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lunedì, settembre 21, 2009

Ritorno a Camico

Popoli che perdono l'identità il senso della realtà c'è qualcuno che vuole cancellare la memoria modificare la storia perchè per mantenere il potere costituito bisogna manipolare il passato. E come è triste quando si rimane senza un minimo senso di appartenenza (...) di tanto in tanto mi rifugio nel passato (...) Fermate questo tempo frenetico voglio tornare a Camico.
Nuovi Briganti – Camico (1996)

Il mosaico umano siciliano è il frutto di un susseguirsi di migrazioni di svariata importanza dovute a fenomeni climatici, culturali o ad una commistione dei due.

Se per il periodo storico è possibile avere notizie documentali precise di detti movimenti, andando indietro nel tempo solo indizi archeologici o addirittura geologici e paleoclimatici possono venirci in aiuto.

Ad esempio, è grazie a dati archeologici che si è potuta mettere in dubbio la supposta migrazione dei Siculi, dei Sicani e degli Elimi da nord in tempi relativamente recenti (1200 a.c.) e la stessa esistenza in Sicilia di tre popolazioni differenziate geneticamente e culturalmente al tempo delle prime colonizzazione greche (vedi i post “Trapezio acrobatico” e “Da dove vengono i Siciliani”).

La leggenda di Minosse da sola basterebbe a smontare i moderni miti storiografici massonici ed a confermare i ritrovamenti archeologici. Il re cretese infatti sarebbe stato ucciso in Sicilia dalle figlie di Cocalo, re sicano, durante il suo viaggio alla ricerca di Dedalo, rifugiatosi a Camico, appunto la capitale del regno sicano.

Purtroppo però la civiltà minoica si eclissò nel 1400 a.c. circa: una incongruenza temporale inconciliabile e che non può essere giustificata con l'inesattezza del mito, spesso più fedele cronista degli storici che devono rispondere ad una autorità politica del loro operato.

Questo tentativo di forzare e mascherare fatti evidenti e di voler a tutti costi farci credere che le migrazioni che portarono l'homo sapiens in Sicilia provenissero da nord vanno inserite in un contesto molto più ampio che tende a ricostruire l'intera storia del genere umano indirizzandola verso una cosmogonia esoterica di stampo gnostico-pagano.

Nel caso specifico del percorso culturale dell'uomo, l'obiettivo è quello di provare, tramite la cosiddetta “scienza”, un origine africana unica del genere umano ed una sua diffusione nei cinque continenti per successive migrazioni a partire da circa 200.000 anni fa.

Questa visione servirebbe a convincerci che tutti gli uomini sono “uno” e che le divisioni culturali, religiose, o persino somatiche siano solo passaggi temporanei verso una nuova unificazione. Un processo evolutivo naturale e “buono”, che avrà come necessario corollario la scomparsa dei popoli (e la creazione di una moneta unica elettronica...).

La “scienza” che dovrebbe dimostrare questa visione altri non è che la gigantesca truffa della genetica. Ed il suo palco teatrale principale è sicuramente il Genographic Project del National Geographic.

Nel numero di Settembre della rivista è comparsa una mappa che riassume il supposto “viaggio umano” che falsi dati genetici raccolti letteralmente a casaccio dovrebbero confermare come realmente accaduto ("From Africa to Astoria by Way of Everywhere", 17 agosto 2009).



Uno sguardo veloce è sufficiente a capire come questa mappa presenti incongruenze e falsità evidentissime, bastanti a dimostrare come la stessa genetica, se veramente dovesse tendere a confermare le date e le migrazioni rappresentate, sia solo una bufala. Per lo meno nel modo in cui attualmente viene usata.

Come spiega il testo di supporto, l'uomo moderno si sarebbe evoluto da precedenti razze ominidi in Africa orientale circa 200,000 anni fa. Da lì sarebbe poi migrato sino a colonizzare quasi interamente il globo.

Le date e le direzioni di queste migrazioni sono alquanto particolari.

L'uomo moderno sarebbe arrivato in Nord Africa circa 70,000 anni fa e sarebbe uscito (finalmente...) dal continente nero dopo altri 20,000 anni, 50,000 anni fa circa.

A questo punto vi sono da notare due particolarità: la prima è che la diffusione dal medio oriente sino all'Australia è stata quasi istantanea (anche in Australia l'uomo sarebbe arrivato circa 50,000 anni fa), mentre ci sono voluti 30,000 anni per arrivare nell'Europa meridionale.

Non solo: di anni ce ne sarebbero voluti circa 50,000 per attraversare i pochi chilometri dello stretto di Gibilterra (seconda particolarità), mentre dall'altra parte della terra si affrontavano i viaggi transoceanici che avrebbero portato alla colonizzazione dell'arcipelago indonesiano.

E' possibile? E' possibile che in Asia l'uomo abbia cominciato ad andare per mare così precocemente, mentre nel Mediterraneo non erano capaci di salire su un tronco e fare qualche bracciata sino a Gibilterra o sino in Sicilia, la cui costa più volte durante i periodi glaciali si è trovata vicinissima a quella tunisina?

