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domenica, gennaio 03, 2010

La via della seta

Dopo Tartaglia e la Maiolo è il turno di Abdulmutallab, il ragazzo con disturbi mentali che avrebbe pianificato ed attuato il complesso attentato su un aereo in volo sull'atlantico imitando un altro deficiente che aveva usato lo stesso tipo di esplosivo, tal Richard Reid autore di una simile performance nel dicembre del 2001 su un volo della American Airlines operante tra Parigi e Miami. Anche in quel caso il folle fu apparentemente fermato dai passeggeri.

Insomma, il mondo sembra essere in mano ad una manica di pazzi criminali.

Abdulmutallab è riuscito con la sua azione degna delle migliori pagine del manuale del perfetto estremista islamico a fare i seguenti favori a certi ambienti di potere USA:

1) Portare l'attenzione sul pericolo islamico nel suo paese d'origine, la Nigeria, dove immediatamente sono ripresi i disordini a sfondo etnico-religioso e dove recentemente sono stati intaccati importanti interessi occidentali, un sentiero che come visto passa anche da casa nostra (si veda il post “Turista per caso”).

2) Tramite la scelta della compagnia aerea su cui viaggiare indisturbato senza passaporto ed armato (la Delta Airlines) richiamare alla mente proprio il petrolio nigeriano, estratto per l'appunto dal delta del fiume Niger.

3) Facilitare l'introduzione forzata negli aeroporti del famigerato “Body scanner” che permetterà ai servizi segreti occidentali di mappare attentamente ogni dettaglio del corpo di ogni passeggero. Anche qui capita casualmente che l'aeroporto di partenza (Amsterdam) sia uno dei pochi al mondo dove uno di questi aggeggi sia funzionante. Ovviamente, non era stato usato in questo caso.

4) Terrorizzare la popolazione della nazione dove il volo era diretto (Stati Uniti) in modo da fare accettare le conseguenti azioni di rappresaglia a scapito di inermi ed ignari civili di un qualche paese straniero.

5) Tramite l'aggancio con questi fantomatici campi d'addestramento “qaedisti” dello Yemen che il ragazzo avrebbe visitato, permettere all'amministrazione americana di agire in quell'area senza risparmio di mezzi e di vite umane (quelle degli inermi civili di cui sopra) e senza avere tra le scatole l'opinione pubblica.

Sappiamo tutti le difficoltà economiche e le divisioni interne che affliggono l'unica [?] superpotenza del pianeta. Purtroppo tali problematiche si riflettono anche nel dispiego di tattiche e sotterfugi.

Nel caso in questione l'enorme falla è stata coperta in modo estremamente maldestro parlando di un padre che “aveva denunciato l'estremismo religioso del figlio [ed] espresso al Dipartimento di Stato le proprie preoccupazioni per le idee radicali e i contatti con gli estremisti del figlio. (Adkronos, 27 dicembre 2009)

Sembra di leggere la storia di un padre che fa la spia sul figlio. Come se domani il vostro vi denunciasse per la foto di Mussolini sul comodino. Secondo un giornalista americano ripreso dal periodico Russia Today (“Detroit jet terrorist attack was staged - journalist”, 29 dicembre) però il padre non aveva denunciato le idee del figlio; ne aveva chiesto la restituzione all'ambasciata USA in Nigeria, dopo aver saputo dove si trovavasse. Esattamente quello che avrebbe fatto qualunque padre preoccupato per le cattive frequentazioni del proprio figlio:

Il padre, un ricco banchiere nigeriano, era andato all'ambasciata degli Stati Uniti il 19 novembre scorso dicendo: «Mio figlio è in Yemen in un campo di terroristi, fate qualcosa»

Qualunque padre proprio no: non tutti padri si sarebbero recati all'ambasciata USA per rintracciare il proprio figlio in un campo di terroristi nello Yemen. Ma un padre che sa come funzionano certe cose, un ricco banchiere nigeriano, forse si. Insomma, tutti sapevano chi fosse e cosa stesse facendo Abdulmutallab, ma nessuno ha fatto qualcosa.

Ma torniamo allo Yemen, dove immediatamente la Casa Bianca, imbeccata dall'imbecille nigeriano, si è detta pronta ad inviare i suoi micidiali caccia.

Il nuovo ordine mondiale (economico e politico) che in questi anni sta vedendo la luce è basato su due poli principali: quello asiatico e quello africano. In Asia sono piazzate quasi tutte le potenze destinate a controllare lo scacchiere globale in questo secolo: Cina, India, Russia, Iran. In Africa si trovano le aree che nei prossimi decenni cresceranno con i ritmi più elevati, dal Nord Africa, oramai prossimo ad un vertiginoso sviluppo, al corno d'Africa tra un decina d'anni circa.

Questo percorso, che potremmo considerare come un moderna via della seta, implica il ritorno delle principali rotte commerciali dall'asse atlantico, che si è imposto a partire dalla scoperta dell'America tagliando fuori il Mediterraneo (ed in particolare il Regno di Sicilia e la Repubblica di Venezia), a quello asiatico-mediterraneo.

La presenza del Canale di Suez eviterà la circumnavigazione del continente nero e farà convergere i flussi commerciali sulle autostrade del mare attraverso alcuni snodi già individuati. I porti di Karachi (attraverso l'Afghanistan ed il Pakistan) e di Burma ad est fungeranno da sbocco per le merci cinesi, mentre Mumbai tornerà ad essere la porta dell'India come ai tempi del Raj britannico.

Ai flussi provenienti da queste tre aree si aggiungeranno quelli del Golfo Persico attraverso l'hub di Dubai e quelli provenienti dal Sud Africa. Essi convergeranno in direzione del Canale di Suez per essere smistati nel Mediterraneo dalla piattaforma logistica siciliana (se i Siciliani saranno capaci di realizzarla) ed in parte risaliranno l'Adriatico verso il Veneto (che potrebbe tornare ad essere la porta dell'Europa verso l'oriente in competizione con le Puglie).

(Ingrandimento)

L'occidente purtroppo è già stato tagliato fuori da tutte queste aree. Ha perso la possibilità di controllare l'India (si veda il post “L'ingresso dell'India”), è stato costretto a programmare il ritiro dall'Afghanistan (si veda il post “Il generale ci va giù duro”), non ha avuto alcun successo nei tentativi di far cadere la dittatura militare in Burma (oggi Myammar). Nel Golfo Persico da un lato lo sceicco di Abu Dhabi ha assestato un duro colpo alle pretese dell'elite finanziaria globale (si veda il post “Un tacchino indigesto”), dall'altro i progressi in Iran si fanno con il contagocce o non si fanno per niente. Il Canale di Suez è in mano agli egiziani che hanno già manifestato la loro posizione aprendo ad Hamas dopo la guerra di Gaza lo scorso anno. Infine nel Mediterraneo i nuovi accordi con la Russia dovrebbero includere la ritirata dalla Sicilia e probabilmente dal Sud Italia (si veda il post “Tutte le scarpe del presidente”).

