Approfondimenti - Il Consiglio News Feed

Visualizzazione post con etichetta Financial Times. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Financial Times. Mostra tutti i post

domenica, aprile 24, 2011

Padania sbranata (prima parte)

Il discorso sulla attuale situazione interna italiana iniziato nel post “Oncologia”, può essere completato includendo nel quadro i dettagli del piano politico internazionale. Anche questi infatti hanno subito una recente accelerazione, tanto che certi meccanismi fino ad ora solo intuibili si sono manifestati in maniera palese.

Il primo dei sintomi della suddetta accelerazione è dato dal drammatico evolversi del contrasto italo-francese. La discordia sulle vicende libiche è solo una delle componenti di questo contrasto. La Francia si sta muovendo con rapidità per conquistare le posizioni lasciate aperte dal vuoto venutosi a creare negli interessi padani a causa del continuo regredire del potere anglosassone e della contemporanea crisi delle forze endogene locali, vedi il rapido ed inarrestabile declino di Berlusconi e di tutte le varie forze paramassoniche raggruppate nelle varie P2, P3, chissà persino P4....

Neanche il movimento cattolico nord-Italiano, raggruppato dietro ai vertici della CEI, la conferenza episcopale italiana, messa sotto pressione dallo stesso papato, sembra avere la forza di riempire questo vuoto. E così mentre la FIAT arretra arroccandosi in Nord America dietro l'acquisizione di Chrysler, sono la già ricordata Francia e la potente Germania a trovarsi nella posizione migliore per recuperare le posizioni perse durante il periodo risorgimentale.

Tremonti potrebbe riuscire ad arginare momentaneamente le mire di Sarkozy nei confronti della Parmalat, ma gioiellini meno ingombranti seppure altrettanto significativi stanno già valicando le Alpi. E' il caso dell'industria della moda, dove per vari motivi diverse aziende entrate in crisi d'identità non hanno trovato di meglio che farsi soccorrere dallo straniero: Gucci ed il recentissimo caso di Bulgari sono due esempi. Ma il discorso continua ad allargarsi.

Se ne è occupato di recente anche il Financial Times (“Vicenza's artisans go hell for leather to meet expensive tastes for new rich”, 16 aprile 2011) che parlando della boutique “Bottega Veneta” dà un quadro chiaro e conciso della situazione:

Dove 10 anni fa Vicenza era la patria di 1300 manifatture orafe, ve ne sono ora 600. In alcune aree della città la disoccupazione femminile che hanno sopportato il peso dei licenziamenti, ha raggiunto il 90%. Ma mentre gli artigiani dell'oro di Vicenza perdono il lavoro a favore di lavoro più economico in Cina e chiudono i loro laboratori, un'altra industria italiana si affretta ad assumerli”.

L'altra industria italiana sarebbe quella della pelle, da sempre una forza del paese (niente di nuovo quindi). La novità è che oggi possono permettersi di dare ai lavoratori stipendi più bassi a causa dell'alto livello di disoccupazione. E non solo: oggi i pezzi pregiati di questa industria potrebbero non essere più tanto italiani:

Tra i loro nuovi datori di lavoro troviamo Bottega Veneta, il gruppo per beni di lusso appartenente alla francese PRR

I negozi dell'azienda rappresentano il Made in Italy nelle più prestigiose piazze del mondo, come spiega l'articolo. Ma i guadagni non rimangono certo a Vicenza.

Dall'altra parte, l'integrazione tra industria italiana e tedesca nei settori metalmeccanici si fa sempre più inestricabile, come sottolineato da un altro articolo del Financial Times (“Germany might boost Italian entrerprise”, 17 aprile 2011) in cui si ora si prende ad esempio la Brembo, il primo produttore mondiale di freni per automobili:

Lo sviluppo di relazioni con l'industria automobilistica di fascia alta tedesca ha permesso a Bombassei di difendere i margini dei suoi prodotti, al contrario dei produttori nel mercato di massa in Itali che sono stati quasi interamente spazzati via [anche loro..., ndt] dalla competizione indiana e cinese.
Molto bene: grazie alla cooperazione con la Germania il Made in Italy riesce in alcuni casi a rimanere italiano. Ma anche qui c'è il trucco, un paio di righe più sotto:

Bombassei ha recentemente aperto una secondo fabbrica in Cina, in parte, dice, per soddisfare la domanda delle aziende automobilistiche cinesi per il mercato di fascia alta dei sistemi frenanti. Ma allo stesso tempo anche perchè le aziende automobilistiche tedesche stanno aprendo succirsali in Cina e Brembo vuole esser loro vicino per poterli rifornire.

Più che una collaborazione sembra una totale dipendenza le cui conseguenze non tarderanno a rendersi sempre più evidenti nelle madre patria.

Che dire poi dello scudo russo? La famosa amicizia tra Berlusconi e Putin sembra oramai essersi dissolta. Il presidente russo Dmitri Medvedev non ci ha pensato due volte ad astenersi insieme ai colleghi del BRIC (Brasile, Cina, India, oltre alla stessa Russia) dal voto sulla risoluzione dell'ONU 1973 che ha aperto le porte all'azione occidentale contro Gheddafi (e contro gli affari italiani in Libia). Salvo poi pentirsene per voce di Putin che preme per evitare una ulteriore escalation negli interventi che vedono ora l'Italia in prima fila.

(Fine prima parte.)

[Continua a leggere...]

sabato, febbraio 26, 2011

Surriscaldamento globale

Il Financial Times del 19 febbraio scorso pubblicava una vignetta (visibile in fondo a questo post) nella quale veniva raffigurato l'effetto domino dovuto alle ribellioni che si stanno propagando in alcuni paesi arabi. A sinistra una folla inferocita che brandisce cartelli con slogan in inglese precipita gli eventi facendo crollare le tessere di Tunisia ed Egitto. Dall'altra parte, all'estrema destra, troviamo la tessera italiana che cadendo schiaccia Berlusconi.

L'immagine presenta dei particolari interessanti. Innanzitutto non sono italiani quelli che protestano chiedendo a qualcuno di andare via subito (“Go now”), ma arabi, e lo si può vedere dalle facce, dal colore della pelle e sopratutto dalla donna velata di nero. La sequenza di eventi raffigurata suggerisce quindi che le proteste nel mondo musulmano finiranno per coinvolgere il primo ministro italiano.

In secondo luogo, non è solo Berlusconi destinato a rimanere schiacciato: lo stesso stato Italiano, rappresentato dall'ultima tessera a destra, sembra dover soccombere alla pari di quelli di Tunisia, Egitto e probabilmente Libia.

Infine, la cosa più stuzzicante è che la tessera che provoca il collasso dell'Italia è denominata “Libia”.

Alla voce “Freedom fries” la wikipedia da la seguente definizione:

Freedom fries è un eufemismo per French Fries [Patatine fritte in inglese, ndt] usato da alcuni negli Stati Uniti a causa dei sentimenti anti-francesi sviluppatisi durante la controversia sulla decisione americana di lanciare l'invasione irachena nel 2003. La Francia alle Nazioni Unite presentò una ferma opposizione all'invasione

In un mondo in cui le risorse scarseggiano in confronto al fabbisogno dei suoi abitanti, la violenza è destinata ad apparire come arma della disperazione. Una violenza che non riuscirà lo stesso ad evitare l'implosione del sistema stesso. Quel sistema esiste ed è chiamato occidente, e la risorsa vitale che oggi appare come scarseggiante è il petrolio (si veda il post “Tutti a piedi”).

Le crepe nel fronte occidentale dovute alla mancanza dell'oro nero apparvero prepotenti in occasione della guerra in Iraq: la Francia con la sua opposizione cercava di difendere i contratti della Total. Il contrasto fu popolarizzato negli USA con la storia delle “Freedom fries”. In quel caso comunque il peggio (nella forma di un confronto militare diretto tra i transalpini ed gli americani) fu evitato ed i francesi ingoiarono il rospo (e la perdita dei contratti).

Oggi, invece della Francia, troviamo schierata in prima linea l'Italia. Il motivo è però lo stesso: Roma cerca di difendere i suoi interessi petroliferi nel deserto libico.

Una parte rilevante della stampa italiana si è ritrovata unita nell'additare l'ombra di Washington dietro le rivolte arabe. Lo ha fatto Il Sole 24 Ore (“Dietro le rivolte in Medio oriente (come per la Serbia nel 2000) c'è un signore di 83 anni che sta a Boston”), oltre che Il Giornale di Berlusconi (“Libia e Gheddafi: cosa c'e' (davvero) dietro la rivolta”, 22 febbraio).

La differenza rispetto al 2003 è che questa volta siamo più vicini ad un aperto confronto militare tra le due fazioni occidentali: l'Italia ha subito messo in allerta le sue forze in Sicilia, prendendo a pretesto una possibile azione di rappresaglia da parte di Gheddafi ed il rischio di un'ondata di profughi, due eventi comunque improbabili visto che né gli USA, né i loro alleati islamici hanno interesse a provocare un confronto, ma solo a papparsi potere e petrolio.

Maroni dal canto suo ha richiesto l'aiuto UE, ma non quello della NATO che di fatto è di stanza in Sicilia e potrebbe intervenire subito. In più proprio ieri ha dato autorizzazione ad usare la base di Sigonella solo per scopi umanitari, intendendo così dire che gli americani non potranno dare supporto militare ai ribelli in Libia a partire dal territorio italiano.

L'economia padana è allo stremo, ed un piccolo strappo in più la porterebbe al collasso. Quello strappo, stando alla vignetta, è proprio la perdita della Libia. Una perdita che non porterebbe giù soltanto Berlusconi, ma tutto il nord Italia e con esso lo stato Italiano.

