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giovedì, marzo 31, 2011

Con l'acqua alla gola

E così pare che nel medio-oriente sia in atto un nuovo 1848, una rivoluzione contro la tirannide e per la democrazia. Una primavera araba (ma non islamica). Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Bahrein, Yemen: stiano attenti i despoti, che questi baldi giovani armati solo di Facebook e Twitter ve lo faranno tanto.

Il Corriere della Sera, Repubblica, e poi tutti i media occidentali non sanno più come scriverlo. Lo urlano a squarcia gola: “Guardate, guardate qui: queste sono tutte rivoluzioni spontanee, fatte dalla gente!”

Noi certamente non pretendiamo di capirne e di saperne più di loro, professionisti del settore. Però RussiaToday ha mostrato delle immagini che mettono un po' in crisi questo modello.



Quei cannoni ad acqua che vedete non sono entrati in azione a Damasco, a Sana'a o a Manama. Quello è il Belgio e secondo RT.com (“Europeans against austerity cuts: thousands clash with police in Brussels”, 25 marzo 2011) i manifestanti erano circa 20,000. Il commento finale del giornalista ci confonde:

Con una povertà crescente e milioni di disoccupati in tutta Europa, le gente sembra perdere la pazienza con dei politici che non sembrano in contatto con la realtà”.

Se in questo commento sostituiamo Europa con Egitto, per esempio, la frase potrebbe benissimo apparire in calce ad un pezzo su queste benedette rivoluzioni quarantottine al gelsomino.

Solo che nel caso del Belgio nessuno ha parlato di rivoluzione contro una dittatura, di gioventù che si da appuntamento per protestare tramite Facebook.

E nessuno ne parla neppure ora che le proteste sono arrivate a Londra (“Londra invasa dalla protesta contro i tagli”, Corriere.it 26 marzo 2001). Non ne parlavano negli stessi termini quando le abbiamo in viste in Grecia o nel caso del Portogallo.

Invece per il medio oriente, sono riusciti a farci entrare pure la petizione (online, ovviamente) di 100 intellettuali per il suffragio universale negli Emirati Arabi (“Emirati petition ruler for democratic eletion” Euronews.net, 9 marzo 2011) !

Due pesi due misure: una lente di ingrandimento per osservare il medio-oriente ingigantendo i motivi della rivolta sino alla guerra civile, ed un cannocchiale capovolto per nascondere l'Europa, dove le proteste sono “per i tagli” e non contro il regime.

Viene il sospetto che più che ad una rivolta solo araba si stia assistendo al crollo dell'intero sistema, con le diverse fazioni, già con l'acqua alla gola, che soffiano sul primo focolare che capita per aggrapparsi ad una scialuppa che prima o poi faranno rovesciare.


Di guardia alla scialuppa

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venerdì, novembre 19, 2010

I persiani a Palermo

Se da un lato rimane fondamentale per decifrare gli eventi politici di casa nostra tenere conto dei più ampi sommovimenti che stanno caratterizzando la presente era, dall'altro è importante anche dare conto dei piccoli passi che si fanno in Sicilia per tornare ad inserirsi nelle dinamiche storiche globali come soggetti attivi.

Pochi giorni fa abbiamo delineato brevemente il gioco di contrappesi medio-orientale in cui gli USA cercano di inserirsi per fronteggiare l'avanzata russo-cinese tramite terzi (si veda il post “Nuova Crimea”).

Vediamo ora di annotare due piccoli ma significativi eventi che mettono in risalto come anche da quelle parti, tra Damasco e Teheran, i vertici politici tengano sott'occhio gli sviluppi strategici dell'area centro-Mediterranea.

Il primo di questi eventi riguarda una conferenza tenuta nella capitale siriana nel giugno di quest'anno e denominata “Prima conferenza siriaco-italiana degli imprenditori”.

L'agenzia lanciata dalla Syrian Arab News Agency (“First Conference for Syrian, Italian Businessmen discusses developing Bilateral Cooperation”, SANA 8 giugno 2010) ruota intorno ai seguenti interventi:

“Il presidente dalla Camera di Commercio Internazionale siriana, Abdul Rahman al- Attar, ha invitato gli imprenditori siriani a servirsi dalla speciale posizione geografica della Sicilia nel sud dell'Italia per farne un ponte verso l'intera Europa.

Dal canto suo, l'ambasciatore italiano a Damasco, Achille Amerio ha invitato gli imprenditori siciliani a sviluppare la cooperazione economica e lo scambio di esperienze con la Siria, aggiungendo che la Siria è un partner fondamentale in quanto occupa una posizione geografica che ne fa un importante passaggio per il commercio ed i movimenti culturali tra l'oriente e l'occidente”.


La parte più significativa dell'intero discorso credo sia da considerarsi l'invito rivolto ai siciliani dall'ambasciatore italiano. Le sue parole indicano una rivoluzione strategica. Se fino a qualche tempo fa si faceva di tutto per censurare la posizione culturale siciliana, un ponte verso le aree medio-orientali, oggi nel nuovo sistema globale si cerca di sfruttare tale posizione. Questo perché, ora che il fulcro del mondo si sta spostando da occidente ad oriente, essa diventa sempre più imprescindibile.

Spostandosi ancora più ad oriente, nel caso dell'Iran, è stato invece il Parlamento Siciliano a muoversi con largo anticipo rispetto al resto dell'Europa.

Lo scorso maggio l'ambasciatore iraniano in Italia, Seyed Mohammad Ali Hosseini, è stato in visita a Palermo, secondo le agenzie di stampa persiane su invito del presidente dell'ARS Francesco Cascio (“Sicily to Hold Iran's Cultural Week”, Fars News Agency, 29 maggio 2010).

Hosseini riferisce che “Durante l'incontro Cascio ha evidenziato l'espansione della cooperazione culturale, commerciale ed economica tra l'Iran e l'Italia, la Sicilia in particolare”

I due avrebbero anche preso accordi riguardo ad un nuovo corso di lingua persiana all'università di Palermo ed allo svolgimento di una settimana della cultura iraniana nella capitale siciliana, oltre che discutere l'apertura di una camera di commercio iraniana.

Nella seconda parte l'articolo brevemente descrive alcune caratteristiche dell'Autonomia Regionale:

“La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo ed una regione autonoma dell'Italia. Le isole minori intorno sono anch'esse considerate parte della Sicilia.

La politica siciliana si sviluppa nella cornice di una democrazia rappresentativa presidenziale, nella quale il Presidente del Governo Regionale è il Capo di Governo, e di un sistema multi-partitico e multiforme. Il potere esecutivo è esercitato dal Governo Regionale. Il potere legislativo risiede sia nel governo che nell'Assemblea Regionale Siciliana.”


E con questo abbiamo anche scoperto qualcosa di nuovo sull'Iran: i persiani capiscono lo Statuto Siciliano meglio dei siciliani stessi.

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domenica, novembre 14, 2010

Nuova Crimea

Il 14 febbraio del 2005 nelle strade di Beirut, grazie a 100 kg di tritolo, venne assassinato Rafiq Hariri, ex primo ministro dimissionario del governo libanese.

L'omicidio, oltre a ricordare quello di Falcone nelle modalità (in quel caso si trattò di 350 chili di dinamite, molto più potente del tritolo), lo ricorda anche per le conseguenze: la conflagrazione infatti catalizzò le forze politiche che giostravano (e giostrano) intorno all'area cardine del medio oriente facendole venire allo scontro aperto. Scontro che ha raggiunto il suo apice con la tentata invasione israeliana del libano nel luglio 2006.

Ancora oggi in occidente ci si chiede ipocritamente chi abbia assassinato il leader politico libanese, mentre sui giornali è già stato deciso che il colpevole doveva essere la Siria. Il fatto che Hariri stesso avesse più volte dichiarato pubblicamente che proprio la Siria era assolutamente necessaria alla protezione del suo paese contro Israele ed avesse allo stesso tempo rifiutato di implementare la legislazione anti-terrorismo caldeggiata dagli USA (come ricorda la wikipedia inglese, ma invece censura quella italiana) non viene minimamente ricordato.

Fallito il tentativo di rompere l'impasse con la violenza della ricordata invasione del 2006, il fronte occidentale ha cominciato a circuire Bashar al-Assad, il presidente siriano, con la promessa di aprire il mondo al suo paese, da tempo sotto embargo internazionale. Diversi articoli sui mezzi da guerra mediatica anglosassoni (The Economist, Financial Times, National Geographic) cominciavano subito a riabilitare l'immagine di quello che fino a poche ore prima era un stato canaglia tra i neuroni facilmente impressionabili di buona parte dei propri lettori.

Il processo di normalizzazione nelle relazioni USA-Siria lo scorso mese di ottobre (il 4 per l'esattezza) portava ad un contrattacco nel caso “Hariri”, con la Siria che all'improvviso spiccava dei mandati di arresto internazionali contro 33 rappresentanti governativi libanesi con la stessa accusa che questi gli avevano rivolto precedentemente (la responsabilità dell'assassinio di Hariri). I mandati ovviamente non hanno alcuna speranza di essere eseguiti, perché l'Interpol difficilmente li avallerebbe. Ma dal punto di vista politico rappresentano uno stravolgimento sia nei rapporti di forza interni libanesi, che in quelli più vasti dell'area.

Il momento in cui tutto questo avveniva, lo scorso ottobre, ha anche altri risvolti, poiché la richiesta emessa dai giudici siriani preludeva, facendone da supporto, alla visita ufficiale del presidente iraniano Ahmadinejad in Libano che sarebbe iniziata il 13 seguente e che poi si sarebbe rivelata un immenso successo diplomatico iraniano.

La Siria si sarebbe dunque presa gioco di Washington? Forse sì, forse no, perché se da un lato il segretario di Stato USA, Hillary Clinton, continua ad esprimersi con toni aggressivi (“Il comportamento della Siria non ha soddisfatto le nostre aspettative degli ultimi 20 mesi, e le azioni siriane non hanno soddisfatto li suoi obblighi internazionali”, AFP 12 Novembre 2010), dall'altro il senatore democratico Kerry, in visita a Damasco, “ha sottolineato il ruolo della Siria nel raggiungimento della sicurezza e della stabilità nell'area” (9 novembre 2010), in effetti mostrandosi ansioso di trovare un punto d'incontro.