Rimane un solo punto dove i “folli criminali” possono forzare la mano ad Obama e piantare grane al resto del mondo: il golfo di Aden, il punto in cui tutti quei flussi convergono verso il Canale di Suez, tra la Somalia e lo Yemen, due aree il cui disastro è dovuto più ai tentativi di incursione americani che alle varie teorie lombrosiane dispiegate dai giornalisti italiani.

La tentata invasione USA della Somalia degli anni '90, fallita grazie anche al lavoro clandestino di agenti russi e cinesi (che la propaganda ha poi spacciato per “mercanti d'armi”) era continuata tramite azioni di disturbo volte ad impedire la formazione di uno stato poco favorevole all'intromissione di Washington.

Due anni fa le coorti islamiche (così sono stati ribattezzati in occidente i patrioti somali) erano state quasi annientate dai bombardamenti aerei americani e dall'invasione etiope. A quel punto dal nulla apparvero pirati capaci di assalire petroliere e navi da guerra, il primo (maldestro) esplicito tentativo di controllo delle rotte attraverso lo stretto. La destabilizzazione causata dalla crisi economica ha però ridato fiato alle “coorti” che hanno ricominciato a marciare verso Mogadishu, mentre l'attività piratesca continuava a rilento anche per l'arrivo di navi da guerra dei paesi interessati a bloccare il velleitario tentativo anglosassone (Francia, Russia, Cina, Italia, India). A Washington devono aver capito di non avere più speranze nel corno d'Africa, e stanno ora provando ad intrufolarsi sull'altra sponda. Da notare che Obama preferirebbe il dialogo, ma i suoi nemici interni non ne vogliono sapere.

Dall'Inghilterra Brown è ansioso di buttarsi nella mischia (“Brown convoca un vertice sullo Yemen”, IlSole24Ore.com 1 gennaio 2010):

Il premier britannico Gordon Brown ha convocato il 28 gennaio a Londra un summit con alcuni alleati chiave per definire un fronte di lotta comune contro l'estremismo crescente nello Yemen (...) La riunione è stato indetta a seguito del fallito attacco di Natale sul volo 253.

Il Sole 24 Ore continua tracciando la stessa parabola accennata sopra tra le due sponde del golfo di Aden:

Intanto gli integralisti islamici somali del gruppo al Shabaab hanno dichiarato a Mogadiscio l'intenzione di andare militarmente in aiuto dei gruppi di al Qaida operanti in Yemen, soprattutto in caso di intervento Usa. «Siamo pronti ad attraversare il mare ed a soccorrerli per combattere i nemici di Allah», ha dichiarato oggi a Mogadiscio Sheikh Muktar Rabow Abu Mansur, uno dei loro leader, lanciando un appello analogo a tutti gli arabi perchè si uniscano alla guerra santa. Lo riferiscono numerosi siti somali [?]. Shabaab, che vuol dire gioventù in arabo, è il braccio armato somalo di al Qaida; controlla buona parte della Somalia, e quasi tutta la capitale. In Yemen opera un agguerrito gruppo di terroristi di al Qaida, contro i quali sta combattendo l'esercito regolare, che chiede però aiuti internazionali per sconfiggerli.

L'esercito regolare yemenita non sta combattendo contro alcun terrorista. Nello Yemen è in corso una guerra civile che vede gli sciiti del nord, appoggiati da Iran e forse sottobanco anche da Cina e Russia, opposti al governo centrale appoggiato da americani ed inglesi (esattamente come in Somalia) e nessuno dei ribelli ha mai detto di fare parte di Al Qaeda: più che censurare i blog si dovrebbero censurare certi giornalisti con il patentino.

La risposta cinese all'attentato del folle nigeriano imbarcato sul volo della Delta Airlines proveniente da un imbarco di Amsterdam dove non era installato il body scanner e diretto negli USA dopo un periodo di addestramento nello Yemen non si è fatta attendere:

La Cina ha bisogno di una base navale permanente nel Golfo di Aden per rifornire le proprie unità impegnate nella missione anti-pirateria in Somalia: lo ha affermato uno dei portavoce della marina militare cinese, Yin Zhuo, senza fornire ulteriori dettagli in merito alla localizzazione ma sottolineando come una decisione in merito spetti ai vertici militari. (APCOM – 30 dicembre 2009)

Augusta accoglie le carovane di ritorno dall'oriente

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giovedì, giugno 11, 2009

Notizie di striscio

Superato il punto di non ritorno verso il nuovo assetto politico della penisola, inserito nel nascente ordine mondiale del secolo asiatico, molti si staranno chiedendo quando si renderanno visibili i nostri alleati. Si parla tanto di Russia, Cina, dei paesi nordafricani (Gheddafi in testa).

Occupandoci dei fatti del continente indiano (vedi il post “L'ingresso dell'India"), un'analogia con la situazione dello Sri Lanka salta subito all'occhio. Anche in quel caso si tratta di un'isola posta lungo le rotte del commercio internazionale ed in posizione strategica tra due mari, l'Oceano Indiano ed il Mare Arabico. Un'isola destinata a diventare un nodo infrastrutturale di importanza primaria e che necessita per questo di stabilità ed affidabilità. Non certo di guerre civili contro fantomatiche rivendicazioni Tamil o, per tornare a noi, di stragi mafiose e continue rivolte e tensioni sociali.

Quelle servono a chi vuole completamente sovvertire l'ordine del mondo.

Prendendo ancora spunto dai fatti riguardanti l'isola cingalese, sappiamo che niente sarà lasciato trapelare in modo esplicito dai media ufficiali (tutti in un modo o nell'altro asserviti a Washington) su quello che sta realmente succedendo a Palermo.

Ma non appena l'esercito regolare ha sconfitto i ribelli, ecco che gli altarini sono stati rivelati e l'appoggio di Russia, Cina e India reso pubblico all'occidente. Reso pubblico, sia chiaro, per poter accusare e puntare il dito contro alleati che avrebbero la colpa di non essere “democratici”, al contrario dell'occidente [*].

Ora che anche i Siciliani hanno sconfitto i loro ribelli, quelli del ddl di modifica allo Statuto Siciliano per intenderci, gli stessi ascari che hanno affossato la nostra Autonomia per 50 anni, quegli altarini si cominciano a scoprire da noi.

