndr] hanno a lungo temuto un attacco dei Jihadisti nella capitale etiope, Addis Abeba” (“Jangling nerves”, 21 gennaio 2010).

Tutta una serie di jettature che potrebbero essere usate per convincere il restivo alleato a assecondare certe pretese. Non vorrà certo Zenawi rovinare i successi del suo paese, tra i quali il settimanale inglese (incredibile coincidenza a 4 giorni dal fattaccio) ricorda “una delle più grosse compagnie aeree dell'Africa”.

Dopo l'indicente intanto le autorità libanesi si sono affrettate, senza alcun dato in mano, ad affermare che non si tratta di terrorismo ma di una “severa tempesta di tuoni”. Chiediamo a Capuana, l'assessore alla base USA della Provincia di Catania, di fare il suo mestiere aiutando le indagini: quelli del velivolo partito da Sigonella ed in missione nell'area potrebbe saperne qualcosa, vada ad informarsi. Anche se ora lo stesso velivolo è impegnato nelle operazioni di “ricerca e soccorso” (qualcuno suggerisce del corpo del reato più che dei corpi delle vittime...) aiutato da un “distruttore di missili guidati” (chi è che vuole colpire con un missile i soccorritori?).

Ditemi voi se qui in Sicilia possiamo continuare ad ospitare una base che presti tanto facilmente il fianco a tali sospetti.

Nella foto in alto Meles Zenawi, il Presidente Etiope

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domenica, gennaio 03, 2010

La via della seta

Dopo Tartaglia e la Maiolo è il turno di Abdulmutallab, il ragazzo con disturbi mentali che avrebbe pianificato ed attuato il complesso attentato su un aereo in volo sull'atlantico imitando un altro deficiente che aveva usato lo stesso tipo di esplosivo, tal Richard Reid autore di una simile performance nel dicembre del 2001 su un volo della American Airlines operante tra Parigi e Miami. Anche in quel caso il folle fu apparentemente fermato dai passeggeri.

Insomma, il mondo sembra essere in mano ad una manica di pazzi criminali.

Abdulmutallab è riuscito con la sua azione degna delle migliori pagine del manuale del perfetto estremista islamico a fare i seguenti favori a certi ambienti di potere USA:

1) Portare l'attenzione sul pericolo islamico nel suo paese d'origine, la Nigeria, dove immediatamente sono ripresi i disordini a sfondo etnico-religioso e dove recentemente sono stati intaccati importanti interessi occidentali, un sentiero che come visto passa anche da casa nostra (si veda il post “Turista per caso”).

2) Tramite la scelta della compagnia aerea su cui viaggiare indisturbato senza passaporto ed armato (la Delta Airlines) richiamare alla mente proprio il petrolio nigeriano, estratto per l'appunto dal delta del fiume Niger.

3) Facilitare l'introduzione forzata negli aeroporti del famigerato “Body scanner” che permetterà ai servizi segreti occidentali di mappare attentamente ogni dettaglio del corpo di ogni passeggero. Anche qui capita casualmente che l'aeroporto di partenza (Amsterdam) sia uno dei pochi al mondo dove uno di questi aggeggi sia funzionante. Ovviamente, non era stato usato in questo caso.

4) Terrorizzare la popolazione della nazione dove il volo era diretto (Stati Uniti) in modo da fare accettare le conseguenti azioni di rappresaglia a scapito di inermi ed ignari civili di un qualche paese straniero.

5) Tramite l'aggancio con questi fantomatici campi d'addestramento “qaedisti” dello Yemen che il ragazzo avrebbe visitato, permettere all'amministrazione americana di agire in quell'area senza risparmio di mezzi e di vite umane (quelle degli inermi civili di cui sopra) e senza avere tra le scatole l'opinione pubblica.

Sappiamo tutti le difficoltà economiche e le divisioni interne che affliggono l'unica [?] superpotenza del pianeta. Purtroppo tali problematiche si riflettono anche nel dispiego di tattiche e sotterfugi.