L'Italia sarebbe la prima vittima illustre a cadere a causa della scarsità di petrolio. Ma non sarà l'ultima, ed è per questo che assistiamo a questo surriscaldamento globale dei nervi. Gli stessi USA sono tanto disperati da aver accettato l'alleanza con i partiti islamici pur di assicurarsi una qualche fonte di approvvigionamento di Petrolio dopo la perdita dell'Asia. La Gran Bretagna sta già pensando a forze speciali per difendere i contratti della BP, e la UE dal canto suo vuole mobilitare non meglio precisati “Battle Groups”. Tutti sono pronti a saltare al collo dell'ENI (e della padania).

La Sicilia nel frattempo si trova nel mezzo, pur non avendo le gravi preoccupazioni dei padani riguardo alle risorse energetiche. Raffaele Lombardo, all'opposto del governo italiano, ha però scelto tra le righe di appoggiare l'intervento militare attaccando l'UE e chiedendo alla NATO di usare la forza contro Gheddafi se necessario (Sigonella base umanitaria "L'Europa ci deve aiutare", LaSiciliaWeb.it 25 febbraio 2011):

"La Nato, l'Unione europea, le Marine militari intervengano in Libia, anche con la forza, per aiutare il popolo nel loro territorio, sottraendolo al massacro di Gheddafi ed evitando che migliaia di persone fuggano dal Paese. La Sicilia, il Mezzogiorno, l'Italia da soli non ce la possono fare a reggere quello che viene già definito come un esodo biblico. Purtroppo, in questo momento l'Europa non c'è, è assente, ed è penoso"

Il nuovo Regno di Sicilia (o delle Due Sicilie?) non può attendere.

Quale tessera verrà a sua volta destabilizzata dall'Italia?

[Continua a leggere...]

sabato, dicembre 18, 2010

Il primo uomo

Dalle pagine di SiciliaToday.com, Pietro Lipera si chiede retoricamente quale possa essere il motivo del nome (Iblis) dato all'inchiesta giudiziaria che potrebbe coinvolgere il Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo (Iblis, gli effetti e la leggenda: Cronache di un'inchiesta giudiziaria, 4 dicembre 2010).

Iblis, ci spiega il Lipera, altri non è se non Sua “Santità” il diavolo. Quello arabo, però. Secondo l'Islam quando Dio creò l'uomo ordinò a tutte le altre creature di adorarlo. Iblis per l'appunto rifiutò e fece la fine che tutti sappiamo.

L'articolista procede poi spiegando come l'inchiesta più che danneggiare il Lombardo, lo abbia favorito enormemente, tanto che leggendo il pezzo si fa strada il sospetto che l'identificazione cercata sia quella tra l'uomo che tutti dovrebbero adorare ed il Presidente. Chi si rifiuta di inchinarsi... all'inferno.

Sintomatico a questo proposito è la reazione scomposta dell'editore del giornale catanese La Sicilia, Mario Ciancio, ai risultati del voto della camera del 15 dicembre, voto che ha allungato l'agonia del governo Berlusconi grazie a tre striminziti voti frutto di un vergognoso commercio.

La Sicilia del 16 dicembre a pagina 4, trattando delle conseguenze del voto, titola “Un partito Fini-Casini-Rutelli, nasce il partito terzopolista”: uno sgarro a Lombardo quando è proprio lui il collante di questo nuovo “polo”. Che sia proprio Ciancio, restio ad adorare la nuova creatura, il predestinato Iblis? Circolano voci sui giornali che anche lui sia coinvolto nell'inchiesta (si veda ancora il pezzo di Lipera).

Il parallelo religioso non finisce qui, perchè guardando alla composizione del nuovo polo risulta evidente come la principale forza sia quella cattolica (presente anche tra i finiani). Si è riformata la DC? Suggerirei di non dare molto orecchio a chi cercherà di metterla in questi termini. Quello non è solo un partito a maggioranza cattolica, ma anche una compagine a trazione tutta meridionale. Con due componenti territoriali prevalenti: quella romana (Casini, Rutelli) e quella Siciliana, la più importante numericamente con MPA, Fli, ma anche una buona fetta della base di Casini (si veda il suo subitaneo viaggio da queste parti, “Casini torna in Sicilia. Scissione e prove di terzo polo, Palermo è la capitale del partito per l’Udc”, SiciliaInformazioni.com 17 dicembre 2010).

Sommando il dato territoriale ai tre voti di differenza, e notando che lo stesso PDL si basa su due correnti siciliane (quella di Miccichè e quella di Alfano), otteniamo un sorprendente risultato sfuggito ai più: la nazione è praticamente in mano ai Siciliani che se non litigassero tra di loro per questioni “metafisiche” (ancora fa eco Iblis...) potrebbero farne ciò che più gli aggrada.

Invece ci sono voluti quei tre voti per due motivi: mettere la corrente atlantista di Alfano sotto ricatto, ed aprire le porte a quel terzo polo sotto il quale si nasconde il vero Partito del Sud che alle prossime elezioni si spartirà l'Italia con la Lega, oramai straripante al Nord.

Una prova indipendente che confermi questo quadro?

Il sorgere del nuovo polo pone all'orizzonte un bivio. Da un lato la possibilità di mantenere l'Italia unita, ma questa volta in forma cattolica e non più massonico-risorgimentale. Dall'altro adombra una spaccatura post-elettorale secondo linee pre-atlantiche (medioevali, quasi). Ambedue le strade dovrebbero sembrare anatema ai liberali anglosassoni.

L'unico che potrebbe ancora fermare questa deriva è proprio colui che è stato bravo sin qui a catalizzarla, il nostro caro Silvio Berlusconi.

Guarda caso, oggi il Financial Times ha offerto il suo supporto al Primo Ministro Italiano, che fino a ieri considerava un degenerato, dichiarando con un candido voltafaccia tramite l'opinionista Chstopher Caldwell (“Why Italy still has Berlusconi”) che “Berlusconi non è una minaccia per la democrazia” (il contrario di quello che lo stesso giornale spacciava ai suoi lettori fino a pochi istanti prima del voto della Camera).

Poi, riallacciandosi al discorso metafisico sul diavolo, apre la porte alla vera storia d'Italia dal 1990 ad oggi:

Il sistema politico italiano ha cominciato a divergere in modo malsano da quello delle altre nazioni occidentali. I magistrati, invece dei legislatori, costituiscono l'opposizione. Il risultato immediato di Mani Pulite, ovviamente, è stato una specie di reggenza giudiziaria sulla vita politica italiana [Quello che ha sempre denunciato lo stesso Berlusconi, ndr]. I giudici, allo stesso modo, non sono stati capaci di comprendere perchè avrebbero dovuto smettere

In altre parole il giornalista sembra suggerire che quando la testa di questo gioco era a Milano, con il famoso pool teleguidato da Londra, la reggenza andava bene. Ora che dei magistrati poco allineati si permettono di mettere in piedi inchieste come “Iblis”, non va più bene.

Questa offerta di supporto dai nemici di sempre potrebbe essere proprio quello che il paramassone di Arcore aspettava per aggrapparsi ancora al potere. Tre piccoli voti per salvare il salvabile. Il frutto della corruzione, o la manina di Londra che fa da supporto? Ecco che le parole del depositario di uno di quei tre voti, il siciliano Scilipoti, ("L'ho fatto per il bene del Paese") alla luce delle apparenti contraddizioni del Financial Times possono essere meglio comprese.

Scilipoti era stato eletto tra le fila dell'Italia dei Valori, il partito londinese di Di Pietro ed Orlando. La manina di Iblis.

Nell'immagine in alto, Iblis osserva gli angeli che adorano Adamo in una miniatura islamica.

[Continua a leggere...]

giovedì, dicembre 10, 2009

Il fantasma dello stadio (terza parte)

3 - L'avvertimento

La domenica sportiva catanese ha sempre flirtato con la violenza. Partecipare ad un qualche tafferuglio con la polizia in occasione di un derby esercita un'attrazione irresistibile anche per il giovanotto di “buona famiglia” annoiato ed incapace altrimenti di sentirsi “popolo”.

Ogni tanto la ragazzata provoca però conseguenze di una certa serietà. Come quando negli anni '80 un guardiano esasperato sparò in aria da sotto la curva uccidendo alcuni spettatori. O come quando sempre in quegli anni, e con il Catania in serie A, durante la partita casalinga con il Milan l'aggressione all'arbitro costò alla squadra diverse giornate di squalifica del campo.

Un tale ambiente si presta perfettamente a strumentalizzazioni e stimoli esterni. Ad infiltrazioni ed all'innesco di scoppi di violenza in momenti di particolare tensione.

Bisogna peraltro ammettere che la morte dell'ispettore Raciti in quel 2 febbraio 2007 non stona assolutamente con un ambiente degradato socialmente e moralmente come quello raccolto intorno allo stadio etneo, dove la rabbia repressa acuita dalle precarie condizione economiche si mescola al bisogno di un qualche sfogo collettivo. Non vi sono dubbi che “il morto” a Catania ci sarebbe potuto scappare in ogni momento senza chiamare in causa complotti o cospirazioni.

Allora il fatto che la stampa nazionale ponesse giustamente l'accento sui comportamenti della “tifoseria” etnea, da solo, non può essere considerato indice di pianificazione.

Alcuni elementi di una certa importanza suggeriscono tuttavia che i tragici fatti del 2 febbraio 2007 si siano sviluppati intorno ad un qualche canovaccio attentamente predisposto.

Nella stagione agonistica 2006-2007 in serie A sono presenti 3 squadre siciliane: Palermo, Catania e Messina. Sin dalle prime giornate, inaspettatamente, il Catania riesce a seguire il Palermo nei piani alti della classifica oscillando sempre tra il quarto ed il quinto posto.