Quanto tempestiva è stata la visita del Ras libico Gheddafi a Roma all'indomani delle elezioni. E quanto significativa questa sua dichiarazione (“Gheddafi: «Italia ora amica», ma salta il discorso in aula al Senato”, IlSole24Ore.com 10 giugno 2009):

«Un'era si è chiusa ed è ne è iniziata una nuova»

La motivazione per una tale magna pompa sarebbe questa:

«I governi precedenti hanno fallito. Non è che non ci abbiano provato, ma quella di Berlusconi è stata una decisione storica coraggiosa, nel chiederci scusa per il colonialismo»

Vero. E' stato D'Alema il primo a andare con il capo cosparso di cenere nella famosa tenda nel deserto, quando credeva di potere essere lui a gestire l'hub siciliano. Proposito fallito grazie all'ostruzione dei “fratelli” di partito. Il discorso è stato subito ripreso dal pecoraio con nuove scuse e rinnovate promesse autostradali. Ma queste scuse (ed i corrispettivi versamenti pecuniari...) sono state effettuate qualche tempo fa. Gheddafi invece si presenta subito dopo le elezioni che hanno decretato la fine del controllo “occidentale” sul Sud Italia. Una fine che significherà il decollo economico non solo della stessa Libia, ma di tutto il nord Africa.

E poi che strani tutti questi scontri che si stanno verificando a Roma... Personaggi molto più controversi sono passati da quelle parti, eppure niente. L'Onda che si scatena... Ma non erano le sinistre che accusavano le destre del passato coloniale italiano e premevano per il riconoscimento dei crimini compiuti dall'esercito italiano in Libia?

Ora invece si oppongono al decollo economico dell'Africa musulmana, al contrario del Vaticano (Gheddafi: "Usa come Osama" Frattini: "Non siamo d'accordo", Corriere.it 11 giugno 2009):

Ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui rapporti tra i due Paesi, suggellati dalla visita a Roma del colonnello Gheddafi, Monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, afferma che “tutto ciò che porta, nei rapporti con i Paesi in via di sviluppo, a un loro sviluppo economico con la nostra cooperazione non può che essere salutato come estremamente positivo e incoraggiato”.

Dichiarazione che in qualche modo punta nella stessa direzione di quella fatta dal Vescovo di Mazara del Vallo poco tempo addietro (SiciliaInformazioni.com, 9 maggio 2009):

“C'è molta più affinità culturale - spiega Mogavero - tra le due sponde del Mediterraneo che tra la Sicilia e la Lombardia”

Questa “cooperazione” che porterebbe ad uno sviluppo economico del Nord Africa consiste proprio nella liberazione della Sicilia dal forzato abbraccio romano che impedendo lo sviluppo dell'hub infrastrutturale nell'isola, di fatto impedisce quel decollo economico.

I paesi della sponda sud del Mediterraneo non hanno intenzione di subire una nuova colonizzazione da parte dell'Europa (la famosa “ciambella con il buco” di Sarkozy). Essi vogliono appoggiarsi ad un paese neutrale che sia equidistante verso tutti. Proprio quello che la Sicilia è sempre stata sin dagli albori della sua storia.

Agli arabi non andrebbe bene neanche lo stesso Nord Africa, perché a quel punto tutti i paesi interessati si farebbero concorrenza l'un l'altro. La Sicilia invece è quell'elemento neutrale a cui tutti possono fare riferimento, a sud come a nord (a nord più a denti stretti per la verità).

Nel marzo del 2008, in vista delle elezioni che portarono Raffaele Lombardo a Palazzo d'Orleans ci eravamo espressi così (vedi il post “Palermo delenda est”, Prima parte):

Il fulcro dell'hub Sicilia sarà un porto: il porto di Augusta, lo sbocco a mare della piana di Catania, sta per diventare uno dei più importanti punti di snodo del commercio mondiale.

(...)

Il porto di Augusta rappresenta il fulcro del sistema commerciale mondiale asservito all'economia cinese.


Un anno fa questo discorso poteva sembrare nebuloso. Pochi mesi fa è arrivato il primo segnale in questo senso quando una delegazione cinese venne a discutere la possibilità di impiantare un hub aeroportuale nella Piana di Catania (vedi il post “Pronti al decollo”).

Le condizioni politiche venutesi a creare all'indomani delle ultime elezioni permettono di dare corso ai progetti. Ed infatti il giorno dopo le elezioni, puntuale quanto e più di Gheddafi, Il Giornale, di striscio, comincia a svelare il progetto agli italioti (“Aerei e porti, la Cina sbarca in Sicilia”, IlGiornale.it 8 giugno 2009):

La Cina vuole trasformare la Sicilia in una piattaforma per la logistica. Un sistema integrato per smistare le merci provenienti dall’Asia e spedirle in Europa, ma anche in Africa. L’isola si trova a metà strada tra i due continenti ed è l’ideale.

«C’è un interesse serio a investire sulle infrastrutture e sulla logistica a partire dal porto di Augusta»

Un progetto per la creazione di “un sistema integrato di trasporti che vedrà la cittadina [Augusta, ndr] della Sicilia Orientale al centro degli scambi tra Asia, Europa e Africa.”

Un processo inarrestabile che per essere realizzato ha bisogno del corretto posizionamento in un'area stabile sia economicamente che dal punto di vista politico.

Va da sé che la Cina non potrebbe mai pensare di poter entrare così tranquillamente nel Mediterraneo senza previo accordo con i russi.

Presto vedremo iniziare una nuova fase dell'invettiva anti-siciliana, quella relativa alla scarsa “democraticità” dei suoi alleati. Il terreno per questo lo hanno già preparato. Come ha detto strisciante l'ascaro Saviano nella sua “lectio magistralis” all'univeristà di Pisa, “nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) e' autonoma rispetto alle cosche italiane.”

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[*] E noi l'abbiamo assaggiata per bene, la “democrazia”. Prendiamo il caso dei missili di Comiso, ad esempio. Fino a quando il Popolo Siciliano protestò “democraticamente”, guidato dal suo leader Pio La Torre, i “democratici” americani si guardarono bene dal piazzare i Cruise dalle nostre parti.

Ma una volta che la protesta “democraticamente” cessò, grazie alla “inaspettata” collaborazione mafiosa che “casualmente” trovò anch'essa da ridire sul comportamento dell'esponente comunista, la “democrazia” poté imporre i suoi missili.


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sabato, aprile 12, 2008

Quasi tutta la verità

Riporto integralmente un ANSA ripresa dal sito dell'MPA prima di commentarla. A scanso di equivoci, mi preme precisare che considero l'ordinanza del Cga di Palermo un importantissimo passo avanti per la nostra terra.

Ambiente: Lombardo, Soddisfazione per Decisione Cga su Augusta

(ANSA) - CATANIA, 11 APR - Il leader del Mpa e candidato del centrodestra a presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, accoglie 'con soddisfazione infinita l'ordinanza del Cga di Palermo che impone la pulizia immediata dei fondali di Augusta inquinati dagli scarichi delle industrie petrolifere'.

'Il futuro della Sicilia orientale - aggiunge l'europarlamentare a margine di un incontro con Stefania Craxi - e' un porto integrato Catania-Augusto-Pozzallo. Ad Augusta, che ha i fondali molto profondi, potranno attraccare le grandi navi porta-container che navigano nel Mediterraneo. La merce che arriva sara' lavorata in Sicilia, creando posti di lavoro, e ripartira' per il resto d'Europa su treni veloci. Ma per fare questo - sottolinea Lombardo - occorre il Ponte sullo Stretto e accelerare i tempi, per evitare che questo progetto lo si realizzi in Spagna o in Grecia, che rispetto a noi corrono'.