Quello che però sembra di poter leggere tra le righe è che il rinnovato feeling tra Teheran e Damasco, teatralmente messo in mostra nell'occasione ricordata sopra, non abbia inciso sul riavvicinamento tra Damasco e Washington. La qual cosa dovrebbe stupire non poco, visto che non facciamo altro che leggere peste e corna sui “fondamentalisti” persiani.

Se però includiamo nel quadro l'improvviso calo nei rapporti tra Teheran e Mosca, che recentemente insieme a Pechino ha appoggiato nuove sanzioni dell'ONU contro l'Iran ed è tornata indietro sulla vendita di armamenti (vedi dichiarazioni Ahmedinejad del 4 novemnbre) possiamo cominciare ad intravedere qualcos'altro prendere forma, e cioè un incredibile riavvicinamento tra gli Stati Uniti e l'Iran in chiave anti-russa ed anti-cinese.

Ecco perché la Siria non è stato “punita” dopo la sua spavalda dimostrazione di supporto nei confronti dell' “amico” Ahmendinejad: Damasco rappresenta la principale leva che Obama sta utilizzando per centrare un impensabile colpo politico.

Un colpo che qualora fosse messo a segno, potrebbe riaprire una immensa ferita che dopo oltre 150 anni stenta a cicatrizzarsi, una ferita che nella Mosca ortodossa chiamano la “Questione orientale”, sfociata nel 1856 nella tremenda Guerra di Crimea, l'evento politico che più di ogni altri ha determinato il destino della Sicilia nel XIX e nel XX secolo, quando la sconfitta delle “terza Roma” ad opera di musulmani ed anglosassoni (questi ultimi sostenuti anche dalla cattolicissima Austria) aprì le porte all'avventura Garibaldina.


Due illustri sopravvissuti alla Guerra di Crimea: Checov e Tolstoy

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giovedì, marzo 25, 2010

Diavolo di un Moratti

Sui giornali di tanto in tanto spuntano delle strane notizie di cui spesso non si capisce la logica.

Prendiamo questa ad esempio: «Il ristorante è pieno». E Abramovich resta fuori un’altra volta (Corriere.it 9 agosto 2009), con la proprietaria del locale di Panarea che ci tiene a precisare di aver rifiutato volutamente la prenotazione del magnate russo:

«Oddio — tiene a precisa­re la signora Mascolo, questa volta con un sorriso aperto — io di amici ne ho tanti. Se, per esempio, avessero telefo­nato Carlo Rossella o Diego Della Valle in qualche modo una soluzione l’avrei trovata, perché loro sono amici miei. Ma il signor Abramovich non lo conosco e i soldi non fan­no certo un’amicizia»

Oppure quest'altra:

Villa Certosa piace all’emiro. Sì all’offerta da 450 milioni (...) non abbastanza da far de­sistere la famiglia Al Nayhan, che re­gna su Abu Dhabi, Emirati Arabi Uni­ti. (Corriere.it, 18 novembre 2009)

Questa volta la stranezza risiede nel fatto che la cosa è sbucata il giorno dopo che la stessa famiglia aveva acquistato un albergo nel catanese:

La Item, società catanese di investimento e sviluppo a capitale privato di Abu dhabi, ha annunciato oggi di aver concluso l'acquisizione dallo stato italiano del complesso turistico alberghiero La Perla Ionica ad Acireale. (LaSiciliaWeb.it, 17 novembre 2009)

Ma anche questa più recente è altrettanto strana:

La stampa britannica si schiera dalla parte del ct italiano, che ha tolto i gradi di capitano alla stella del Chelsea per la scappatella con la fidanzata di un compagno di squadra. (Repubblica, 6 febbraio 2010)

Che logica ha questo provvedimento visto che secondo i giornali inglesi quella era una ex?

Per cominciare a dare un senso a queste agenzie che senso non hanno, cominciamo con il rileggere attentamente una delle frasi riportate dall'articolo di Repubblica a riguardo del giocatore del Chelsea:

Sono stati due italiani a prendere la decisione di togliere la fascia a Terry, il suo allenatore Capello e il vice Franco Baldini, dopo essersi consultati con altri due italiani, Ancelotti, allenatore di Terry al Chelsea, e Mancini, allenatore del Manchester City in cui gioca Wayne Bridge, il giocatore "tradito" dalla fidanzata [Repubblica per vendere la storia ai gonzi italioti si “scorda” di aggiungere ex, ndr]

Gli allenatori delle due squadre inglesi provengono da scuderie nemiche: Mancini da quella dell'Inter e Ancelotti da quella del Milan. Possiamo ora cominciare a stringere il cerchio sulle strane notizie di cui sopra notando anche che Mancini allena oggi il Manchester City, di proprietà dello Sceicco di Abu Dhabi, e che invece Ancelotti allena il Chealsea, di proprietà di Abramovich, il magnate russo benvoluto sia da Putin che dai liberali inglesi.

I movimenti di giocatori ed allenatori sono sempre determinati dai buoni rapporti tra le dirigenze. Il confronto tra Milan ed Inter (Berlusconi e Moratti) presenta dunque una interessante propaggine britannica.

Quello di Ancelotti non è stato il primo passaggio di alto profilo tra le due squadre: qualche anno fa la stessa strada fu intrapresa da Schevchenko, il fortissimo attaccante ucraino. Era quello un cadeaux di Berlusconi per l'amico che aveva fatto da tramite con l'allora presidente russo? Chissà che non sia questo “tramite” il vero motivo dietro l'incidente di Pantelleria...

I rapporti tra Abramovich ed Arcore fanno triangolo anche molto più a sud, nell'emirato di Dubai. La Emirates, la lussuosa compagnia aerea che fa da prestigioso biglietto da visita nel mondo per le speculazioni arabe, fu per un certo periodo il principale sponsor del Chelsea. Ed è a Dubai che abbiamo visto andare più volte in vacanza i diavoli rossoneri.

Poco più in là hanno invece fatto capolino lo scorso natale i nerazzurri, che si sono allenati ad Abu Dhabi.

Quel confronto tutto milanese di cui parlavamo sopra presenta allora anche un'altra propaggine: quella arabo-petrolifera.

Lo scorso novembre entrano poi in scena i siciliani, che riescono a ribaltare una stagione iniziata in maniera disastrosa grazie all'alleanza politico-sportiva con Moratti i cui cocenti riflessi ben si sposano con l'opprimente calore del deserto (si veda il post “Panchine scottanti”).

Ecco allora che il principale quotidiano di lingua inglese di Abu Dhabi (The National) dedica importanti articoli pubblicitari al calcio isolano. Da “Un vento di cambiamento da sud per Lippi” (1 marzo, tradotto da Il Consiglio) che mette in qualche modo in risalto i tratti razzisti dei rapporti tra il nord ed il sud della penisola (“Le serenate standard in tribuna per ogni visitatore da qualsiasi luogo al di sotto di Roma sono costellate di termini beffardi come “contrabbandieri”, “zingari” o “terroni”, un generalizzato insulto per la gente del sud.”) a quello strettamente dedicato al Palermo quarto in classifica dell'8 marzo (“Palermo move back to fouth”).

Per rispetto dell'amico milanese, il giornale ha poi censurato il 3-1 del Catania sull'Inter, risultato che lo sceicco ha notato tanto bene da prenotare per la prossima stagione le prestazioni dell'autore dell'ultimo goal, Jorge Martinez:

“L'agente del giocatore uruguaiano, Daniel Delgato, è tornato a parlare del futuro del suo assistito (...) «Ci sono diverse squadre italiane che hanno mostrato interesse per Jorge ma le trattative non sono ancora entrare nel vivo e l'unica squadra con cui continuiamo a conversare è il Manchester City»” (ItaSportPress.it, 24 marzo 2010).

Tornando ai fatti del campionato inglese, la perdita da parte del giocatore del Chelsea della fascia di capitano nella nazionale inglese in vista del prossimo mondiale, segna un punto importante a favore dell'asse Moratti-Abu Dhabi nei confronti di quello Berlusconi-Dubai che si aggiunge al nuovo riposizionamento delle squadre siciliane.

In questo modo si sono spiegate due delle strane agenzie riportate in alto. Rimane l'ultima: quella dell'acquisto da parte dello sceicco di Abu Dhabi della villa in Sardegna del Presidente del Consiglio.

I legami tra Dubai ed Arcore si sono sicuramente stretti ancora di più ora che la Emirates è diventata il principale sponsor del Milan. Certo dopo il crollo finanziario Dubai non è più quella di prima: a salvarla dal collasso è dovuto intervenire proprio lo sceicco di Abu Dhabi (si veda il post “L'età dell'oro”), che in cambio, insieme alla dedica del grattacielo più alto del mondo, deve pur aver chiesto qualcosa. Quel qualcosa è contenuto in queste poche righe (“Emirates and Etihad strike deal on Kangaroo Route”, The National 11 febbraio 2010):

Ad Emirates Airline ed Etihad Airways sono stati assegnati più voli per l'Australia, incrementando i loro interessi nelle lucrative “rotte del canguro” che connettono la nazione con il Regno Unito.

I rappresentanti dell'autorità per l'aviazione civile degli Emirati Arabi (GCAA) hanno confermato che 14 voli settimanali aggiuntivi sono stati assegnati ai due vettori a lungo raggio che li divideranno equamente a partire dal marzo del prossimo anno.


La gigantesca Emirates, una delle principali compagnie aeree del mondo è stata costretta a cedere metà delle nuove rotte alla relativamente minore Etihad, compagnia aerea di Abu Dhabi. In altre parole, a controllare realmente la Emirates è ora lo sceicco di Abu Dhabi che con quella sponsorizzazione è come se si fosse comprato la villa al mare di Berlusconi, E se uniamo tutti i puntini, scopriremo che a controllare il Milan è ora Moratti.

