Approfondimenti - Il Consiglio News Feed

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domenica, aprile 24, 2011

Padania sbranata (prima parte)

Il discorso sulla attuale situazione interna italiana iniziato nel post “Oncologia”, può essere completato includendo nel quadro i dettagli del piano politico internazionale. Anche questi infatti hanno subito una recente accelerazione, tanto che certi meccanismi fino ad ora solo intuibili si sono manifestati in maniera palese.

Il primo dei sintomi della suddetta accelerazione è dato dal drammatico evolversi del contrasto italo-francese. La discordia sulle vicende libiche è solo una delle componenti di questo contrasto. La Francia si sta muovendo con rapidità per conquistare le posizioni lasciate aperte dal vuoto venutosi a creare negli interessi padani a causa del continuo regredire del potere anglosassone e della contemporanea crisi delle forze endogene locali, vedi il rapido ed inarrestabile declino di Berlusconi e di tutte le varie forze paramassoniche raggruppate nelle varie P2, P3, chissà persino P4....

Neanche il movimento cattolico nord-Italiano, raggruppato dietro ai vertici della CEI, la conferenza episcopale italiana, messa sotto pressione dallo stesso papato, sembra avere la forza di riempire questo vuoto. E così mentre la FIAT arretra arroccandosi in Nord America dietro l'acquisizione di Chrysler, sono la già ricordata Francia e la potente Germania a trovarsi nella posizione migliore per recuperare le posizioni perse durante il periodo risorgimentale.

Tremonti potrebbe riuscire ad arginare momentaneamente le mire di Sarkozy nei confronti della Parmalat, ma gioiellini meno ingombranti seppure altrettanto significativi stanno già valicando le Alpi. E' il caso dell'industria della moda, dove per vari motivi diverse aziende entrate in crisi d'identità non hanno trovato di meglio che farsi soccorrere dallo straniero: Gucci ed il recentissimo caso di Bulgari sono due esempi. Ma il discorso continua ad allargarsi.

Se ne è occupato di recente anche il Financial Times (“Vicenza's artisans go hell for leather to meet expensive tastes for new rich”, 16 aprile 2011) che parlando della boutique “Bottega Veneta” dà un quadro chiaro e conciso della situazione:

Dove 10 anni fa Vicenza era la patria di 1300 manifatture orafe, ve ne sono ora 600. In alcune aree della città la disoccupazione femminile che hanno sopportato il peso dei licenziamenti, ha raggiunto il 90%. Ma mentre gli artigiani dell'oro di Vicenza perdono il lavoro a favore di lavoro più economico in Cina e chiudono i loro laboratori, un'altra industria italiana si affretta ad assumerli”.

L'altra industria italiana sarebbe quella della pelle, da sempre una forza del paese (niente di nuovo quindi). La novità è che oggi possono permettersi di dare ai lavoratori stipendi più bassi a causa dell'alto livello di disoccupazione. E non solo: oggi i pezzi pregiati di questa industria potrebbero non essere più tanto italiani:

Tra i loro nuovi datori di lavoro troviamo Bottega Veneta, il gruppo per beni di lusso appartenente alla francese PRR

I negozi dell'azienda rappresentano il Made in Italy nelle più prestigiose piazze del mondo, come spiega l'articolo. Ma i guadagni non rimangono certo a Vicenza.

Dall'altra parte, l'integrazione tra industria italiana e tedesca nei settori metalmeccanici si fa sempre più inestricabile, come sottolineato da un altro articolo del Financial Times (“Germany might boost Italian entrerprise”, 17 aprile 2011) in cui si ora si prende ad esempio la Brembo, il primo produttore mondiale di freni per automobili:

Lo sviluppo di relazioni con l'industria automobilistica di fascia alta tedesca ha permesso a Bombassei di difendere i margini dei suoi prodotti, al contrario dei produttori nel mercato di massa in Itali che sono stati quasi interamente spazzati via [anche loro..., ndt] dalla competizione indiana e cinese.
Molto bene: grazie alla cooperazione con la Germania il Made in Italy riesce in alcuni casi a rimanere italiano. Ma anche qui c'è il trucco, un paio di righe più sotto:

Bombassei ha recentemente aperto una secondo fabbrica in Cina, in parte, dice, per soddisfare la domanda delle aziende automobilistiche cinesi per il mercato di fascia alta dei sistemi frenanti. Ma allo stesso tempo anche perchè le aziende automobilistiche tedesche stanno aprendo succirsali in Cina e Brembo vuole esser loro vicino per poterli rifornire.

Più che una collaborazione sembra una totale dipendenza le cui conseguenze non tarderanno a rendersi sempre più evidenti nelle madre patria.

Che dire poi dello scudo russo? La famosa amicizia tra Berlusconi e Putin sembra oramai essersi dissolta. Il presidente russo Dmitri Medvedev non ci ha pensato due volte ad astenersi insieme ai colleghi del BRIC (Brasile, Cina, India, oltre alla stessa Russia) dal voto sulla risoluzione dell'ONU 1973 che ha aperto le porte all'azione occidentale contro Gheddafi (e contro gli affari italiani in Libia). Salvo poi pentirsene per voce di Putin che preme per evitare una ulteriore escalation negli interventi che vedono ora l'Italia in prima fila.

(Fine prima parte.)

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giovedì, marzo 31, 2011

Con l'acqua alla gola

E così pare che nel medio-oriente sia in atto un nuovo 1848, una rivoluzione contro la tirannide e per la democrazia. Una primavera araba (ma non islamica). Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Bahrein, Yemen: stiano attenti i despoti, che questi baldi giovani armati solo di Facebook e Twitter ve lo faranno tanto.

Il Corriere della Sera, Repubblica, e poi tutti i media occidentali non sanno più come scriverlo. Lo urlano a squarcia gola: “Guardate, guardate qui: queste sono tutte rivoluzioni spontanee, fatte dalla gente!”

Noi certamente non pretendiamo di capirne e di saperne più di loro, professionisti del settore. Però RussiaToday ha mostrato delle immagini che mettono un po' in crisi questo modello.



Quei cannoni ad acqua che vedete non sono entrati in azione a Damasco, a Sana'a o a Manama. Quello è il Belgio e secondo RT.com (“Europeans against austerity cuts: thousands clash with police in Brussels”, 25 marzo 2011) i manifestanti erano circa 20,000. Il commento finale del giornalista ci confonde:

Con una povertà crescente e milioni di disoccupati in tutta Europa, le gente sembra perdere la pazienza con dei politici che non sembrano in contatto con la realtà”.

Se in questo commento sostituiamo Europa con Egitto, per esempio, la frase potrebbe benissimo apparire in calce ad un pezzo su queste benedette rivoluzioni quarantottine al gelsomino.

Solo che nel caso del Belgio nessuno ha parlato di rivoluzione contro una dittatura, di gioventù che si da appuntamento per protestare tramite Facebook.

E nessuno ne parla neppure ora che le proteste sono arrivate a Londra (“Londra invasa dalla protesta contro i tagli”, Corriere.it 26 marzo 2001). Non ne parlavano negli stessi termini quando le abbiamo in viste in Grecia o nel caso del Portogallo.

Invece per il medio oriente, sono riusciti a farci entrare pure la petizione (online, ovviamente) di 100 intellettuali per il suffragio universale negli Emirati Arabi (“Emirati petition ruler for democratic eletion” Euronews.net, 9 marzo 2011) !

Due pesi due misure: una lente di ingrandimento per osservare il medio-oriente ingigantendo i motivi della rivolta sino alla guerra civile, ed un cannocchiale capovolto per nascondere l'Europa, dove le proteste sono “per i tagli” e non contro il regime.

Viene il sospetto che più che ad una rivolta solo araba si stia assistendo al crollo dell'intero sistema, con le diverse fazioni, già con l'acqua alla gola, che soffiano sul primo focolare che capita per aggrapparsi ad una scialuppa che prima o poi faranno rovesciare.


Di guardia alla scialuppa

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domenica, ottobre 17, 2010

Il numero perfetto

I recenti fatti di Genova, con i “tifosi” serbi impegnati in una strana espressione di sostegno per la loro squadra, pongono diversi interrogativi.

Ci si potrebbe chiedere come mai la polizia italiana abbia lasciato fare, secondo una poco chiara tecnica di prevenzione del crimine, e non si siano accorti di come gli scontri fossero stati organizzati da tempo, quando persino un ragazzino lo ha capito facilmente (“Lo studente nell’inferno di Marassi «Tutto era già stato organizzato»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere come mai i giornali italiani siano così pronti a pubblicare lettere di scuse da parte di tutti per cercare di riabilitare l'immagine di Ivan agli occhi degli italioti (“Ivan il terribile: «Chiedo scusa all' Italia»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere, usando la dovuta cautela, se ci sia una qualche relazione tra l'epilogo della sfilata gay a Belgrado pochi giorni or sono ed i fatti di Genova (“Gay Pride, scontri a Belgrado, l'estrema destra contro il corteo”, Repubblica.it 10 ottobre 2010).

Sarebbe anche legittimo domandarsi per quale motivo qualcuno abbia pagato gli ultrà serbi per recitare quel miserrimo show (“«Ultrà serbi pagati da due boss latitanti» Versati 200mila euro a 60 teppisti”, Corriere 16 ottobre 2010).

Ad un giornalista siciliano invece preme un interrogativo molto più sottile: che cosa vorranno mai dire quelle tre dita levate al cielo verso da parte dei giocatori serbi?