In questo quadro calcistico sicuramente anomalo, il 28 ottobre 2006 il Financial Times pubblica un articolo sulla situazione della serie A che avrà una larga eco anche sui giornali italiani: “Sorry state of Italian football boosts Sicily” (“Lo stato pietoso del calcio italiano permette il decollo della Sicilia”):

“Il calcio isolano non è mai stato così forte. Sarebbe bello dire che questo simboleggia una nuova Sicilia, ma non è così. Il sorgere della Sicilia simboleggia il malanno presente in Italia, la terra dei campioni del mondo”

Si sta veramente parlando solo di calcio o c'è dell'altro? La laconica chiusura del pezzo è ancora più incisiva:

“Quando la Sicilia può competere, allora sai che il sistema italiano è andato in frantumi”.

E' difficile non dare risvolti politici alla frase, anche dopo averla riletta inserita nel suo giusto contesto. Se la Sicilia vivesse veramente di assistenzialismo ed il sistema andasse in frantumi sarebbe proprio l'isola a soffrirne di più. Altro che decollo! Un dettaglio che non può certo sfuggire al Financial Times, che in fatto di economia la sa lunga.

Ma non è questo il brano che da più da pensare.

Malgrado l'elevato tasso di violenza esistente tra gli spalti degli stadi siciliani, non era solo qui che si erano registrati episodi tanto gravi. A partire dal 22 marzo 1982, quando Andrea Vitone, milanista, fu ucciso da una coltellata durante Milan-Cremonese, i morti non sono mancati su e giù per lo stivale. Arrivando a tempi più recenti si può ricordare Claudio Spagnolo, ucciso nel 1995 a Genova prima della partita con il Milan. Oppure Fabio Di Mare, morto per infarto durante gli scontri a seguito della partita Traviso-Cagliari. O ancora Alessandro Spoletini, precipitato dagli spalti del Dall'Ara (Bologna) l'11 febbraio 2001. Tutti fatti che coinvolgono squadre di primissimo piano.

Eppure il giornalista inglese, Simon Kuper, fa profeticamente di tutto per mettere in evidenza l'estrema violenza di cui sarebbe intrisa la cultura siciliana. Per spiegare gli eventi (e giustificarli, verrebbe da pensare a posteriori) chiama in causa persino il criminologo:

“Come dice il criminologo Nigel Walker: «L'usanza della vendetta è seguita non solo dai contadini siciliani, ma anche dalle squadre di calcio, dalle università, dai politici, da chi recensisce i libri e dai personaggi pubblici.»”

Il 7 marzo del 2000 un tifoso inglese viene accoltellato prima della partita di Coppa Uefa Roma-Leeds. Il 22 aprile dello stesso anno è il turno di un tifoso dell'Arsenal prima dell'incontro con la Lazio. Ma Simon, invece di avere il dente avvelenato contro i romanacci, insiste sempre con la Sicilia:

“Così nel 2001 gli hooligans del Catania festeggiarono quando lanciarono un razzo verso la tribuna dei tifosi del Messina. Un ventiquattrenne fu ucciso.”

Il tutto prende una piega sfacciatamente razziale quando, ricordando le magliette del West Ham con la scritta “Hammer vs The Mafia” o l'articolo della stampa ceca dedicato al Palermo ed intitolato “Kosa Nostra”, si farfuglia che “I siciliani se la prendono quando qualcuno da fuori cita la loro tradizione di violenza

In Italia siamo abituati a questo genere di invettive a mezzo stampa. Toni di questo livello si ritrovano spesso sulla stampa nazionale rivolti in senso generalizzato agli italiani del sud o del nord, oppure solo agli abitanti della città rivale. Ma che c'entra il Financial Times con le beghe da parrocchia nostrane? Che motivo ha Simon Kuper di prendersela con i siciliani in questo modo? Il tono suggerisce nuovamente astio politico dovuto a motivi molto più vasti che non la semplice e forse anche fortunosa permanenza di due squadre di calcio nei quartieri alti del campionato.

Vi sono altri due particolari che contribuiscono a rendere il quadro ancora più sospetto.

Il primo è il riferimento alla cattura di Provenzano, un passo che potremmo anche tentare di tradurre con un “avete vinto una battaglia ma non la guerra”:

“Le glorie calcistiche siciliane coincidono con la recente cattura in una casa di campagna isolata di Bernardo Provenzano, capo dei capi della mafia siciliana (...) Si sarebbe tentati di dire che questi eventi puntino verso una più generale rinascita locale. In realtà non è così. L'isola rimane disperata.”

Il secondo è il campanello che tuttora continua a risuonare a più di tre anni di distanza:

“Questo articolo si rifiuta di denigrare la Sicilia con vecchi stereotipi, ed in ogni caso sarebbe da sciocchi irritare gente che può fare offerte che non puoi rifiutare.”

A parte la stupida provocazione, la seconda parte di questa frase mal costruita ha un suono sinistro. Il riferimento al Padrino, il film di Coppola, sembra solo un altro insulto, ma potrebbe essere letto anche in forma generalizzata: “E' da sciocchi irritare gente che può fare offerte che non puoi rifiutare”. In fondo è una norma sempre valida.

Il pezzo di Kuper ha avuto larga eco sui giornali italiani, da Repubblica (Financial Times contro il calcio italiano "Sicilia in testa simbolo del declino", 29 ottobre) al Corriere della Sera (“Dal «Financial Times» pallonate al calcio italiano: «Brutto segno se vince la Sicilia»", 29 ottobre), dove è stato tradotto e riproposto fedelmente anche nei dettagli di quest'ultimo fraterno suggerimento. Particolare interessante, il Corriere fa una piccola aggiunta di propria iniziativa, dei puntini di sospensione che fungono anche da sottolineatura:

«sarebbe sciocco irritare persone capaci di fare offerte che non si possono rifiutare...»

L'articolo del Financial Times era un avvertimento per qualcuno in Sicilia? Forse. Sicuramente se fossi il presidente di una delle squadre coinvolte mi chiederei il perchè di un attacco mediatico da Londra. Zamparini (Palermo), Franza (Messina) e Pulvirenti (Catania) si saranno pur fatti qualche domanda. I giornalisti italiani stranamente non hanno creduto opportuno farsi alcuna domanda.

Ma le sole parole senza un “fatto” sarebbero certamente rimaste un avvertimento poco convincente. La mafia non ti fa saltare direttamente il negozio. L'obiettivo è quello di addomesticarti, di sottometterti e di costringerti a pagare il pizzo. Non quello di farti chiudere bottega. La bomba o la pallottola sono rimedi estremi.

Se i fili del 2 febbraio sono stati tirati veramente da Londra e quel pezzo è un avvertimento, prima di accendere la miccia che avrebbe dovuto fare chiudere definitivamente la bottega ci sarebbe dovuta essere una qualche dimostrazione di forza. Un chiaro esempio di quello che sarebbe potuto succedere.

Ebbene, quella “dimostrazione” ci fu ed ebbe luogo circa un mese prima della pubblicazione dell'avvertimento. Il 23 settembre 2006, durante il derby Catania-Messina, vi furono alcuni scontri tra sedicenti “tifosi” del Catania e le forze dell'ordine:

Da segnalare che prima della fine del primo tempo due agenti di polizia che prestavano servizio all'interno dello stadio sono rimasti feriti. I due sono stati colpiti nella zona della curva nord mentre tentavano di soccorrere un tifoso colto da malore. Sono stati medicati in ospedale, le loro condizioni non sarebbero gravi. (“Reti, espulsioni e colpi di scena, alla fine è pari tra Catania e Messina” Repubblica.it 23 settembre 2006)

I poliziotti caddero in un'imboscata appositamente pianificata: il tifoso colto da malore si rivelò poi uno degli assalitori e le condizioni per almeno uno dei poliziotti furono in realtà piuttosto gravi, tanto che si vide costretto sulla sedia a rotelle per diverso tempo. In seguito a questi scontri il Catania fu condannato a giocare due partite casalinghe in campo neutro ed a porte chiuse.

Scontri con le forze dell'ordine durante un derby al Massimino, agguato ad un poliziotto che viene ridotto in fin di vita, squalifica del campo per diverse giornate: le prove generali di quello che sarebbe successo pochi mesi dopo. L'offerta che non si sarebbe dovuta rifiutare.

Capitoli precedenti
1 – L'introduzione
2 - L'antefatto

[Continua a leggere...]

venerdì, novembre 27, 2009

Un tacchino indigesto

Il 25 novembre 2009 sarà ricordato come una data storica nei nostri libri di storia. A termine di un discorso riguardante la situazione economica generale, il governo di Dubai ha annunciato che ritarderà il pagamento di una rata del debito di una delle principali aziende pubbliche dell'emirato, Dubai World.

La bomba è stata sganciata alla vigilia di una importante festività musulmana, motivo per cui le borse del medio-oriente sarebbero rimaste chiuse sino alla prossima settimama. Nel frattempo anche a New York le contrattazioni si sono interrotte per il giorno del ringraziamento (26 novembre). In altre parole, il tacchino a Wall Street quest'anno andrà di traverso a tutti.

E le ricorrenze non si fermano qui, perchè tra un altro paio di giorni negli Emirati Arabi sarà l'anniversario della fondazione della nazione (3 dicembre). Ma al contrario di come strillano i giornali da noi, che parlano di un collasso dello staterello, non è detto che i datteri vadano di traverso ai pii musulmani.
Qualche interessante particolare è stato aggiunto oggi:

Un ufficiale finanziario di Dubai di alto livello ha detto che l'emirato si aspettava pienamente la ricaduta a causa dei suoi problemi di debito ed ha assicurato i creditori stranieri che la richiesta di Dubai World di posporre il pagamento su una parte dei 60 miliardi di dollari è stata “attentamente pianificata” (Associated Press, 27 novembre 2009)

Un piano ben preciso quello di darsi la zappa sui piedi a pochi giorni da una ricorrenza tanto importante?