Vediamo se i bookmakers inglesi, tanto ligi verso la legalità delle scommesse (vedi il caso di Chievo-Catania), sospenderanno le puntate sulla vittoria finale del campionato Italiano.

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domenica, gennaio 03, 2010

La via della seta

Dopo Tartaglia e la Maiolo è il turno di Abdulmutallab, il ragazzo con disturbi mentali che avrebbe pianificato ed attuato il complesso attentato su un aereo in volo sull'atlantico imitando un altro deficiente che aveva usato lo stesso tipo di esplosivo, tal Richard Reid autore di una simile performance nel dicembre del 2001 su un volo della American Airlines operante tra Parigi e Miami. Anche in quel caso il folle fu apparentemente fermato dai passeggeri.

Insomma, il mondo sembra essere in mano ad una manica di pazzi criminali.

Abdulmutallab è riuscito con la sua azione degna delle migliori pagine del manuale del perfetto estremista islamico a fare i seguenti favori a certi ambienti di potere USA:

1) Portare l'attenzione sul pericolo islamico nel suo paese d'origine, la Nigeria, dove immediatamente sono ripresi i disordini a sfondo etnico-religioso e dove recentemente sono stati intaccati importanti interessi occidentali, un sentiero che come visto passa anche da casa nostra (si veda il post “Turista per caso”).

2) Tramite la scelta della compagnia aerea su cui viaggiare indisturbato senza passaporto ed armato (la Delta Airlines) richiamare alla mente proprio il petrolio nigeriano, estratto per l'appunto dal delta del fiume Niger.

3) Facilitare l'introduzione forzata negli aeroporti del famigerato “Body scanner” che permetterà ai servizi segreti occidentali di mappare attentamente ogni dettaglio del corpo di ogni passeggero. Anche qui capita casualmente che l'aeroporto di partenza (Amsterdam) sia uno dei pochi al mondo dove uno di questi aggeggi sia funzionante. Ovviamente, non era stato usato in questo caso.

4) Terrorizzare la popolazione della nazione dove il volo era diretto (Stati Uniti) in modo da fare accettare le conseguenti azioni di rappresaglia a scapito di inermi ed ignari civili di un qualche paese straniero.

5) Tramite l'aggancio con questi fantomatici campi d'addestramento “qaedisti” dello Yemen che il ragazzo avrebbe visitato, permettere all'amministrazione americana di agire in quell'area senza risparmio di mezzi e di vite umane (quelle degli inermi civili di cui sopra) e senza avere tra le scatole l'opinione pubblica.

Sappiamo tutti le difficoltà economiche e le divisioni interne che affliggono l'unica [?] superpotenza del pianeta. Purtroppo tali problematiche si riflettono anche nel dispiego di tattiche e sotterfugi.

Nel caso in questione l'enorme falla è stata coperta in modo estremamente maldestro parlando di un padre che “aveva denunciato l'estremismo religioso del figlio [ed] espresso al Dipartimento di Stato le proprie preoccupazioni per le idee radicali e i contatti con gli estremisti del figlio. (Adkronos, 27 dicembre 2009)

Sembra di leggere la storia di un padre che fa la spia sul figlio. Come se domani il vostro vi denunciasse per la foto di Mussolini sul comodino. Secondo un giornalista americano ripreso dal periodico Russia Today (“Detroit jet terrorist attack was staged - journalist”, 29 dicembre) però il padre non aveva denunciato le idee del figlio; ne aveva chiesto la restituzione all'ambasciata USA in Nigeria, dopo aver saputo dove si trovavasse. Esattamente quello che avrebbe fatto qualunque padre preoccupato per le cattive frequentazioni del proprio figlio:

Il padre, un ricco banchiere nigeriano, era andato all'ambasciata degli Stati Uniti il 19 novembre scorso dicendo: «Mio figlio è in Yemen in un campo di terroristi, fate qualcosa»

Qualunque padre proprio no: non tutti padri si sarebbero recati all'ambasciata USA per rintracciare il proprio figlio in un campo di terroristi nello Yemen. Ma un padre che sa come funzionano certe cose, un ricco banchiere nigeriano, forse si. Insomma, tutti sapevano chi fosse e cosa stesse facendo Abdulmutallab, ma nessuno ha fatto qualcosa.

Ma torniamo allo Yemen, dove immediatamente la Casa Bianca, imbeccata dall'imbecille nigeriano, si è detta pronta ad inviare i suoi micidiali caccia.

Il nuovo ordine mondiale (economico e politico) che in questi anni sta vedendo la luce è basato su due poli principali: quello asiatico e quello africano. In Asia sono piazzate quasi tutte le potenze destinate a controllare lo scacchiere globale in questo secolo: Cina, India, Russia, Iran. In Africa si trovano le aree che nei prossimi decenni cresceranno con i ritmi più elevati, dal Nord Africa, oramai prossimo ad un vertiginoso sviluppo, al corno d'Africa tra un decina d'anni circa.

Questo percorso, che potremmo considerare come un moderna via della seta, implica il ritorno delle principali rotte commerciali dall'asse atlantico, che si è imposto a partire dalla scoperta dell'America tagliando fuori il Mediterraneo (ed in particolare il Regno di Sicilia e la Repubblica di Venezia), a quello asiatico-mediterraneo.

La presenza del Canale di Suez eviterà la circumnavigazione del continente nero e farà convergere i flussi commerciali sulle autostrade del mare attraverso alcuni snodi già individuati. I porti di Karachi (attraverso l'Afghanistan ed il Pakistan) e di Burma ad est fungeranno da sbocco per le merci cinesi, mentre Mumbai tornerà ad essere la porta dell'India come ai tempi del Raj britannico.

Ai flussi provenienti da queste tre aree si aggiungeranno quelli del Golfo Persico attraverso l'hub di Dubai e quelli provenienti dal Sud Africa. Essi convergeranno in direzione del Canale di Suez per essere smistati nel Mediterraneo dalla piattaforma logistica siciliana (se i Siciliani saranno capaci di realizzarla) ed in parte risaliranno l'Adriatico verso il Veneto (che potrebbe tornare ad essere la porta dell'Europa verso l'oriente in competizione con le Puglie).

(Ingrandimento)

L'occidente purtroppo è già stato tagliato fuori da tutte queste aree. Ha perso la possibilità di controllare l'India (si veda il post “L'ingresso dell'India”), è stato costretto a programmare il ritiro dall'Afghanistan (si veda il post “Il generale ci va giù duro”), non ha avuto alcun successo nei tentativi di far cadere la dittatura militare in Burma (oggi Myammar). Nel Golfo Persico da un lato lo sceicco di Abu Dhabi ha assestato un duro colpo alle pretese dell'elite finanziaria globale (si veda il post “Un tacchino indigesto”), dall'altro i progressi in Iran si fanno con il contagocce o non si fanno per niente. Il Canale di Suez è in mano agli egiziani che hanno già manifestato la loro posizione aprendo ad Hamas dopo la guerra di Gaza lo scorso anno. Infine nel Mediterraneo i nuovi accordi con la Russia dovrebbero includere la ritirata dalla Sicilia e probabilmente dal Sud Italia (si veda il post “Tutte le scarpe del presidente”).

Rimane un solo punto dove i “folli criminali” possono forzare la mano ad Obama e piantare grane al resto del mondo: il golfo di Aden, il punto in cui tutti quei flussi convergono verso il Canale di Suez, tra la Somalia e lo Yemen, due aree il cui disastro è dovuto più ai tentativi di incursione americani che alle varie teorie lombrosiane dispiegate dai giornalisti italiani.

La tentata invasione USA della Somalia degli anni '90, fallita grazie anche al lavoro clandestino di agenti russi e cinesi (che la propaganda ha poi spacciato per “mercanti d'armi”) era continuata tramite azioni di disturbo volte ad impedire la formazione di uno stato poco favorevole all'intromissione di Washington.

Due anni fa le coorti islamiche (così sono stati ribattezzati in occidente i patrioti somali) erano state quasi annientate dai bombardamenti aerei americani e dall'invasione etiope. A quel punto dal nulla apparvero pirati capaci di assalire petroliere e navi da guerra, il primo (maldestro) esplicito tentativo di controllo delle rotte attraverso lo stretto. La destabilizzazione causata dalla crisi economica ha però ridato fiato alle “coorti” che hanno ricominciato a marciare verso Mogadishu, mentre l'attività piratesca continuava a rilento anche per l'arrivo di navi da guerra dei paesi interessati a bloccare il velleitario tentativo anglosassone (Francia, Russia, Cina, Italia, India). A Washington devono aver capito di non avere più speranze nel corno d'Africa, e stanno ora provando ad intrufolarsi sull'altra sponda. Da notare che Obama preferirebbe il dialogo, ma i suoi nemici interni non ne vogliono sapere.

Dall'Inghilterra Brown è ansioso di buttarsi nella mischia (“Brown convoca un vertice sullo Yemen”, IlSole24Ore.com 1 gennaio 2010):

Il premier britannico Gordon Brown ha convocato il 28 gennaio a Londra un summit con alcuni alleati chiave per definire un fronte di lotta comune contro l'estremismo crescente nello Yemen (...) La riunione è stato indetta a seguito del fallito attacco di Natale sul volo 253.

Il Sole 24 Ore continua tracciando la stessa parabola accennata sopra tra le due sponde del golfo di Aden:

Intanto gli integralisti islamici somali del gruppo al Shabaab hanno dichiarato a Mogadiscio l'intenzione di andare militarmente in aiuto dei gruppi di al Qaida operanti in Yemen, soprattutto in caso di intervento Usa. «Siamo pronti ad attraversare il mare ed a soccorrerli per combattere i nemici di Allah», ha dichiarato oggi a Mogadiscio Sheikh Muktar Rabow Abu Mansur, uno dei loro leader, lanciando un appello analogo a tutti gli arabi perchè si uniscano alla guerra santa. Lo riferiscono numerosi siti somali [?]. Shabaab, che vuol dire gioventù in arabo, è il braccio armato somalo di al Qaida; controlla buona parte della Somalia, e quasi tutta la capitale. In Yemen opera un agguerrito gruppo di terroristi di al Qaida, contro i quali sta combattendo l'esercito regolare, che chiede però aiuti internazionali per sconfiggerli.