Nel caso in questione l'enorme falla è stata coperta in modo estremamente maldestro parlando di un padre che “aveva denunciato l'estremismo religioso del figlio [ed] espresso al Dipartimento di Stato le proprie preoccupazioni per le idee radicali e i contatti con gli estremisti del figlio. (Adkronos, 27 dicembre 2009)

Sembra di leggere la storia di un padre che fa la spia sul figlio. Come se domani il vostro vi denunciasse per la foto di Mussolini sul comodino. Secondo un giornalista americano ripreso dal periodico Russia Today (“Detroit jet terrorist attack was staged - journalist”, 29 dicembre) però il padre non aveva denunciato le idee del figlio; ne aveva chiesto la restituzione all'ambasciata USA in Nigeria, dopo aver saputo dove si trovavasse. Esattamente quello che avrebbe fatto qualunque padre preoccupato per le cattive frequentazioni del proprio figlio:

Il padre, un ricco banchiere nigeriano, era andato all'ambasciata degli Stati Uniti il 19 novembre scorso dicendo: «Mio figlio è in Yemen in un campo di terroristi, fate qualcosa»

Qualunque padre proprio no: non tutti padri si sarebbero recati all'ambasciata USA per rintracciare il proprio figlio in un campo di terroristi nello Yemen. Ma un padre che sa come funzionano certe cose, un ricco banchiere nigeriano, forse si. Insomma, tutti sapevano chi fosse e cosa stesse facendo Abdulmutallab, ma nessuno ha fatto qualcosa.

Ma torniamo allo Yemen, dove immediatamente la Casa Bianca, imbeccata dall'imbecille nigeriano, si è detta pronta ad inviare i suoi micidiali caccia.

Il nuovo ordine mondiale (economico e politico) che in questi anni sta vedendo la luce è basato su due poli principali: quello asiatico e quello africano. In Asia sono piazzate quasi tutte le potenze destinate a controllare lo scacchiere globale in questo secolo: Cina, India, Russia, Iran. In Africa si trovano le aree che nei prossimi decenni cresceranno con i ritmi più elevati, dal Nord Africa, oramai prossimo ad un vertiginoso sviluppo, al corno d'Africa tra un decina d'anni circa.

Questo percorso, che potremmo considerare come un moderna via della seta, implica il ritorno delle principali rotte commerciali dall'asse atlantico, che si è imposto a partire dalla scoperta dell'America tagliando fuori il Mediterraneo (ed in particolare il Regno di Sicilia e la Repubblica di Venezia), a quello asiatico-mediterraneo.

La presenza del Canale di Suez eviterà la circumnavigazione del continente nero e farà convergere i flussi commerciali sulle autostrade del mare attraverso alcuni snodi già individuati. I porti di Karachi (attraverso l'Afghanistan ed il Pakistan) e di Burma ad est fungeranno da sbocco per le merci cinesi, mentre Mumbai tornerà ad essere la porta dell'India come ai tempi del Raj britannico.

Ai flussi provenienti da queste tre aree si aggiungeranno quelli del Golfo Persico attraverso l'hub di Dubai e quelli provenienti dal Sud Africa. Essi convergeranno in direzione del Canale di Suez per essere smistati nel Mediterraneo dalla piattaforma logistica siciliana (se i Siciliani saranno capaci di realizzarla) ed in parte risaliranno l'Adriatico verso il Veneto (che potrebbe tornare ad essere la porta dell'Europa verso l'oriente in competizione con le Puglie).

(Ingrandimento)

L'occidente purtroppo è già stato tagliato fuori da tutte queste aree. Ha perso la possibilità di controllare l'India (si veda il post “L'ingresso dell'India”), è stato costretto a programmare il ritiro dall'Afghanistan (si veda il post “Il generale ci va giù duro”), non ha avuto alcun successo nei tentativi di far cadere la dittatura militare in Burma (oggi Myammar). Nel Golfo Persico da un lato lo sceicco di Abu Dhabi ha assestato un duro colpo alle pretese dell'elite finanziaria globale (si veda il post “Un tacchino indigesto”), dall'altro i progressi in Iran si fanno con il contagocce o non si fanno per niente. Il Canale di Suez è in mano agli egiziani che hanno già manifestato la loro posizione aprendo ad Hamas dopo la guerra di Gaza lo scorso anno. Infine nel Mediterraneo i nuovi accordi con la Russia dovrebbero includere la ritirata dalla Sicilia e probabilmente dal Sud Italia (si veda il post “Tutte le scarpe del presidente”).

Rimane un solo punto dove i “folli criminali” possono forzare la mano ad Obama e piantare grane al resto del mondo: il golfo di Aden, il punto in cui tutti quei flussi convergono verso il Canale di Suez, tra la Somalia e lo Yemen, due aree il cui disastro è dovuto più ai tentativi di incursione americani che alle varie teorie lombrosiane dispiegate dai giornalisti italiani.