In realtà si sa benissimo che le cose non possono essere andare in questo modo. In Sardegna i reperti umani più antichi sono stati confermati come risalenti a circa 100,000 anni fa (reperti precedenti alla comparsa di homo sapiens in Europa). Ebbene, la Sardegna risulta essere stata isolata dalla terra ferma da tempi ben più antichi. Quegli “ominidi” devono essere arrivati lì via mare più di 100.000 anni fa!

Questa conferma potrebbe ora dare maggiore credibilità al lavoro del grande archeologo agrigentino Gerlando Bianchini che negli anni 60 diede un forte scossone al mondo finto-accademico mondiale scoprendo la presenza in Sicilia di manufatti umani risalenti sino a circa 500.000 anni fa! La critica fatta a questi ritrovamenti, che ponevano la maggiore isola del Mediterraneo quale testa di ponte della diffusione umana tra l'Africa e l'Europa, era proprio che mai Africa e Sicilia potevano essere state unite. Ora, grazie ai ritrovamenti sardi, sappiamo che anche allora i nostri antenati non disdegnavano l'avventura per mare.

D'altronde anche l'improvvisa sparizione dell'elefante nano (elephas falconeri) potrebbe avere una qualche relazione con lo svolgersi di una delle tante migrazioni umane. Simili improvvise sparizioni di fauna insulare a causa dell'arrivo di cacciatori umani sono state registrate in svariate aree della terra sin dalla preistoria.

E l'homo sapiens sarebbe stato per 50,000 anni a guardare l'altra sponda senza avere la tentazione di andare a curiosare di persona?

Il mistero diventa ancora più fitto (o forse la storia ufficiale più insensata... fate voi) proprio nel caso della Sicilia . Come detto al culmine dell'ultima glaciazione le coste siciliane e quelle tunisine erano estremamente vicine, venendo quasi a lambirsi (Vedi anche "Uno zoo simbolico racconta l' Europa glaciale", Il Corriere, 12 febbraio 1995).

Anche ammettendo una Sicilia disabitata, è possibile che questa vicinanza non abbia portato ad una colonizzazione massiccia dell'isola? Perchè i Sicani (o i Siculi o gli Elimi, che poi sono la stessa cosa...) non potrebbero essere arrivati da sud? E perchè una volta arrivati in Sicilia non avrebbero potuto attraversare lo stretto (a quel tempo emerso) e spingersi più a nord, sino a venire in contatto di quelle popolazioni proveniente dall'Europa e stabilitesi nell'Italia centrale?

I ritrovamenti archeologici ci dicono che non esiste una netta separazione tra i reperti della Sicilia nord-orientale e quelli del Sud Italia peninsulare. Piuttosto una variazione graduale e costante.

La verità a questo punto potrebbe essere quella da tutti sussurrata: i Sicani non erano altro che una popolazione berbera, e non indoeuropea. Un'eresia inaccettabile per la tirannica ideologia totalizzante ed “unificante” dell'Entità.

“Nei secoli recenti questi percorsi preistorici si sono riconnessi a New York ed in altri paradisi di immigrati”, scrive il National Geographic. Quale paradiso è più adatto a studiare queste “riconnessioni” della Sicilia?

Eppure se i Siciliani non sono un popolo indoeuropeo (almeno nei nuclei preistorici), ne consegue qualcosa di sconcertante per gli adoratori del sole. Il loro utopico “melting pot” non ha dato luogo ad una scomparsa dell'identità dei popoli, ma ad un suo rafforzamento.

L'umanità non ha percorso la sua strada in un unica direzione, dall'esplosione iniziale africana sino alla eventuale prossima ricongiunzione in un unica razza senza identità. Le migrazioni umane hanno fatto percorrere alle genti più e più volte le stesse strade, con rimescolamenti genetici che ne hanno modificato l'identità culturale senza mai annullarla.

In Sicilia flussi migratori e mescolamenti razziali senza paralleli nel genere umano non hanno minimamente intaccato l'identità del popolo siciliano. Ne hanno semplicemente modificato i contorni.

Tutto ciò fa crollare la teoria dell'origine unica. E non solo. Volgendo ora lo sguardo all'orizzonte, tutto questo ci mette anche la pulce in testa circa del prove “scientifiche” di ogni altra “teoria dell'origine unica”. Ed in particolare di due di esse. Due teorie che in fondo non fanno altro che ricalcare quella dell'origine unica della civiltà umana in modo sin troppo letterale: quella sull'origine dell'universo, secondo la quale tutto sarebbe derivato dall'esplosione (bing bang) di un singolo uovo, e la teoria evolutiva, secondo cui tutte le forme di vita sarebbero derivate da un solo organismo primordiale.

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Nota finale: recentemente la pagina della wikipedia relativa si Sicani è stata modificata in senso “sicilianista” (se così si può dire...). Quelli della wikipedia se la sono presa a male ed hanno segnato tutto in rosso, dalla probabile origine indoeuropea, alla dinastia del Kokalos, lunghissima in un periodo parallelo ai faraoni che va dal 2650 a.C. (fondazione di Camico) al terremoto di Thera (VIII secolo a.C.), sino alla osservazione ampiamente provata (vedi il post “Da dove vengono i Siciliani”) secondo cui non vi sia nessun reperto archeologico che possa essere di supporto a quanto affermato dagli storici greci. Consiglio vivamente di leggere la pagina prima che venga di nuovo modificata in senso “massonico”.

La canzone “Camico” del gruppo messinese dei Nuovi Briganti può essere ascoltata dal pagina di Facebook del gruppo.