L'esercito regolare yemenita non sta combattendo contro alcun terrorista. Nello Yemen è in corso una guerra civile che vede gli sciiti del nord, appoggiati da Iran e forse sottobanco anche da Cina e Russia, opposti al governo centrale appoggiato da americani ed inglesi (esattamente come in Somalia) e nessuno dei ribelli ha mai detto di fare parte di Al Qaeda: più che censurare i blog si dovrebbero censurare certi giornalisti con il patentino.

La risposta cinese all'attentato del folle nigeriano imbarcato sul volo della Delta Airlines proveniente da un imbarco di Amsterdam dove non era installato il body scanner e diretto negli USA dopo un periodo di addestramento nello Yemen non si è fatta attendere:

La Cina ha bisogno di una base navale permanente nel Golfo di Aden per rifornire le proprie unità impegnate nella missione anti-pirateria in Somalia: lo ha affermato uno dei portavoce della marina militare cinese, Yin Zhuo, senza fornire ulteriori dettagli in merito alla localizzazione ma sottolineando come una decisione in merito spetti ai vertici militari. (APCOM – 30 dicembre 2009)

Augusta accoglie le carovane di ritorno dall'oriente

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domenica, novembre 29, 2009

Il generale ci va giù duro

Nel precedente articolo (“Un tacchino indigesto”) era stato citato un pezzo apparso sull'Economist del 21 novembre 2009 (“A regional cockpit”) che riportava la notizia di un incontro segreto tra i due maggiori rappresentanti del contingente di occupazione americano (il generale Raymond Odierno e l'ambasciatore Christopher Hill) ed il generale iraniano Qassem Suleimani, incontro smentito dai due protagonisti a stelle e strisce.

Chi vada a controllare oggi sul sito del settimanale inglese lo stesso articolo, troverà in cima un'avvertenza:

Editor's note: This is an abbreviated version of the story we published in the print edition of November 21st. For the background to the changes, see the article published in the issue of November 28th.

(Trad., Nota editoriale: Questa è una versione abbreviata della storia da noi pubblicata nell'edizione cartacea del 21 novembre. Per i retroscena dei cambiamenti, vedere l'articolo pubblicato nell'edizione del 28 novembre)

L'articolo del 28 novembre in questione (“Ci eravamo sbagliati?” - da notare il punto interrogativo...) spiega che “Il generale David Petraeus, al Comando Centrale americano, ha negato che l'incontro abbia avuto luogo in termini così energici ed inequivocabili” che la redazione ha “liberamente” deciso di rimuovere dal pezzo pubblicato in rete tutti i riferimenti al suddetto incontro.

Una “auto”-censura del genere spiattellata in modo tanto plateale al mondo intero, condita da quel punto interrogativo e da ulteriori dettagli che danno forza alla versione pre-censura (“Al nostro corrispondente a Baghdad è stato riferito di questo meeting, che si dice abbia avuto luogo all'inizio di settembre, prima da un politico iraqeno di primo piano con stretti legami con gli iraniani. Tutto questo è stato confermato da un ufficiale americano di alto livello [“senior”] nella posizione di sapere se un meeting di questo tipo avesse avuto luogo”) danneggia ancora di più l'immagine dell'amministrazione americana in Iraq.

Questa settimana alla redazione dell'Economist hanno poi deciso di rincarare la dose e sono andati in edicola usando armi più sottili:



La copertina illustrata sopra non poteva essere più dissacrante: essa mostra un Obama sconsolato in procinto di uscire a testa bassa dal Medio Oriente e dall'Asia centrale, dove la sua presenza è oramai solo un'ombra. Certo, l'insulto alla nuova amministrazione iraqena non manca: dal famoso lancio di scarpe anti-Bush abbiamo imparato che il mostrare una suola di scarpe è un grave insulto in quei paesi. Ecco perchè ora vediamo il piede di Obama piantato sopra lo stesso Iraq.

Qualche pagina più in là viene poi pubblicata la solita vignetta satirica (Originale qui):



Il primo soldato chiede “Perchè il presidente Obama prende così tanto tempo per annunciare il suo piano per l'Afghanistan?”. Dalla cima dell'Hummer l'altro risponde: “Forse perché la sua strategia di uscita doveva essere tradotta dall'originale Russo

Altra rivelazione? A prestare fede al vignettista gli USA starebbero per ritirarsi anche da li. Rimane da vedere se quell'“originale russo” sia da riferirsi solo all'epilogo della guerra lasciata a metà dai sovietici, o anche a qualche accordo di oggi con la Russia di Mevdev e Putin.

Questa voglia di “vuotare il sacco” dell'Economist suona strana, soprattutto se messa a confronto con la testarda insistenza del Financial Times a rimanere su posizioni oramai perse (vedi il titolo apparso sulla versione cartacea del 27 novembre scorso e sempre citato nel post “Un tacchino indigesto”: "L'emirato pagherà caro per un lungo tempo a venire", indirizzato agli arabi ribelli degli EAU).

Il ritiro americano dalla scena internazionale sta andando più o meno come si era anticipato in questo blog (si veda ad esempio il post “Pericolo di crollo”). A suo tempo, si era anche parlato di un possibile epilogo violento sul modello sovietico (si veda anche il post “Cime tempestose”). Queste “divergenze di vedute” manifestate “in termini così energici ed inequivocabili” continuano a spingere in quella direzione.


Una delle sezioni censurate dall'articolo incriminato. Nel riquadro, le richieste apparentemente fatte dagli americani agli iraniani (si veda il post "Un tacchino indigesto")

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venerdì, novembre 27, 2009

Un tacchino indigesto

Il 25 novembre 2009 sarà ricordato come una data storica nei nostri libri di storia. A termine di un discorso riguardante la situazione economica generale, il governo di Dubai ha annunciato che ritarderà il pagamento di una rata del debito di una delle principali aziende pubbliche dell'emirato, Dubai World.

La bomba è stata sganciata alla vigilia di una importante festività musulmana, motivo per cui le borse del medio-oriente sarebbero rimaste chiuse sino alla prossima settimama. Nel frattempo anche a New York le contrattazioni si sono interrotte per il giorno del ringraziamento (26 novembre). In altre parole, il tacchino a Wall Street quest'anno andrà di traverso a tutti.

E le ricorrenze non si fermano qui, perchè tra un altro paio di giorni negli Emirati Arabi sarà l'anniversario della fondazione della nazione (3 dicembre). Ma al contrario di come strillano i giornali da noi, che parlano di un collasso dello staterello, non è detto che i datteri vadano di traverso ai pii musulmani.
Qualche interessante particolare è stato aggiunto oggi:

Un ufficiale finanziario di Dubai di alto livello ha detto che l'emirato si aspettava pienamente la ricaduta a causa dei suoi problemi di debito ed ha assicurato i creditori stranieri che la richiesta di Dubai World di posporre il pagamento su una parte dei 60 miliardi di dollari è stata “attentamente pianificata” (Associated Press, 27 novembre 2009)

Un piano ben preciso quello di darsi la zappa sui piedi a pochi giorni da una ricorrenza tanto importante?

Nessuno si aspettava una tale svolta tra i grattacieli del DIFC (il centro finanziario di Dubai) o tra quelli delle borse di New York, Londra o Tokyo. Si era sempre stati sicuri che i ricchissimi vicini di Abu Dhabi avrebbero turato tutte le falle aperte dalle cicale della famiglia Al Maktoum (i regnanti di Dubai). Fino a l'altro ieri.

Il Financial Times, pieno di rancore, oggi se ne è venuto fuori con titoli minacciosi (“L'emirato pagherà caro per un lungo tempo a venire” il titolo sulla carta stampata per questo articolo, 27 novembre) ed ammettendo tra le righe si essere stato fatto fesso:

Che sia forse questo il modo di Abu Dhabi di vendicarsi di Dubai per gli eccessi degli anni del boom? Ne dubito. La rivalità tra i due emirati è meno importante delle implicazioni della caduta di Dubai. Il costo per assicurare il debito di Abu Dhabi è aumentato a seguito dell'annuncio di Dubai.

Il che vuol dire che proprio lo sceicco di Abu Dhabi, malgrado avesse con sè i soldi per pagare, deve aver favorito la decisione secondo una precisa strategia ed al culmine di un cammino che lo ha portato ad allontanarsi sempre di più dall'occidente, dopo secoli di oppressione inglese (gli EAU erano un protettorato inglese sino agli anni 70).

La vendita delle azioni della Barclays Bank, la banca dei Rockfeller, che ha quasi messo sul lastrico la potente istituzione finanziaria, il rifiuto ad accettare una moneta unica sul modello europeo imposta dagli anglosassoni a tutta la penisola arabica (se ne era già uscito l'Oman, si veda il post “Alla conquista della sovranitá”), l'accordo nucleare con i francesi ed il viaggio dello sceicco di Dubai a Mosca nell'aprile scorso, non possono lasciare spazio a fraintendimenti politici.

Ora la ribellione ha toccato l'apice, e gli arabi si rifiutano di pagare un debito loro imposto con la forza dalle elite finanziarie occidentali. Una minaccia che altri avevano ventilato, dall'Islanda, alla Grecia, all'Ungheria, ma che ad Abu Dhabi sono i primi ad attuare.

I contorni politici della vicenda sono ancora più eclatanti. Se decido di non pagare il mio estortore, vuol dire che me lo posso permettere, che ho la forza per fronteggiare le sue ritorsioni. In altre parole, l'impero è crollato e la grande ritirata è iniziata. Non è solo Dubai che non pagherà il suo debito. Presto tutti gli altri verranno a ruota a calpestare il cadavere puzzolente del mostro ed a spezzare le catene. Siamo liberi.

Le pezze messe a nascondere quello che oramai è sempre più evidente non bastano più. Gli Usa sono in piena ritirata dall'Iraq e presto lo saranno anche dall'Afghanistan.