Nessuno si aspettava una tale svolta tra i grattacieli del DIFC (il centro finanziario di Dubai) o tra quelli delle borse di New York, Londra o Tokyo. Si era sempre stati sicuri che i ricchissimi vicini di Abu Dhabi avrebbero turato tutte le falle aperte dalle cicale della famiglia Al Maktoum (i regnanti di Dubai). Fino a l'altro ieri.

Il Financial Times, pieno di rancore, oggi se ne è venuto fuori con titoli minacciosi (“L'emirato pagherà caro per un lungo tempo a venire” il titolo sulla carta stampata per questo articolo, 27 novembre) ed ammettendo tra le righe si essere stato fatto fesso:

Che sia forse questo il modo di Abu Dhabi di vendicarsi di Dubai per gli eccessi degli anni del boom? Ne dubito. La rivalità tra i due emirati è meno importante delle implicazioni della caduta di Dubai. Il costo per assicurare il debito di Abu Dhabi è aumentato a seguito dell'annuncio di Dubai.

Il che vuol dire che proprio lo sceicco di Abu Dhabi, malgrado avesse con sè i soldi per pagare, deve aver favorito la decisione secondo una precisa strategia ed al culmine di un cammino che lo ha portato ad allontanarsi sempre di più dall'occidente, dopo secoli di oppressione inglese (gli EAU erano un protettorato inglese sino agli anni 70).

La vendita delle azioni della Barclays Bank, la banca dei Rockfeller, che ha quasi messo sul lastrico la potente istituzione finanziaria, il rifiuto ad accettare una moneta unica sul modello europeo imposta dagli anglosassoni a tutta la penisola arabica (se ne era già uscito l'Oman, si veda il post “Alla conquista della sovranitá”), l'accordo nucleare con i francesi ed il viaggio dello sceicco di Dubai a Mosca nell'aprile scorso, non possono lasciare spazio a fraintendimenti politici.

Ora la ribellione ha toccato l'apice, e gli arabi si rifiutano di pagare un debito loro imposto con la forza dalle elite finanziarie occidentali. Una minaccia che altri avevano ventilato, dall'Islanda, alla Grecia, all'Ungheria, ma che ad Abu Dhabi sono i primi ad attuare.

I contorni politici della vicenda sono ancora più eclatanti. Se decido di non pagare il mio estortore, vuol dire che me lo posso permettere, che ho la forza per fronteggiare le sue ritorsioni. In altre parole, l'impero è crollato e la grande ritirata è iniziata. Non è solo Dubai che non pagherà il suo debito. Presto tutti gli altri verranno a ruota a calpestare il cadavere puzzolente del mostro ed a spezzare le catene. Siamo liberi.

Le pezze messe a nascondere quello che oramai è sempre più evidente non bastano più. Gli Usa sono in piena ritirata dall'Iraq e presto lo saranno anche dall'Afghanistan.

L'Economist riferisce di un incontro segreto, smentito dalle autorità americane, tra le due più alte cariche statunitensi in Iraq (il generale Raymond Odierno e l'ambasciatore Christopher Hill) ed il generale iraniano Qassem Suleimani, il responsabile di tutte le azioni di contrasto alle aggressioni militari USA contro la repubblica islamica.

L'argomento di discussione, sempre secondo quanto riferito dal settimanale inglese, è clamoroso (“A regional cockpit”, 21 novembre 2009):

“Gli americano vogliono un un'uscita sicura, senza razzi di provenieza iraniana o bombe ai ai lati delle strade ad aiutarli a fare prima”

In pratica, gli americani avrebbero chiesto di non essere umiliati nella ritirata.

Anche la dissolvenza della minaccia infinita Bin laden e la sua rimaterializzazione nel reo confesso già in mano americana e prossimo al processo KSM (Khaled Sheik Mohammad) di cui abbiamo già discusso (si veda il post “Corso di fotografia”), sembra usare lo stesso linguaggio.

L'amministrazione di Washington deve giustificare all'elettore americano la ritirata dichiarando vittoria nella “guerra al terrore”. Processato il responsabile di tutti i mali, non vi è alcun motivo di continuare a spendere soldi (e vite umane) in Asia Centrale.

Il Mediterraneo dovrebbe seguire a ruota. Le increspature della decisione presa ad Abu Dhabi sembrano averci già raggiunto:

È stata revocata dall'amministrazione comunale di Niscemi, nel Nisseno, l'autorizzazione all'installazione del sistema di un'antenna per la telecomunicazione satellitare della marina militare americana al servizio della base di contrada Ulmo che sarebbe dovuta sorgere alla periferia del centro abitato.

Ansa di oggi, 27 novembre 2009.

[Continua a leggere...]

sabato, novembre 21, 2009

El Lider Massimo

Se si dovesse scegliere tra i governi italiani del dopoguerra quale sia stato quello più “di sinistra” in politica estera, almeno secondo i classici standard della lottizzata politica nostrana, non ci sarebbero dubbi: l'alloro principale dovrebbe andare all'ultimo governo Berlusconi.

L'apertura alla Russia, a Gheddafi ed alla Turchia neo-islamica ed antimassonica, il rifiuto ad aumentare le truppe in Afghanistan, causa dell'attentato alla caserma di Milano, come sibilato da La Russa, sono azioni rivoluzionarie in un paese che un po' per servilismo un po' per oggettiva impotenza non era mai uscito prima dal seminato in modo tanto deciso.

Certo Craxi aveva a suo tempo provato qualcosina, vedi i fatti di Sigonella, ma alla fine poco era cambiato nell'andazzo generale. Per il resto, i pseudo governi di sinistra degli ultimi vent'anni, tra i vari Prodi ed i vari Amato e Ciampi, hanno molto poco da offrire: più che di governi di sinistra si dovrebbe parlare di governi delle banche. O di una sola banca: la BCE.

L'Italia nella sua storia repubblicana ha avuto un solo primo ministro realmente di sinistra: Massimo D'Alema, il quale ha però macchiato la sua apparizione a Montecitorio con il voto che diede il disco verde al bombardamento della Serbia.

Appare quindi strano che proprio D'Alema sia il leader di sinistra più bersagliato dal suo stesso lato politico [*], o meglio da quello che apparentemente è il suo lato politico. Un lato politico che ha sempre ricevuto larghi consensi dai potentati finanziari europei ed anglosassoni, cosa che non sembra disturbare più di tanto gli italioti di sinistra che continuano a voler credere che sia nel loro interesse far cadere Berlusconi. E che a quanto pare non si sono posti interrogativo alcuno nemmeno quando Berlusconi ha recentemente appoggiato con una certa forza la candidatura abbastanza velleitaria del presunto avversario politico alla carica di “ministro degli esteri” europeo.

Candidatura che non è andata giù ai noti ambienti finanziari europei che tramite il Financial Times hanno reso pubblico il loro disappunto per la possibile nomina. In particolare sembra non sia andato giù uno sgambetto che il D'Alema avrebbe fatto ad uno dei politici italiani più coccolati da Londra, Romano Prodi, e per questo ricordano il fattaccio dipingendolo a tinte fosche (“EU is warned over haggling for presidency”, 17 novembre 2009):

“[D'Alema] è familiare con le oscure arti dell'intrigo politico italiano, avendo cospirato per rimpiazzare Romano Prodi, suo collega, come Primo Ministro nel 1998.

Ne ricordano poi il passato comunista considerandolo un punto a suo sfavore, malgrado poi il Financial Times dica mirabilie di tanti altri ex-comunisti al governo in vari stati europei (“No meritocracy in EU trade-offs”, 17 novembre 2009):

L'ex Primo Ministro e ministro degli esteri italiano, segna troppe poche caselle per ottenere il posto. [Vediamo] le caselle non segante: 1) Il suo passato comunista.

E poi aggiungono qualche bestialità del tipo “sarebbe folle per la UE avere un capo della politica estera che non parla correntemente inglese”, quando se non fosse per l'Irlanda non vi sarebbe un singolo europeo ad avere l'inglese come prima lingua.

Il vero problema è un altro. Esso viene appena appena accennato dai giornalisti del quotidiano londinese: “La sua opinione sugli USA”. Per farcelo spiegare chiaramente dobbiamo andare da qualche altra parte. Per esempio in Israele.

Il vero motivo per cui D'Alema non sarebbe stato gradito a Bruxelles lo apprendiamo da Fiamma Nirestein, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati ed agente israeliano infiltrato nel governo Berlusconi. Il titolo del suo pezzo apparso sul sito de Il Giornale a tal proposito spiega tutto: “Quell’amicizia con Hezbollah pesa come un macigno” (1 novembre 2009)

All'interno poi chiosa:

(...) per D’Alema cadeva su Israele tutto l’onere della pace e sui palestinesi brillava la stella dell’innocenza. Per D’Alema Arafat è stato un amico, mai ha condannato le sue responsabilità nell’Intifada del terrore e del rifiuto di Camp David; il fatto che gli hezbollah avessero rappresentanti in parlamento li rese per il suo giudizio esenti dall’accusa di terrorismo, e glieli ha fatti scegliere come compagni nella famosa passeggiata di Beirut dopo la guerra del 2006.