I quesiti posti tramite l'articolo di SiciliaInformazioni.com (I separatisti siciliani adottarono lo stesso saluto dei serbi, tre dita aperte, le gambe della Trinacria. E i cetnici?, 15 ottobre 2010) sono precisi ed inevitabili:

E’ una coincidenza, dunque, il fatto che i separatisti siciliani e i cetnici abbiano lo stesso “saluto”? Probabilmente lo è, ma non ne possiamo essere affatto sicuri. Occorrerebbe effettuare una ricerca. Ma ne vale la pena?

Tanto per capirci meglio, i “cetnici” sarebbero gli irredentisti serbi, che wikipedia, la libera (o liberale...) enciclopedia, dichiara antisemiti, nazionalisti, responsabili di genocidi vari. Fascisti, insomma.

Sul nostro quotidiano online serpeggia dunque la stessa accusa contro l'indipendentismo siciliano, rafforzata dai colori suggeriti dall'immagine a corredo.

Si dovrà certo ammettere che la presenza di una base militare russa in Serbia, ed il collegamento con l'Italia operato dal vicino aeroporto di Nis da una compagnia siciliana (la Windjet di Antonino Pulvirenti) potrebbero anche far pensare ad un qualche collegamento.

Di questo collegamento siculo-russo si era a suo tempo già risentito l'Economist, la nota rivista finanziaria inglese (si veda il post “Giù la maschera”). Ma la cosa possiamo anche comprenderla: la Serbia è anche l'ultimo bastione politico dell'oriente ortodosso nei Balcani (l'agent provocateur russo, qualcuno direbbe).

I contatti tra Sicilia e Serbia non dovrebbero allora stupire più nessuno. Ci si dovrebbe piuttosto interrogare su quali siano i contatti tra Parlagreco (autore del pezzo di SiciliaInformazioni.com) e l'Economist.

E la cosa non finisce qui.

Oggi i giornali hanno dato notizia della svolta “cetnica” della Germania. La Merkel durante il congresso dei giovani del Cdu e del Csu ha dichiarato fallito il modello multiculturale (LaRepubblica.it, 16 ottobre 2010) imposto a tutta l'Europa dai magnati della finanza mondiale:

“Gli immigrati (...) si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi”

Insomma, la Serbia ai serbi, la Germania ai tedeschi e la Sicilia ai siciliani, ognuno secondo la propria storia e tradizioni.

Ecco il gesto fatto dalla Merkel per indicare il nuovo corso tedesco:


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giovedì, febbraio 25, 2010

Intesa segreta

La fine del cadaverico Banco di Sicilia, decretata con uno schiocco di dita dai vertici di Unicredit, non ha sdegnato più di tanto i Siciliani che, mettendo da parte le acute fitte nostalgiche, hanno addirittura salutato con favore la fine di questa lacrimevole telenovela coloniale.

Il voltafaccia di Passera avrebbe invece dovuto fare sobbalzare tutti dalla sedia. Ci siamo già scordati delle sponsorizzazioni degli eventi sull'indipendentismo siciliano (si veda il post “Il rastrello di Montalbano”)? Ci siamo già scordati della triangolazione tra il colosso bancario, Raffaele Lombardo ed il Catania Calcio (si veda il post “Vino dell'Etna”)? E del salvataggio di Gheddafi quando la finanza massonica ha tentato di sgretolare l'ultimo baluardo della finanza cattolico-padana?

La verità è che i mass-media sono riusciti a fare passare sotto il naso agli italiani tutti un fondamentale tassello del nuovo assetto geopolitico volto a ridisegnare il panorama finanziario non solo siciliano o padano, ma di tutta l'Europa.

Il gioco di prestigio è stato effettuato separando tra di loro due notizie che sarebbero dovute andare insieme e che invece, in tempo di federalismo spinto, sono state “regionalizzate” e diramate nei soli territori di presunta competenza.

La prima, destinata a deprimere i terroni, è questa:

Lo stesso giorno in cui i siciliani apprendono che il Banco di Sicilia abbassa le saracinesche e di esso rimarranno solo i fregi agli ingressi delle agenzie regionali per la fusione con Unicredit, arriva di rimbalzo un’anteprima sulle volontà di un altro gruppo bancario, la Banca Intesa San Paolo, di uno shopping nell’Isola per raddoppiare i 200 sportelli e fare nascere un nuovo istituto di credito, Intesa Sicilia, diretta filiazione di Intesa San Paolo. (SiciliaInformazioni.com 21 febbraio 2010).

La seconda, data in pasto ai polenta, invece è questa:

Intesa San Paolo cederà ad Agricole una rete di filiali compresa con 150-200 sportelli entro il 30 giugno. (IlSole24Ore.com 18 febbraio 2010).

E' venuto il momento di rimetterle insieme per cercare di capire cosa stia succedendo nei maggiori gruppi bancari italiani.

Come è facile notare al netto delle due operazioni le dimensioni di Intesa San Paolo rimangono immutate. Ma se i circa 200 sportelli in entrata si aggiungerebbero in Sicilia, per quelli in uscita il Sole 24 Ore suggerisce una “rete di filiali operanti prevalentemente in ambiti territoriali limitrofi a quelli di attuale insediamento di Credit Agricole, già presente nel Paese con CariParma” (“Intesa cede ad Agricole 150-200 sportelli”, IlSole24Ore.com, 18 febbraio 2010)

Nelle nostre città tra le tante sigle padane non ricordiamo di aver mai visto quello della cassa parmense, ed infatti CariParma, se si escludono le filiali di Napoli, è completamente assente dal Sud Italia e dalla Sicilia.

Passera, pressato sull'argomento, non si sbottona ancora (“Ha spiegato che per ora non ancora possibile dire quali saranno gli sportelli che verranno ceduti, nulla è ancora stato definito per cui non è ancora possibile fornire delle notizie certe in merito alla vicenda”, Corrado Passera parla della cessione sportelli a Credit Agricole , PiazzaAffari.info 22 febbraio 2010), ma se la previsione del Sole è corretta, quello di Intesa non è altro che un riposizionamento geografico che, nei ricordati tempi di federalismo spinto, diventa anche un riposizionamento geopolitico.

Che la politica sia uno dei motori principali dell'accordo lo suggerisce anche un'altra consequenziale doppia operazione: 1) Credit Agricole si è impegnata a sgonfiare il suo pacchetto di proprietà in Intesa sino al 2% (al momento la quota è al 5.8%), pacchetto che oggi conferisce il controllo ai francesi (“Intesa San Paolo, ok Antitrust”, IlSole24Ore.com 18 febbraio 2010), e 2) Generali e Credit Agricole hanno sciolto il patto di consultazione nell'azionariato di Intesa siglato appena 6 mesi fa grazie al quale francesi e austro-ungarici prendevano insieme tutte le decisioni che contavano senza bisogno di consultare gli altri azionisti.

Le motivazioni fornite da Passera o dai francesi per queste operazioni le lasciamo a quelli che ancora credono che nell'alta finanza vi siano delle regole da rispettare.

A prima vista la posizione dei francesi in Italia sembrerebbe rafforzata dall'acquisizione delle 200 filiali, ma non bisogna scordare che Agricole è destinata a perdere il controllo di Intesa ed a vedersi tagliata definitivamente fuori dal Sud Italia: una ulteriore barriera alle aspirazioni mediterranee di Sarkozy che si aggiunge a quella schierata dall'ARS contro le grinfie atomiche di Areva (si veda il post “C'est la vie”).

Dall'altra parte Unicredit rappresenta l'ultimo bastione della finanza padana: la decisione di Profumo di arroccarsi al nord sa tanto di “va dove ti porta il cuore” ed è forse l'ultima carta che l'economia padana può giocarsi, una volta persa la Sicilia, per non cadere in mani straniere.

Un articolo di Repubblica (“Profumo comincia da Trieste Alleanza a guida Unicredit per farne la porta d'Europa”, La Repubblica 22 febbraio 2010) delinea chiaramente un progetto post-unitario di ampie vedute. Profumo parla di “un grande progetto per Genova, per Trieste e per il Paese" (...) le due porte naturali del nostro Paese: Genova e Trieste”.

Il piano ha però un punto debole. Esso è infatti troppo sbilanciato sull'area triestina (“l' operazione su Trieste (...) è più matura rispetto a quella gemella su Genova”).

Venezia e Trieste hanno avuto un ruolo di piattaforma logistica continentale in passato quale porta dell'Europa sull'oriente:

Claudio Boniciolli, presidente dell' Autorità portuale di Trieste sostiene che «la ratio di base del progetto è largamente condivisibile, poiché non si tratta che di risvegliare lo storico ruolo di Trieste quale porto privilegiato dei mercati centrali e orientali d' Europa»

La logistica moderna però non è più quella del medio-evo ed un collegamento ferroviario decente tra Taranto e Napoli basterebbe a mettere fuori gioco l'alto Adriatico.

Sempre se è veramente la “Padania libera” il mandante. Questo sbilanciamento a nord-est del progetto è un po troppo targato “Generali”, un lembo di un passato imperiale non tanto remoto: la padella francese potrebbe trasformarsi in una brace mitteleuropea.

La definizione di Parlagreco (SiciliaInformazioni.com) è lapidaria:

Una porta del nord est che risponda ai bisogni di Austria, Ungheria, Baviera e Cekia” (“Bds chiude, Intesa Sicilia arriva”, 23 febbraio 2010)

In Sicilia nel frattempo a piangere non sono certo i vari Lombardo (la Regione detiene una bella fetta di Unicredit e senza il suo avallo politico le cose non sarebbero state così semplici) o i vari Miccichè (il fratello Gaetano è direttore generale di Intesa San Paolo). A piangere saranno al solito i piccoli imprenditori che rischiano di vedersi restringere ulteriormente i cordoni del già limitatissimo credito che riuscivano ad ottenere da quel poco di siciliano che rimaneva nel Banco di Sicilia.