L'Economist riferisce di un incontro segreto, smentito dalle autorità americane, tra le due più alte cariche statunitensi in Iraq (il generale Raymond Odierno e l'ambasciatore Christopher Hill) ed il generale iraniano Qassem Suleimani, il responsabile di tutte le azioni di contrasto alle aggressioni militari USA contro la repubblica islamica.

L'argomento di discussione, sempre secondo quanto riferito dal settimanale inglese, è clamoroso (“A regional cockpit”, 21 novembre 2009):

“Gli americano vogliono un un'uscita sicura, senza razzi di provenieza iraniana o bombe ai ai lati delle strade ad aiutarli a fare prima”

In pratica, gli americani avrebbero chiesto di non essere umiliati nella ritirata.

Anche la dissolvenza della minaccia infinita Bin laden e la sua rimaterializzazione nel reo confesso già in mano americana e prossimo al processo KSM (Khaled Sheik Mohammad) di cui abbiamo già discusso (si veda il post “Corso di fotografia”), sembra usare lo stesso linguaggio.

L'amministrazione di Washington deve giustificare all'elettore americano la ritirata dichiarando vittoria nella “guerra al terrore”. Processato il responsabile di tutti i mali, non vi è alcun motivo di continuare a spendere soldi (e vite umane) in Asia Centrale.

Il Mediterraneo dovrebbe seguire a ruota. Le increspature della decisione presa ad Abu Dhabi sembrano averci già raggiunto:

È stata revocata dall'amministrazione comunale di Niscemi, nel Nisseno, l'autorizzazione all'installazione del sistema di un'antenna per la telecomunicazione satellitare della marina militare americana al servizio della base di contrada Ulmo che sarebbe dovuta sorgere alla periferia del centro abitato.

Ansa di oggi, 27 novembre 2009.

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lunedì, settembre 28, 2009

Tutte le scarpe del presidente

Quei cattivoni fanatici degli ayatollah iraniani pensavano di fregare l'occidente. Credevano di potersi permettere di costruire reattori nucleari segreti. In un mondo in cui persino gli aghi persi in un pagliaio sono sotto controllo, loro si costruivano il reattore nucleare di nascosto.

La clamorosa Scoperta da parte dell'intelligence [sic!] americana, malgrado come sempre l'Iran si dica pronto a “fissare ispezioni con AIEA”, ha scatenato un'ondata di psico-indignazione sui giornali telecomandati e tra la popolazione lobotomizzata. Essa (la Scoperta) avviene come al solito in un momento sin troppo appropriato dal punto di vista propagandistico. Un momento in cui l'occidente più fanatico, anche grazie alla “glasnost” di Obama, ha preso in rapida successione due scarpate in testa più umilianti e precise di quella che l'anno passato mancò di un soffio George W. Bush.

Il primo tacco da cosacco in faccia arriva a proposito di un altro sito nucleare iraniano, quello ben conosciuto di Bushehr, per il quale l'agenzia per il nucleare civile russa (Atomenergoprom) sta per completare i lavori. Il combustibile nucleare è stato consegnato a Teheran già a gennaio e, secondo l'agenzia di stampa moscovita Rianovosti, “di norma, il combustibile nucleare viene consegnato ad un impianto nucleare sei mesi prima di entrare in funzione” (“Russia completes automated control system for Bushehr NPP”, 23 settembre 2009). Vale a dire, la centrale sta per entrare in funzione ed il cappio economico stretto al collo della nazione mediorientale sta per allargarsi.

La seconda pesantissima scarpa (anzi, scarpone) a colpire nel segno riguarda l'applicazione dell'accordo tra il Cremlino e Washington (vedi il post “Due stratagemmi”) a seguito del quale la settimana passata l'amministrazione USA ha cancellato il programma GBI (Ground Based Interceptor), ovverosia il piano dell'era Bush per uno scudo spaziale piazzato in Europa orientale come difesa (dice l'ufficialità) da un possibile attacco missilistico iraniano all'Europa ed agli Stati Uniti.

La psico-cacarella globale è stata organizzata per bene ed è in fondo anche tenero osservare il dispiegarsi di questi attenti preparativi attraverso le pentole senza coperchio esposte da quella strana ed improvvisa visita di cortesia fatta da Bill Clinton (marito di Hillary, il vero nemico di Obama) al carissimo amico nordcoreano Kim Jong II.

Il 25 maggio scorso il mondo era stato scosso dalla notizia della registrazione di un terremoto di magnitudo 4.5 in Corea. Senza pensarci due volte, le agenzia globali hanno parlato di test nucleari (Corea del Nord, nuovo test nucleare. Obama: «Minaccia per la pace», Corriere.it)

Il 4 luglio poi, senza farsi tanti problemi e malgrado le proteste cinesi, partono una serie di missili balistici con una gittata da 500 km che lambiscono il Giappone.

Risultato? La già ricordata visita festosa di cortesia con scambio di ostaggi del 4 agosto scorso (“In Nord Corea «graziate» le due giornaliste Usa”, IlSole24ore.com), esattamente un mese dopo la performance missilistica. Niente stracciamento di vesti per le strade di New York, niente articoloni sui maggiori quotidiani in questo caso. Anzi, secondo la stampa anglosassone l'unico motivo di preoccupazione risiede nel fatto qualcuno potrebbe copiare i coreani (“Will Russia and China pitch in?”, The Economist 10 settembre 2009):

“La dichiarazione del dittatore nordcoreano di stare ora sperimentando una seconda via alla bomba basata sull'urianio potrebbe meritare appena una scrollata di spalle [cioè, nessun pericolo in questo caso: come sono state scelte con cura le parole, ndr]. Eppure essa contiene un messaggio urgente per il mondo” poiché l'azione di Kim Jong II “sta incoraggiando altri che hanno ambizioni nucleari a pensare che anche loro potrebbero passarla liscia” [un “anche” che sta a significare che proprio la Nord Corea la passerà liscia, visto che il permesso lo ha ricevuto da qualcuno a Washington, ndr].

E chi mai potrebbe essere incoraggiato? “In questo momento ciò significa l'Iran”: e ti pareva.

Con tutti i suddetti preparativi alle spalle, il tempismo della notizia della centrale segreta iraniana diventa ancora più sospetto. I “falchi” con questa manovra stanno smontando di fronte all'opinione pubblica americana la politica estera di Obama che sembra lasciare campo libero al millantato attacco intercontinentale iraniano oggi contro Israele, domani contro l'Europa e dopodomani addirittura contro gli USA.

La realtà dei fatti è però lontana da questi scenari, tant'è che sino ad oggi la tecnologia militare persiana potrebbe forse permettere di colpire Israele (e ripeto forse), mentre obiettivi più lontani sono pure e semplici congetture basate non si sa su cosa.

E questo non lo dicono i siti cospirazionisti o anti-americani, ma lo stesso Congresso statunitense. Da un recente rapporto del CBO (Congressional Budget Office) sulle opzioni per la difesa missilistica europea (“Options for Deploying Missile Defenses in Europe”, febbraio 2009) è possibile apprendere che il missile a più lunga gittata disponibile con certezza in Iran è lo Shahab-3, con una raggio d'azione di 1300 km: appena appena capace di toccare Israele [*].

Per quanto riguarda gittate più lunghe, vi sono in circolazione solo rapporti poco precisi e nessuna conferma di eventuali test coronati di successo. Anzi, tutti i test di cui si ha notizia sarebbero falliti miseramente.

La “minaccia” iraniana è quindi quasi interamente fumo.

La verità sull'arrosto dello scudo spaziale europeo (GBI) è un altra, ed in fondo la sappiamo bene: esso sarebbe servito per neutralizzare gli armamenti missilistici russi e per dare agli USA una supremazia totale sullo scacchiere internazionale (supremazia comunque legata ad un successo in Afghanistan, oramai fuori dalla portata del Pentagono).



La figura qui sopra indica in blu lo spazio che sarebbe stato “protetto” dallo scudo spaziale contro attacchi missilistici iraniani (in rosso quello non “protetto”). Come è facile vedere, la copertura comprende anche l'intera Russia occidentale sino a Mosca. Più che una protezione sarebbe più giusto definirlo un “controllo”, infatti è lo stesso Economist ad ammettere che “la perdita del radr ceco riduce l'abilità dell'America di spiare in profondità all'interno della Russia” (“Shooting down a plan”, The Economist 24 settembre 2009).

Esaminando la figura si nota anche come il Mediterraneo orientale non sia coperto dal sistema. Questo si può comprendere facilmente: appena ad est della Sicilia comincia il regno di Israele e di quello che ai tempi del primo mandato di Bush era un fedele alleato: la Turchia.

Nel nuovo sistema pensato dall'amministrazione dell'era Obama, ci si è “accorti” che forse la minaccia iraniana non è poi così vicina, e per il momento si può fare a meno dei radar terrestri nell'Europa orientale. Il nuovo sistema si baserebbe su degli “intercettatori” mobili localizzati su di un tipo di navi chiamato “Aegis” (circostanza questa confermata dal citato articolo dell'Economist che utilizza lo stesso rapporto del CBO come base).

Il rapporto del CBO indica quale dovrebbe essere la localizzazione delle navi (quadratini rossi nella figura a lato). Questa localizzazione è particolarmente interessante. L'area protetta dalle navi è rappresentata da un ventaglio che si apre in direzione opposta a quella di provenienza dei missili. Ebbene, non vi sono navi piazzate nel Mediterraneo meridionale.

Per capire cosa questo significhi osserviamo la figura seguente che rappresenta la copertura (area blu) data dalle navi indicate prima:



La Sicilia e buona parte del sud Italia non saranno coperti (o meglio “controllati”) dalle difese antimissilistiche americane piazzate ufficialmente contro un poco realistico attacco iraniano, ma chiaramente proiettate contro il braccio militare di Mosca.

Il rapporto verso la fine si arrende e confessa questa proiezione quando verifica la possibilità di neutralizzare attacchi russi (vedi pagine 46-47), ma evita di mostrare la reale copertura nel Mediterraneo con l'utilizzo del sistema di navi Aegis ora previsto. E' facile però capire come la mancanza di una nave posizionata nel basso adriatico o nello Ionio significhi la mancata “copertura” di Sicilia e Sud Italia.