Insomma, D'Alema ha attitudini troppo “orientali” per alcune “Entità” occidentali. Attitudini che il “baffo di ferro”, secondo la 'ngiuria assegnatagli dalla stampa inglese, ha già suggerito di avere mostrandosi sempre molto interessato alla carriera politica del Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo. Un rapporto, quello tra i due politici meridionali e meridionalisti, attentamente spiato da tutti, tanto che ogni loro mossa viene riportata immediatamente dalle agenzie:

D’Alema-Lombardo, risotto per due (...) il miglior modo per concludere, intorno a mezzanotte, una giornata occupata da un convegno sul Mezzogiorno. (“D’Alema-Lombardo, risotto per due”, IlGiornale.it 11 novembre 2009)

Ma se la proposta di D'Alema alla UE era velleitaria, perchè è stata fatta? E perchè a Londra ed in Israele si sono lamentati tanto? Forse perchè quella candidatura non è stato altro che un rilancio della figura politica dell'ex comunista in vista di qualcos'altro che potrebbe essere stato discusso, tra le altre cose, durante quel “risotto per due”.

Un qualcosa che potrebbe mettere sempre più distanza tra il nord ed il sud del paese. Le pagine del Financial Times [**] ci hanno riservato un'altra sorpresa, che anche il Corriere mette vicino alla bocciatura di D'Alema:

Al contrario di D'Alema il Ft promuove a pieni voti Giulio Tremonti. Il quotidiano economico londinese colloca il ministro dell’Economia al quinto posto della sua consueta graduatoria annuale dei ministri finanziari europei.
(“D’Alema «ferrato negli intrighi» Tremonti promosso a pieni voti”, Corriere.it 17 novembre 2009)

Cosa sta combinando Tremonti? Che sia impegnato in qualcosa di losco? Il ministro delle finanze, leghista di ferro, non ha mai nascosto il suo poco gradimento per quelle politiche “orientali” implementate dal capo.

La frustrazione e la fine oramai prossima dell'era Berlusconi, insieme allo scorno dell'appoggio al politico pugliese (la goccia finale), devono averlo convinto che era tempo di cambiare casacca. Per tutta risposta la sua inutile (anzi, dannosa) Banca del Sud è stata cassata da Schifani: tra i due litiganti polentoni, i terroni godono.

-----------------
[*] Anche se a prima vista potrebbe non essere chiaro, il coinvolgimento di D'Alema nel caso BNL è stato favorito da settori interni al PD

[**] FT ranking of EU finance ministers, Financial Times 16 novembre 2009

[Continua a leggere...]

domenica, novembre 15, 2009

Corso di fotografia

La mitica figura di Osama Bin Laden non è più nitida come una volta. Gli ultimi avvistamenti sono testimoniati da foto in cui il profilo del leader di Al-Qaeda sembra scomparire in dissolvenza.

Ne ha parlato in questi termini anche il Corriere della Sera (“Bin Laden è vivo? Il giallo in un video”, Corriere.it 28 ottobre 2009), riferendo chiaramente di “dubbi” sull'autenticità dei vari video di Bin Laden recuperati da varie «società» USA (le significative virgolette sono del Corriere).

Queste ultime foto sarebbero state scattate durante una festività islamica. Logico chiedersi allora, come fa il quotidiano, se Bin Laden è tanto tranquillo da spassarsela in pubblico come mai altri suoi video propagandistici non vengano distribuiti. Le conclusioni sul perchè ciò non avvenga sono quantomeno interessanti :

“Un’assenza che viene letta da taluni come la conferma che è davvero morto. Con una variante: è vivo, ma è diventato irrilevante”.

E le due cose (morte o irrilevanza) sono davvero la stessa cosa. A Bin Laden non ci crede più nessuno e diventa inutile continuare a gridare al lupo: come nella storiella alla fine non ci si allarma più.

Ecco quindi che con una incredibile svolta, possibile solo tra gli zombie dalla tabula rasa che oramai riempiono le città occidentali ed ai quali è possibile rigirarla come si vuole, il Financial Times (tra gli altri) butta in prima pagina ("US to seek death penalty for 9/11 suspect", 13 novembre) il (nuovo) responsabile degli attacchi del 9/11 alle torri gemelle, Khaled Sheik Mohammad, con una bella foto (riportata in alto) che seppure fatta nei vicoli di Kandahar, dove non sono neanche capaci di mettere a fuoco Osama Bin Laden, sembra uscita pulita pulita da un concorso fotografico della National Geographic, tanto sono nitidi i peli della sua barba da estremista e tanto le ombre riescono a chiarire il pensiero omicida del fanatico.

Su Osama neanche un accenno. Svanito, anzi “soffuso” (per tornare alla foto del Corriere, riportata in fondo al post) lentamente nel “background”. Un giochetto di prestigio per far riapparire dai quei contorni fumosi i nuovi tratti somatici del nuovo responsabile dell'11 settembre.

Ma il Financial Times non si occupa solo di terrorismo internazionale. Da esso possiamo apprendere tanto anche sulla nostra terra. Anche in termini “programmatici” o “anticipatori”, se si sa leggere tra le righe.

Così anche questa settimana a pagina 4 si torna al centro del Mediterraneo. Anche se questa volta la Sicilia non è neanche menzionata, malgrado l'argomento forte del pezzo: la mafia.

Si, si avete capito bene: il Financial Times ieri, 14 novembre, ha dedicato un lungo articolo sulla storia della mafia italiana negli ultimi 20 anni (“Mafia rushed through gap in Berlin Wall”), richiamandolo pure in prima pagina, ma di Sicilia neanche l'ombra. Solo Calabria.

Secondo il giornalista, Guy Dinmore, la cadura del muro di Berlino ha proiettato la 'Ndrangheta “verso una portata globale ed uno status non raggiunto da altre organizzazioni criminali”. Ma non era Cosa Nostra ad avere questo “status”?

Importante, alla fine dell'impero sovietico “e possibilmente ancora oggi, era il traffico di materiale nucleare, prevalentemente dal blocco ex-sovietico”. Ma non erano i criminali siciliani quelli che cercavano di spacciare una bomba in giro per il mondo? Ne ha parlato anche Il Consiglio a suo tempo (si veda il post “Da dove viene la mafia, seconda parte”)

Poi si comincia a spararla veramente grossa: “Il contrabbando [di materie tossiche, ndr] ha portato Mister Fonti [un pentito, ndr] in giro per il mondo, inclusa la Somalia”, in modo da preparare il campo per accusare la 'Ndrangheta della morte di Ilaria Alpi. Si parla di un clan calabrese “al quale sono stati offerti 50 aerei cargo Ilyushin da un colonnello del KGB”, passando a criminalizzare tutti i calabresi che si azzardano ad uscire dal loro campo di concentramento malgrado si sia provveduto a distruggere la Salerno-Reggio Calabria:

Dopo, queste genti di montagna hanno mandato i loro figli nelle università. Ora sono professionisti – avvocati, consulenti, esperti di informatica, ingegneri. Hanno lasciato la Calabria e sono andati in giro per il mondo, organizzando investimenti con i soldi di famiglia. Un buona parte di questi soldi vedono la luce del giorno come imprese legittime”.

Nazismo puro. Come quello sino a oggi dedicato anche ai siciliani.

Alcune delle stronzate citate provengono ad un ridicolo articolo del Sole 24 Ore che se non altro causò la nascita di questo blog: “La 'ndrangheta come al-Qaida”, del 23 novembre 2005, fu lo spunto per il primo post in assoluto. Bisogna leggere cosa possono partorire certe menti raffinatissime:

La commissione parlamentare anti-mafia italiana ha paragonato la struttura in celle della ‘Ndrangheta, con la sua struttura basata sulla famiglia al modello organizzativo di al-Qaeda, e la sua reputazione nel mondo a quella di una multinazionale.

La mafia siciliana è scomparsa. Ed il cervello dell'occidentale medio, programmato per funzionare a comando, non potrà che rimuoverla dai suoi ricordi.

Rimossa anche geograficamente. La Calabria è “l'estremo sud dell'Italia” e “la regione più povera d'Italia”. Oltre non sembra esserci più niente. L'occidentale deve imparare che ora l'Italia e la mafia finiscono a Reggio Calabria. Ed il nuovo ordine ha effetto retroattivo: sarà sempre stato così.

Questa potrebbe essere un'interpretazione. Il voler segnalare una prossima scissione dell'isola dal suo passato più recente. Fatta l'isola indipendente, nessuno vorrebbe rimanerne completamente fuori vista l'importanza strategica che assumerà nello sviluppo economico della sponda sud del Mediterraneo. Per cui meglio riabilitarne l'immagine.

Ma un altro messaggio potrebbe essere contenuto tra le righe. Un messaggio relativo alla (vera) storia della mafia.

Il recente ed improvviso “ritorno della memoria” a riguardo della trattativa tra lo stato e la mafia doc siciliana, l'unica che nella realtà abbia mai avuto una qualche consistenza ed a tratti una propria libertà d'azione (si veda il post "Trattative riservata"), che nel Belpaese ha colpito impietosamente più persone dell'influenza suina, sembra essersi arrestato. I vari esponenti dell'Italia dei Valori, dai Di Pietro ai De Magistris, si sono zittiti.

Il baccano è a poco a poco scemato in seconda serata nei palinsesti porno-televisivi italiani dopo aver raggiunto un apice particolare quando Piero Grasso ed altri hanno cominciato a parlare di “Entità esterne” (si veda il post “Lo scheletro dell'occidente”).

Queste “Entità esterne” attraverso le pagine del Financial Times potrebbero voler segnalare che il messaggio sia arrivato a destinazione e che certe armi possono essere deposte. Nella situazione economica in cui si trova la City le minacce di Grasso di aprire le ante di chissà quale armadio sono materiale radioattivo molto più pericoloso dei fantasiosi traffici calabresi.