La decisione del Consiglio di giustizia amministrativa di Palermo, che ribalta la decisione del Tar di Catania, ha ritenuto legittimi i provvedimenti del ministero dell'Ambiente, dando cosi' via alla bonifica immediata dei fondali di Augusta.


Ecco che Lombardo si lascia scappare qualcosa di più sul ponte. E quel qualcosa di più non fa altro che confermare quello che Il Consiglio diceva nei post Palermo Delenda Est, Prima e Seconda parte. Manca solo un elemento per confermare tutto in pieno, una cosa che Lombardo non può dire prima delle elezioni perchè gli costerebbe cara in termini di voti siciliani: il porto di Gioia Tauro.

Il ponte serve a portare quelle merci al porto tedesco di Gioia Tauro (ricordo che tra gli azionisti della società di gestione non c'è il comune calabro, ma fa bella mostra di sè la città di Brema...). L'alta velocità non serve per la distribuzione in Europa, infatti il suddetto porto tedesco è già il primo del Mediterraneo senza alcun collegamento ferroviario.

Ci chiediamo ovviamente come i tedeschi siano riusciti in una tale ammirabile impresa malgrado i giornali parlino di una Calabria in mano alle cosche. Sarà perchè i calabresi sono supidi? Come mai non appena un calabrese decide di fare impresa viene subito distrutto dalla criminalità organizzata (una delle più potenti del mondo, ci dicono...) e se denuncia viene addirittura deportato dallo stato, ed i tedeschi non hanno alcun problema nel territorio di una delle cosche più agguerrite, i Piromalli di Gioia Tauro?

Proprio loro, quelli che oggi il Corriere della Sera definisce "il casato di 'Ndrangheta più potente in Calabria" in relazione alla vicenda dei brogli elettorali in Argentina...
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lunedì, marzo 24, 2008

Palermo delenda est (Seconda parte)

Leggi la Prima parte di questo post

Ma anche se il potere si sposta ad oriente, non abbiamo spiegato perchè Palermo debba essere cancellata. Per questo dobbiamo capire bene cosa sarà il porto di Augusta: un porto di transhipment.

Ad Augusta dovranno arrivare le gigantesche navi porta-container che fanno la spola tra i principali porti del mondo (Singapore, Dubai, Amsterdam) per scaricare le merci “en ruote” (senza cioè dover cambiare rotta nel loro viaggio tra oriente ed occidente). Questi container non finiranno il loro viaggio ad Augusta. Essi saranno ricaricati su navi più piccole e distribuiti negli altri porti mediterranei da dove raggiungeranno i mercati. Quando la destinazione sarà a nord, la circumnavigazione dell'isola è poco conveniente. Diventa più economico trasportare il container su rotaia verso un approdo volto a settentrione. Anche se il porto di Augusta rappresenta il fulcro del sistema commerciale mondiale asservito all'economia cinese (non lo avevate ancora capito chi comanderà il gioco?), esso non può funzionare da solo.

Quale sia questo porto di sbocco potrebbe sembrare sin troppo ovvio: Termini Imerese. Ed invece no. Per forza si vuole costruire il ponte, in modo da fare ripartire le merci da Gioia Tauro. Questo è l'unico obbiettivo infrastrutturale per la realizzazione del ponte. Una soluzione talmente irragionevole da non potersi divulgare apertamente. La Malpensa del sud. Un vero è proprio fallimento annunciato per l'economia siciliana.

Un fallimento perchè il razionale dietro questo progetto non è economico ma politico. L'obiettivo è impedire che questo polo strutturale sia localizzato interamente nell'isola, cosa che la renderebbe troppo “indipendente” agli occhi di alcuni poteri piazzati a nord. E non mi riferisco alla Padania, che oramai quella se la sono pappata gli stranieri.

E qualche parola su Gioia Tauro (un porto gestito in privato da aziende straniere che lasciano al territorio solo una manciata di salari da terzo mondo) bisogna dirla. Chi ha deciso di piazzare una struttura di quelle dimensioni proprio lì dovrebbe essere internato. Per arrivare a Gioia Tauro le navi devono attraversare lo stretto di Messina (le merci provengono tutte da oriente), un collo di bottiglia che è già al limite di traffico sostenibile (vedi il post Ombre sullo stretto). Gioia Tauro non ha futuro senza un porto di appoggio volto a sud. Ma anche in questo caso la soluzione “ponte” lascia a desiderare. Il porto è piazzato in corrispondenza di quella “strettura” che ha dato il nome all'intera penisola. Invece di costruire il ponte-mostro si potrebbe ingrandire un porto dall'altra parte dell'istmo (Siderno per esempio) e collegarlo con una ferrovia.

In questo modo si avrebbero due poli logistici, uno in Sicilia ed uno in Calabria che potrebbero armonizzare le loro operazioni ed essere integrati dal punto di vista organizzativo. Con un altro vantaggio: in tutti e due i casi la ricchezza prodotta apparterrebbe interamente al territorio e non vi sarebbe bisogno di farla passare da qualche altra parte prima di farla tornare qui ampiamente scremata e sotto forma di aiuti (o sarebbe meglio dire ricatti?) di stato.

Il ponte avrà anche un'altra caratteristica poco attraente: sarà un'opera privata. Nel momento in cui capitali pubblici e privati si mescolano, gli interessi prevalenti non sono quelli dell'indistinto “popolo” che paga le tasse, ma quelli dei pochissimi che avranno versato il loro denaro direttamente. Un'opera costruita con denaro pubblico non deve diventare produttiva nel senso capitalistico del termine. Ma un'opera dove si è investito capitale privato lo deve essere. E se si vuole attrarre questi capitali privati si deve assicurare il ritorno agli investitori: il passaggio sul ponte costerà salato! Come confermato dallo stesso Lombardo che è capace di contraddire se stesso nel giro di 2 righe: “verrà pagata per metà coi finanziamenti già erogati, e per metà dai privati che poi incasseranno i pedaggi. Non costerà un euro alla cittadinanza.”

Basta questo per capire il motivo per cui il ponte lo si vuole costruire subito. Se prima si approntasse l'alta velocità tra Catania e Palermo e si ammodernasse il porto di Termini (per entrambi basterebbero i capitali pubblici) non vi sarebbe più bisogno del ponte, perchè sarebbe molto più economico mandare le merci dall'altra parte dell'isola piuttosto che dall'altra parte dello stretto. Se invece si costruisce prima il ponte, si potranno poi usare i soliti mezzucci per impedire il collegamento CT-PA e l'adeguamento del terminale marittimo.