La tentata invasione USA della Somalia degli anni '90, fallita grazie anche al lavoro clandestino di agenti russi e cinesi (che la propaganda ha poi spacciato per “mercanti d'armi”) era continuata tramite azioni di disturbo volte ad impedire la formazione di uno stato poco favorevole all'intromissione di Washington.

Due anni fa le coorti islamiche (così sono stati ribattezzati in occidente i patrioti somali) erano state quasi annientate dai bombardamenti aerei americani e dall'invasione etiope. A quel punto dal nulla apparvero pirati capaci di assalire petroliere e navi da guerra, il primo (maldestro) esplicito tentativo di controllo delle rotte attraverso lo stretto. La destabilizzazione causata dalla crisi economica ha però ridato fiato alle “coorti” che hanno ricominciato a marciare verso Mogadishu, mentre l'attività piratesca continuava a rilento anche per l'arrivo di navi da guerra dei paesi interessati a bloccare il velleitario tentativo anglosassone (Francia, Russia, Cina, Italia, India). A Washington devono aver capito di non avere più speranze nel corno d'Africa, e stanno ora provando ad intrufolarsi sull'altra sponda. Da notare che Obama preferirebbe il dialogo, ma i suoi nemici interni non ne vogliono sapere.

Dall'Inghilterra Brown è ansioso di buttarsi nella mischia (“Brown convoca un vertice sullo Yemen”, IlSole24Ore.com 1 gennaio 2010):

Il premier britannico Gordon Brown ha convocato il 28 gennaio a Londra un summit con alcuni alleati chiave per definire un fronte di lotta comune contro l'estremismo crescente nello Yemen (...) La riunione è stato indetta a seguito del fallito attacco di Natale sul volo 253.

Il Sole 24 Ore continua tracciando la stessa parabola accennata sopra tra le due sponde del golfo di Aden:

Intanto gli integralisti islamici somali del gruppo al Shabaab hanno dichiarato a Mogadiscio l'intenzione di andare militarmente in aiuto dei gruppi di al Qaida operanti in Yemen, soprattutto in caso di intervento Usa. «Siamo pronti ad attraversare il mare ed a soccorrerli per combattere i nemici di Allah», ha dichiarato oggi a Mogadiscio Sheikh Muktar Rabow Abu Mansur, uno dei loro leader, lanciando un appello analogo a tutti gli arabi perchè si uniscano alla guerra santa. Lo riferiscono numerosi siti somali [?]. Shabaab, che vuol dire gioventù in arabo, è il braccio armato somalo di al Qaida; controlla buona parte della Somalia, e quasi tutta la capitale. In Yemen opera un agguerrito gruppo di terroristi di al Qaida, contro i quali sta combattendo l'esercito regolare, che chiede però aiuti internazionali per sconfiggerli.

L'esercito regolare yemenita non sta combattendo contro alcun terrorista. Nello Yemen è in corso una guerra civile che vede gli sciiti del nord, appoggiati da Iran e forse sottobanco anche da Cina e Russia, opposti al governo centrale appoggiato da americani ed inglesi (esattamente come in Somalia) e nessuno dei ribelli ha mai detto di fare parte di Al Qaeda: più che censurare i blog si dovrebbero censurare certi giornalisti con il patentino.

La risposta cinese all'attentato del folle nigeriano imbarcato sul volo della Delta Airlines proveniente da un imbarco di Amsterdam dove non era installato il body scanner e diretto negli USA dopo un periodo di addestramento nello Yemen non si è fatta attendere:

La Cina ha bisogno di una base navale permanente nel Golfo di Aden per rifornire le proprie unità impegnate nella missione anti-pirateria in Somalia: lo ha affermato uno dei portavoce della marina militare cinese, Yin Zhuo, senza fornire ulteriori dettagli in merito alla localizzazione ma sottolineando come una decisione in merito spetti ai vertici militari. (APCOM – 30 dicembre 2009)

Augusta accoglie le carovane di ritorno dall'oriente

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martedì, dicembre 29, 2009

Turista per caso

Uno degli ostacoli principali che ci impedisce di capire cosa stia succedendo intorno a noi risiede nella difficoltà di accettare la verità su Al Qaeda e sui suoi attentati.