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sabato, luglio 25, 2009

Cime tempestose

Le ultime elezioni presidenziali americane hanno visto lo svolgersi del duello più aspro in una fase diversa da quella solita del voto finale per la scelta tra un candidato repubblicano ed uno democratico.

Abbiamo assistito ad un braccio di ferro senza precedenti all'interno del partito democratico tra quello che sarà poi il futuro presidente ed una spietata Hillary Clinton. Quasi fosse quello il vero confronto elettorale per la vittoria finale.

Uno scontro che ha rischiato di lacerare il partito e di presentarlo diviso ed indebolito alla battaglia con McCain. Ed invece il duo McCain-Paulin durante la campagna elettorale ha goffamente proceduto di gaffe in gaffe verso una sin troppo ovvia sconfitta contro lo “sconosciuto” e giovanile Obama.

Quali poteri si stavano scontrando in realtà nelle primarie democratiche? Erano effettivamente McCain e gli elettori statunitensi solo una comparsa di un copione scritto nell'ombra?

Nel 2004, con la campagna elettorale per le presidenziali in corso, negli USA uscì il film “The Manchurian Candidate”, una sorta di psico-thriller politico nel quale si immagina un candidato presidenziale posto sotto il controllo di una lugubre organizzazione (la “Global Manchurian”) tramite un impianto inserito nel cervello.



Il film, vincitore dell'oscar, culminava nell'assassinio da parte dell'eroe di colore impersonato da Denzel Washington della coppia Meryl Streep – Manchurian Candidate, madre e figlio. Se accettiamo la neppur tanto vaga somiglianza tra la Streep del film e Hillary Clinton (foto sopra), allora ci possiamo permettere di cogliere nell'eroe di colore il futuro presidente, Barack Obama.

D'altronde Denzel Washington si è imposto al grosso pubblico impersonando con successo l'attivista politico afroamericano Malcom X, più volte messo in relazione con Obama.

Rimane il “Manchurian candidate”, il burattino, nella finzione del film decorato e reduce di guerra in Iraq.

Il film del 2004 è un rifacimento di una pellicola del 1962 dallo stesso titolo (“Va e uccidi” in italiano) nella quale la guerra a cui si fa riferimento è quella di Corea e non più quella irachena. Anche nel 1962 il reduce, dopo l'esperienza della prigionia in un campo di concentramento nemico, si candida alla presidenza. A controllarlo non sono dei “finanzieri” americani, ma i comunisti.

John McCain, candidato alle ultime elezioni per i Repubblicani, è un reduce di guerra del Vietnam. Durante il conflitto fu catturato e torturato dai vietnamiti, che lo condizionarono psicologicamente a tal punto da costringerlo ad effettuare alcune dichiarazioni anti-americane.

Ricapitolando, il Manchurian Candidate (McCain) del film è un burattino della Streep (Clinton) che a sua volta lavora per questa strana “loggia” segreta, la Manchurian Global.

Quell'epilogo violento prefigurato dal film, poi realizzatosi nello scontro “all'ultimo sangue” delle scorse primarie, racconta di acque non certo tranquille in cima alla piramide di potere occidentale.

Hollywood ha dato conto di questo scontro per il potere altre volte. Ad esempio nella saga di Guerre Stellari: nell'ultimo episodio (“La vedetta dei Sith”) ci viene mostrato il colpo di stato (vedi 11 settembre) effettuato di nuovo da una “loggia segreta”. Questa volta non si tratta della “Manchurian Global”, ma dei “Sith”. Dietro il presidente (George Bush) viene svelata la orripilante figura di un imperatore nero. Ed anche qui, il presidente-imperatore viene affrontato all'apice del dramma da un “Jedi”[*] di colore.

Queste fratture ai vertici, se effettivamente esistono, non possono che acuirsi nei periodi di crisi o di inarrestabile declino. Abbiamo già visto tutto questo nelle fasi terminali dell'impero romano, in cui i “principi” si succedevano a ritmo frenetico ed erano più espressione di gruppi alla ricerca di ricchezza personale che di un progetto per il dominio del mondo, come lo erano nelle fasi più gloriose della storia della città eterna.

Il duello tra “Obama” e la “Clinton” non ha comunque portato ad un chiaro vincitore. I due gruppi sono dovuti scendere a patti e la Clinton è stata accettata come Segretario di Stato, una posizione di altissimo profilo (il precedente segretario di stato era la Rice) per giunta accompagnata da una delega per l'India che la posiziona strategicamente nell'area più calda del pianeta, l'Asia centrale.

Un premio alquanto generoso per chi è stato apparentemente sconfitto. Un premio che è facile prevedere foriero di divisioni interne e problemi per l'amministrazione di Obama.

Divisioni che non hanno tardato a manifestarsi e che sono venute a galla in occasione della recente crisi iraniana: il presidente americano all'inizio aveva reagito con estrema pacatezza e senza sbilanciarsi in favore dei ribelli che accusavano il regime di Teheran di brogli. “Sta agli iraniani prendere le decisioni riguardo chi dovrebbe essere il leader dell'Iran” (“Meeting thuggery with coolness”, The Economist 18 giugno 2009), disse durante i primi gironi della crisi.