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mercoledì, febbraio 24, 2010

Cineserie

Si è fatto un così gran parlare dello sbarco dei cinesi in Sicilia, tra nuovi aeroporti e rinnovate infrastrutture, che in molti hanno pensato bene di prepararsi per tempo all'evento studiandone la lingua o adottandone gli adagi.

Tra gli adagi, questo popolo di scansafatiche (almeno stando alla vulgata italiota) non poteva che fare proprio il suggerimento di appostarsi sopra un ponte ad oziare aspettando di vedere passare il cadavere del nemico trasportato dalle acque del fiume sottostante.

Ed aspetta oggi, aspetta domani ecco che i cadaveri cominciano a passare. Dapprima uno alla volta, isolati quali avanguardie di un cauto esercito. Poi in gruppetti sempre più consistenti sino a configurare vere e proprie cosche. Da ultimo vedremo passare il folto del plotone: un intero sistema trascinato a valle come irriducibile liquame.

Su quel ponte L'Altra Sicilia si è seduta dopo le ultime elezioni parlamentari italiane quando a pochi giorni dal voto un certo Nicola Di Girolamo fu presentato al Presidente dell'Associazione avente sede a Bruxelles da un tal Sig. Ferretti con il neologico titolo di “Futuro senatore”.

Ecco le parole di Francesco Paolo Catania tratte da una “caustica” intervista:

“Mentre discutevamo con il Console Sorrentino, al pianoterra del consolato davanti al suo ufficio, dalla porta dell’ufficio anagrafe, con mia grande sorpresa, mi  sono trovato davanti al sig. Ferretti, accompagnato da un’altra persona che in quel momento non sapevo chi fosse e che dallo stesso Ferretti mi venne presentato come il futuro senatore del PDL.” (“Francesco Paolo Catania racconta il suo incontro con Nicola Di Girolamo nel consolato di Bruxelles”, ItaliaChiamaItalia.net, 16 maggio 2008)

Allora questo blog commentò osservando che “mai esternazione fu più democratica” (si veda il post “Il pecoraio ha versato il latte”) anche perchè nel giro di poche settimane le denunce per truffa elettorale all'indirizzo dell'oramai “eletto” senatore cominciarono a fioccare.

Gli intrallazzi di Bruxelles, iniziati già due anni prima quando un video di Striscia la Notizia subito ritirato dal sito della nota trasmissione denunciò in maniera chiara ed inequivocabile l'enormità dei brogli, rappresentavano una pericolosa falla nel “sistema” di ricatti e ripicche che teneva (ed ancora tiene) artificialmente in vita questa vile Italia:

Come mai una tale imperizia da parte del PDL che manda in fretta e furia un candidato illegale a coprire un pericolosa falla del sistema? Per la seconda volta nel giro di due anni vi sono prove concrete di brogli elettorali proprio a Bruxelles, dove i Siciliani stanno combattendo per la loro terra.

(…) Dal quartier generale di Arcore si sono dovuti muovere in fretta perchè il pericolo era serio. E se questa piccola svista avrà delle conseguenze in sede giudiziaria, ora che in parlamento la tregua con la magistratura è finita, qualche lacrima di coccodrillo sul latte versato la vedremo scendere sicuramente.
(“Il pecoraio ha versato il latte”, Il Consiglio Blog 22 giugno 2008)

Ebbene, ieri le lacrime sono cominciate a calare copiose ed il cadavere del nostro Nicola di Girolamo è stato avvistato a poca distanza dal ponte dove siedono i Siciliani: per lui è stato chiesto l'arresto non più per sola truffa elettorale, ma anche per l'aggravante mafiosa (“Tlc e 'ndrangheta, riciclaggio da 2 mld. Il gip: «La più colossale frode di sempre»”, Corriere.it 23 febbraio 2010):

Il gip tira in ballo veri e propri metodi mafiosi per descrivere l'associazione per delinquere: «Unisce - scrive il gip - all'inusitata disponibilità diretta di enormi capitali e di strutture societarie apparentemente lecite l'eccezionale capacità intimidatoria tipica degli appartenenti ad organizzazioni legate da vincoli omertosi, la cui violazione è notoriamente sanzionata da intimidazioni e violenze che, spesso, giungono a cagionare l'uccisione sia di quanti si oppongano ai progetti delittuosi che degli stessi appartenenti al sodalizio criminale ritenuti non più affidabili».

Quest'ultima aggiunta pone ulteriori interrogativi: ma la mafia, non era a favore dell'indipendentismo siciliano? Ma come, hanno già a portata di mano L'Altra Sicilia senza rischiare niente, e gli presentano contro Di Girolamo? Che giornalisti, magistrati, massoni e quant'altro si mettano d'accordo una volta per tutte: la mafia è a favore o contro l'indipendenza della Sicilia?

Ma andiamo avanti che mentre la corrente del fiume porta il cadavere ancora più vicino, possiamo notare un foglio di carta stretto tra le mani del morto. Si tratta di una denuncia depositata dal democraticamente eletto senatore alla procura di Roma, denuncia a carico del Presidente de L'Altra Sicilia a causa delle dichiarazioni dello stesso contenute in un articolo apparso su L'Isola, il periodico de L'Altra Sicilia ("Sono gli italiani all'estero rappresentati da imbroglioni?", 14 maggio 2009), e giudicate diffamatorie.

La procura di Roma ha avuto la spiritosa idea di farla arrivare a destinazione a Bruxelles solo pochi giorni fa malgrado fosse stata presentata nel maggio dello scorso anno: c'è da credere che la coincidenza con lo scoppio dello “scandalo” politico non sia casuale.

Voi direte: ma Il Consiglio come le sa tutte queste cose?

Devo confessarvi che raggranellare queste informazioni non è stato così semplice come potrebbe sembrare. Sin da quelle fatidiche elezioni, Francesco Paolo Catania, pur non vivendo in Cina ma a Bruxelles, non ha più connessione ad internet: tra una scusa e l'altra l'azienda belga dopo un guasto in rete non è più riuscita a fornire i servizi richiesti al Presidente de L'Altra Sicilia.

L'inchiesta che ha coinvolto il Di Girolamo ruota attorno a diverse aziende operanti nel campo delle telecomunicazioni (Fastweb, Telecom Italia, Sparkle): ulteriori coincidenze che ci fanno ammirare sempre di più la chiarezza d'intenti del governo cinese.

Continueremo ad aspettare su quel ponte, anche perché oltre ai cadaveri della guarnigione belga potrebbero presto passare quelli della guarnigione svizzera occupata da Casini, dove alcuni candidati sembra abbiano tentato di conquistarsi la poltrona grazie all'assegnazione di schede palesemente nulle.

La calma e la pazienza sono le virtù dei forti. E dei cinesi.

Siciliani con gli occhi a mandorla


Leggi anche: "Su Di Girolamo botta e risposta fra Francesco Paolo Catania e GianLuigi Ferretti", ItaliaChiamaItalia.net 16 giugno 2008
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lunedì, febbraio 15, 2010

Fiato sospeso

Tra un commento e l'altro si è forse arrivati a capire cosa abbia irritato Napolitano tanto da costringerlo ad accartocciarsi sul “separatismo non indipendentista” (si veda il post “I contorsionisti”).

A Siracusa ha avuto luogo l'altro ieri (13 febbraio) un convegno organizzato dall'Onorevole Fabio Granata, finiano vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia nonché sostenitore di Raffaele Lombardo a Palermo.

“Verso gli Stati Generali della Nuova Autonomia” è un titolo che a quanto pare ha fatto tremare in tanti, sia tra gli anti-autonomisti a Roma che tra i “celoduristi” dell'Autonomia Siciliana che inorridiscono ogni qual volta quel breve attributo (“Nuova”) viene messo di fronte alla parola “Autonomia” a significare una qualche modifica dello Statuto.

Le parole pronunciate dello stesso Granata in apertura dei lavori puntualizzano i contorni dell'iniziativa:

“L’appuntamento di oggi segna l’ufficializzazione di un appello diffuso al Presidente della Regione On. Lombardo affinché convochi immediatamente gli Stati Generali dell’Autonomia in Sicilia in modo che la straordinaria esperienza politica di questo Governo si doti di un raccordo programmatico ed ideale che il fallimento dei partiti fino ad oggi non ha consentito di elaborare”.

E' chiaro che questa convocazione ci sarà, vista l'insistenza con cui viene richiesta e vista la partecipazione di uno dei più fidi scudieri di Lombardo, Giovanni Pistorio. L'appello è formale e necessario a giustificare politicamente l'evento prossimo futuro.

Cosa farà Lombardo in quel fatidico giorno? Questa è la greve domanda che ci poniamo.

Sembra di essere a Cuba subito dopo la fuga di Batista: Castro doveva ancora ufficializzare la sua reale posizione politica (USA o URSS?) mentre tutti a Washington e sull'isola erano in religioso silenzio aspettando di sapere di che morte sarebbero morti. A Mosca chiaramente ne sapevano più di tutti.

Oggi gli italiani tutti (dal Napolitano a Lampedusa) sono in un poco silenzioso e molto nervoso stato d'attesa mentre a Mosca....

Malgrado tutto non possiamo fare altro che attendere, perchè nessuno ancora può prevedere come verrà tradotto nella pratica l'incipit del nuovo corso politico (e storico) della Sicilia. Lo stesso Granata probabilmente non ne è del tutto al corrente.