Svelato l'arcano mistero dietro questa fantomatica organizzazione che, un po' come la mafia nostrana, si trova sempre al posto giusto al momento giusto, altri pezzi del puzzle combaceranno meglio l'uno con l'altro chiarendo meglio il quadro generale.

La verità è così palesemente sfacciata da rendere misterioso più che altro il motivo per cui il “popolo” si ostini a tenere gli occhi ben chiusi.

Un motivo che non è solo dovuto alla disinformazione scientificamente diramata dei mass-media, ma anche agli agganci che Al Qaeda ha trovato dentro di noi, alla comodità offerta da un ombrello che copra la nostra mancanza di coraggio nel vivere. Al Qaeda, con i suoi “suicide bombers” dagli occhi iniettati di sangue, folli nel voler preferire l'aldilà all'aldiquà, perdona implicitamente la nostra paura di morire ed il nostro attaccamento ad una vita che si misura con il numero di pollici esposti in salotto.

Il 18 dicembre scorso in Mauritania è stato rapito un siciliano di Carini, Sergio Cicala, insieme alla moglie originaria del Burkina Faso. Chissà in base a quale sibilo di vento, invece di addossare la colpa ai Tuareg o ai tanti gruppi ribelli che imperversano un po' ovunque nel Sahara e che si finanziano proprio tramite rapimenti di turisti ed ingegneri occidentali, gli “esperti” suggerivano prontamente che a rapire la coppia poteva essere stata proprio la famigerata formazione:

“Secondo alcuni osservatori locali, si tratta senza dubbio di un sequestro compiuto da uomini dell'organizzazione al Qaeda nel Maghreb islamico.” (“Mauritania: rapiti due italiani nel deserto” Corriere.it 19 dicembre 2009)

Oggi finalmente le previsioni degli esperti sono state confermate: Azione compiuta «contro i crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq», sottotitola il Corriere in rete (“Mauritania, Al Qaeda rivendica il sequestro della coppia italiana”, 28 dicembre 2009).

Peccato che l'Italia sia in occidente la nazione che più di tutte, per mano del capo del governo Silvio Berlusconi, abbia combattuto USA e GB, dando per lo meno indirettamente una mano d'aiuto ai musulmani contro l'occupazione anglosassone. Quindi, quali crimini avrebbero commesso gli italiani in Iraq o in Afghanistan contro l'Islam?

Se Al Qaeda fosse veramente quella che ci raccontano, non avrebbe alcun senso rapire un italiano con quelle motivazioni. Diversa sarebbe la storia nel caso in cui Al Qaeda fosse invece alleata di Washington. In quel caso si capirebbe benissimo quali siano questi “crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq”: crimini contro l'occidente.

Basterebbe fare più attenzione a dove colpiscono i “terroristi” per notare come questo sia un “pattern” ricorrente. Al Qaeda ad esempio ha minacciato gli Emirati Arabi («Dubai, sventato un piano per colpire il più alto grattacielo del mondo», Corriere.it 15 settembre 2009) mentre gli sceicchi si preparavano a dare il ben servito a Sua Maestà (si veda il post “Un tacchino indigesto”).

Tornando all'ultimo rapimento, innanzitutto il Cicala non è un turista dell'ultima ora. Già nel 1994 in Ciad ebbe la sfortuna di saltare su una mina mentre accompagnava dei turisti in una delle zone più pericolose di tutto il Sahara. Dopo quella “avventura” si è trasferito più ad occidente, tra il Marocco ed il Mali.

Cicala è quindi un esperto dell'area, tanto che i tour operator affidano a lui intere carovane di turisti. Come si sia fatto questa esperienza non è chiaro. Ma è ovvio che sapeva quello che stava facendo.

Anche il motivo del viaggio risulta difficile da inquadrare. I giornali parlano di un marito che accompagna la moglie a trovare la figlia in Burkina Faso. Ma se l'obiettivo era quello, non sarebbe stato più comodo arrivare in aereo ad Ouadougou, la capitale, invece di percorrere in macchina 2 o 3000 chilometri dalla Mauritania? Sembra che si voglia dipingere il siciliano di Cinisi come un folle allo sbaraglio in un'area pericolosa. Solo che, La Russa o non La Russa, per viaggiare in quelle zone di solito hai bisogno di permessi speciali e lasciapassare da parte dei governi. Hai bisogno in poche parole di una certa capacità organizzativa e di conoscenza diretta dei luoghi. Di nuovo, Cicala non può essere lo sprovveduto che ci vogliono far credere.