Un atteggiamento che è sembrato troppo prudente a qualcuno, ma che trovava appoggi in casa persino nelle alte sfere economiche, visto che il fondo dei Rockfeller (il Rockefeller Brothers Fund ) aveva nel frattempo certificato le regolarità delle elezioni sul Washington Post e tacciato di inconsistenza le accuse occidentali rivolte ai vertici persiani.

Dopo qualche giorno (il 23 giugno) Obama è sembrato concedere qualcosa alle richieste dei falchi, e si è spinto sino ad esprimere «Condanna» contro le «azioni ingiuste» del regime iraniano e «seri dubbi» sulla regolarità delle elezioni. (“Obama alza il tono con l' Iran «Repressione sconvolgente»
Corriere della Sera 24 giugno 2009)

Le divisioni sono riaffiorate in modo ancora più prepotente all'insorgere della crisi Honduregna, che ha visto Chavez e Castro accusare gli americani del colpo di stato mentre paradossalmente Obama tuonava contro i golpisti:

Barack Obama ha ribadito che per l'America il presidente dell'Honduras resta Manuel Zelaya. Quanto avvenuto domenica secondo l'inquilino della Casa Bianca «non è legale» e se il colpo di Stato in Honduras venisse accettato sarebbe «un terribile precedente» (“Caos in Honduras dopo il golpe. Obama: «Quanto avvenuto non è legale»”, Corriere.it 29 giugno 2009)

Ma nei fatti l'amministrazione USA non ha potuto fare niente contro i suoi nemici interni.

Altri sinistri segnali sono arrivati a cavallo tra i due eventi descritti. Il 26 giugno il Financial Times riporta in prima pagina un pezzo la cui pubblicazione non deve aver fatto passare sonni tranquilli a molte persone:

I fondatori delle dinastie dei Rothschild e dei Freshfields collegati alla tratta degli schiavi[**]

Un'accusa sostenuta da fior di documenti e che suona ironica quando si pensa alle voci che girano riguardo alla supposta sponsorizzazione di Obama da parte dei Rothschild (vedi il post “Pericolo di crollo”).

La Rothschild Bank si è scusata immediatamente senza neanche temporeggiare per dare un'occhiata ai documenti: paura che qualcuno possa far saltare fuori altri documenti che li mettano vicini ai nazisti? Suonerebbe ancora più ironico dato il supporto dei Rothschild alla causa di Israele, causa alla quale proprio i nazisti hanno dato (casualmente, si intende...) un fondamentale aiuto convincendo i poco accondiscendenti ebrei europei che era meglio cambiare aria.

Intanto, mentre a Washington gli oscuri pretendenti al trono si combattono, l'impero continua ad affondare.

Durante la trasmissione del 21 luglio “Il Grande Gioco”, in onda su Rai Due e condotta dallo scrittore e giornalista catanese Pietrangelo Buttafuoco, Igor Panarin, politologo russo, mentre paragonava Obama a Gorbaciov, ha ricordato un paio di episodi passati in silenzio tra i nostri mezzi d'informazione:

Nell'aprile del 2009 il governatore dello Stato del Texas ha dichiarato che questo Stato potrebbe recedere dalla confederazione. Inoltre ha pronunciato questo discorso durante un enorme meeting, in cui la folla scandiva le parole “Usciamo dalla compagine degli USA!”.

Dall'altro lato la crisi economica sta costringendo gli “yankee” a chiedere l'elemosina per continuare a mantenere almeno l'apparenza. La superpotenza spaziale non ha più i soldi per raggiungere la stazione spaziale internazionale ("Over the moon?" The Economist 16 luglio 2009):

Gli shuttle sono destinati a smettere di operare l'anno prossimo e già c'è il dispiacere per il vuota tra il ritiro e l'arrivo di un loro successore. Nel frattempo, la NASA sarà costretta ad usare un sostituto russo, il Soyuz, per poter mantenere le forniture alla stazione spaziale e per tenerla in funzione.

La stessa sorte era toccata agli astronauti russi una ventina di anni or sono.

Qualche tempo avevamo riportato le dichiarazioni di un pezzo grosso dei servizi segreti pakistani, tal Hamid Gul, riguardo al collasso statunitense nell'autunno di quest'anno (vedi il post "Pericolo di crollo":

“Nelle mie previsioni, verso la fine del 2009, Obama capirà che o abbandona la sua agenda di modifiche [all'assetto politico dell'Afghanistan e delle aree vicine, ndr] o dovrà trovare un modo per disimpegnarsi da impegni esterni [operazioni militari]”

Il 19 luglio il ministro della difesa USA, Robert Gates, ha dichiarato che «Non potremo stare a lungo in Afghanistan» se non ci saranno evidenti progressi entro questa estate. Gates ha continuato dicendo che «l’America è stanca e sono stanchi i suoi soldati». E stanchi sono anche i contribuenti di pagare. Soprattutto ora che non ci sono più neanche i soldi, per pagare.

Post correlati
L'ingresso dell'India
Saggezza orientale
Pericolo di crollo
Fuori dai piedi

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[*] I Jedi della saga di Guerre Stellari non rappresentano altro che la massoneria, che protegge la “repubblica” operando nell'ombra ed alle spalle del popolo che continua ad eleggere mezzibusti senza potere. Ce lo dicono in faccia come stanno le cose....