Sul fatto che il ponte serva solo ed esclusivamente per il trasporto merci da Augusta a Gioia Tauro nessuno dovrebbe avere più dubbi: il ponte scavalcherà sia Messina che Reggio, i turisti vengono già in aereo e per l'alta velocità da Napoli in giù non vi sono neanche i progetti. Ma allora su cosa dovrebbe guadagnarci un privato? Solo la sicurezza che non vi saranno mai alternative logistiche al porto calabrese potrà attrarre capitali privati.

Il ponte taglierà la Sicilia in due e ne impedirà lo sviluppo economico. Tutto quello che cambierà sarà che i parassiti si sposteranno da Palermo a Catania, e siccome chi mangia fa mollica la “capitale” etnea avrà il suo ritorno contabile. La realizzazione dell'inutile mostro manterrà la Sicilia in posizione di colonia. E senza la Sicilia a fare da traino anche il resto del Sud Italia rimarrà azzoppato.

Solo se Catania e Palermo si uniranno questo pericolo potrà essere scongiurato. Un pericolo che coinvolge tutto il meridione d'Italia, che senza una Sicilia forte non riuscirà mai a risollevarsi e rimarrà uno stato fantoccio telecomandato da fuori. E l'unione deve essere anche fisica. La salvezza e la rinascita della Sicilia passano infatti per il collegamento ferroviario tra le sue due principali città. L'alta velocità tra la Sicilia orientale e quella occidentale è la vera madre di tutte le infrastrutture. Una volta fatta quella lo sviluppo di Termini Imerese sarà automatico.

Qualche mese fa si era sparsa la voce che Raffaele Lombardo avesse chiesto alla comunità europea di cambiare il nome del corridoio Berlino-Palermo in corridoio Berlino-Catania. Non era uno scherzo e non era neanche una sua idea. E' un fatto facilmente verificabile anche dal sito del Ministero delle Infrastrutture. Aprendo questo documento e scorrendolo sino alla pagina 21 vedrete raffigurato il più importante polo logistico del Mediterraneo: Augusta-Gioia Tauro, evidenziato dalla striscia blu. Il progetto non ha colore politico: la sinistra sarà contraria al ponte (cioè contraria alla realizzazione del polo logistico) fintantoché sarà la destra a comandare in Sicilia. Dovessero cambiare le carte in tavola, sarebbero loro a darsi da fare per la costruzione del ponte. Chi dice che il polo logistico si farà solo se la destra vincerà le elezioni sta solo facendo campagna elettorale. Tutti e due gli schieramenti nel frattempo sono d'accordo nel cancellare Palermo: uno presenta Raffaele, l'altro Anna.

Questa è la sfida che i Siciliani, e soprattutto i partiti siciliani, devono avere il coraggio di affrontare uniti. Se perdiamo, la Sicilia (ed il Sud Italia) rimarranno schiavi per altri 150 anni.

E chiudiamo con un altra schizofrenica perla del nostro prossimo presidente che ribadisce tutto quello che abbiamo detto: "(Senza il ponte l'alta velocità) non arrivera' mai in Sicilia, e per percorrere i duecento chilometri della Palermo-Catania continueranno a volerci sei ore. Una cosa non da Paese civile". Secondo lui, l'alta velocità in Sicilia si farà DOPO la linea Napoli-Reggio Calabria. Ci sta preparando: visto che tra Napoli e Reggio non vi sarà mai nessuna alta velocità, ne consegue che mai ve ne sarà neanche tra Catania e Palermo.

In bocca al lupo, Sicilia. E speriamo che questa volta a crepare sia il lupo...


I catanesi (I Percussonici) arrivano a Palermo (Vucciria Festival 2006), ma sullo stretto ci fanno passare la musica...

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mercoledì, marzo 19, 2008

Palermo delenda est (Prima parte)

Ogni volta che le forze in gioco cambiano e l'asse del potere mondiale si sposta da un popolo all'altro, la Sicilia ne sente il riflesso in modo diretto ed irrevocabile. Questa è un era di cambiamenti. Vediamo come questi si stanno attuando nella nostra terra alla vigilia di un voto che inciderà profondamente sul modo in cui li assorbiremo. La seconda parte del post sarà pubblicata nei prossimi giorni.

Ne stanno sprecando di carta i giornali. Chi si presenta, fascista o mafioso, chi vincerà, chiamiamola destra o chiamiamola sinistra, chi salirà, un transessuale in Sicilia o un terrone di Lampedusa in Emilia Romagna. Discorsi inutili, perchè comunque il paese rimarrà ingovernabile. Come da copione.

La vera battaglia alle prossime elezioni si svolgerà in Sicilia. Una battaglia nascosta ai riflettori nazionali (e cioè al popolo bue) grazie al trucchetto della concomitanza con le politiche “romane”. E si tratta di un dramma in due atti. Il secondo (forse il meno interessante) ci dirà se il prossimo presidente siciliano si chiamerà Raffaele o Anna. Il primo è già stato recitato e si è concluso con una immensa svolta storica che come al solito racconteranno i posteri, ma che ai contemporanei si è fatto di tutto per celare: il tramonto della gloriosa capitale dell'isola, la capitale degli arabi e dei normanni, degli aragonesi e delle rivolte contro i Borbone prima e contro i Savoia dopo. Il tramonto di Palermo.

Anna o Raffaele, dicevamo. A scanso di equivoci anche la BCE (localmente nota come PD) ha presentato un candidato catanese, malgrado ai fini del risultato elettorale sarebbe stato più logico proporre un candidato della Sicilia occidentale proprio in contrapposizione all'inviso (ai palermitani) Raffaele Lombardo. Ed invece no: il presidente DEVE essere un catanese.

Ma come mai? C'è il forte rischio che i catanesi, con il loro provincialismo esasperato che non li fa vedere oltre gli archi della marina, cadano nell'autocelebrazione, convinti che questa sia una vittoria della loro “spirtizza”(*). I segnali non sono buoni, se il primo a cedere al suo stesso provincialismo è proprio colui che dovrebbe rappresentare la cultura a Catania, il direttore del teatro stabile Buttafuoco, che getta al caldo vento di scirocco parole farneticanti su Palermo, sulla mafia e persino su Federico II.

No. E' inutile che i catanesi si impettiscano tanto. Se potrà anche essere vero che Palermo è in crisi per sua stessa viltà, non è poi così sicuro che i catanesi abbiano qualche merito nell'inarrestabile avanzata (perché inarrestabile lo è veramente) della loro città.

Per capire quello che sta succedendo basta guardare alla nostra storia. Nella notte dei tempi, quando i mercanti fenici scorazzavano liberi nel Mediterraneo, fondarono diverse città tra le quali Cartagine nelle vicinanze della odierna Tunisi. I cartaginesi, come ogni popolo che abbia ambizioni di dominio su questo mare, si procurarono un avamposto in Sicilia in posizione intermedia alle loro rotte che dalla città nordafricana si propagavano per tutto il Mediterraneo occidentale. Questo “hub” marittimo e commerciale fu l'isola di Mozia, protetta dallo stagnone e irraggiungibile per le grosse navi da guerra (ancora oggi si può arrivare all'isola solo con piccole imbarcazioni o tramite una strada lastricata nascosta appena sotto la superficie dell'acqua, come 3000 anni fa).