Il territorio sahariano inoltre non è quasi mai sotto il controllo degli stati di cui fa nominalmente parte. Le tribù di beduini che lo abitano lo amministrano indipendentemente e per passare dai loro feudi è necessario pagare il pedaggio. Cicala è una fonte di guadagno non indifferente per i locali, che difficilmente lo avrebbero preso di mira o avrebbero permesso a gruppi esterni di farlo.

Insomma, il nostro conterraneo non era per niente un obiettivo facile facile. Al Qaeda avrebbe potuto rapire un italiano ovunque senza dover affrontare gli stessi rischi. Invece ha scelto quell'area dell'Africa ed ha scelto un siciliano.

Coincidenza vuole che negli ultimi giorni non sia questa l'unica azione dei terroristi che tocchi i paesi dell'Africa occidentale. Come detto Cicala e la sua compagna, se sono vere le notizie riportate dai media, erano diretti in Burkina Faso, nazione che gravita intorno al gigante petrolifero nigeriano.

E proprio nigeriano è l'attentatore che sotto Natale ha fatto esplodere una bomba su un volo della Delta Airlines per Detroit. E' facile capire dal modo in cui il ragazzo ha agito che uno degli obiettivi degli organizzatori era fare accettare al gregge il cosiddetto “body scanner”, un attrezzo che serve semplicemente a rendere più “orwelliano” il controllo dei passeggeri (ed infatti in Gran Bretagna hanno subito detto che l'aggeggio sarà montato in tutti gli aeroporti). Ma anche qui la scelta della nazionalità fa riflettere, perché guarda caso anche la Nigeria (come un po' tutti i paesi “segnalati” da Al Qaeda) è una di quelle nazioni che sta abbandonando l'occidente per stringere patti economici e petroliferi con la Cina, con la Russia e con l'Italia.

L'accordo che vede interessato il nostro paese riguarda l'importazione in Europa di gas tramite il rigassificatore di Porto Empedocle, struttura per la quale la Regione Siciliana (ecco il primo lato del triangolo) si è mostrata ampiamente disponibile (“Porto Empedocle, sì al rigassificatore”, La Repubblica, 21 gennaio 2009):

“Il gas per il terminale, annuncia intanto l'ad dell'Enel Fulvio Conti, arriverà dalla Nigeria”

Tra i fondi negati dalla comunità europea e le grane legali piantate dal Sindaco di Agrigento la sua realizzazione è ancora tutt'altro che certa. Ma passando dall'altra parte dell'isola (secondo lato del triangolo) ad essere definitivamente affossato è stato un altro rigassificatore, quello di Melilli, progettato da Shell. Le motivazioni addotte dall'assessorato competente (Territorio ed Ambiente) sono tanto gravi da non lasciare spazio a futuri ripensamenti. Ecco le conclusioni del documento firmato dalla Interlandi (Rigassificatore Melilli: Dietro front!, Cip 6 blog 4 dicembre 2009):

Il sito prescelto ha un grado di pericolosità tale da rendere necessario un approfondimento e una riduzione del rischio prima della realizzazione di un analogo impianto quale è il rigassificatore. L’opera in argomento non risulta coerente con i principi di risanamento ambientale di cui al predetto Piano, considerando che lo stesso pone tra detti principi il contenimento e la riduzione dei rischi. (...) Per quanto sopra rappresentato, nell’ottica della prevenzione, della sicurezza e del contenimento e riduzione degli incidenti derivanti dai rischi prima evidenziati, si esprime parere negativo alla realizzazione dell’opera nell’area prevista dal progetto.

In altre parole si dovrebbero eliminare prima tutti gli altri impianti di produzione di idrocarburi (la “riduzione dei rischi”).

Il vicolo cieco imboccato in Sicilia avrà pesanti conseguenze per la Shell. Con l'esaurimento dei giacimenti del Mare del Nord ormai prossimo, le tubature siciliane costituiscono la principale porta d'ingresso al mercato europeo per gli idrocarburi provenienti dall'Africa e dal Golfo persico. Considerando la non felice situazione ad est, dove la Russia controlla tutto, il rigassificatore era di fatto l'ultima spiaggia. Shell, già in ritirata in parecchie aree strategiche, potrebbe ora rischiare il tracollo.