Passando alla nostra situazione locale, bisogna ora analizzare i cambiamenti che questo accordo tra Mosca e Washington porta alla Sicilia.

Gli americani stanno di fatto rinunciando a proteggere Sigonella, mentre prevedono di rimanere presenti nel nord Italia (una delle navi dovrebbe essere posizionata nel Nord Adriatico) [**].

A Sigonella (per la precisione a Niscemi) i piani di Bush prevedevano (e prevedono) il piazzamento del MUOS, o Mobile User Objective System, un “sistema di comunicazione satellitare ad altissima frequenza (UHF) delle forze armate USA che integrerà comandi, centri d'intelligence, radar, cacciabombardieri, missili da crociera, velivoli senza pilota, ecc., con l'obiettivo di perpetuare la superiorità offensiva degli Stati Uniti d'America” (“Sorgerà a Niscemi la stazione terrestre USA del piano di riarmo spaziale MUOS”, Megachip.info, 11 settembre 2008). In pratica il futuro delle comunicazioni militari americane.

Il sistema globale prevede la presenza di un totale di quattro basi. Oltre a quella siciliana, una è stata piazzata alle Hawaii, una in Virginia (USA) ed una in Australia.

Anche ipotizzando la presenza di altri sistemi balistici di difesa nell'isola a noi sconosciuti, non sembra credibile che il Pentagono possa accettare di lasciare un centro operativo di tale importanza strategica sotto la minaccia di un attacco missilistico russo.

Le conseguenze del nuovo accordo firmato da Obama e Medvedev non tarderanno a farsi sentire anche da noi, in quanto il progetto del MUOS di Niscemi potrebbe a questo punto essere cancellato e l'auspicato ritiro americano dalla Sicilia diventare realtà.

Che possiamo farci. Vorrà dire che, privi della amorevole protezione della Nato, nelle calde notti estive staremo trepidanti a scrutare il cielo in attesa di vederci piovere addosso i missili intercontinentali armati di testata nucleare degli ayatollah iraniani.

Allah uh Akbar.

Post correlati:
Cime tempestose
Due stratagemmi
Saggezza orientale
Il paramassone
Pericolo di crollo
Fuori dai piedi

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[*] Oggi il sito del Corriere della Sera ha pubblicato un falso clamoroso affermando che “sono stati lanciati prima missili Shahab 1 e 2 con una gittata compresa tra i 300 e i 700 km e successivamente gli Shahab 3 che, con una portata di 2 mila km, sono in grado di raggiungere Israele e le basi Usa nel Golfo.” (“Iran: lanciati razzi a lungo e a medio raggio alle esercitazioni militari”, 28 settembre 2009)

Vediamo invece cosa dice il rapporto del Congresso americano:

“Lo Shahab-3 è un missile a stadio singolo ed a carburante liquido con una gittata massima stimata in 1300 km.” (...) “Quella variante, designata come Shahab-3A, si crede abbia una gittata massima stimata in circa 1700 km. Un rapporto di intelligence del 2006 concludeva che lo Shahab-3A era ancora in fase di sviluppo e non ancora testato in quel momento.”

L'articolo del Corriere tenta di fare confusione tra lo Shahab-3 ed il 3A, un missile di cui non si hanno notizie precise circa il sua effettiva funzionalità, e senza dimenticare che comunque anche in questo caso la portata massima sarebbe di 1700 km e non di 2000 km. La gettata di 2000 km dovrebbe essere raggiunta dai missili Ashura, per i quali “alcune agenzie di stampa indicano che un test privo di successo è stato effettuato nel novembre 2007”. Insomma, ci piacerebbe sapere che fonti usa il Corriere e come mai sente il bisogno di creare tanta confusione.

[**] Previsione tutta da verificare, dato che presto francesi e tedeschi tenteranno con tutti i mezzi di dare il ben servito agli americani anche dal nord Italia, malgrado i giochetti di Berlusconi che tenta invece di tenerseli stretti in Padania per rimanere in equilibrio sull'isolotto di Arcore accerchiato da pescecani affamatissimi.

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venerdì, giugno 05, 2009

Le buone notizie non vengono mai sole

Recentemente ci siamo occupati del subcontinente indiano e degli sviluppi che l'arrivo del “secolo asiatico” ha portato nell'area (Vedi il post “L'ingresso dell'India”).

Come detto, la vittoria alle elezioni del “Congress Party” di Sonia Gandhi e la contemporanea fine della guerra civile dello Sri Lanka hanno decretato la sconfitta dei piani americani per limitare l'influenza di Russia e soprattutto Cina nell'Oceano Indiano. Non solo: potrebbero anche aver fatto saltare i piani dei “liberali” di trasferire al colosso indiano il dovere di proteggere i volenterosi “ri-costruttori del tempio” grazie alle affinità politiche del BJP, il partito d'opposizione.

I media occidentali comunque si sono guardati bene dall'ammettere apertamente una così schiacciante sconfitta, che di fatto chiude la porta all'avventurismo anglosassone in Asia meridionale ed orientale. E pone dei seri dubbi sulle reali capacità di resistere in Asia centrale (leggi Afghanistan).

L'occidente ha, diciamo così, censurato momentaneamente la sconfitta elettorale indiana, parlando solo degli aiuti cinesi e russi all'ex isola di Ceylon e addirittura festeggiando l'esito della gigantesca tornata elettorale (la copertina dell'Economist riportata sopra dice testualmente “Buone notizie dall'India”). Su queste pagine avevamo però detto a chiare lettere che una così flagrante intromissione di Russia e soprattutto Cina nel subcontinente senza l'assenso del governo indiano era impensabile.

Nei giorni seguenti la fine delle ostilità contro le Tigri Tamil, l'occidente non è stato con le mani in mani ed ha cercato (inutilmente) di fare passare alle Nazioni Unite diverse mozioni che condannassero il governo cingalese per le supposte atrocità compiute (“After the slaughter”, 28 maggio 2009):

Il 25 maggio il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite si è riunito per una sessione speciale sullo Sri Lanka a seguito di una richiesta tedesca per conto di 17 nazioni per lo più europee. I suoi membri hanno proceduto a respingere una risoluzione proposta volta alla condanna del governo dello Sri Lanka per il poco conto in cui aveva tenuto la vita dei civili.

Invece ecco quello che è successo:

Un altra risoluzione messa sul tavolo dal governo dello Sri Lanka, che encomiava il proprio impegno verso i diritti umani, è stata accettata con un voto di 29 a 12.

Notare chi ha votato, tra gli altri, per questa risoluzione: Russia, Cina, Pakistan e.... India! La coperta si fa sempre più corta.

Ma non è finita qui. Tra i firmatari troviamo infatti quello che fino a pochi mesi fa era il più importante alleato degli americani in medio oriente: l'Egitto.

E proprio in Egitto ieri Obama ha rilasciato un discorso così significativo che avrebbe potuto benissimo riassumerlo mettendosi a sventolare il foglio di carta come bandiera bianca (“Il discorso di Obama al Cairo”, Corriere.it 4 giugno 2009):

Nessun sistema di governo può o dovrebbe essere imposta su di una nazione da un'altra [precisamente quello che Inghilterra prima e Stati Uniti poi hanno fatto per 2-300 anni, ndr]. Questo non diminuisce il il mio impegno, comunque, verso forme di governo che riflettano il volere del popolo [Quindi, se il Popolo vuole la monarchia (ad esempio), così sia, ndr]. Ogni nazione dà vita a questo principio a modo suo, in un modo radicato nelle tradizioni del proprio popolo. L'America non presume di sapere cosa sia meglio per tutti, allo stesso modo in cui noi non presumeremo di scegliere l'esito di una elezione pacifica.

Il crollo dell'Unione Sovietica iniziò con un tracollo economico (ricordate le file per il pane?) ma in fin dei conti fu un crollo politico, il crollo del comunismo reale prima esterno (sconfitta dei regimi allineati) e poi interno (collasso della stessa URSS)

Il crollo economico americano è già un fatto (come si fa ancora a non vederlo, dopo che nei giorni scorsi anche la General Motors, la spina dorsale dell'economia americana, è fallita?). Abbiamo assistito in questi mesi al cambio di regime dei paesi allineati (perso l'Egitto, l'ultimo stato di un qualche peso ancora allineato interamente a Washington è l'Arabia Saudita). Aspettiamo nel giro di pochi mesi quello politico interno, cioè il crollo della democrazia intesa come sistema bipartitico a suffragio universale.

Torniamo all'Economist per cogliere ulteriori segnali di questo oramai prossimo crollo (nel caso in cui il discorso di Obama non sia convincente. Del resto sono ambedue portavoce degli stessi poteri...). Già lo scorso 16 maggio il settimanale britannico scriveva un pezzo dal titolo emblematico, “I dolori del parto” (“Birth pains”):

Si è sempre pensato che la Cina sarebbe dovuta andare verso il modello occidentale. Ma perchè non viceversa?

L'articolo apparentemente faceva riferimento al solo sistema economico. Ma questi non può andare in un verso mentre il sistema politico va dall'altro. E l'inizio dello stesso pezzo lascia intravedere proprio questa connessione chiamando in causa la cosiddetta “democrazia”:

In una democrazia (...) i creditori hanno il denaro e perciò l'orecchio dell'elite politica; i debitori di solito hanno i voti.

Una ammissione di colpa che confessa senza giri di parole la truffa del suffragio universale moderno non bilanciato da un potere controllore manifesto: il popolo vota, ma i politici ascoltano qualcun altro, e cioè i vertici del sistema finanziario.

Quale sarà il sistema politico verso cui ci dirigeremo dalle nostre parti di mondo? Nel medio termine si direbbe una sorta di monarchia costituzionale, un sistema in fondo nato in Sicilia circa 1000 anni fa. La stessa Nazione Siciliana poi lo perfezionò con la costituzione del 1848 in un modo radicato nelle tradizioni del proprio popolo Ma allora gli anglosassoni presumevano di sapere cosa fosse meglio per tutti.


Ma non stavamo parlando di Obama?