Quando da oriente giunsero le genti greche seguendo quella scia colore del vino seminata dal sole al tramonto(**) scelsero a loro volta un posto con caratteristiche simili, ma che fungesse da hub per le loro rotte est-ovest: l'isola di Ortigia. La supremazia orientale (egea) spostò il baricentro della Sicilia da occidente verso oriente, almeno fino a quando nuovi popoli tornarono a impossessarsi della nostra isola giungendo dalle loro basi sulla costa tunisina: gli arabi riportarono il baricentro ad occidente, a Palermo.

E lì detto baricentro è rimasto attraverso l'era moderna, quando i “dominatori” giungevano sempre più da occidente (dagli spagnoli, agli inglesi, agli americani). Ma in questo inizio di secolo stiamo assistendo a dei cambiamenti di tale portata che pochi nelle ere precedenti hanno avuto il privilegio di testimoniare. Stiamo assistendo al tramonto dell'impero anglosassone ed al sorgere di una nuova potenza che con i suoi emissari si è già affacciata nel Mediterraneo per stabilirvi i suoi empori commerciali. Ed il cavo che simbolicamente sta per congiungere Catania e Mumbai non è altro che il segnale della rotazione che l'asse millenario di Trinacria ha GIA' compiuto.

Ogni tipo di commercio ha bisogno di determinate infrastrutture. Ed ogni era usa le tecnologie che gli sono proprie. E se dalle saline fenicie si è passati alle anfore greche, sino alla trazione meccanica della rivoluzione industriale, oggi il commercio ha bisogno di comunicazioni veloci, porti dalle acque sempre più profonde, aeroporti dalle piste sempre più lunghe. E l'area della Sicilia che può fornire tutte queste cose è la piana di Catania, allo sbocco della quale il caso (e non la “spirtizza” dei suoi abitanti) volle porre l'omonima città.

Il fulcro dell'hub Sicilia sarà un porto: il porto di Augusta, lo sbocco a mare della piana di Catania, sta per diventare uno dei più importanti punti di snodo del commercio mondiale. Ed infatti la sua ristrutturazione è bloccata da processi, carte ed indagini che altro non sono se non il moderno mezzo di scontro (una volta si sarebbero usate le spade...) tra i due poteri che vorrebbero avere il controllo dell'area, rappresentati manco a dirlo da PD e PDL.

E lo scontro non è solo per chi controllerà l'area. Lo scontro è anche per decidere come si riuscirà a deviare verso nord i profitti che l'hub logistico genererà. Non importa se il nord sarà Roma o Bruxelles. E se qualcuno crede che non sia possibile mettere in pratica un giochetto del genere (rubarci cioè il formaggio ancora più da sotto il naso di come hanno fatto sino ad oggi), allora provi a guardare al porto di Gioia Tauro: il primo porto del Mediterraneo non dà niente alla Calabria. Fuori dai suoi cancelli è rimasto un deserto economico.

Fine Prima Parte.

(*) Con il termine “spirtizza” si indica quell'insieme di furbizia, prontezza di riflessi, spavalderia tipiche di chi sa il fatto suo. Presenta insieme connotati sia positivi che negativi a seconda del senso del discorso, tanto che del primo della classe si dice “è spertu a scola”, mentre del più discolo “fa u spertu”.

(**) L'Italia fu detta dai greci enotria (terra del vino) per questa scia sul mare al tramonto e non perchè vi si producesse il vino. La novella di Sciascia che nel titolo ricorda questa scia non è altro che una citazione di Omero.

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sabato, gennaio 05, 2008

2008: la svolta è a portata di mano


Siamo arrivati alla fine dell'anno. E tanto per essere originali anche su queste pagine si giocherà a tirare le somme dell'anno trascorso, ed a tracciare un percorso per quello che verrà. Cercando di essere originali almeno nell'analisi. Perchè il 2007 è stato un anno importante, forse decisivo per l'assetto del Mediterraneo e della Sicilia in particolare. Probabilmente l'anno più importante sin da quel 1992 che segnò il crollo della struttura di potere che aveva retto le sorti della penisola italiana e della Sicilia per quasi 50 anni. Dal 1992 tutto è rimasto congelato. O quasi. Per lo meno niente si è mosso oltre lo stretto. Ma nella nostra Terra qualcosa deve essersi impercettibilmente assestato. Altrimenti non avremmo potuto assistere ai fatti che abbiamo visto succedersi con ritmo serrato in questo 2007.

2 febbraio – Stadio Massimino (Catania): La prima metà dell'anno è stata senza dubbio marcata dai drammatici eventi del derby Catania – Palermo. Gli scontri che causarono la morte dell'ispettore Raciti sembrarono scaraventare l'intera Sicilia (e non solo Catania...) nel baratro. Lo abbiamo detto sin dai giorni seguenti gli scontri: troppi segnali premonitori, troppo ben piazzati erano quei riflettori, troppe testimonianze parlano di cancelli lasciati aperti allo stadio affinchè più persone possibile entrassero, di quell'assalto eseguito solo da minorenni, del lancio di gas lacrimogeno sugli spalti, e poi l'arresto di agitatori di professione e la strana vicenda di Speziale. Ma la Sicilia ha saputo reagire e quell'attacco si è dimostrato inefficace. Dobbiamo ancora riassumere i fatti per mostrare cosa accadde (verosimilmente) quel giorno. Vedrò di farlo presto.

5 maggio - Apertura nuova aerostazione di Catania: Non si capisce bene quale sarà il nome del nuovo aeroporto, ma questa è una inaugurazione dal forte valore simbolico per tutta la Sicilia. Il primo piccolo nucleo di quello che sarà l'hub logistico Sicilia e che comincerà a prendere forma nei prossimi anni. Oggi la Sicilia è collegata con tutta l'Europa (Russia inclusa) con voli diretti da Catania, Palermo e Trapani. Presto lo sarà anche con il Nordafrica. Nel giro di qualche anno potremmo avere collegamenti diretti con gli Stati Uniti e con il Medio Oriente: i Siciliani avranno ripreso in mano le vie di comunicazione da e per l'isola.

Agosto – Lombardo e Musumeci pongono termine all'avventura sicilianista e tornano nei ranghi, richiamati dai rispettivi padroni romani. La fine di un'illusione per molti. Per altri un atto dovuto che prima o poi sarebbe stato espletato. Un fatto di rilievo questo anche per tutto il panorama politico nazionale, come si vedrà pochi mesi più avanti.