Ed è inutile mettersi a formare nuovi partiti, strillare al tradimento o lanciare proclami. Da qualunque lato si voglia guardare la cosa, da questi “Stati Generali dell'Autonomia” che nessuno può più fermare uscirà il nostro futuro: il destino della Sicilia centro-mediterranea sarà condizionato da questo evento con ricadute decennali se non secolari, positive o negative che siano.

Il blog dell'esponente del PDL Sicilia riprende alcune delle dichiarazioni degli intervenuti come quelle di Gianbattista Buffardeci, Assessore all'agricoltura e delfino di Miccichè, che apre il campo con la principale delle nostre preoccupazioni:

“Oggi c’è necessità di disegnare una nuova autonomia perchè l’autonomia statutaria è fallita, ed il fallimento ha come primi responsabili proprio i siciliani”.

Ogni volta che abbiamo sentito parlare di progetti di modifica dello Statuto abbiamo udito proposte aberranti. Cosa accadrà questa volta?

Le parole di Pistorio (MPA) sono più rassicuranti:

“L’autonomia, cosi come concepita in Sicilia dallo Statuto,  è fallita perché è fallito il patto tra la società siciliana e lo Stato. Oggi Lombardo vuole ribaltare la subalternità del territorio alla politica nazionale e per questo ha concepito la scelta di una nuova autonomia”

Il riferimento alla natura pattizia dello Statuto ed al suo fallimento indica un punto importante; in questo momento il patto non vi è più, si riparte da zero con la Sicilia che deve scegliere la sua strada. Avrà veramente il coraggio di farlo?

Dore Misuraca, parlamentare nazionale del PDL, parla di “recarci [ancora, ndr] a Roma”, cosa di cui siamo stanchi. Ma perlomeno richiama il nume protettivo di Piersanti Mattarella (che per voler fare qualcosa ci lasciò le penne...).

Infine era presente anche Mario Centorrino, Assessore Regionale alla Formazione, tecnico di area PD, il quale rilascia una dichiarazione che solo lui, Ordinario di Politica Economica all'Università di Messina e non politico di professione, avrebbe potuto rilasciare:

“La questione del futuro dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, ad esempio, oggi la sta trattando il presidente Lombardo, nel senso di livello istituzionale territoriale. Pensate che grande differenza rispetto a dieci anni fa, quando una simile vicenda l'avrebbe trattata un ministro del governo nazionale. Ciò significa che si sta sostituendo una rappresentanza territoriale a una rappresentanza politica con la quale abbiamo perso contatti e che non ci dice più niente”.

A sentirlo, con Roma abbiamo già chiuso. Sempre per quel detto secondo il quale la meglio parola è quella non detta, Granata taglia questa frase dal resoconto dell'intervento inserito nel suo blog. A noi è arrivata attraverso il sito de La Sicilia ("Sciascia e Camilleri portano sfiga", 13 febbraio 2010).

Le decisioni (forse già prese) che ci verranno comunicate in occasione di questi Stati Generali avranno contraccolpi sull'assetto generale del Mediterraneo. Viceversa gli avvenimenti siciliani, essendo costantemente legati a più ampie modifiche geopolitiche globali, devono tenere conto di altri assetti più vasti.

Nel tentare di capire quando la nuova Costituzione potrebbe essere varata, l'attenzione deve concentrarsi sulla politica estera. L'altro ieri la Germania ha fatto sapere di non avere alcuna intenzione di aiutare la Grecia a coprire il debito pubblico, una posizione che potrebbe segnare la fine della moneta unica e della stessa UE con tutto il suo Trattato Massonico di Lisbona:

Angela Merkel, cancelliere tedesco, ha resistito le insistenze francesi per arrivare un pacchetto di salvataggio esplicito (...) L'insistenza della Merkel sulla necessità di maggiori sforzi da parte greca per tagliare il deficit del bilancio hanno quasi pregiudicato il raggiungimento di un accordo al summit (...) La decisa presa di posizione della Merkel ha in Germania uno strabordante supporto politico e popolare. (“Greece turns on EU critics”, Financial Times 13 febbraio 2010)

Ancora più esplicito è stato il quotidiano teutonico Allgemeine Zeitung, citato ancora l'altro ieri dal Fiancial Times (“German press calls for tough line on Greece”):

“Non ci sarà alcun aiuto per il governo greco all'inizio. Non ci saranno negoziati per possibile strumenti finanziari.”

La chiusura appare totale. Se la Grecia non onora il debito, addio euro. Ed addio dominio atlantico sull'Europa e soprattutto sulla Germania. I tedeschi si lasceranno scappare un'occasione del genere per liberarsi definitivamente del protettorato atlantico di USA e Gran Bretagna?

Non c'è alcun motivo di forzare la mano. Lombardo è uno specialista dell'attesa. Il nuovo “Statuto” verrà probabilmente varato in parallelo agli sviluppi del caso Grecia: da quando questo è apparso minaccioso all'orizzonte la moneta unica (e falsa) ha perso inesorabilmente terreno cedendo in un paio di mesi buona parte di quello che aveva guadagnato in un anno sul dollaro. E più l'euro si svaluta, meno saranno le resistenze che Palermo incontrerà.

Questi sfaticati di Siciliani: volendo, potrebbero ottenere l'indipendenza senza neanche muovere un dito.

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domenica, febbraio 07, 2010

Giù la maschera

Nel corso del documentario “Maradona”, il Pibe de oro discute con il regista serbo (Emir Kusturica) i motivi del ritardato intervento occidentale per fermare la disastrosa guerra che distrusse negli anni '90 la oramai ex Yugoslavia: il menefreghismo degli USA Diego lo spiega con la mancanza nei Balcani di petrolio.

La spiegazione non è però convincente: è vero che da quelle parti non vi sia granché nel sottosuolo, ma a quanto pare in un prossimo futuro del prezioso liquido ne dovrebbe scorrere parecchio in superficie.

I progetti sul tavolo sono almeno tre: da un lato il South Stream, proposto da ENI (Italia) e Gazprom (Russia), dall'altro il cosidetto AMBO (Albania-Macedonia-Bulgaria-Oil pipeline) e il Nabucco (oleodotto Turchia-Austria), ambedue caldeggiati dall'occidente.

Di questi quello che oggi sembra avere più possibilità di essere realizzato, malgrado gli uffici di Londra e Washington, è proprio il South Stream che lo scorso anno ha ricevuto il disco verde anche dalla Bulgaria.

I progetti concorrenti hanno trovato poco entusiasmo nella stessa Bulgaria ed in Asia Centrale (Nabucco) oppure si sono ritrovati dentro un vicolo cieco (AMBO)

Il tracciato di quest'ultimo prevede di portare il greggio dal Mar Nero sino al porto Adriatico di Vlora in Albania. A parte il punto interrogativo rappresentato ancora una volta dalla Bulgaria, il problema principale è dato dal destino di questo greggio una volta arrivati a Vlora: dall'altra parte si trova infatti la Puglia, il cui posizionamento politico sembra oramai destinato a ricalcare quello Siciliano, lontano dagli interessi occidentali.

Anche per questo l'enclave Kosovara sempre aver perso l'attenzione della UE, che ora sembra temporeggiare sul suo destino. In quell'enclave gli americani avevano piazzato una base militare, Camp Bondsteel, che a quanto pare doveva servire a sorvegliare quel vitale oleodotto.

Ora i russi rispondono creando un centro di coordinamento per le emergenze intorno all'aeroporto di Nis in Serbia, a suo tempo diligentemente bombardato dagli “alleati”, che ovviamente genera il sospetto di una base militare appena appena camuffata e strategicamente piazzata lungo il tragitto del South Stream.

Questa settimana l'Economist riprende l'argomento infastidito forse dall'impennata dell'attività di Mosca nell'area e preoccupato dal contemporaneo ritiro americano da Kosovo:

Dopo la guerra gli americani costrirono Camp Bondsteel, una base capace di ospitare 7000 uomini, in Kosovo. (...) Ci sono solo 1400 soldati americani lasciati nel Kosovo. Quando il numero totale di soldati guidati dalla Nato nel Kosovo scenderà dagli attuali 10000 ai pianificati 2300, Camp Bondsteel potrebbe chiudere per sempre. ("Base Camps", 4 febbraio 2010)

Chiaramente la breve vita della repubblica Kosovare rischia di giungere ad un precoce capolinea.

Dall'altra parte, in Serbia, dove è stato rinnovato e riaperto al traffico internazionale l'aeroporto Costantino il Grande di Nis, i preparativi fervono. Il settimanale britannico questa volta non riesce più a trattenersi e strappa la maschera agli infidi siciliani:

Windjet, una compagnia aerea low-cost italiana, ha appena iniziato i voli verso l'aeroporto di Costantino il Grande.

Sì, proprio Windjet, la compagnia di Antonino Pulvirenti presidente di quel Catania Calcio sulla cui panchina da poche settimane siede il serbo Sinisa Mihalovic (si veda il post “Panchine scottanti”).

La dipartita politica di Silvio Berlusconi (si veda il post “Mi arrendo”) con il suo viaggio a denti stretti in Israele ed il successivo annuncio dell'abbandono dell'Iran da parte dell'ENI (“Italy's ENI to pull out of Iran”, Washington Post 4 febbraio 2010), se da un lato potrebbe avere indebolito l'alleanza con Gazprom alla base della realizzazione del progetto South Stream, dell'altro ha lasciato liberi i siciliani di stabilire relazioni più dirette e proficue con Mosca.

Speriamo che la prestigiosa citazione sull'Economist non porti scalogna all'imprenditore siciliano.


Chi gioca veramente per il Catania?


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Non sempre le citazioni sul famoso settimanale di propaganda capitalista portano fortuna alle compagnie aeree. Si veda a questo proposito il post “A noi! Addis Abeba”.
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venerdì, dicembre 11, 2009

I puffi

Qualcuno sostiene che i siciliani non possano non dirsi europei.