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mercoledì, maggio 06, 2009

Da emigrati a emirati

Un articolo apparso su www.ameinfo.com, un giornale online che si occupa dell'economia dei paesi del Medio Oriente, e facilmente rintracciabile tramite Google News (in inglese) ci da un dato interessante sull'economia siciliana e ci da un altro piccolo indizio di quei “tempi che cambiano”.

Riporto l'articolo per intero tradotto in italiano dalla sua fonte originale (http://www.ameinfo.com/194981.html):

L'Assemblea regionale siciliana visita Sharjah

L' Ufficio del Commercio e dell'Industria italiani negli Emirati Arabi, nel suo continuo tentativo di promuovere e rafforzare le relazioni bilaterali tra l'Italia e gli EAU, ha avuto il piacere di ospitare l'onorevole Fausto Maria Fagone, rappresentante della Assemblea Regionale Siciliana, nella sua recente visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti.


Fagone, può essere considerato un pioniere nel miglioramento delle relazioni commerciali e cross-culturale legami tra la Sicilia e gli EAU, ed è anche grazie alla sua misure che la Regione Siciliana è stata di recente molto attiva in questo settore.

Tra le varie iniziative, la partecipazione al Arabian Travel Market 2008 ed alle due ultime edizioni della settimana del Festival Italiano sono state di notevole successo.

Durante la sua visita ufficiale, l'Onorevole Fagone ha avuto l'opportunità di incontrare SE Sheikh Mohammed bin Faisal bin Sultan Al Qassimi, presidente e CEO di Manafa LLC e Vice Presidente dell'ufficio del Commercio e dell'Industria italiani negli Emirati Arabi e il CCG.

I temi che erano all'ordine del giorno andavano dallo sviluppo dei rapporti commerciali, per la crescita del turismo in entrata e in uscita tra la Sicilia e l'Emirato di Sharjah, così come la possibilità di cimentarsi in alcuni nuovi progetti per la gestione del patrimonio culturale siciliano.

Gli investimenti siciliani nella regione nel corso degli ultimi tre anni hanno prodotto risultati significativi, con un crescente apprezzamento dei prodotti siciliani negli Emirati Arabi Uniti. Il valore degli scambi commerciali è aumentato fortemente e costantemente negli ultimi anni: le esportazioni dalla Sicilia verso gli EAU è aumentato del 70% nei periodi di 2006/2007 e 2007/2008. Nel 2008 ha raggiunto un importo complessivo di € 168M.


Malgrado la politica siciliana sembra di recente aver trovato qualche piccolo correttivo, sarebbe pretestuoso assegnare a tali ancora timidi segnali un simile aumento delle esportazioni verso quella destinazione (e mi riferisco al 70%, non alle cifre ancora trascurabili) [*].

Non dimentichiamo che nell'estate del 2008 è scoppiata la pesante crisi finanziaria che sta coinvolgendo anche i ricchissimi emirati arabi e che quindi le cifre sarebbero potute essere molto più consistenti.

Il positivo riscontro va attribuito semplicemente ai più larghi sviluppi politici dello stivale, dove la continua e decennale crisi dello stato centrale non riesce più a tenere sotto controllo ed a frenare l'economia siciliana che ora trova degli sbocchi naturali liberi per la sua crescita persino in periodi di crisi come questo.

Sbocchi e segnali questa volta indicati da una fonte assolutamente indipendente rispetto alla macchina propagandistica della stessa Regione Siciliana.

Anche il tono del discorso è indicativo. Nell'articolo la Sicilia è trattata come un pari politico dell'emirato, che nei fatti è un ente assolutamente autonomo all'interno di una federazione di Stati. Il termine “Italia” vale nell'articolo quanto il termine “arabo” che accompagna il nome di ogni emirato.

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[*] Tanto per fare un confronto, secondo il sito del ministero dell'economia degli emirati arabi, “Le relazioni economiche di scambio tra gli EAU e l'Italia hanno visto una crescita notevole, dove gli scambi non relativi al commercio petrolifero sono aumentati del 28% negli ultimi 5 anni”.

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lunedì, maggio 04, 2009

Segreti di maggio

Sul blog di Paolo Franceschetti è apparso in questi giorni un interessante post a firma di Solange Manfredi (“Un possibile attentato al Papa?”, 1 maggio 2009) relativo all'approssimarsi della ricorrenza del 13 maggio, data in cui ricordiamo si verificarono sia le apparizioni di Fatima, sia due attentati alla vita di Giovanni Paolo II.

Ripercorrendo i retroscena di quei due attentati, oggi si suggerisce come possibile un nuovo attentato dello stesso tipo (e di matrice sostanzialmente simile) nello stesso giorno (13 maggio 2009) durante la visita del Papa in Terra Santa.

La stessa previsione e' chiaramente echeggiata da Maurizio Blondet sul suo giornale online (EffeDiEffe.com) nelle prime righe dell'articolo “Il Papa ed il 13 maggio” (Ricordiamo che l'accesso al sito e' precluso ai comuni e squattrinati mortali...).

Avendo spesso interagito con il blog di Franceschetti e criticato qui e lì il Blondet, mi viene naturale inserirmi in questa triangolazione per dire la mia dal “crocevia” siciliano. Partendo dalle conclusioni: in base alle argomentazioni espresse da Solange Manfredi nel post indicato ed ad alcune considerazioni sulla attuale situazione geopolitica (che vedremo) è possibile che il “complotto” esista veramente. Allo stesso tempo ritengo siano da scartare le accuse di “ignoranza” vaticana ventilate da EffeDiEffe:

“Dio non voglia gli accada qualcosa, e questo scritto spera di contribuire a sventare l’irrimediabile.”

Questa frase, pubblicata sulla pagina principale del giornale, presuppone un Papa allo scuro di tutto. Ciò non è credibile, ed il Vaticano ha più volte dato prova di essere sempre al corrente di ciò che accade, se non nei dettagli (vedi attentato del 1982) per lo meno nelle linee generali.

La politica vaticana degli ultimi 20 anni è oggettivamente di difficile interpretazione, in particolare quella nei confronti di Israele. Una politica che ha spesso fatto infuriare gli stessi cattolici tradizionalisti per un supposto servilismo nei confronti dello stato Sionista.

Tutte le incongruenze cessano però istantaneamente se si considerano almeno in parte veri i discorsi fatti su queste pagine circa l'obiettivo dell'Entità in Palestina: la ricostruzione del Tempio (vedi il post "Il centro del mondo" e "L'obelisco del mondo", prima e seconda parte). Su questo punto basterà fare una considerazione. Per raggiungere lo scopo della ricostruzione è necessario un continuo stato di tensione che giustifichi le misure repressive contro i musulmani di Gerusalemme. Al contrario, per impedire la stessa bisogna eliminare quello stato di tensione. Bisogna fare la pace ed imporre uno status quo che leghi le mani ai volenterosi muratori.

Quindi un Papa “morbido” oggi non è amico dei sionisti, ma loro nemico. Fu Giovanni Paolo II a riconoscere lo stato di Israele nel 1994.

Se a questo aggiungiamo quanto detto nel post “Pericolo di crollo” circa la situazione interna degli Stati Uniti ed il loro possibile definitivo collasso entro i prossimi 12 mesi, allora non resta come ultimo 13 maggio utile che quello del 2009.

Ovviamente stiamo solo dicendo che quella del 13 maggio 2009 è la data più probabile per attuare questo piano da tutti noi immaginato. Non l'unica.

Passiamo ora al post “Eresia di Natale”. In esso si diceva che per sconfiggere l'impero i primi cristiani (tra cui tantissimi giudei...) inviarono Paolo di Tarso a Siracusa per far sollevare i Siciliani. Riascoltiamo ora per l'ennesima volta il discorso di Giovanni Paolo II ad Agrigento il 9 maggio 1993 (sempre nei dintorni della stessa data...), all'indomani delle stragi “mafiose” del 1992 [*]:


Siamo sicuri che si riferisse solo ed esclusivamente alla mafia?


Come Paolo 2000 anni fa, oggi Giovanni PAOLO II invita i Siciliani a ribellarsi contro l'impero (o l'Entità).

Ma sarebbe ingenuo credere che quel discorso sia rivolto solo (o anche principalmente) ai Siciliani.

In quel discorso il Papa sta gettando il suo peso dietro la Sicilia, indicando a TUTTI i suoi seguaci la strada da seguire. Ed i seguaci del Papa non sono certo solo i fedeli alla messa... i seguaci del Papa includono singoli politici nei più disparati gruppi parlamentari, interi partiti, banche, gruppi imprenditoriali. Nazioni persino.

Se ci decidiamo a capire la portata di quel discorso (che ovviamente diviene più chiaro man mano che passano gli anni) capiamo anche che non è pensabile credere che il successore di chi quel discorso fece non sappia.

Solo che il Vaticano non è dotato dei servizi segreti più potenti del mondo. E può anche accadere che qualcosa sfugga (vedi attentato del 1982). Può accadere che si abbia il “sentore” di qualcosa ma che non si sappia esattamente come e dove quel qualcosa possa colpire.

Concludiamo dicendo che se almeno qualcosa di quello che dice Solange Manfredi è corretto, se almeno qualcosa di quello che Il Consiglio ha detto in passato è corretto, e se il Papa sa di essere nel mirino, allora il posto migliore per ripararsi da un tale attacco è Gerusalemme, dove il tuo nemico non può colpirti senza attirare su di sé i sospetti (o meglio, le certezze...) di tutti, ed è costretto a proteggerti.

Se vogliamo una qualche (ulteriore) prova di questo, ripassiamoci l'itinerario del viaggio di Benedetto XVI ricordandoci le critiche che sono piovute sul Vaticano per aver evitato di programmare una visita a Gaza, dove Israele non garantisce alcuna sicurezza. E dove un tentato assassinio potrebbe essere addossato senza alcun problema ad un gruppo estremista musulmano.