[**] I media italiani hanno diligentemente riportato la notizia

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sabato, luglio 11, 2009

Due stratagemmi

Il politico di primo piano non parla mai a vanvera. E Silvio, pur essendo un paramassone prestato alla politica, sa il fatto suo.

In più il Presidente del Consiglio ha la capacità di lanciare messaggi, minacce e stilettate confezionandole in piccoli “sketch”. Banali all'apparenza, ma con il potere di fare imbufalire i destinatari dell'affondo facendoli sentire sbeffeggiati dal contesto.

Lo abbiamo visto sia nel caso dell'abbronzatura di Obama, che quando pochi giorni fa ha ribadito la sua decisione di insistere nelle politiche anti-occidentali (vedi il post "Il nano, il sardo ed il cattivo").

Durante il discorso di presentazione del G8 dell'Aquila ne ha combinata un'altra delle sue. Si è intestato il merito degli accordi sul disarmo nucleare raggiunti recentemente tra Obama ed il presidente russo Medvedev, sostenendo che il miglioramento dei rapporti tra USA e Russia «premia gli sforzi dell'Italia» (“Berlusconi lancia le sfide del suo G8”, Corriere.it 8 luglio 2009).

Peccato che sia stato lo stesso Medvedev a smentire, almeno apparentemente («Gli Usa non sono più intransigenti, Con Obama soluzioni possibili», Corriere.it 5 luglio 2009): «Noi contiamo sul suo aiuto e sul suo sostegno di amico. Ma questo non vuol dire che comunichiamo con gli altri Paesi attraverso l'Italia e il capo del suo governo».

Una sbruffonata del Cavaliere o una calcolata provocazione?

Indiscrezioni provenienti da oltre oceano sembrano puntare verso la seconda ipotesi (“Berlusconi fa infuriare George Soros”, SiciliaInformazioni.com 8 luglio 2009):

Parrebbe che George Soros (79 anni il prossimo 12 agosto), il finanziere filantropo e multimiliardario capofila del cartello dei grandi sponsors finanziari - supporters politici “liberal”- del Presidente Barack Obama, martedì sia saltato su tutte le furie, ruggendo contro Silvio Berlusconi. La goccia che avrebbe cagionato l’ira del mentore del nuovo corso democratico alla Casa Bianca, parrebbe sia stata la conferenza stampa del Premier italiano di “presentazione politica” dell’evento G8. Esattamente, il fattore scatenante sarebbe stato quando il Cavaliere si è detto soddisfatto dell’accordo sul nucleare USA –Russia, attribuendo a se una parte concreta del merito sul raggiunto accordo, vista la sua intima amicizia con Vladimir Putin.

Possibile che Soros se la sia presa per una bestialità insignificante pronunciata da un politico locale in declino? Deve essere strato proprio l'accordo con i Russi a metterlo di malumore. Il commento del paramossane poi deve averlo fatto esplodere.

Perchè più che un accordo quello con i russi è stata una resa incondizionata, visto che non solo è stato Obama a scomodarsi ed a volare sino a Mosca a chiedere un po' di elemosina per l'ultimo pezzettino di impero rimasto, la guerra in Afghanistan (secondo gli accordi, “Una dozzina di velivoli americani al giorno per il trasporto di truppe ed attrezzature in Afghanistan potrà sorvolare la Russia. Questo permetterà di risparmiare tempo e denaro” - Barack, Dmitry—and (offstage) Vladimir, The Economist 9 luglio 2009), per giunta, mentre gli USA in cambio del permesso afghano dovranno rinunciare a importanti fette dei loro armamenti, da parte loro i russi non hanno concesso nulla, come conferma ancora l'Economist: “L'arsenale [nucleare, ndr] della Russia sta invecchiando velocemente, e non dovrà fare molto per raggiungere gli obiettivi[di disarmo previsti dall' “accordo”, ndr]. Tutto l'unilateralismo sbandierato da Washington sino a pochi mesi fa è scomparso.

Berlusconi ha certamente i suoi meriti in questo, avendo contribuito ad indebolire irreparabilmente la posizione degli USA nel Mediterraneo grazie alle manovre politiche siciliane, cosa che ha permesso ai russi di impossessarsi del manico del coltello.

Ecco perchè Soros è andato su tutte le furie sentendo quell'affermazione.

La sconfitta dell'ala atlantica e nordista del pdl (la corrente La Russa/Bondi/Alfano/Schifani, per intenderci) alle europee ha consegnato la Sicilia nelle mani di Lombardo e Miccichè e dei loro alleati orientali. Indipendentemente dal giudizio che ognuno può avere dei due, erano almeno 150 anni che i siciliani non avevano più potere reale a casa loro.

Lo spostamento definitivo dell'asse del potere mediterraneo verso sud costringe ora l'occidente a cambiare strategia. Se da un lato tramite “complotti” vari si deve fare in modo di accelerare il più possibile il tramonto di Arcore, che oramai funge solo da scudo alla preparazione del “partito del sud” a Palermo, dall'altro bisogna riorganizzare la propaganda anti-siciliana su due nuovi fronti.

Il primo stratagemma è quello classico della mafia, anche se dopo l'attacco suicida del sindaco di Gela Rosario Crocetta, che pur di metterci del suo nello smacco elettorale subito da Berlusconi in Sicilia non aveva esitato a sporgersi in favore di Raffaele Lombardo, allineandosi clamorosamente con Dell'Utri (vedi il post “Suicide Bomber”), questo è un fronte che offre poche possibilità di movimento.