Lezione numero 1: la messa a fuoco


Altri post relativi al Financial Times:
La casa del figlio cambiato
Cime tempestose
L'Ingresso dell'India
Lo scoop dell'anno
La stampa inglese avverte l'Europa
[Continua a leggere...]

sabato, ottobre 31, 2009

La casa del figlio cambiato

Che immagine offre di sé la Sicilia nel mondo? Ecco una domanda la cui risposta sembra evolvere nel tempo, almeno a giudicare da quello che si scopre in rete.

Se da un lato ogni volta che i vari media occidentali parlano dell'isola cercano ancora di associarla irrimediabilmente alla mafia per obiettivi politici dalla coda caprina, dall'altro quegli stessi giornali non possono fare altro che prendere nota e proporre ai loro lettori anche l'immagine che in fondo sono essi stessi a sentire come più rappresentativa per la nostra Patria.


E quale sia al momento questa immagine lo ha suggerito il recente sondaggio effettuato dalla Condè Nast, nota rivista turistica francese, trai suoi lettori e che ha eletto la Sicilia migliore destinazione turistica al mondo, davanti alla stessa Italia.

Gli inglesi in particolare, malgrado la divergenze politiche, non hanno intenzione di rimanere indietro in ambito turistico o enologico, o in quello dell'immobiliare.

Così ad esempio è doveroso prendere nota dell''Economist che ha avuto l'onestà di ammettere l'eccellenza dei vini siciliani pur gettando il solito fango sul resto, come ricordato da varie testate, o del Guardian che ha descritto l'isola di Alicudi come una gemma nascosta da scoprire.

Gli esempi sono tanti e vale la pena proporli man mano che si presenta l'occasione.

Oggi mi piace annotare una semplicissima citazione del Financial Times che riporta nella sezione dedicata all'immobiliare un articolo sulle proprietà appartenute a scrittori famosi in Inghilterra (“Writers in residence”, 31 ottobre 2009).

In fondo all'articolo è riportata una striminzita lista di luoghi simili in altre parti del mondo.

Ebbene, in mezzo alle case abitate da Dostoevsky, Victor Hugo, Charles Dickens, l'autore riporta la quella natale di Luigi Pirandello ad Agrigento esortando il lettore ad andarla a visitare.

Forse al mondo non esistono i nemici, ma solo i potenziali amici. Le opportunità sono tante: basta saperle sfruttare.

Post Scriptum: Il titolo del post deriva dalla biografia di Pirandello scritta da Andrea Camilleri, "Biografia del figlio cambiato".

[Continua a leggere...]

sabato, luglio 25, 2009

Cime tempestose

Le ultime elezioni presidenziali americane hanno visto lo svolgersi del duello più aspro in una fase diversa da quella solita del voto finale per la scelta tra un candidato repubblicano ed uno democratico.

Abbiamo assistito ad un braccio di ferro senza precedenti all'interno del partito democratico tra quello che sarà poi il futuro presidente ed una spietata Hillary Clinton. Quasi fosse quello il vero confronto elettorale per la vittoria finale.

Uno scontro che ha rischiato di lacerare il partito e di presentarlo diviso ed indebolito alla battaglia con McCain. Ed invece il duo McCain-Paulin durante la campagna elettorale ha goffamente proceduto di gaffe in gaffe verso una sin troppo ovvia sconfitta contro lo “sconosciuto” e giovanile Obama.

Quali poteri si stavano scontrando in realtà nelle primarie democratiche? Erano effettivamente McCain e gli elettori statunitensi solo una comparsa di un copione scritto nell'ombra?

Nel 2004, con la campagna elettorale per le presidenziali in corso, negli USA uscì il film “The Manchurian Candidate”, una sorta di psico-thriller politico nel quale si immagina un candidato presidenziale posto sotto il controllo di una lugubre organizzazione (la “Global Manchurian”) tramite un impianto inserito nel cervello.



Il film, vincitore dell'oscar, culminava nell'assassinio da parte dell'eroe di colore impersonato da Denzel Washington della coppia Meryl Streep – Manchurian Candidate, madre e figlio. Se accettiamo la neppur tanto vaga somiglianza tra la Streep del film e Hillary Clinton (foto sopra), allora ci possiamo permettere di cogliere nell'eroe di colore il futuro presidente, Barack Obama.

D'altronde Denzel Washington si è imposto al grosso pubblico impersonando con successo l'attivista politico afroamericano Malcom X, più volte messo in relazione con Obama.

Rimane il “Manchurian candidate”, il burattino, nella finzione del film decorato e reduce di guerra in Iraq.

Il film del 2004 è un rifacimento di una pellicola del 1962 dallo stesso titolo (“Va e uccidi” in italiano) nella quale la guerra a cui si fa riferimento è quella di Corea e non più quella irachena. Anche nel 1962 il reduce, dopo l'esperienza della prigionia in un campo di concentramento nemico, si candida alla presidenza. A controllarlo non sono dei “finanzieri” americani, ma i comunisti.

John McCain, candidato alle ultime elezioni per i Repubblicani, è un reduce di guerra del Vietnam. Durante il conflitto fu catturato e torturato dai vietnamiti, che lo condizionarono psicologicamente a tal punto da costringerlo ad effettuare alcune dichiarazioni anti-americane.

Ricapitolando, il Manchurian Candidate (McCain) del film è un burattino della Streep (Clinton) che a sua volta lavora per questa strana “loggia” segreta, la Manchurian Global.

Quell'epilogo violento prefigurato dal film, poi realizzatosi nello scontro “all'ultimo sangue” delle scorse primarie, racconta di acque non certo tranquille in cima alla piramide di potere occidentale.

Hollywood ha dato conto di questo scontro per il potere altre volte. Ad esempio nella saga di Guerre Stellari: nell'ultimo episodio (“La vedetta dei Sith”) ci viene mostrato il colpo di stato (vedi 11 settembre) effettuato di nuovo da una “loggia segreta”. Questa volta non si tratta della “Manchurian Global”, ma dei “Sith”. Dietro il presidente (George Bush) viene svelata la orripilante figura di un imperatore nero. Ed anche qui, il presidente-imperatore viene affrontato all'apice del dramma da un “Jedi”[*] di colore.

Queste fratture ai vertici, se effettivamente esistono, non possono che acuirsi nei periodi di crisi o di inarrestabile declino. Abbiamo già visto tutto questo nelle fasi terminali dell'impero romano, in cui i “principi” si succedevano a ritmo frenetico ed erano più espressione di gruppi alla ricerca di ricchezza personale che di un progetto per il dominio del mondo, come lo erano nelle fasi più gloriose della storia della città eterna.

Il duello tra “Obama” e la “Clinton” non ha comunque portato ad un chiaro vincitore. I due gruppi sono dovuti scendere a patti e la Clinton è stata accettata come Segretario di Stato, una posizione di altissimo profilo (il precedente segretario di stato era la Rice) per giunta accompagnata da una delega per l'India che la posiziona strategicamente nell'area più calda del pianeta, l'Asia centrale.

Un premio alquanto generoso per chi è stato apparentemente sconfitto. Un premio che è facile prevedere foriero di divisioni interne e problemi per l'amministrazione di Obama.

Divisioni che non hanno tardato a manifestarsi e che sono venute a galla in occasione della recente crisi iraniana: il presidente americano all'inizio aveva reagito con estrema pacatezza e senza sbilanciarsi in favore dei ribelli che accusavano il regime di Teheran di brogli. “Sta agli iraniani prendere le decisioni riguardo chi dovrebbe essere il leader dell'Iran” (“Meeting thuggery with coolness”, The Economist 18 giugno 2009), disse durante i primi gironi della crisi.

Un atteggiamento che è sembrato troppo prudente a qualcuno, ma che trovava appoggi in casa persino nelle alte sfere economiche, visto che il fondo dei Rockfeller (il Rockefeller Brothers Fund ) aveva nel frattempo certificato le regolarità delle elezioni sul Washington Post e tacciato di inconsistenza le accuse occidentali rivolte ai vertici persiani.

Dopo qualche giorno (il 23 giugno) Obama è sembrato concedere qualcosa alle richieste dei falchi, e si è spinto sino ad esprimere «Condanna» contro le «azioni ingiuste» del regime iraniano e «seri dubbi» sulla regolarità delle elezioni. (“Obama alza il tono con l' Iran «Repressione sconvolgente»
Corriere della Sera 24 giugno 2009)

Le divisioni sono riaffiorate in modo ancora più prepotente all'insorgere della crisi Honduregna, che ha visto Chavez e Castro accusare gli americani del colpo di stato mentre paradossalmente Obama tuonava contro i golpisti:

Barack Obama ha ribadito che per l'America il presidente dell'Honduras resta Manuel Zelaya. Quanto avvenuto domenica secondo l'inquilino della Casa Bianca «non è legale» e se il colpo di Stato in Honduras venisse accettato sarebbe «un terribile precedente» (“Caos in Honduras dopo il golpe. Obama: «Quanto avvenuto non è legale»”, Corriere.it 29 giugno 2009)

Ma nei fatti l'amministrazione USA non ha potuto fare niente contro i suoi nemici interni.

Altri sinistri segnali sono arrivati a cavallo tra i due eventi descritti. Il 26 giugno il Financial Times riporta in prima pagina un pezzo la cui pubblicazione non deve aver fatto passare sonni tranquilli a molte persone:

I fondatori delle dinastie dei Rothschild e dei Freshfields collegati alla tratta degli schiavi[**]

Un'accusa sostenuta da fior di documenti e che suona ironica quando si pensa alle voci che girano riguardo alla supposta sponsorizzazione di Obama da parte dei Rothschild (vedi il post “Pericolo di crollo”).