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[*] Ma non scordiamoci neanche del “Sii felice Catania, alzati” del novembre del 1994. Nel bellissimo resoconto pubblicato da un semplice “blogger” si può intravedere quanto Giovanni Paolo II puntasse sulla Sicilia. E quanto significative alla luce di quello che sta avvenendo oggi in Italia erano le tappe dei suoi viaggi.
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domenica, aprile 26, 2009

L'obelisco del mondo (seconda parte)

Leggi la prima parte

Premessa: Secondo il Libro dei Re (7:21) il Tiro Chiram “21Eresse le colonne nel vestibolo del tempio. Eresse la colonna di destra, che chiamò Iachin ed eresse la colonna di sinistra, che chiamò Boaz. 22Così fu terminato il lavoro delle colonne.”. Poche parole che però sono abbastanza per permettere ad un esperto archeologo, quale il Prof. Negri, di asserire che “Il portale monumentale [del tempio addossato al Kothon di Mozia fu] realizzato dagli architetti tirii anche nel Tempio di Salomone a Gerusalemme”. Questo per mettere nella giusta prospettiva le “labili” tracce seguite in questi due post. Abbiamo chiuso la prima parte parlando del primo Tempio di Salomone. Apriamo la seconda saltando all'era del secondo Tempio. I fili sono tanti e complicati. Ma alla fine della storia alcuni di essi si ricollegano. Labili tracce che necessitano di parecchi approfondimenti.

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Lo scorso dicembre il National Geographic (versione inglese) andò tempestivamente in edicola con il mirino puntato sulla Palestina: appena in tempo per richiamare l'attenzione su un determinato periodo storico prima che l'esercito israeliano lanciasse la sua feroce offensiva su Gaza.

La copertina recitava: “Il vero re Erode [il grande, ndr] – Architetto della Terra Santa” mostrando i resti dell'imponente palazzo da lui costruito a Masada, ad oriente della Striscia di Gaza sulle sponde del Mar Morto. Ma tra le pagine patinate della rivista era qualcos'altro a farla da padrone: il Secondo Tempio di Salomone, costruito dal re giudeo nel 10 a.c.

Basta leggere tra le prime righe dell'articolo ("King Herod Revealed - The Holy Land's visionary builder") per rendersi conto sotto quale nuova luce si vuole ritrarre Erode il grande:

“Un leader astuto e generoso, un brillante generale, ed uno dei più immaginari ed energetici costruttori del mondo antico, Erode guidò il suo regno a nuove prosperità e potere. Malgrado ciò, oggi egli è meglio conosciuto come il viscido e omicida monarca del Vangelo di Matteo, che fece massacrare ogni bambino maschio in Betlemme in un tentativo senza successo di uccidere il neonato Gesù, il profetizzato Re dei Giudei. (...) Erode è quasi certamente innocente di questo crimine, del quale non vi è alcuna notizia se non nel racconto di Matteo.”

Si è più volte accennato al Vangelo di Matteo: è l'unico di tutti i Vangeli a riportare un episodio che però è diventato uno dei più famosi di tutta la vita di Cristo, la “Strage degli Innocenti”. L'unicità del racconto è sospetta da un punto di vista storico. Ma considerarlo una mera invenzione è allo stesso tempo ingenuo. Di tanto in tanto qualche commentatore parla di un modo per nascondere dietro dei simboli i sacrifici di infanti perpetrati da Erode.

Erode non era un ebreo “purosangue”: di madre araba, era figlio di un consigliere di stirpe Edomita del re dei Giudei. Gli edomiti erano i discendenti di Esau, fratello maggiore di Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo. Il “meticcio” ascese al trono grazie al servilismo dimostrato verso i romani, nei fatti costringendo Israele al giogo romano sopprimendo gli aneliti di libertà dei suoi conterranei.

Ed è proprio questo lato “servile” del re giudeo che al National Geographic sembrano apprezzare maggiormente:

“L'accordo di Erode con i Romani, a lungo considerato un tradimento, ora comincia ad essere visto più come capacità politica”

Il parallelo tracciato da queste parole è sin troppo evidente per non saltare subito all'occhio. Si intravede, dietro queste due righe di esaltazione del ruolo “ascarico” di Erode, un nuovo regno di Israele sottomesso tramite il suo re ad un impero esterno in qualche modo simile a quello romano di 2000 anni fa.

Essendo questo il National Geographic si è subito portati a pensare all'impero “americano”. Ma su queste pagine abbiamo già spiegato come l'attuale impero americano non sia altro che una momentanea emanazione dell'impero neo-pagano dell'Entità, la piovra finanziaria apolide che controlla l'occidente.

Ma non fu propriamente Erode a consegnare gli Ebrei nelle mani di Roma. Egli si limitò a continuare la politica iniziata dal suo predecessore. I romani si inserirono nella lotta tra due fratelli per il trono di Giudea (Aristobulo ed Hycarnus) appoggiando quello che poi vinse (Hycarnus).

Quello che sembra differenziare Erode da Hycarnus è la sua opera architettonica, come richiamato dalla copertina. E la sua opera principale fu la ricostruzione del tempio di Salomone a Gerusalemme, di cui oggi rimane il famoso muro del pianto e sulle cui fondamenta si trova oggi la spianata delle moschee.

Ritornando alla figura di Erode, la sua riabilitazione ha provocato nei lettori cristiani del National qualche malumore, come testimoniato dalla lettere di protesta pubblicate nell'edizione americana di questo mese (aprile 2008). Ecco come risponde la redazione, focalizzando proprio l'episodio della strage:

Abbiamo ricevuto un gran numero di lettere di protesta per aver detto che Erode è quasi sicuramente innocente dell'infanticidio descritto nel Vangelo di Matteo (...). Confermiamo quanto detto. (...) Detto questo (...) l'uccisione di giovani ragazzi a Betlemme – o di chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui – sarebbe stata sicuramente consistente con la sua personalità.

L'aggiunta “chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui” non ci convince tanto. Che Erode fosse dedito a strani sacrifici lo conferma altrove lo stesso articolo:

Durante la sua ultima malattia egli progettò un piano per precipitare l'intero regno nel lutto dopo la sua morte, ordinando al suo esercito di imprigionare un gruppo di cittadini dell'elite giudea nell'ippodromo e di massacrarli quando la sua morte fosse stata annunciata.

Malgrado le ricercate parole, la verità è sin troppo ovvia: Erode aveva programmato un immenso sacrificio umano collettivo di ebrei. Come fare a non pensare che si dedicasse a certe attività anche da vivo?

Insomma, la domanda dobbiamo porcela: il tempio di Erode era veramente il tempio di una religione monoteista? Che riti si praticavano all'interno di quel tempio il cui ingresso ricordava (come per il suo predecessore) quello dei luoghi di culto dedicati a Baal e ad Astarte, culti che a Mozia abbiamo visto collegati al Tofet degli infanti sacrificati? Erano quelli veramente dei riti ebrei?

I collegamenti descritti sino ad ora potrebbero sembrare alquanto labili. Stiamo supponendo in pratica che questa Entità, più o meno coincidente con l'elite finanziaria globale, sia composta non da ebrei, come spesso sostenuto, ma da seguaci del culto di Baal. Sarebbero dunque loro a volere la ricostruzione del tempio.

Stiamo anche suggerendo che neanche i vertici del moderno stato israeliano siano realmente ebrei. Ma come Erode 2000 anni fa, seguaci di quei culti di origine fenicia. Gli ebrei sarebbero solo “ostaggi”.

Esistono degli indizi in questo senso. Ed i più lampanti sono tutti contenuti in un'altra opera architettonica: la sede della Corte Suprema israeliana, inaugurata nel 1992.

Per capire a cosa mi riferisco, basta andare su Google Immagini e digitare “corte suprema Israele”, o meglio ancora, in inglese “Israel supreme court”. Appariranno obelischi, piramidi e laghi sacri: sono tutti simboli inseriti nell'esoterica costruzione.

Nella foto a lato, sul tetto della struttura vediamo evidenziata la piramide con l'occhio, mentre in quella più in basso, tratta dal sito dell'ambasciata israeliana in Italia, si vede il lago sacro con il canale proveniente dall'interno di una costruzione. Altri descrivono nel giardino annesso un “obelisco egizio occulto”, dato dallo stesso canale visto in prospettiva.

All'interno della struttura è impossibile rintracciare i finanziatori del prodigio architettonico: una lettera in cui Dorothy Rothschild esprime l'intenzione di donare qualcosa per la sua costruzione fa bella mostra di sé.

Furono lei e suo marito Jones a fondare la Yad Hanadiv, una associazione dedicata al supporto di Israele che poi finanziò proprio la corte suprema.

Jones era figlio di Edmund de Rothschild, uno dei padri fondatori di Israele. In memoria del quale fu emesso anche un francobollo.

Rimane da stabilire se i personaggi nominati (da Erode il grande a Dorothy de Rothschild) siano ebrei o no. Se siano ad esempio seguaci del culto di Baal.

Abbiamo detto che Erode era un edomita. Riprendo da wikipedia le poche righe di descrizione del tipo di religione seguito dagli antenati del “grande” re:

La natura della religione edomita resta ampiamente ignota. Come parte della cultura cananea, si ipotizza adorassero divinità quali El, Baal e Asherah. Gli Edomiti potrebbero aver avuto come loro dio nazionale Kaus o Qos. [*]

Lo scrittore palermitano Salvatore Requirez nel suo splendido libro “Il Leone di Palermo” (Flaccovio Editore) ripercorre le vicende che caratterizzarono la parte discendente della parabola della famiglia Florio.

In uno dei capitoli si descrive un incontro a Palermo tra Ignazio Florio ed il barone Edmund de Rothschild, al tempo già impegnato nella causa sionista.

L'imprenditore palermitano chiedeva appoggio per le sue imprese, appoggio che il finanziere negò. Forse i Florio non si erano ancora accorti dei “nuovi dei che avanzavano”.

Il colloquio, nella finzione del romanzo, fu interrotto dall'arrivo di un amico comune: Giuseppe (Joseph) Isaac Spatafora Whitaker.

Post correlato:
Il centro del mondo

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[*] Da segnalare un altro importante particolare che si riallaccia al parallelo tra l'impero romano e quello dell'Entità: secondo la tradizione ebraica sarebbero stati proprio gli Edomiti a fondare Roma.

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