Come se non bastasse, nei giorni in cui gli attacchi di Al Qaeda si materializzavano i lati del triangolo si chiudevano intorno al vertice africano (“Shell plans $5 billion sale of assets in Nigeria: report”, Reuters 20 dicembre 2009):

Royal Dutch Shell, la più grande compagnia petrolifera d'Europa, sta pianificando la vendita di alcuni campi petroliferi in Nigeria valutati sino a 5 miliardi di dollari. (...) L'asta arriva mentre la Nigeria si prepara ad imporre termini contrattuali più duri agli operatori stranieri ed a lasciare un maggiore controllo alle aziende domestiche.

Dopo anni di attacchi, rapimenti e minacce la vendita potrebbe essere stata “consigliata” alla Shell dallo stesso governo nigeriano per prevenire problemi peggiori. A subentrare, sempre secondo l'agenzia, sarebbero pronte un paio di aziende cinesi.

Chi per caso si trovasse a cadere in questo triangolo rischierebbe di finire nei guai.

L'evidenza di un qualche legame tra il rapimento dell'avventuriero italiano e la situazione petrolifera nigeriana è sicuramente tenue. Sappiamo però che enormi pressioni vengono fatte sul governo centrale di Roma per capovolgere il verdetto sulla struttura di Melilli: il “ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che ha minacciato conseguenze sul piano dei rapporti fra (ex) alleati e da parte dell’assessore Regionale alla Cooperazione Titti Bufardeci che ha parlato nelle settimane scorse di un nuovo rapporto diametralmente opposto a quello dei dirigenti dell’assessorato regionale al Territorio e Ambiente Cuspilici e Interlandi che ritengono pericolosa e dannosa l’installazione del rigassificatore in un’area già fortemente compromessa.” (“Qualche spiraglio di sole nell’Isola offuscata dalle emissioni di idrocarburi”, Quotidiano di Sicilia 29 dicembre 2009), tanto da portare frizione tra l'MPA (a cui la Interlandi fa riferimento) e gli uomini di Miccichè (Prestigiacomo e Buffardeci).

La Shell in fondo è solo un piccolo ingranaggio di un meccanismo molto più complesso con raggi d'azione ben più ampi. L'azienda petrolifera non ha sicuramente niente a che vedere con il rapimento di Cicala, ma il coacervo di interessi nel quale rientra il petrolio africano potrebbe avere spinto un qualche grumo di potere “deviato” all'azione. Una deviazione clinica più che politica.

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domenica, novembre 29, 2009

Il generale ci va giù duro

Nel precedente articolo (“Un tacchino indigesto”) era stato citato un pezzo apparso sull'Economist del 21 novembre 2009 (“A regional cockpit”) che riportava la notizia di un incontro segreto tra i due maggiori rappresentanti del contingente di occupazione americano (il generale Raymond Odierno e l'ambasciatore Christopher Hill) ed il generale iraniano Qassem Suleimani, incontro smentito dai due protagonisti a stelle e strisce.

Chi vada a controllare oggi sul sito del settimanale inglese lo stesso articolo, troverà in cima un'avvertenza:

Editor's note: This is an abbreviated version of the story we published in the print edition of November 21st. For the background to the changes, see the article published in the issue of November 28th.

(Trad., Nota editoriale: Questa è una versione abbreviata della storia da noi pubblicata nell'edizione cartacea del 21 novembre. Per i retroscena dei cambiamenti, vedere l'articolo pubblicato nell'edizione del 28 novembre)

L'articolo del 28 novembre in questione (“Ci eravamo sbagliati?” - da notare il punto interrogativo...) spiega che “Il generale David Petraeus, al Comando Centrale americano, ha negato che l'incontro abbia avuto luogo in termini così energici ed inequivocabili” che la redazione ha “liberamente” deciso di rimuovere dal pezzo pubblicato in rete tutti i riferimenti al suddetto incontro.

Una “auto”-censura del genere spiattellata in modo tanto plateale al mondo intero, condita da quel punto interrogativo e da ulteriori dettagli che danno forza alla versione pre-censura (“Al nostro corrispondente a Baghdad è stato riferito di questo meeting, che si dice abbia avuto luogo all'inizio di settembre, prima da un politico iraqeno di primo piano con stretti legami con gli iraniani. Tutto questo è stato confermato da un ufficiale americano di alto livello [“senior”] nella posizione di sapere se un meeting di questo tipo avesse avuto luogo”) danneggia ancora di più l'immagine dell'amministrazione americana in Iraq.