La Rothschild Bank si è scusata immediatamente senza neanche temporeggiare per dare un'occhiata ai documenti: paura che qualcuno possa far saltare fuori altri documenti che li mettano vicini ai nazisti? Suonerebbe ancora più ironico dato il supporto dei Rothschild alla causa di Israele, causa alla quale proprio i nazisti hanno dato (casualmente, si intende...) un fondamentale aiuto convincendo i poco accondiscendenti ebrei europei che era meglio cambiare aria.

Intanto, mentre a Washington gli oscuri pretendenti al trono si combattono, l'impero continua ad affondare.

Durante la trasmissione del 21 luglio “Il Grande Gioco”, in onda su Rai Due e condotta dallo scrittore e giornalista catanese Pietrangelo Buttafuoco, Igor Panarin, politologo russo, mentre paragonava Obama a Gorbaciov, ha ricordato un paio di episodi passati in silenzio tra i nostri mezzi d'informazione:

Nell'aprile del 2009 il governatore dello Stato del Texas ha dichiarato che questo Stato potrebbe recedere dalla confederazione. Inoltre ha pronunciato questo discorso durante un enorme meeting, in cui la folla scandiva le parole “Usciamo dalla compagine degli USA!”.

Dall'altro lato la crisi economica sta costringendo gli “yankee” a chiedere l'elemosina per continuare a mantenere almeno l'apparenza. La superpotenza spaziale non ha più i soldi per raggiungere la stazione spaziale internazionale ("Over the moon?" The Economist 16 luglio 2009):

Gli shuttle sono destinati a smettere di operare l'anno prossimo e già c'è il dispiacere per il vuota tra il ritiro e l'arrivo di un loro successore. Nel frattempo, la NASA sarà costretta ad usare un sostituto russo, il Soyuz, per poter mantenere le forniture alla stazione spaziale e per tenerla in funzione.

La stessa sorte era toccata agli astronauti russi una ventina di anni or sono.

Qualche tempo avevamo riportato le dichiarazioni di un pezzo grosso dei servizi segreti pakistani, tal Hamid Gul, riguardo al collasso statunitense nell'autunno di quest'anno (vedi il post "Pericolo di crollo":

“Nelle mie previsioni, verso la fine del 2009, Obama capirà che o abbandona la sua agenda di modifiche [all'assetto politico dell'Afghanistan e delle aree vicine, ndr] o dovrà trovare un modo per disimpegnarsi da impegni esterni [operazioni militari]”

Il 19 luglio il ministro della difesa USA, Robert Gates, ha dichiarato che «Non potremo stare a lungo in Afghanistan» se non ci saranno evidenti progressi entro questa estate. Gates ha continuato dicendo che «l’America è stanca e sono stanchi i suoi soldati». E stanchi sono anche i contribuenti di pagare. Soprattutto ora che non ci sono più neanche i soldi, per pagare.

Post correlati
L'ingresso dell'India
Saggezza orientale
Pericolo di crollo
Fuori dai piedi

---------------
[*] I Jedi della saga di Guerre Stellari non rappresentano altro che la massoneria, che protegge la “repubblica” operando nell'ombra ed alle spalle del popolo che continua ad eleggere mezzibusti senza potere. Ce lo dicono in faccia come stanno le cose....

[**] I media italiani hanno diligentemente riportato la notizia

[Continua a leggere...]

lunedì, maggio 25, 2009

L'ingresso dell'India

Lo scuotimento del subcontinente indiano a causa della spinta provocata dal conficcarsi del cuneo americano in Afghanistan ha propagato le sue onde sino a lambire le nostre spiagge.

Gli attentanti del novembre del 2008 a Mumbai, con il loro epicentro di fronte alla “Gateway of India” tra l'Oberoi hotel ed la Nariman House, un centro culturale ebraico di cui gli stessi abitanti della megalopoli indiana ignoravano l'esistenza, hanno dato il via ad una serie di eventi che hanno trovato sbocco solo nei giorni scorsi, con la conclusione delle elezioni politiche nazionali.

Secondo la versione ufficiale degli eventi, quasi tutti gli attentatori sarebbero rimasti uccisi nella carneficina. Tutti eccetto uno, un certo Ajmal Amir Kasab che, catturato, ci ha tenuto a confessare la militanza degli assalitori in una organizzazione terroristica basata in Pakistan (Lashkar-e-Taiba).

Questa “sopravvivenza” è condita da una strana coincidenza. Durante lo svolgersi di quei drammatici fatti, fu diramata una foto di uno dei criminali che fu subito ripresa da tutti i media del mondo, con numerosi giornali che la riportarono in prima pagina ed in grande formato. Lo stesso fecero in Italia i siti dei maggiori quotidiani.

La coincidenza risiede nel fatto che proprio quello sarà l'unico degli assalitori a sopravvivere. Ed è accompagnata da un altro fatto inquietante: il sito del Corriere della Sera presentò quella ed altre foto ponendo in evidenza la presenza di un braccialetto arancione (vedi foto a lato) e sottolineando nel titolo come quello fosse un simbolo indù, e non musulmano (“Mumbai, il giallo del braccialetto”, Corriere.it 27 novembre 2008):

“Dubbi sono sorti a causa delle immagini di uno dei terroristi, un giovane in maglietta e jeans che porta al polso un bracciale sacro indù, usato come un segno di riconoscimento da alcuni militanti estremisti indù.”

Fatto ancora più strano, malgrado la cosa sia giudicata tanto rilevante da dedicargli il sottotitolo, nel testo poi si sbiadisce tutto: le righe riportate sono le sole a dare spiegazione.

Non si può certo credere che quello fosse un estremista indù solo in base ad una foto sgranata. Più che altro sembra che si sia mandato un segnale che spiegasse i meccanismi che avevano portato a quegli attacchi.

I meccanismi dietro agli attentati di Mumbai li svela dettagliatamente Hamid Gul, ex numero uno dei servizi segreti pakistani (ISI), oggi nemico di Washington (“We are paying a huge price for US friendship”, Gulf News 3 gennaio 2009):

Interrogato su quella che dovrebbe essere la migliore linea di azione del Pakistan, a seguito degli attentati di Mumbai, egli ha detto: «Dobbiamo pulire la casa dall'interno, ma ciò non significa repressione solo su Lashkar-e-Taiba chiamandoli “attori non statali” . Ci sono gli attori non statali come la CIA americana che operano liberamente in Pakistan. Non so a che gioco che stanno giocando. Per quanto ne sappiamo, potrebbero avere utilizzato il loro peso qui, addestrato alcune persone per lanciarle a Mumbai. Lo Special Service group , il gruppo “Spider”, il RAW Indiano [ala di Ricerca ed Analisi], il Mossad israeliano - tutti fanno i loro giochi qui. Abbiamo anche Blackwater qui per addestrarci. Voi pensate che essi addestrano solo la nostra gente, o anche altra gente che agiranno su loro mandato? Chi ci ha guadagnato dal dopo-Mumbai?»

Ci hanno guadagnato gli americani, che ora potevano sperare di destabilizzare un Pakistan che stava pericolosamente scivolando verso la Cina e che ora invece scivola verso l'implosione dopo l'assassinio di Benazhir Bhutto e l'estromissione di Musharaff.

Ed in India ci ha guadagnato l'opposizione interna, il cosiddetto BJP (Bharatiya Janata Party) o partito estremista Indù (ecco dove puntava quell'articolo del corriere...) che in vista delle elezioni poteva assediare con successo il “Partito del Congresso” di Sonia Gandhi.

Il BJP viene fondato nel 1980, ma rimane fuori dallo scenario politico internazionale sino al 1992 (un anno fondamentale per la storia, come sappiamo bene in Sicilia). L'evento che quell'anno tiene l'India con il fiato sospeso chiarisce molti punti.

Il 6 dicembre nella città di Ayodhya gli attivisti del partito demoliscono una moschea (la Moschea di Babri) per poi costruire sulle sue rovine un tempio Indù: l'artificiosità delle motivazioni addotte contribuisce a tracciare un parallelo terrificante con gli eventi palestinesi.

Il BJP raggiunge poi il potere nel 1998, quando Atal Bihari Vajpayee viene nominato primo ministro (fortunatamente un moderato), per poi perderlo nel 2004. Sono questi gli anni dell'esplosione di Bollywood in occidente e del miracolo della Information Technology. Gli Stati Uniti sembrano avere un feeling particolare con il governo degli “estremisti indiani” e Bill Clinton visita Hyderabad promettendo persino un circuito di formula 1.

L'attentato di Mumbai lancia la campagna elettorale di questi volenterosi “muratori”, appoggiati dall'alta finanza indiana e dallo “stardom” liberale Bollywoodiano ed Hollywoodiano, alleati nell'oscar de “Il milionario”. Secondo Gul l'obiettivo dei “neocon americani” è che “l'India deve diventare il bastione dell'area che dia protezione allo stato di Israele”, un programma tracciato sin dai tempi dei tragici fatti del 1992.

Se ancora qualcuno ha dei dubbi su chi abbia ordito gli attacchi, le seguenti parole del presidente pakistano Asif Ali Zardari dovrebbero fugarli:

«[I terrosisti che hanno compiuto gli attentati a Mumbai sono] apolidi, gente senza stato che vuole tenere in ostaggio il mondo intero» («I terroristi di Mumbai sono apolidi», Corriere.it 2 dicembre 2008)

Zardari sta accusando quell'Entità formata dagli apolidi leader della finanza globale che tramite il cuneo afghano ed in vista del collasso americano, tentano di intromettersi nel secolo asiatico in modo da poter continuare a pianificare la “ricostruzione del tempio” usando lo scudo indiano.