5 novembre - Arresto dei Lo Piccolo: se la mafia non è un fenomeno sociale e culturale (e noi ne siamo convinti) allora non è altro che una struttura di potere, asservita ad altri poteri ancora più forti. E se la mafia viene smantellata, come è accaduto negli ultimi due mesi, vuol dire che una struttura di potere è stata smantellata e soppiantata da qualcos'altro. Cosa ha permesso questo cambiamento? Cosa sta nascendo al suo posto? E' ancora presto per poterlo capire, ma per una volta ci sentiamo di essere ottimisti. Nel frattempo è curioso rilevare il tempismo di quegli arresti, al culmine della campagna dello stato italiano per l'invio dell'esercito nell'isola. Si voleva impedire lo smantellamento della struttura di potere della mafia, o ci si è decisi fare pulizia proprio per scongiurare il pericolo dell'invio dell'esercito?

11 Novembre – Disordini degli ultras nel nord Italia: follia collettiva o strumentalizzazione preordinata? Non ci vuole molto a capire che questi scontri nascondono e tentano di vendicarsi di certi spostamenti di potere in Italia e soprattutto in Sicilia. Un attacco deliberato contro le forze di polizia, forse per la loro azione contro la mafia in Sicilia. I disordini del 17 novembre chiudono il cerchio che si era aperto il 2 febbraio al Massimino. Il 2 dicembre in occasione del nuovo derby e prima del suo svolgimento, i vertici del Catania Calcio annunciano spavaldamente che non ci sarebbe stato alcun disordine allo stadio. Questore e prefetto confermano e dichiarano che Catania è ora una delle città più sicure d'Italia. La Sicilia si sta allontanando sempre più dal continente.

22 dicembre – Articolo sul Times di Londra. Questa divaricazione tra la Sicilia ed il resto d'Italia viene subito notata all'estero, ed è il giornale londinese che per primo la mette in risalto in un articolo ampiamente discusso sulla stampa italiana, eccetto che per la sua parte più importante, stranamente taciuta da tutti i media nazionali, inclusi quelli siciliani!!!!

Cosa accadrà nel 2008? Quali saranno gli eventi da tenere sott'occhio? Intanto osserviamo come andranno a finire le due saghe natalizie, quella di Alitalia e quella di Contrada. Per l'Alitalia come andrà a finire lo sappiamo già. Solo gli italioti stanno ancora a leggere i giornali. Ed Il Consiglio vi dimostrerà che era già tutto predisposto da tempo. Ma perchè la vicenda è importante per la Sicilia? La fine di Alitalia segna la fine della libertà per l'Italia del nord. Come fino a ieri lo stato italiano controllava tutti gli accessi alla Sicilia (almeno sino a quando la compagnia di Pulvirenti non riuscì a rompere questo blocco dopo che ci aveva provato invano la Air Sicilia di Crispino) da oggi la Francia farà lo stesso con il settentrione d'Italia. Scomparsa Alitalia dal panorama politico nazionale, difficilmente qualcuno riuscirà più a bloccare i Siciliani. Ma ne parleremo in dettaglio nel corso dell'anno.

Per quanto riguarda Contrada, invece la sua liberazione rappresenta un pericolo per la lotta alla mafia. Parliamoci chiaro, è improbabile che anche se si liberasse Riina la mafia riuscirebbe a risalire la cresta. Comunque meglio non rischiare.

Un altra importantissima opera infrastrutturale potrebbe sbloccarsi nel 2008: il porto di Augusta. L'opera strategica più importante dell'intero Mediterraneo. Questa sarà la prova del nove. Se si darà l'avvio alle opere di bonifica sui fondali potrebbe essere il punto di non ritorno. La Sicilia si appresta veramente a diventare l'hub logistico del Mediterraneo. Il blocco di queste opere fino ad ora indica che le forze che lottano per il possesso dell'isola sono ancora in equilibrio. Ma la nuova struttura di potere che si sta formando e che sta avendo la forza di estirpare la gramigna della malavita potrebbe averla vinta.

E veniamo e noi, Popolo Siciliano. Sicuramente stiamo partecipando facendo la nostra parte. Denunciando senza timore e mantenendoci calmi pur nel crescente disastro economico in cui ci dibattiamo. Ma non potremo mai dire la nostra senza una rappresentanza politica. Anche minima per cominciare. Potrebbe essere questo un anno di svolta? Se si procederà con l'estirpazione della gramigna di cui parlavamo sopra potrebbe esserlo. La mafia e la malavita sono infatti l'humus preferito del clientelismo politico in Sicilia. Senza quest'humus difficilmente il sistema politico attuale potrà resistere a lungo. Ci vogliono però i leader ed una struttura fatta prevalentemente da giovani, in contraltare alla politica nazionale, fatta dai dinosauri. Le basi sociali ci sono, le idee anche, gli “embrioni” politici (leggi partiti “sicilianisti”) stanno maturando. Se si lavorerà alacremente, i risultati arriveranno.

Una cosa vorrei raccomandare ai vertici di questi “embrioni” politici: pur nelle vostre differenze, tenete aperto un canale di comunicazione tra tutti voi, esattamente come fanno i nostri nemici, tutti quei partiti nazionali che alla fine erano concordi quando si trattò di assolvere Andreotti: il loro canale di comunicazione serve a delinquere, il nostro servirà a smascherare quell'atto delinquenziale.
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lunedì, febbraio 26, 2007

Ombre sullo stretto

L'incidente occorso all'aliscafo della Caronte nello stretto di Messina il 15 gennaio scorso sembra oramai entrato nel dimenticatoio mediatico verso il quale viene convogliata in Italia quella parte dell'informazione che non si adatti ai bisogni del regime.

Due importanti strutture proiettano le loro ombre sull'area, oggi baricentro di interessi “pesanti” e di lotte di potere che stanno lacerando l'Italia intera, anche se non lo si vuole dare a vedere. Due infrastrutture che in virtù della loro esistenza (o non-esistenza) stanno rimettendo il Sud Italia al centro del Mediterraneo e riconsegnando il nord a quella marginalità geografica che sempre ha avuto nella storia.

Le due strutture in questione sono il porto di Gioia Tauro (esistente) ed il ponte sullo stretto (non-esistente) ed entrambe gravitano intorno al varco tra lo Scilla ed il Cariddi, degne fere D'Arrighiane nell'arena che lo scrittore messinese rese nuovamente all'immaginario collettivo (qualche millennio dopo Omero...) con il suo Horcynus Orca.

L'incidente sopra ricordato ha messo in luce un grave limite della mega struttura calabra, oggi primo porto in Europa per il trans-shipment: tutto il carico da e per le sue banchine deve infatti passare per l'angusto valico acqueo tra Messina e Reggio, ponendo un tetto alla sua espansione.
Dall'altro lato il ponte voluto da certi ambienti economici e politici siciliani racchiude per Gioia sia minacce che opportunità (per ora solo potenziali). La costruzione del ponte liberebbe spazio navale sotto la sua campata ed al tempo stesso favorirebbe l'invio di container dalla Sicilia alla Calabria per l'imbarco rendendo di fatto Gioia lo sbocco in mare dell'isola (incredibile ma potenzialmente vero...). Dall'altro lato tutto ciò verrebbe vanificato improvvisamente qualora strutture concorrenti venissero allestite ad Augusta o a Termini.