In Europa occidentale non sono poche le nazioni che, finita l'euforia dei fondi comunitari e la spinta speculativa della finanza internazionale, si trovano ora in disastrose condizioni economiche e politiche. Con Grecia ed Islanda ad un passo dal fallimento, l'Inghilterra affossata dal sistema da lei stessa creato, Irlanda e Spagna in profonda recessione e l'Italia, terra di confine, dilaniata dall'acuirsi del conflitto tra oriente ed occidente, gli unici punti di riferimento politico ancora credibili rimangono Francia e Germania.

La crisi economica esplosa lo scorso anno indebolendo i centri di potere anglosassone ha ridato ai governi dei due giganti europei la possibilità di tornare a muoversi liberamente in ambito internazionale.

Mentre la Germania ha potuto continuare tra alti e bassi il suo avvicinamento a Mosca (vedi l'accordo tra Opel e Magna, saltato probabilmente più per le beghe interne russe tra Putin e Medvededv che per l'opposizione della UE), Sarkozy ha siglato diversi accordi bilaterali per le forniture nucleari (tra i quali quello con gli Emirati Arabi) cercando persino di infilarsi tra i piani degli ayatollah iraniani.

Nel frattempo a Bruxelles, tramite le truffe dei referendum ripetuti all'infinito (Irlanda) ed a qualche altro sotterfugio indegno, si è finalmente riusciti a ratificare trionfalmente un oramai svergognato Trattato di Lisbona e si potuti procedere all'elezione del temutissimo presidente della commissione, posto sino a poco tempo fa incomprensibilmente prenotato da Tony Blair, politico sì di primo piano ma di uno stato che non ha neanche adottato la moneta unica.

Sarà pure una casualità, ma Bruxelles oltre ad essere la sede del parlamento europeo è anche la capitale di uno stato in via di totale disfacimento.

Il Belgio è una nazione formata dall'unione di due regioni principali, una francofona ed una fiamminga, governato in forma federale tramite un pool di ministri selezionati all'interno di un complesso sistema di quote teoricamente mirato ad assicurare un'equa rappresentanza alle diverse comunità, ma che in effetti ne ha bloccato completamente la vita politica sclerotizzandola in due muri contrapposti che si fronteggiano oramai da anni senza una via d'uscita diversa da quella dello smembramento. All'apice dell'ultima crisi, tra il 2007 ed il 2008, il posto di primo ministro è rimasto addirittura vacante per circa sei mesi.

Immaginate allora che brividi lungo la schiena si saranno diffusi attraverso l'impero quando si è saputo il nome del prescelto per ricoprire questa importantissima carica di Presidente della Commissione (dei banchieri europei): Herman Van Rompuy!

Il “Chi era costui?” deve essersi udito alto nei primi istanti, ma uno sguardo allo striminzito curriculum ha potuto confermare i peggiori sospetti: Mr Van Rompuy è uno sconosciutissimo primo ministro belga che tutto quello che può vantare in carriera è proprio il premierato belga dal 30 dicembre 2008 al 25 novembre 2009.

Chi ha giocato il brutto scherzo simbolico ai “fratelli” della BCE?

Secondo l'Economist, “il suo nome è stato spinto dalla Francia e dalle Germania come un modesto conservatore da una piccola nazione che presiederebbe i meeting dell'Unione senza oscurarli” ("We are all Belgians now”, 28 novembre 2008).

Ancora più ridicola ed allo stesso tempo significativa è stata poi la scelta del “ministro degli esteri”, l'inglese Lady Catherine Ashton, un altro Carneade. Un burocrate mai eletto, caratteristica quest'ultima che ben svela la truffa ai danni dei cittadini europei pianificata tra la City di Londra e Wall Street.

City di Londra che dal canto suo grida al tradimento proprio da parte di Francia e Germania tramite il solito Financial Times (“I leader voltano le spalle alla visone di Giscard's”, 21 novembre 2009), chiedendosi se queste nomine non rappresentino la “morte delle ambizioni europee”.

E qui si fa una confusione certamente volontaria. Le due minuscole nomine molto probabilmente non saranno la morte delle ambizioni europee, ben rappresentate proprio da quelle nazioni che hanno affossato l'immagine politica della commissione sul palcoscenico politico internazionale. Ma quasi certamente lo saranno per le ambizioni globalizzanti dei poteri finanziari anglosassoni che avrebbero voluto Blair seduto sul trono fatto di carta straccia stampata dalla BCE.

I fotogenici Herman e Catherine al prossimo summit internazionale dovranno usare tutta la loro inestimabile esperienza politica per farsi notare da Gargamella Hu Jintao, Presidente della Repubblica Popolare cinese. Chissà a quali furbizie dovranno ricorrere per riuscire a spuntarla nelle serrate negoziazioni.

Ecco perché presto forse potremo non dirci europei.


La statura dei rappresentanti (a sinistra, la moneta di riferimento)

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sabato, novembre 21, 2009

El Lider Massimo

Se si dovesse scegliere tra i governi italiani del dopoguerra quale sia stato quello più “di sinistra” in politica estera, almeno secondo i classici standard della lottizzata politica nostrana, non ci sarebbero dubbi: l'alloro principale dovrebbe andare all'ultimo governo Berlusconi.

L'apertura alla Russia, a Gheddafi ed alla Turchia neo-islamica ed antimassonica, il rifiuto ad aumentare le truppe in Afghanistan, causa dell'attentato alla caserma di Milano, come sibilato da La Russa, sono azioni rivoluzionarie in un paese che un po' per servilismo un po' per oggettiva impotenza non era mai uscito prima dal seminato in modo tanto deciso.

Certo Craxi aveva a suo tempo provato qualcosina, vedi i fatti di Sigonella, ma alla fine poco era cambiato nell'andazzo generale. Per il resto, i pseudo governi di sinistra degli ultimi vent'anni, tra i vari Prodi ed i vari Amato e Ciampi, hanno molto poco da offrire: più che di governi di sinistra si dovrebbe parlare di governi delle banche. O di una sola banca: la BCE.

L'Italia nella sua storia repubblicana ha avuto un solo primo ministro realmente di sinistra: Massimo D'Alema, il quale ha però macchiato la sua apparizione a Montecitorio con il voto che diede il disco verde al bombardamento della Serbia.

Appare quindi strano che proprio D'Alema sia il leader di sinistra più bersagliato dal suo stesso lato politico [*], o meglio da quello che apparentemente è il suo lato politico. Un lato politico che ha sempre ricevuto larghi consensi dai potentati finanziari europei ed anglosassoni, cosa che non sembra disturbare più di tanto gli italioti di sinistra che continuano a voler credere che sia nel loro interesse far cadere Berlusconi. E che a quanto pare non si sono posti interrogativo alcuno nemmeno quando Berlusconi ha recentemente appoggiato con una certa forza la candidatura abbastanza velleitaria del presunto avversario politico alla carica di “ministro degli esteri” europeo.

Candidatura che non è andata giù ai noti ambienti finanziari europei che tramite il Financial Times hanno reso pubblico il loro disappunto per la possibile nomina. In particolare sembra non sia andato giù uno sgambetto che il D'Alema avrebbe fatto ad uno dei politici italiani più coccolati da Londra, Romano Prodi, e per questo ricordano il fattaccio dipingendolo a tinte fosche (“EU is warned over haggling for presidency”, 17 novembre 2009):

“[D'Alema] è familiare con le oscure arti dell'intrigo politico italiano, avendo cospirato per rimpiazzare Romano Prodi, suo collega, come Primo Ministro nel 1998.

Ne ricordano poi il passato comunista considerandolo un punto a suo sfavore, malgrado poi il Financial Times dica mirabilie di tanti altri ex-comunisti al governo in vari stati europei (“No meritocracy in EU trade-offs”, 17 novembre 2009):

L'ex Primo Ministro e ministro degli esteri italiano, segna troppe poche caselle per ottenere il posto. [Vediamo] le caselle non segante: 1) Il suo passato comunista.

E poi aggiungono qualche bestialità del tipo “sarebbe folle per la UE avere un capo della politica estera che non parla correntemente inglese”, quando se non fosse per l'Irlanda non vi sarebbe un singolo europeo ad avere l'inglese come prima lingua.

Il vero problema è un altro. Esso viene appena appena accennato dai giornalisti del quotidiano londinese: “La sua opinione sugli USA”. Per farcelo spiegare chiaramente dobbiamo andare da qualche altra parte. Per esempio in Israele.

Il vero motivo per cui D'Alema non sarebbe stato gradito a Bruxelles lo apprendiamo da Fiamma Nirestein, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati ed agente israeliano infiltrato nel governo Berlusconi. Il titolo del suo pezzo apparso sul sito de Il Giornale a tal proposito spiega tutto: “Quell’amicizia con Hezbollah pesa come un macigno” (1 novembre 2009)

All'interno poi chiosa:

(...) per D’Alema cadeva su Israele tutto l’onere della pace e sui palestinesi brillava la stella dell’innocenza. Per D’Alema Arafat è stato un amico, mai ha condannato le sue responsabilità nell’Intifada del terrore e del rifiuto di Camp David; il fatto che gli hezbollah avessero rappresentanti in parlamento li rese per il suo giudizio esenti dall’accusa di terrorismo, e glieli ha fatti scegliere come compagni nella famosa passeggiata di Beirut dopo la guerra del 2006.