Questa settimana alla redazione dell'Economist hanno poi deciso di rincarare la dose e sono andati in edicola usando armi più sottili:



La copertina illustrata sopra non poteva essere più dissacrante: essa mostra un Obama sconsolato in procinto di uscire a testa bassa dal Medio Oriente e dall'Asia centrale, dove la sua presenza è oramai solo un'ombra. Certo, l'insulto alla nuova amministrazione iraqena non manca: dal famoso lancio di scarpe anti-Bush abbiamo imparato che il mostrare una suola di scarpe è un grave insulto in quei paesi. Ecco perchè ora vediamo il piede di Obama piantato sopra lo stesso Iraq.

Qualche pagina più in là viene poi pubblicata la solita vignetta satirica (Originale qui):



Il primo soldato chiede “Perchè il presidente Obama prende così tanto tempo per annunciare il suo piano per l'Afghanistan?”. Dalla cima dell'Hummer l'altro risponde: “Forse perché la sua strategia di uscita doveva essere tradotta dall'originale Russo

Altra rivelazione? A prestare fede al vignettista gli USA starebbero per ritirarsi anche da li. Rimane da vedere se quell'“originale russo” sia da riferirsi solo all'epilogo della guerra lasciata a metà dai sovietici, o anche a qualche accordo di oggi con la Russia di Mevdev e Putin.

Questa voglia di “vuotare il sacco” dell'Economist suona strana, soprattutto se messa a confronto con la testarda insistenza del Financial Times a rimanere su posizioni oramai perse (vedi il titolo apparso sulla versione cartacea del 27 novembre scorso e sempre citato nel post “Un tacchino indigesto”: "L'emirato pagherà caro per un lungo tempo a venire", indirizzato agli arabi ribelli degli EAU).

Il ritiro americano dalla scena internazionale sta andando più o meno come si era anticipato in questo blog (si veda ad esempio il post “Pericolo di crollo”). A suo tempo, si era anche parlato di un possibile epilogo violento sul modello sovietico (si veda anche il post “Cime tempestose”). Queste “divergenze di vedute” manifestate “in termini così energici ed inequivocabili” continuano a spingere in quella direzione.


Una delle sezioni censurate dall'articolo incriminato. Nel riquadro, le richieste apparentemente fatte dagli americani agli iraniani (si veda il post "Un tacchino indigesto")

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venerdì, novembre 27, 2009

Un tacchino indigesto

Il 25 novembre 2009 sarà ricordato come una data storica nei nostri libri di storia. A termine di un discorso riguardante la situazione economica generale, il governo di Dubai ha annunciato che ritarderà il pagamento di una rata del debito di una delle principali aziende pubbliche dell'emirato, Dubai World.

La bomba è stata sganciata alla vigilia di una importante festività musulmana, motivo per cui le borse del medio-oriente sarebbero rimaste chiuse sino alla prossima settimama. Nel frattempo anche a New York le contrattazioni si sono interrotte per il giorno del ringraziamento (26 novembre). In altre parole, il tacchino a Wall Street quest'anno andrà di traverso a tutti.

E le ricorrenze non si fermano qui, perchè tra un altro paio di giorni negli Emirati Arabi sarà l'anniversario della fondazione della nazione (3 dicembre). Ma al contrario di come strillano i giornali da noi, che parlano di un collasso dello staterello, non è detto che i datteri vadano di traverso ai pii musulmani.
Qualche interessante particolare è stato aggiunto oggi:

Un ufficiale finanziario di Dubai di alto livello ha detto che l'emirato si aspettava pienamente la ricaduta a causa dei suoi problemi di debito ed ha assicurato i creditori stranieri che la richiesta di Dubai World di posporre il pagamento su una parte dei 60 miliardi di dollari è stata “attentamente pianificata” (Associated Press, 27 novembre 2009)

Un piano ben preciso quello di darsi la zappa sui piedi a pochi giorni da una ricorrenza tanto importante?

Nessuno si aspettava una tale svolta tra i grattacieli del DIFC (il centro finanziario di Dubai) o tra quelli delle borse di New York, Londra o Tokyo. Si era sempre stati sicuri che i ricchissimi vicini di Abu Dhabi avrebbero turato tutte le falle aperte dalle cicale della famiglia Al Maktoum (i regnanti di Dubai). Fino a l'altro ieri.