Le fantasiose “rivelazioni” di uno dei soliti quotidiani inglesi (The Independent) non possono fare altro che tornare al passato, visto che nel presente c'è ben poco da accusare senza coinvolgere gli “amici” alla Crocetta:

“Il premier, minacciato da Cosa nostra, sarebbe sceso in campo per mettere a disposizione della malavita una delle sue reti televisive.” ("Berlusconi in politica per servire la mafia" LaSiciliaWeb.it 6 luglio 2009)

In pratica si sta capovolgendo la strategia usata sino ad ora: non è più il mafioso a fare lo stalliere ad Arcore, bensì Berlusconi a fare lo stalliere della mafia. Da carnefice direttamente a vittima. Questa riconversione è necessaria per spiegare come Lombardo e Miccichè possano essere riusciti a vincere senza rivelare al popolo chi veramente li appoggi da oriente. Ovviamente a questo punto molte cose non quadrano più. Ad esempio crolla il teorema P2, quello secondo il quale sarebbe stata la famosa loggia a controllare tutto in Italia, dalla stessa mafia sino al terremoto dell'Abruzzo.

Il secondo stratagemma per l'apertura di un nuovo fronte anti-siciliano è ancora più sorprendente. Ne avevamo parlato ancora prima delle elezioni: si sta mettendo in giro (nuovamente) la voce che l'“autonomismo” siciliano sia di matrice massonica. Nuovamente, perchè questa è cosa vecchia. Cosa detta dai Borbone per coprire i loro errori politici, e ripresa dagli stessi massoni italiani quando alla fine della seconda guerra mondiale il MIS rischiò di fare saltare il banco [*].

Dopo la strana lettera ricevuta da Blondet (“Lombardo (da alcuni dato come referente di un’associazione vicina al Bildeberg) scioglie la giunta siciliana a due settimane dal voto. (...)”, vedi il post “La sfilata di Tremonti”), che ha diramato l'ordine, ora si è passati ai fatti.

Su LiveSicilia.it il 3 luglio esce un articoletto a firma di Giuseppe Sottile: “La pax di Lombardo arriva fino al Grande Oriente”. L'argomento è insinuante al punto giusto:

La nomina del professore Gianni Puglisi a superconsulente della Regione con poteri che vanno dai Beni culturali all’alta formazione, dalla ricerca al sistema bancario e finanziario. Una sorta di Alto Segretariato per la programmazione molto simile a quello inventato dal governo Milazzo, alla fine degli anni Cinquanta, per l’avvocatissimo Vito Guarrasi, parce sepulto. (…) Lombardo e Miccichè lo hanno voluto arruolare piuttosto nella qualità, poco conosciuta alle masse popolari, di testa pensante della rivista “Hiram” diretta da Gustavo Raffi, Gran Maestro della loggia massonica di palazzo Giustiniani.

Ecco la lurida deduzione. Senza alcuna indicazione a supporto, Puglisi è stato arruolato dal Presidente per la sua affiliazione massonica. Avete mai sentito dire niente che Napolitano sia stato eletto presidente o Prodi primo ministro a causa delle loro simpatie massoniche? Eppure ambedue si sono più volte sbracciati in occasione di ricorrenze e convegni fraterni.

Ora però, visto che un massone dichiarato ha un posto di rilievo alla regione (non è il primo, né l'ultimo: si devono sempre tenere in conto tutti i poteri...), eccoci tutti “sottilmente” massonizzati.

A proposito, ecco come si è espresso il Blondet qualche hanno fa (quando ancora gli era permesso parlare) a proposito dei massoni alla Puglisi in una intervista rilasciata allo studioso calabrese Giuseppe Cosco:

Bisogna tuttavia stabilire che qui parliamo di massonerie che, però, non sono la normale massoneria. La massoneria, quella che conosciamo, è soltanto un vivaio, da cui vengono poi cooptate le persone fiduciarie per cerchie sempre più interne di cui non si sa assolutamente niente, solo ogni tanto viene fuori qualche notizia come, ad esempio, la società segreta di "Sckull and Bones" di Bush. In generale, quando si parla di massoneria non si deve intendere la massoneria che fa i comunicati sui giornali.

Quando qualcuno potrà portare degli indizi che suggeriscano che Puglisi sia stato “cooptato”, ne riparliamo.

Ma in realtà quell'articolo serviva solo da apripista per l'affondo dello stesso Sottile (“Né Lombardo, né Miccichè Il solo vincitore è Dell’Utri”, LiveSicilia.it 9 luglio 2009):

Dentro “Forza Sud”, sembra questa la sigla fortunata, ci sono gli uomini e i vettovagliamenti necessari, le lobby massoniche e i poteri forti; c’è una linea politica e c’è un forte legame con il territorio, simile a quello che la Lega di Bossi ha con il Nord. Cosa si può volere di piu’?

Ecco fatto. Siamo noi i massoni. Siamo noi la mafia, la P2, la Lega Nord. Cosa si può volere di più?