Insomma, D'Alema ha attitudini troppo “orientali” per alcune “Entità” occidentali. Attitudini che il “baffo di ferro”, secondo la 'ngiuria assegnatagli dalla stampa inglese, ha già suggerito di avere mostrandosi sempre molto interessato alla carriera politica del Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo. Un rapporto, quello tra i due politici meridionali e meridionalisti, attentamente spiato da tutti, tanto che ogni loro mossa viene riportata immediatamente dalle agenzie:

D’Alema-Lombardo, risotto per due (...) il miglior modo per concludere, intorno a mezzanotte, una giornata occupata da un convegno sul Mezzogiorno. (“D’Alema-Lombardo, risotto per due”, IlGiornale.it 11 novembre 2009)

Ma se la proposta di D'Alema alla UE era velleitaria, perchè è stata fatta? E perchè a Londra ed in Israele si sono lamentati tanto? Forse perchè quella candidatura non è stato altro che un rilancio della figura politica dell'ex comunista in vista di qualcos'altro che potrebbe essere stato discusso, tra le altre cose, durante quel “risotto per due”.

Un qualcosa che potrebbe mettere sempre più distanza tra il nord ed il sud del paese. Le pagine del Financial Times [**] ci hanno riservato un'altra sorpresa, che anche il Corriere mette vicino alla bocciatura di D'Alema:

Al contrario di D'Alema il Ft promuove a pieni voti Giulio Tremonti. Il quotidiano economico londinese colloca il ministro dell’Economia al quinto posto della sua consueta graduatoria annuale dei ministri finanziari europei.
(“D’Alema «ferrato negli intrighi» Tremonti promosso a pieni voti”, Corriere.it 17 novembre 2009)

Cosa sta combinando Tremonti? Che sia impegnato in qualcosa di losco? Il ministro delle finanze, leghista di ferro, non ha mai nascosto il suo poco gradimento per quelle politiche “orientali” implementate dal capo.

La frustrazione e la fine oramai prossima dell'era Berlusconi, insieme allo scorno dell'appoggio al politico pugliese (la goccia finale), devono averlo convinto che era tempo di cambiare casacca. Per tutta risposta la sua inutile (anzi, dannosa) Banca del Sud è stata cassata da Schifani: tra i due litiganti polentoni, i terroni godono.

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[*] Anche se a prima vista potrebbe non essere chiaro, il coinvolgimento di D'Alema nel caso BNL è stato favorito da settori interni al PD

[**] FT ranking of EU finance ministers, Financial Times 16 novembre 2009

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giovedì, ottobre 29, 2009

La nazione infetta

La brillante idea di un governo mondiale, di uno stato globale unico sotto il quale una sola umanità si possa sollazzare ininterrottamente come polli in batteria in una perpetua ed algida pace dei sensi, non è venuta oggi ad un gruppo di massoni dell'ultima ora. Il progetto parte da molto lontano ed è stato portato avanti attraverso i secoli da adepti che vi aderivano (e vi aderiscono) in modo totale ed assoluto allo stesso modo in cui un credente aderisce con fervore ai misteri della propria fede.

Oggi vediamo la possibile materializzazione dello spettro di questa superdittatura, prima europea e poi mondiale, malcelata dietro il Trattato di Lisbona. Nelle alte sfere del potere però l'obiettivo finale non è mai stato un mistero, da un lato come dall'altro: la testa ruzzolante di Luigi XVI più di duecento anni fa capiva perfettamente cosa gli stesse spiccando la testa dal collo, e lo stesso potrebbe dirsi del Borbone mentre vedeva il suo stato liquefarsi ai piedi di un pirata di bassa lega.

La Comunità europea, le cui basi attuative furono gettate quando a Messina nel 1955 i ministri degli esteri degli stati fondatori firmarono una dichiarazione d'intenti in tal proposito (si veda il post “La Comunità dalle gambe corte”), al pari di tanti simili progetti oggi presenti un po' ovunque nel mondo (vedi il Gatt nord-americano o il GCC dei paesi della penisola arabica o l'ASEAN), non è altro che un passo nella direzione del governo unico globale.

La Repubblica in Italia inoltre fu instaurata precisamente con l'obiettivo di procedere verso il mostro europeo di oggi ed infettata tramite l'articolo 11 della costituzione, dove i “padri” della patria (massonica) inserirono il seguente virus:

“L'Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

La costituzione italiana prevede esplicitamente lo smantellamento della patria per favorire un qualche futuro e fumoso (nel senso di solfureo) progetto che assicuri pace e “giustizia” (quale giustizia?) tra le nazioni in via di estinzione.

Certo il cammino non è poi stato così semplice e felice come quella bella frase auspicava, e si è dovuti ricorrere ad imbrogli e sotterfugi, inclusi il più volte ripetuto referendum irlandese ed alcune modifiche non proprio ortodosse alla costituzione italiana per poter accettare lo scippo della sovranità monetaria ed altre sottigliezze (si veda a tal proposito l'interessantissimo e dettagliato articolo di Solange Manfredi “Il grande inganno: da Maastricht a Lisbona”, Paolo Franceschetti Blog 23 ottobre 2009).

Ma altre operazioni hanno accompagnato negli ultimi anni lo sbocciare di questi agenti infettivi per favorire l'avvicinarsi a quel traguardo nascosto che oramai tutti hanno avvistato.

Una delle più importanti è stato il risveglio manovrato delle autonomie regionali in quasi tutti gli stati dell'Europa occidentale.

A partire dagli anni 90 l'esistenza degli stati nazionali non è stata minata solo dall'alto grazie ai vari processi di centralizzazione facenti perno sulla creazione della Banca Centrale Europea, ma anche dal basso a seguito delle spinte centrifughe dovute a questi movimenti autonomisti o indipendentisti.

La Spagna è stato forse il paese più colpito da questa “sindrome” con le rivendicazioni basche e catalane. Ma anche la Francia è stata scossa dal “revival” corso, l'unione britannica dalla ritrovata “verve” degli scozzesi, il Belgio dalle prese di coscienza delle sue due metà (quella fiamminga e quella francofona)

Movimenti aventi tutti una base storica solida ed ampiamente riconosciuta, sia ben chiaro. Ma che all'improvviso trovavano spazio politico e mass-mediatico in ambienti che fino a pochi anni prima erano assolutamente impermeabili a spinte di questo tipo.

Si pensi ad esempio alle politiche di decentramento condotte dal governo Zapatero in Spagna. O al cedimento del governo britannico che concede agli scozzesi addirittura un parlamento autonomo.

Giornali e televisione non sono da meno. E lo notiamo attraversando le Alpi: da noi è la Lega Nord, un movimento nato dalla fusione di tutta una serie di micro-partitini padani, che improvvisamente entra a far parte di questa élite autonomista. Ebbene, si pensi a quanto abbia influito sul successo di Bossi e compagni lo spazio gentilmente concesso a livello continentale dai media: nel giro di pochi mesi in Europa sanno tutti dell'eroico movimento separatista che lotta contro la poca voglia di lavorare dei terroni.

La cosa più strana è proprio il modo in cui viene retto il moccolo alla formazione padana, che viene sì accusata di razzismo e di un'altra fantasiosa malattia occidentale (la xenofobia), ma evitando accuratamente di smentire le cause di quel razzismo così da additarle come veritiere agli occhi dell'opinione pubblica occidentale e possibilmente mondiale.

Il gioco è rischioso, poiché bisogna stare attenti a non farsi sfuggire di mano i movimenti che si vogliono pilotare o l'implosione controllata degli stati-nazione europei non andrebbe a buon fine: quegli stessi movimenti indipendentisti non ci metterebbero niente a trasformasi in anti-europeisti non appena abbattuti gli stati-nazione.

In questo quadro a questo punto si inserisce una strana dimenticanza.

L'unico movimento “rivoluzionario”, di ribellione alla costrizione degli stati nazionali moderni che abbia avuto un qualche successo politico dal dopoguerra ad oggi nell'Europa occidentale è stato quello siciliano del MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), affiancato dalla minaccia armata dell'EVIS (Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), che impose importanti modifiche all'assetto costituzionale italiano ottenendo l'approvazione di uno statuto autonomista prima del voto referendario che mandò i Savoia in esilio. Il tutto senza piazzare bombe a destra ed a sinistra o ammazzando turisti e passanti come altri hanno fatto di recente.

Le azioni del MIS e dell'EVIS dovrebbero essere tenute ad esempio da tutti i movimenti di autonomia regionale europei, eppure questo non accade. A livello mediatico vi è stato in questi anni un assoluto silenzio a reti unificate. Il MIS viene citato con la massima parsimonia o come appendice mafiosa delle congenita tendenza criminale isolana.

In pratica le élite finanziarie che stanno gestendo lo scardinamento delle democrazie europee a forza di trattati non hanno ritenuto opportuno utilizzare le fortissime spinte centrifughe siciliane per controllare l'implosione italiana, ma si sono rivolte ad una improbabile Lega Nord, fautrice di una ancora più improbabile “patria padana”. Lega Nord che ha anche avuto buon gioco nel tenere sott'occhio i veri movimenti indipendentisti del nord Italia, dal Veneto alla Liguria.

Si potrebbe a questo punto ritenere che le spinte "sicilianiste" non fossero ritenute affidabili o gestibili da Bruxelles, o addirittura che fossero già state intercettate da qualcun altro [*].

Ma fino a quando queste forze si potevano nascondere? La Lega Nord, tra gli altri, aveva anche il compito di bloccare queste spinte forzando i vari governi (più o meno compiacenti) alla chiusura di ogni forma di trasferimento di risorse economiche dallo stato centrale verso la Sicilia ed il Sud. In altre parole cingendo d'assedio l'isola e cercando di costringerla alla resa per fame.