Il Financial Times, pieno di rancore, oggi se ne è venuto fuori con titoli minacciosi (“L'emirato pagherà caro per un lungo tempo a venire” il titolo sulla carta stampata per questo articolo, 27 novembre) ed ammettendo tra le righe si essere stato fatto fesso:

Che sia forse questo il modo di Abu Dhabi di vendicarsi di Dubai per gli eccessi degli anni del boom? Ne dubito. La rivalità tra i due emirati è meno importante delle implicazioni della caduta di Dubai. Il costo per assicurare il debito di Abu Dhabi è aumentato a seguito dell'annuncio di Dubai.

Il che vuol dire che proprio lo sceicco di Abu Dhabi, malgrado avesse con sè i soldi per pagare, deve aver favorito la decisione secondo una precisa strategia ed al culmine di un cammino che lo ha portato ad allontanarsi sempre di più dall'occidente, dopo secoli di oppressione inglese (gli EAU erano un protettorato inglese sino agli anni 70).

La vendita delle azioni della Barclays Bank, la banca dei Rockfeller, che ha quasi messo sul lastrico la potente istituzione finanziaria, il rifiuto ad accettare una moneta unica sul modello europeo imposta dagli anglosassoni a tutta la penisola arabica (se ne era già uscito l'Oman, si veda il post “Alla conquista della sovranitá”), l'accordo nucleare con i francesi ed il viaggio dello sceicco di Dubai a Mosca nell'aprile scorso, non possono lasciare spazio a fraintendimenti politici.

Ora la ribellione ha toccato l'apice, e gli arabi si rifiutano di pagare un debito loro imposto con la forza dalle elite finanziarie occidentali. Una minaccia che altri avevano ventilato, dall'Islanda, alla Grecia, all'Ungheria, ma che ad Abu Dhabi sono i primi ad attuare.

I contorni politici della vicenda sono ancora più eclatanti. Se decido di non pagare il mio estortore, vuol dire che me lo posso permettere, che ho la forza per fronteggiare le sue ritorsioni. In altre parole, l'impero è crollato e la grande ritirata è iniziata. Non è solo Dubai che non pagherà il suo debito. Presto tutti gli altri verranno a ruota a calpestare il cadavere puzzolente del mostro ed a spezzare le catene. Siamo liberi.

Le pezze messe a nascondere quello che oramai è sempre più evidente non bastano più. Gli Usa sono in piena ritirata dall'Iraq e presto lo saranno anche dall'Afghanistan.

L'Economist riferisce di un incontro segreto, smentito dalle autorità americane, tra le due più alte cariche statunitensi in Iraq (il generale Raymond Odierno e l'ambasciatore Christopher Hill) ed il generale iraniano Qassem Suleimani, il responsabile di tutte le azioni di contrasto alle aggressioni militari USA contro la repubblica islamica.

L'argomento di discussione, sempre secondo quanto riferito dal settimanale inglese, è clamoroso (“A regional cockpit”, 21 novembre 2009):

“Gli americano vogliono un un'uscita sicura, senza razzi di provenieza iraniana o bombe ai ai lati delle strade ad aiutarli a fare prima”

In pratica, gli americani avrebbero chiesto di non essere umiliati nella ritirata.

Anche la dissolvenza della minaccia infinita Bin laden e la sua rimaterializzazione nel reo confesso già in mano americana e prossimo al processo KSM (Khaled Sheik Mohammad) di cui abbiamo già discusso (si veda il post “Corso di fotografia”), sembra usare lo stesso linguaggio.

L'amministrazione di Washington deve giustificare all'elettore americano la ritirata dichiarando vittoria nella “guerra al terrore”. Processato il responsabile di tutti i mali, non vi è alcun motivo di continuare a spendere soldi (e vite umane) in Asia Centrale.

Il Mediterraneo dovrebbe seguire a ruota. Le increspature della decisione presa ad Abu Dhabi sembrano averci già raggiunto:

È stata revocata dall'amministrazione comunale di Niscemi, nel Nisseno, l'autorizzazione all'installazione del sistema di un'antenna per la telecomunicazione satellitare della marina militare americana al servizio della base di contrada Ulmo che sarebbe dovuta sorgere alla periferia del centro abitato.

Ansa di oggi, 27 novembre 2009.

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