L'Economist questa settimana dedica un articolo al porto di Gioia intitolandolo appunto “Rough Passage” (Passaggio difficile) con ovvio riferimento allo stretto. Oltre alle solite stupidaggini sulla mafia, ecco come la sua attività viene descritta:

“Gioia Tauro funziona come hub per la distribuzione di container in tutto il Mediterraneo ed il Mar Nero. L'arrivo di una grande nave madre può generare chiamate in porto anche per dieci navi di distribuzione”

Il business, come i post su questo blog hanno più volte evidenziato, è quindi nella redistribuzione dei carichi su navi più piccole che smistino i container verso gli scali regionali. Il giornale poi continua:

“Gioia Tauro possiede un grande vantaggio naturale. Esso siede praticamente al centro del Mediterraneo ed il porto per container, diversamente da quelli sull'Isola di Malta ed in Sardegna, è provvisto di collegamento su rotaia verso nord e verso i mercati in espansione nel cuore dell'Europa”.

Queste righe, pur tacendo il non secondario limite naturale dovuto al passaggio in mare, evidenziano uno dei motivi per cui il ponte non sia ben visto in determinati ambienti. Esso farebbe svanire il suddetto vantaggio, per quanto limitato esso sia.

Che il ponte abbia un senso solo ai fini del collegamento su rotaia lo confermano anche i numeri (e le dichiarazioni) snocciolati la settimana scorsa dall'assessore al turismo Dore Misuraca alla Bit di Milano. Il mezzo preferito per arrivare in Sicilia è infatti l'aereo, e la regione punta sempre di più su di esso grazie ai nuovi aeroporti ed agli aiuti (Bruxelles permettendo) che fornirà ai vettori Low Cost.

L'attraversamento autostradale dello stretto rimarrà ininfluente per lo sviluppo economico siciliano, mentre, come abbiamo già segnalato, il progetto esistente per il ponte non è affiancato da progetti complementari per quel che riguarda il collegamento su rotaia tra le due sponde.
Se poi i siciliani volessero per una volta guardare un po' più in la del loro naso e risalissero idealmente lo stivale si renderebbero conto che per arrivare al cuore dell'Europa ci sarà da passare un altro imbuto molto più stretto del nostro: le Alpi.

Il traffico attraverso questa barriera naturale è già oggi messo a dura prova, e forti opposizioni hanno suscitato i progetti di nuovi valichi. Secondo la Comunità Europea il traffico potrebbe arrivare al collasso nel giro di una ventina d'anni, non molto dopo la ipotetica entrata in servizio del ponte. Di nuovo, torneremmo ostaggio dei padani ed il ponte non servirebbe più a nulla.

Alla fine è ovvio come i fatti esposti debbano essere attentamente valutati così da permettere una serena riflessione su quali siano gli investimenti infrastrutturali necessari, se sia cioè il ponte un'opera secondaria al completamento delle strutture aeroportuali e viarie interne alla Sicilia (come questo blog suggerisce) o piuttosto una questione di vita o di morte come altri inverosimilmente strillano.

Una cosa però appare chiara da queste righe: ponte o non ponte, porti o non porti la globalizzazione sta spingendo la “Padania” verso un angolo. Stretta tra l'arco alpino e la lontananza dal baricentro del Mediterraneo l'unica sua speranza è quella del sabotaggio. Vedremo se riusciremo ad affrontare a viso aperto le prossime sfide che ci aspettano.
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sabato, giugno 10, 2006

II parte: L'isola senza porti


La rotta commerciale est-ovest passa da casa nostra. E lungo le rotte commerciali, lungo le moderne vie della seta, devono sorgere delle statio, delle fermate nei punti strategici, degli snodi, o per usare un termine moderno degli hub.
Ora, guardando una mappa del globo eurocentrica non possiamo non notare che il fulcro di tutte le rotte est – ovest o nord – sud è costituito proprio dal mediterraneo, ed il fulcro del Mediterraneo, il punto di snodo cruciale, l'hub per eccellenza è la Sicilia.
I porti, siamo un isola senza porti. Non ci hanno permesso di costruirli, non lo abbiamo chiesto, non lo abbiamo preteso, non abbiamo combattuto per i porti. E non lo stiamo facendo nemmeno ora. Ogni isola vive grazie al suo porto, anzi diventa ricca grazie al suo porto. Non noi.
Quanto tempo risparmierebbero le grosse navi container se nell'andare da oriente ad occidente non dovessero risalire tutto il Mediterraneo per scaricare o caricare prima di riprendere la via della Colonne d'Ercole? Il tempo risparmiato si misurerebbe in giorni. Un flusso incalcolabile di ricchezza. Per noi e per chiunque si servisse del porto.

Vediamo un po' di numeri. Oggi il porto itlaiano che movimenta il maggior numero di container è Gioia Tauro (3.160.981 Teu) circa il doppio rispetto al secondo (Genova). E questo malgrado il maggior costo del trasporto ferroviario rispetto a quello marittimo, che sembrerebbe dover favorire proprio Genova, e la mancanza a Gioia Tauro dell'alta velocità, cosa che non ha praticamente influenza alcuna.
Il motivo è proprio il tempo di navigazione: dalla Cina ad Amburgo ci sono 21,4 giorni di navigazione, che diventano 16,3 per Gioia Tauro, uno in meno circa di Genova, senza contare il ritorno.
Questi numeri indicano chiaramente che la funzione che le grosse compagnie di navigazione cercano è quella di hub mediterraneo da dove i container possano essere smistati per gli altri porti e per i mercati interni.
Dell'alta velocità non vi è così tanta richiesta.
E mentre nel mondo le uniche opere che non sono mai entrate in crisi sono i canali artificiali, da noi tutto quello che si riesce a pensare è un ponte. Le opere più fallimentari mai progettate, per giunta a favore dei mezzi di trasporto più antieconomici che esistano (cioè quelli via terra) sono i ponti.









Una povera isola senza ponti ma con un porto: Singapore




E mentre nel mondo le uniche opere che non sono mai entrate in crisi sono i canali di navigazione artificiali, da noi tutto quello che si riesce a pensare è un ponte.

Ma quali ponti ha Dubai, isolata da un mare di deserto? Intanto ha uno dei porti più importanti al mondo. Ma quali ponti ha Singapore? Guardate il suo porto. Ed i suoi grattacieli.

Un'Immagine del piccolo porto di Dubai

Apriamo gli occhi. E smettiamola di guardare a nord. Non è da li che viene la ricchezza. Non più.


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