Sotto questo aspetto potremmo anche sospettare che Bossi sia stato incaricato [**] di cercare preferenzialmente alleanze con il centrodestra di Berlusconi, perché quest'ultimo premeva invece per aumentare i trasferimenti verso sud [***], cosa che gli avrebbe permesso di ottenere quegli appoggi “orientali” utili per contrastare i suoi nemici della City londinese: la sinistra post-comunista, interamente nelle mani di quella City, non aveva certo bisogno della spinta della Lega Nord per andare contro il sud. Chi doveva essere guidato o costretto a compiere certi passi era proprio Berlusconi.

Oggi possiamo dire che anche se i leghisti sono riusciti a ritardare il propagarsi di quelle spinte, non sono riusciti certo a fermarle, al punto che i poteri di Bruxelles, preoccupati che le idee siciliane possano dilagare al Sud Italia, hanno finalmente cominciato a squarciato quel velo di silenzio.

Se ieri è stata la rivista Limes (Rivista Italiana di Geopolitica), del gruppo editoriale L'Espresso, a pubblicare un dettagliato articolo dal significativo titolo “Sicilia Nazione” (edizione del marzo 2009, purtroppo non consultabile online), oggi è il giullare di corte Beppe Grillo ad urlare pubblicamente La Sicilia si dichiari indipendente. Da sola ha più possibilità di farcela che con i cosiddetti continentali, riuscirà a proteggere meglio i suoi uomini migliori. Meglio sola che male accompagnata da chi è peggio dei mafiosi.” (“Gli smemorati di mafia”, Beppe Grillo Blog 23 ottobre 2009).

L'articolo di Limes, scritto da Paolo Verre (ottima la scelta del cognome per l'argomento trattato...), prima procede con il solito tono canzonatorio (“La rete di relazioni diplomatiche della Sicilia all'estero è dunque una chimera”) senza dimenticare la giusta propaganda che tornerà utile nell'eventuale dopo secessione (“Certo a guardar bene [il progetto autonomista di affaele Lombardo, ndr] potrebbe sembrare la riproduzione postdatata del progetto secessionista targato P2 e condiviso dalle falangi mafiose”), poi però chiude su una nota molto più seria:

“Ma nello scenario dell'Euromediterraneo la Sicilia potrebbe veramente contare di più. Se il pensiero inconfessabile di Tremonti è quello di liberarsi dal peso che rappresenta la Sicilia, non è da escludere, in un futuro neanche troppo distante, che il tentativo di sganciarsi dal resto del paese possa invece partire da Sud, dalla Sicilia. Dando così concretezza alle previsioni di Jaques Attali, che nella sua breve storia del futuro preconizza una scissione tra il Sud ed il Nord del nostro paese”

Più chiaro di così: Tremonti (ma anche Grillo e chi tira le fila delle sue dichiarazioni) preferirebbero che la Sicilia si stacchi subito, perché altrimenti potrebbe farlo dopo da una posizione di forza e portandosi dietro tutto il Sud. E questo futuro non è neanche troppo distante. Diciamo un paio d'anni al massimo?

Ecco perché Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo rimangono attaccati a Reggio Calabria con le unghie e con i denti.


Un titolo che è tutto un programma
(Dal Blog di Gianfranco Miccichè)


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[*] Non è difficile vedere come i “mondialisti” siano rimasti scottati in Sicilia durante la rivolta del MIS. Si sa che dopo un primo appoggio al movimento di Finocchiaro Aprile ed a seguito delle rimostranze sovietiche, gli americani ritirarono la manina. Quello che accadde dopo, sino alla concessione dello Statuto, non lo avevano preventivato. Ed è proprio quella la porticina attraverso cui oggi l'oriente sta assalendo l'occidente.

[**] Sulla Lega Nord ed i suoi mandanti si veda il post “Lega pagana

[***] A tal proposito bisogna ricordare come non appena Forza Italia conquistò il potere per al prima volta, il Presidente del Consiglio si diresse immediatamente a Napoli dove organizzò il G8. La consegna del famoso avviso di garanzia in quell'occasione non fu casuale ma va inserita nel quadro qui delineato.
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mercoledì, ottobre 28, 2009

Lo scheletro dell'occidente

Non ci sono più dubbi: la resa dei conti è vicina. Vicinissima. Il collasso finale dell'occidente, ed insieme il collasso finale di quella creatura posticcia che è l'Italia frutto del risorgimento sono a pochi passi da noi.

Piero Grasso ha riaperto un armadio dove si nasconde un pesante scheletro:

«Rimane però l'intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell'ideazione, nell'istigazione, o comunque possa aver dato un appoggi all'attività della mafia» (Attentato a Falcone, Grasso rilancia: “Resta il sospetto di un'entità esterna”, Corriere.it 27 ottobre 2009)

Riaperto. Perchè Grasso ha sempre sostenuto questa posizione, anche se i commentatori più attenti hanno fatto sino ad ora sin troppa attenzione a non commentarla per niente.

Il 9 novembre del 2008, all'inaugurazione dell'istituto superiore di tecniche investigative dell'Arma a Velletri aveva detto:

“La mafia pur avendo sempre avuto interessi propri è stata anche portatrice di interessi altrui: in tantissime occasioni entità esterne hanno armato la sua mano”

E prima ancora nel 2001, in un libro intervista (“La mafia è vicina alla vittoria”, Corriere della sera, 20 maggio 2001):

«Entità esterne, almeno in tantissime occasioni, hanno armato la sua mano. La convivenza tra Cosa Nostra e il sistema di potere, e quindi la politica, è molto di più di una semplice ipotesi investigativa. Ecco perché considerare Cosa Nostra un anti-Stato si è dimostrato un grossolano errore. Cosa Nostra molto spesso è stata lo Stato.»

(vedi anche il post “Il Vangelo secondo Giuffrè”)

Oggi Grasso ripropone rafforzandola la sua visione dei fatti, agganciandola al delicato momento politico. Pochi giorni fa lo avevamo sentito quasi giustificare la trattativa tra stato e cosa nostra come necessaria ad evitare che altro sangue fosse versato. Dopo le false rivelazioni del presunto pentito Spatuzza, assistiamo ad un rilancio, come sottolineato dal titolo del Corriere.

Con questo intervento apre completamente il campo, affermando implicitamente che la trattativa non era con Cosa Nostra ma con una “Entità” più potente, più vasta. Un intervento importante non tanto per i risvolti penali, ma prevalentemente per quelli politici. Come Falcone prima di essere assassinato, anche Grasso oggi sta puntando il dito in direzione opposta a quell'area di potere formata dal Vaticano, dalla P2 e da un altra forza sommersa che finalmente sta tornando a vedere la luce dopo quasi 200 anni di buio, ed alla quale lo stesso Grasso appartiene: il Regno di Sicilia.

Sorprendentemente, un giornale ufficiale (SiciliaInformazioni.com) raccoglie il suggerimento ed ha il coraggio di spiegare cosa vuole dire il procuratore:

Quando si accenna ai collegamenti internazionali, il pensiero – da queste parti – corre agli Usa, dove la mafia siculo-americana è stata il trait d’unione storico con Cosa nostra siciliana. Non è un mistero per nessuno che i collegamenti fra mafia e politica sono passati attraverso le consolidate abitudini delle autorità americane, abitudini che hanno origine agli inizi del secolo scorso.

Se la stampa può scrivere qualcosa del genere, allora vuol dire che veramente stiamo per voltare pagina.

Queste domande, finora senza risposta, hanno indotto ad analizzare anche il contesto storico in cui il terrorismo mafioso misurò la sua forza di fuoco. Ebbene, quella fu la stagione in cui il potere – politico, finanziario, economico – in Italia cambiò profondamente, e venne firmato il trattato di Maastricht che avrebbe reso l’Europa padrona del gioco nelle contrattazioni finanziarie internazionali.

Così SiciliaInformazioni.com chiude il pezzo (“Il dubbio di Grasso, entità esterne nella strage di Falcone a Capaci. Ma allora, la trattativa con lo Stato chi la condusse?” , 27 ottobre 2009).

Il vortice sta risucchiando tutto.

Post correlati:
Trattativa riservata
Girotondi
Il Vangelo secondo Giuffrè

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lunedì, maggio 11, 2009

Carburante elettorale

Ai tedeschi i conti non tornano. Dall'imminente implosione italiana credevano di trarre immenso profitto pappandosi il Lombardo-Veneto, ed invece rischiano di vedersi arrivare le zampe degli italiani in casa. Per giunta da Torino, area di interesse economico francese.

Il ventilato acquisto della Opel da parte di Fiat ha provocato qualche mal di pancia ai mangiacrauti, che hanno subito reagito all'aggressione spargendo un bel po' di veleno (nella forma di un dossier autografo di Marchionne) per mettere scompiglio (politico) in casa dei mangiapasta in vista delle elezioni. Dossier che prevederebbe la chiusura di almeno due stabilimenti italiani, uno al nord ed uno al sud. Convenientemente senza dire quali.

Il Lingotto sta vivendo un periodo particolare, trovandosi sotto i riflettori contemporaneamente in più parti del mondo, nelle le più disparate angolature e a diversi livelli mediatici. Le recente cagnara dovuta ai probabili accordi con Chrysler e Opel è stata preceduta ed accompagnata da strani sibili nelle pagine di cronaca: dalla inusitata debacle della Ferrari in Formula 1, alle strane notizie di incidenti riportate dalle agenzie in Sicilia (vedi il post “Danno collaterale”), sino al suddetto dossier.

I fili che si intrecciano sono molteplici, ma possiamo provare a vedere dove si arriva seguendo quelli che pendono dalle nostre parti.