Dopo aver visto chi ci doveva guadagnare da questi attentati, vediamo chi ci dovrebbe perdere (oltre al popolo indiano e al partito di Sonia Ghandi).

Ahmid Gul dice anche questo: "Questo scenario (...) indebolirà la Cina”, la quale aveva già raggiunto accordi con il Pakistan per uno sbocco sul Mare Arabico (“Pakistan: cresce l'influenza cinese”, Effedieffe.com 18 luglio 2007):

Gli investimenti cinesi in Pakistan sono cresciuti di colpo dopo l'invasione americana in Afghanistan, ed oggi hanno raggiunto i 4 miliardi di dollari. (...) Il più grosso progetto - iniziato nel 2002, con stanziamento congiunto di 1,6 miliardi di dollari - è la costruzione del porto a Gwadar, un paesello sulla costa del Baluchistan che si sta trasformando in una base navale militare e commerciale di evidente importanza strategica per la protezione delle rotte delle petroliere che portano il greggio dal Golfo Persico alla Cina.

Ecco dove si trova il punto d'incontro tra India e Stati Uniti. Smantellando il Pakistan e inserendo l'esercito indiano in Afghanistan, si blocca l'espansione cinese verso il Golfo e verso il Mediterraneo.

La Cina non è stata a guardare. Il 2 gennaio 2009 il presidente dello Sri lanka, Mahinda Rajapaksa, annuncia la caduta di Kilinochchi, la capitale amministrativa dei ribelli Tamil.

Lo Sri Lanka è stato coinvolto in una crescente spirale di violenza sin dagli anni 80, quando le sedicenti Tamil Tigers (LTTE) cominciarono a seminare il terrore nell'isola spacciandosi per dei liberatori desiderosi di voler proteggere la minoranza Tamil dall'oppressione Cingalese con la creazione di uno stato autonomo, un'idea instillata nei Tamil sin dall'ottocento dagli inglesi secondo la loro tipica strategia della “crisi sociale” impiegata per dominare ed indebolire le popolazioni sottomesse.

Mentre nel giro di poche settimane il cappio si stringeva intorno alle ultime posizioni dei feroci ribelli, tutti i media occidentali (più la fintoaraba Al-Jazeera) cominciavano ad usare la solita litania dei “diritti umani”. Stranamente a parti invertite rispetto a quello che era da poco successo a Gaza, dove ad usare come scudo i civili, secondo la versione ufficiale occidentale, erano i ribelli di Hamas.

L'inarrestabile avanzata si ferma quando oramai il LTTE si trova confinato in pochi chilometri quadrati e la vittoria è ad un passo. Che cosa è successo? Le lamentele occidentali continuano a prefigurare stragi di civili: il governo cingalese si è dovuto arrestare di fronte ad una chiara minaccia diramata tramite l'ONU. Se avessero continuato, tutti i civili presi in ostaggio sarebbero stati sterminati dai valorosi ribelli tanto simpatici ai giornalistucoli pseudo-sinistroidi italiani.

Per capire il ricatto bisogna tornare in continente. La parte meridionale dell'India è occupata dal Tamil Nadu, la vera patria di origine dei Tamil dello Sri Lanka. Lì i politici locali hanno sempre usato la causa dei ribelli isolani come arma contro il governo centrale. Ed è grazie agli appoggi locali (e forse anche a quelli anglosassoni...) che il leader delle Tigri il 21 maggio 1991 riuscì ad assassinare nei pressi di Madras (la capitale dello stato del Tamil Nadu) il primo ministro indiano Rajiv Gandhi (marito di Sonia Gandhi).

Mantenendo alta la tensione nell'isola, si volevano influenzare le elezioni indiane favorendo indirettamente il BJP. Per questo la guerra civile doveva durare sino alla chiusura delle urne. Detto, fatto. Non appena il 16 maggio i risultati elettorali vengono diramati, i Tamil si arrendono. Il piano “occidentale” però sostanzialmente fallisce ed il partito dei Gandhi vince ampiamente sia sul continente che nell'isola con la fine delle ostilità.

In Europa si scoprono le carte. Il Financial Times il 16 finalmente rivelava che “Pechino in pochi anni è diventato un fornitore d'armi e d'aiuti cruciale per lo Sri Lanka” (“Tigers' harsh taming”, 16 maggio 2009).

Mentre l'Economist lo fa pochi giorni dopo, dovendo ammettere a denti stretti che il governo cingalese poteva rispondere picche agli ipocriti richiami occidentali “nascondendosi dietro l'appoggio diplomatico di Russia e specialmente Cina” (“Tainted Triumph”, The Economist 21 maggio 2009). Ma tacendo sul fatto che senza il benestare del governo indiano Russia e Cina non avrebbero mai potuto osare tanto: ammettere questo avrebbe voluto dire ammettere una disastrosa sconfitta in tutto il subcontinente.

Sarà per questo “nascondersi” che le comunità Tamil in Sicilia hanno più volte chiesto aiuto al leader in pectore di una nazione pienamente inserita in questo gioco (“Genocidio nello Sri Lanka, I Tamil protestano davanti alla Rai di Palermo”, SiciliaInformazioni.com 10 aprile 2009):

I Tamil hanno scritto anche una lettera al governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, che, nei mesi scorsi, aveva espresso parole di solidarietà nei confronti della comunità di minoranza nello Sri Lanka.

Evidentemente ne sanno più degli stessi siciliani, e capiscono che quella è la porta a cui bussare per essere ascoltati a Mosca.

Forse i suggerimenti erano arrivati da Washington, visto che anche gli americani avevano inviato a Palermo la loro bella minaccia con il solito strano tempismo (“Allarme Usa, terrorismo a Palermo”, SiciliaInformazioni.com 10 dicembre 2007): “Attenti, quell’ufficio dei tamil in pieno centro finanzia il terrorismo internazionale”

L'India ha fatto il suo trionfale ingresso nel secolo asiatico.


Il BJP incontra Washington dopo gli attentati di Mumbai all'ombra di un fascio di rose rosse


--------------------------
Post correlati

Stati Uniti in Asia:
Saggezza orientale
Pericolo di crollo

L'Entità e la ricostruzione del tempio:
Il centro del mondo
L'obelisco del mondo (prima parte)
L'obelisco del mondo (seconda parte)
[Continua a leggere...]

domenica, dicembre 07, 2008

Lo scoop dell'anno

Il Consiglio è venuto in possesso di un documento eccezionale e riservatissimo che definire scottante è poco. E' per amore della verità ed abnegazione che si è deciso di pubblicarlo, malgrado i rischi ai quali ci esponiamo.

Si tratta nientedimeno che delle istruzioni date dai “pirati” somali agli armatori della Sirius Star (la petroliera Saudita rapita lo scorso 15 novembre e della quale ci siamo già occupati) per il pagamento del riscatto ed il successivo rilascio della nave e dell'equipaggio in ostaggio.

Abbiamo pensato di riportare tradotti dall'inglese solo i punti salienti del documento, dopo aver corretto i tempi dei verbi che per qualche strano motivo i “pirati” avevano deciso di mettere al passato.

Il documento è titolato con la seguente frase: "Il riscatto la chiave per il ritorno della Sirous Star" ed è corredato della foto qui riportata (rappresentante l'eplosione di una nave), come unteriore segnale di minaccia rivolta agli armatori.

Ecco la traduzione:

Gli armatori della petroliera Sirius Star hanno di fronte mesi di negoziazioni per ottenerne il rilascio.

(...)

I pirati potrebbero abbassare il riscatto richiesto dai 38 milioni di dollari richiesti. Essi sono ancora a bordo della nave.

(...)

Gli armatori devono pagare il riscatto (...) non hanno altre possibilità. Le autorità somale non sono in grado di lanciare i soccorsi, d'altronde un membro di un equipaggio di Taiwan l'anno scorso fu ucciso quando gli armatori della nave si sono rifiutati di negoziare.

(...)

Ogni tentativo di prendere la nave con la forza metterà anche a rischio le vite dell'equipaggio.

(...)

Non c'è rischio di azioni legali contro le aziende che pagano i riscatti.

(...)

L'armatore dovrebbe dare incarico ad un comitato per la gestione della crisi che prenda consiglio da avvocati e da consiglieri specialisti nel rischio aziendale.

(...)

I negoziati dovrebbero (...) durare circa 3 mesi ed è fondamentale che gli armatori chiariscano che il riscatto pagato sia il massimo che si possono permettere. Anche gli intermediari verranno pagati con somme elevate.

(...)

Quello che pagherete alla fine non è solo un riscatto ma anche una tassa per il recapito, che andrà da 500.000 dollari ad un milione di dollari.

(...)

I negoziati sono spesso costellati da minacce di violenze contro l'equipaggio della nave.

(...)

Dovete organizzare la cosa in modo da trasportare il denaro in una nazione vicina, quindi portarlo dalla banca ad una nave, trasportarlo sulla nave e portare la nave nella zona delle operazioni.

(...)

Il pagamento dovrebbe essere fatto per mezzo di un velivolo, che dovrebbe volare sopra la nave per controllare la sicurezza dell'equipaggio prima di sganciare il denaro.

(...)

Il pagamento per via marina è più rischioso perchè anche quella nave potrebbe essere sequestrata.

(...)

[I pirati] distribuiranno un grosso blocco tra i presenti, che quindi andrà su diverse navi più piccole in ammontare diversi.


Ora, come ben sapete qui non siamo giornalisti di professione ed il mestiere lo conosciamo poco. Ed è per questo che ora faremo qualcosa che un vero giornalista non dovrebbe mai fare per non mettere nessuno in pericolo. Noi non riusciremo a tenere nascosta l'identità dei nostri informatori. Cliccate qui e scoprirete questa identità.
[Continua a leggere...]