Il Sottile fa finta di non capire una cosa importante. Gli schieramenti politici non sono mai dei compartimenti stagni, ed il potere non si conquista dall'oggi al domani. Il processo di “pulizia” è lento e spesso poco lineare. Ma ciò che conta è l'indirizzo generale. Ed una notizia dei giorni scorsi è una chiarissima indicazione di quell'indirizzo.

La provincia di Catania, in mano a Castiglione, pupazzo del Sindaco di Bronte Firrarello, rappresentante etneo della corrente atlantica di La Russa e Bondi, si è inventato una bella delega ai rapporti con la base USA di Sigonella, per sottolineare (sin dai termini del comunicato stampa) ancora di più il costante servilismo verso certi poteri.

Quella delega è stata significativamente assegnata a Daniele Capuana, il traditore che alle amministrative di Motta S. Anastasia, paese la cui economia è fortemente condizionata dalla presenza delle base USA, aveva ritirato al sua candidatura con l'MPA in favore del candidato sindaco del PDL contro il volere del suo partito ed era stato per questo espulso dal partito.

Se la massoneria è schierata con Lombardo e Miccichè, allora in base al premio assegnato a Capuana che coraggiosamente si era rifiutato di assecondare queste fantomatiche "lobby massoniche", dovrebbe anche essere schierata contro il “patto atlantico”.

Vedremo chi riuscirà a cadere in questo stratagemma.

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[*] La ripropone oggi il Panvini in questo pezzo pubblicato da SiciliaInformazioni.com

Nell'immagine in alto, il "filantropo" George Soros. Qualche dettaglio in più lo potere leggere qui...

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domenica, aprile 26, 2009

L'obelisco del mondo (seconda parte)

Leggi la prima parte

Premessa: Secondo il Libro dei Re (7:21) il Tiro Chiram “21Eresse le colonne nel vestibolo del tempio. Eresse la colonna di destra, che chiamò Iachin ed eresse la colonna di sinistra, che chiamò Boaz. 22Così fu terminato il lavoro delle colonne.”. Poche parole che però sono abbastanza per permettere ad un esperto archeologo, quale il Prof. Negri, di asserire che “Il portale monumentale [del tempio addossato al Kothon di Mozia fu] realizzato dagli architetti tirii anche nel Tempio di Salomone a Gerusalemme”. Questo per mettere nella giusta prospettiva le “labili” tracce seguite in questi due post. Abbiamo chiuso la prima parte parlando del primo Tempio di Salomone. Apriamo la seconda saltando all'era del secondo Tempio. I fili sono tanti e complicati. Ma alla fine della storia alcuni di essi si ricollegano. Labili tracce che necessitano di parecchi approfondimenti.

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Lo scorso dicembre il National Geographic (versione inglese) andò tempestivamente in edicola con il mirino puntato sulla Palestina: appena in tempo per richiamare l'attenzione su un determinato periodo storico prima che l'esercito israeliano lanciasse la sua feroce offensiva su Gaza.

La copertina recitava: “Il vero re Erode [il grande, ndr] – Architetto della Terra Santa” mostrando i resti dell'imponente palazzo da lui costruito a Masada, ad oriente della Striscia di Gaza sulle sponde del Mar Morto. Ma tra le pagine patinate della rivista era qualcos'altro a farla da padrone: il Secondo Tempio di Salomone, costruito dal re giudeo nel 10 a.c.

Basta leggere tra le prime righe dell'articolo ("King Herod Revealed - The Holy Land's visionary builder") per rendersi conto sotto quale nuova luce si vuole ritrarre Erode il grande:

“Un leader astuto e generoso, un brillante generale, ed uno dei più immaginari ed energetici costruttori del mondo antico, Erode guidò il suo regno a nuove prosperità e potere. Malgrado ciò, oggi egli è meglio conosciuto come il viscido e omicida monarca del Vangelo di Matteo, che fece massacrare ogni bambino maschio in Betlemme in un tentativo senza successo di uccidere il neonato Gesù, il profetizzato Re dei Giudei. (...) Erode è quasi certamente innocente di questo crimine, del quale non vi è alcuna notizia se non nel racconto di Matteo.”

Si è più volte accennato al Vangelo di Matteo: è l'unico di tutti i Vangeli a riportare un episodio che però è diventato uno dei più famosi di tutta la vita di Cristo, la “Strage degli Innocenti”. L'unicità del racconto è sospetta da un punto di vista storico. Ma considerarlo una mera invenzione è allo stesso tempo ingenuo. Di tanto in tanto qualche commentatore parla di un modo per nascondere dietro dei simboli i sacrifici di infanti perpetrati da Erode.

Erode non era un ebreo “purosangue”: di madre araba, era figlio di un consigliere di stirpe Edomita del re dei Giudei. Gli edomiti erano i discendenti di Esau, fratello maggiore di Giacobbe, figlio di Isacco e nipote di Abramo. Il “meticcio” ascese al trono grazie al servilismo dimostrato verso i romani, nei fatti costringendo Israele al giogo romano sopprimendo gli aneliti di libertà dei suoi conterranei.

Ed è proprio questo lato “servile” del re giudeo che al National Geographic sembrano apprezzare maggiormente:

“L'accordo di Erode con i Romani, a lungo considerato un tradimento, ora comincia ad essere visto più come capacità politica”

Il parallelo tracciato da queste parole è sin troppo evidente per non saltare subito all'occhio. Si intravede, dietro queste due righe di esaltazione del ruolo “ascarico” di Erode, un nuovo regno di Israele sottomesso tramite il suo re ad un impero esterno in qualche modo simile a quello romano di 2000 anni fa.