Gli strani messaggi in codice inviati tramite le agenzie di stampa e culminati prima nell'incendio doloso al deposito di Palermo e poi nell'incidente al direttore della raffineria di Gela investito da un camion Iveco che “frenando ha sbandato ponendosi di traverso sulla intera carreggiata” sembravano puntare al carburante usato nelle macchine.

Qualche settimana prima si era anche presentato in pompa magna il nuovo piano energetico regionale (PEARS) con la presenza a Palermo dell'autorevole economista americano Jeremy Rifkin.

Rifkin è un teorico della cosiddetta “terza rivoluzione industriale”. Nel suo libro “Economia all'idrogeno” prevede un prossimo futuro privo di petrolio e fatto di propulsione ad idrogeno. La traccia suggerisce dunque di dare una sbirciatina a questo famoso PEARS.

Ai punti 12 e 13 della Dichiarazione di sintesi troviamo scritto:

12. creare, in accordo con le strategie dell’U.E, le condizioni per un prossimo sviluppo dell’uso dell’Idrogeno e delle sue applicazioni nelle Celle a Combustibile, oggi in corso di ricerca e sviluppo, per la loro diffusione, anche mediante la realizzazione di sistemi ibridi rinnovabili/idrogeno;
13. realizzare forti interventi nel settore dei trasporti (biocombustibili, metano negli autobus
pubblici, riduzione del traffico autoveicolare nelle città, potenziamento del trasporto merci su rotaia e mediante cabotaggio.


Qui non vi sono mezzi termini: in linea di principio il PEARS farà in modo che la Sicilia si ponga per legge contro le imprese operanti nel campo della raffinazione. Non credo serva fare nomi. Non solo: nel fare ciò darà appoggio (economico) alle aziende operanti nel settore dei trasporti (principalmente le aziende automobilistiche) che decidessero di fare lo stesso, cioè mettersi di traverso agli interessi di quelle aziende operanti nel campo della raffinazione. Insomma, quello che ha fatto il camion Iveco tagliando la strada al direttore della raffineria di Gela.

Rimane da vedere se questo PEARS contenga solo aria fritta oppure se almeno qualcosina stia bollendo in pentola.

Il 21 aprile scorso l'assessore all'industria Pippo Gianni ha presentato il progetto per il nuovo autoporto di Siracusa con questa premessa (“Siracusa - Autoporto, al via il primo sistema intermodale”, Corriere del Sud 21 aprile 2009):

Nei prossimi giorni convocheremo i sindaci del territorio (...) chiederemo loro di non consentire più il transito dei mezzi pesanti all'interno delle città. Le merci potranno essere smistate all'interno dell'autoporto e poi, partendo da lì, tramite mezzi ecologici potranno raggiungere le destinazioni finali all'interno dei centri urbani. [*]

Un indirizzo che collima pienamente con quanto dettato del PEARS.

Il problema è che per fare tutto ciò serve un partner industriale capace di fornire le tecnologie necessarie all'adattamento del parco veicolare. Pochi giorni dopo l'incendio al deposito della Fiat la Regione, tramite l'Assessore Pippo Gianni, tendeva la mano all'azienda automobilistica torinese scrivendo a Marchionne (Pippo Gianni tende la mano alla Fiat: "La Regione è pronta a investire su Termini Imerese", SiciliaInformazioni.com 7 aprile 2009):

“Auspico (...) che possa ripartire la sinergia tra il suo Gruppo, imprenditori locali e sovra regionali e la Regione Siciliana per concretizzare un programma di investimenti e di sviluppo del territorio”.

Insomma la Regione promette soldi. E nel comunicato si suggerisce una certa direzione. La lettera infatti avrebbe anche fatto riferimento ad una “semplificazione al rilascio delle autorizzazioni per favorire l’incremento degli impianti di distribuzione di GPL o metano”.

Il 16 aprile lo stesso Assessore firma il decreto che permette la realizzazione e l'esercizio di impianti di distribuzione di solo metano in Sicilia. Questo ha fatto imbestialire non poco i petrolieri che armati solo di arroganza pretendono di imporre con la violenza che li contraddistingue il loro volere:

“Il provvedimento, favorendo la distribuzione di metano contro quella di benzina e gpl non rispetta i principi comunitari di uguaglianza dei carburanti”, dichiara Assopetroli rifacendosi ad una surreale “carta dei diritti del carburante”. Assopetroli che già l'anno scorso aveva ottenuto una vittoria in questa guerra, quando il CGA di stato aveva accolto un loro fantasioso ricorso violando senza alcun problema lo Statuto.

Tralasciando ora questo problema, almeno dovremmo guardare alla bottiglia mezza piena: a Palermo hanno preso a cuore il problema degli operai di Termini Imerese. I sindacati dovrebbero essere contenti.

Ma neanche per idea! Da questo momento in poi su giornali, televisioni e internet parte una guerra dei comunicati che rispecchiano l'era schizofrenica in cui ci troviamo.

Il primo proiettile viene lanciato dai soliti ignoti: la FIOM il 26 aprile dichiara che “La Fiat ha rinviato la produzione della nuova Lancia Ypsilon (...) Adesso ci è stato comunicato che la produzione della nuova vettura viene rimandata al 2011, ma senza comunque certezza che venga prodotta nello stabilimento siciliano”. Panico per tutti.

Risponde di nuovo Gianni il primo maggio ("FIAT, a Termini si produrrà la Ypsilon Gpl", EconomiaSicilia.it 1 maggio 2009): “All’assessore regionale all’Industria Pippo Gianni è pervenuta una lettera con la quale la Fiat gli annuncia la decisione che a Termini Imerese sarà prodotta la nuova versione della Lancia Ypsilon a Gpl ed euro 5”. Rilanciando: “Da Bruxelles è finalmente arrivato il via libera che, non considerandoli aiuti di Stato, sblocca i 46 milioni di finanziamento del governo nazionale che dovranno essere utilizzati nell’ambito dell’Accordo di Programma quadro per il rilancio di Termini Imerese”. [**]

Ma i soliti ignoti insistono, ed è a questo punto che salta fuori il dossier “Fenice” sulle pagine della stampa tedesca. Dossier che tutti giurano contenere (anzi no... suggerire...) la chiusura definitiva di Termini Imerese.

Dove sta la verità?

Viene difficile credere che l'assessore Gianni si sia inventato tutto. Che si sia esposto in questo modo senza avere prima avuto una qualche pezza d'appoggio da Torino. E viene difficile credere che la Fiat sia nella posizione di rifiutare gli aiuti finanziari della Regione e dello stato, visto che nessun altro impianto si vede così ben dotato finanziariamente. Sembra anche difficile credere che la FIAT stia per mettersi contro la UE mentre sigla certi accordi di mercato: l'autorizzazione agli aiuti di stato giunta da Bruxelles è un chiaro segnale politico. Rifiutarli avrebbe delle conseguenze.

Ed allora? Allora se da un lato bisogna capire la prudenza di Marchionne in vista di una tornata elettorale che darà finalmente una chiara misura delle potenzialità siciliane, dall'altro bisogna anche capire lo spericolato abbaiare della CGIL (“È un vero e proprio grido d'allarme quello lanciato da Roberto Mastrosimone, il rappresentante Cgil degli operai Fiat di Termini Imerese. "Lo stabilimento e' gravemente in bilico. Si parla di un ballottaggio per la chiusura tra noi e Pomigliano. Penso che, purtroppo, siamo favoriti”, "Accordi internazionali Fiat, pagherà Termini Imerese?", EconomiaSicilia.it, 8 maggio 2009): il loro presidente regionale, Italo Tripi, si è da poco dimesso dalla carica per candidarsi alle prossime elezioni nella lista del PD. Bisognerà pur tirargliela sta campagna elettorale!

Per vedere risolti questi dubbi gli operai di Termini (e tutti noi) dovremo aspettare ancora qualche settimana.

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[*] Altre interessanti particolari di questa presentazione potranno essere colti al volo da chi segue questo blog con assiduità:

“L'autoporto vuole essere una piattaforma logistica sempre più capace da integrare e rafforzare l'internazionalizzazione del sistema delle piccole e medie imprese siciliane, ma anche di porsi al sevizio di un'area molto più vasta, collocata nel cuore del Mediterraneo” (Marina Noè, presidente della Società Autoporto di Siracusa)

“Appare necessario il collegamento del porto di Augusta con il sistema ferroviario e dello stesso porto con l’autoporto di Siracusa”. (Titti Buffardeci, assessore regionale al turismo, ex sindaco di Siracusa)

Il comunicato stampa chiude ricordando che “Ogni anno nel Mediterraneo, attraverso lo stretto di Gibilterra, gli stretti di Dardanelli e il canale di Suez passa un terzo del traffico marittimo mondiale. In questa regione transita quasi il 25% dei traffici petroliferi e il 20% dei flussi crocieristici. Il 90% del commercio internazionale si svolge mediante naviglio, fenomeno destinato a crescere, e il ricorso alle rotte marine, come vera e propria alternativa sostenibile, oggi più che mai assume un'importanza sempre maggiore.”

[**] Come è facile piegare le regole. Sentite la motivazione data per la concessione degli aiuti: La misura, spiega Bruxelles, risulta compatibile con i requisiti previsti dagli orientamenti sugli aiuti di Stato a finalità regionale 2007-2013 e dalle norme sui grandi progetti di investimento, perché Fiat non aumenterebbe considerevolmente la sua capacità di produzione. "Si può pertanto ritenere che gli effetti positivi di questo investimento in termini di sviluppo regionale superino le possibili distorsioni della concorrenza" All'improvviso abbiamo qualche santo in paradiso a Bruxelles.

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