Essendo questo il National Geographic si è subito portati a pensare all'impero “americano”. Ma su queste pagine abbiamo già spiegato come l'attuale impero americano non sia altro che una momentanea emanazione dell'impero neo-pagano dell'Entità, la piovra finanziaria apolide che controlla l'occidente.

Ma non fu propriamente Erode a consegnare gli Ebrei nelle mani di Roma. Egli si limitò a continuare la politica iniziata dal suo predecessore. I romani si inserirono nella lotta tra due fratelli per il trono di Giudea (Aristobulo ed Hycarnus) appoggiando quello che poi vinse (Hycarnus).

Quello che sembra differenziare Erode da Hycarnus è la sua opera architettonica, come richiamato dalla copertina. E la sua opera principale fu la ricostruzione del tempio di Salomone a Gerusalemme, di cui oggi rimane il famoso muro del pianto e sulle cui fondamenta si trova oggi la spianata delle moschee.

Ritornando alla figura di Erode, la sua riabilitazione ha provocato nei lettori cristiani del National qualche malumore, come testimoniato dalla lettere di protesta pubblicate nell'edizione americana di questo mese (aprile 2008). Ecco come risponde la redazione, focalizzando proprio l'episodio della strage:

Abbiamo ricevuto un gran numero di lettere di protesta per aver detto che Erode è quasi sicuramente innocente dell'infanticidio descritto nel Vangelo di Matteo (...). Confermiamo quanto detto. (...) Detto questo (...) l'uccisione di giovani ragazzi a Betlemme – o di chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui – sarebbe stata sicuramente consistente con la sua personalità.

L'aggiunta “chiunque altro che potesse rappresentare una minaccia per lui” non ci convince tanto. Che Erode fosse dedito a strani sacrifici lo conferma altrove lo stesso articolo:

Durante la sua ultima malattia egli progettò un piano per precipitare l'intero regno nel lutto dopo la sua morte, ordinando al suo esercito di imprigionare un gruppo di cittadini dell'elite giudea nell'ippodromo e di massacrarli quando la sua morte fosse stata annunciata.

Malgrado le ricercate parole, la verità è sin troppo ovvia: Erode aveva programmato un immenso sacrificio umano collettivo di ebrei. Come fare a non pensare che si dedicasse a certe attività anche da vivo?

Insomma, la domanda dobbiamo porcela: il tempio di Erode era veramente il tempio di una religione monoteista? Che riti si praticavano all'interno di quel tempio il cui ingresso ricordava (come per il suo predecessore) quello dei luoghi di culto dedicati a Baal e ad Astarte, culti che a Mozia abbiamo visto collegati al Tofet degli infanti sacrificati? Erano quelli veramente dei riti ebrei?

I collegamenti descritti sino ad ora potrebbero sembrare alquanto labili. Stiamo supponendo in pratica che questa Entità, più o meno coincidente con l'elite finanziaria globale, sia composta non da ebrei, come spesso sostenuto, ma da seguaci del culto di Baal. Sarebbero dunque loro a volere la ricostruzione del tempio.

Stiamo anche suggerendo che neanche i vertici del moderno stato israeliano siano realmente ebrei. Ma come Erode 2000 anni fa, seguaci di quei culti di origine fenicia. Gli ebrei sarebbero solo “ostaggi”.

Esistono degli indizi in questo senso. Ed i più lampanti sono tutti contenuti in un'altra opera architettonica: la sede della Corte Suprema israeliana, inaugurata nel 1992.

Per capire a cosa mi riferisco, basta andare su Google Immagini e digitare “corte suprema Israele”, o meglio ancora, in inglese “Israel supreme court”. Appariranno obelischi, piramidi e laghi sacri: sono tutti simboli inseriti nell'esoterica costruzione.

Nella foto a lato, sul tetto della struttura vediamo evidenziata la piramide con l'occhio, mentre in quella più in basso, tratta dal sito dell'ambasciata israeliana in Italia, si vede il lago sacro con il canale proveniente dall'interno di una costruzione. Altri descrivono nel giardino annesso un “obelisco egizio occulto”, dato dallo stesso canale visto in prospettiva.

All'interno della struttura è impossibile rintracciare i finanziatori del prodigio architettonico: una lettera in cui Dorothy Rothschild esprime l'intenzione di donare qualcosa per la sua costruzione fa bella mostra di sé.

Furono lei e suo marito Jones a fondare la Yad Hanadiv, una associazione dedicata al supporto di Israele che poi finanziò proprio la corte suprema.

Jones era figlio di Edmund de Rothschild, uno dei padri fondatori di Israele. In memoria del quale fu emesso anche un francobollo.

Rimane da stabilire se i personaggi nominati (da Erode il grande a Dorothy de Rothschild) siano ebrei o no. Se siano ad esempio seguaci del culto di Baal.

Abbiamo detto che Erode era un edomita. Riprendo da wikipedia le poche righe di descrizione del tipo di religione seguito dagli antenati del “grande” re:

La natura della religione edomita resta ampiamente ignota. Come parte della cultura cananea, si ipotizza adorassero divinità quali El, Baal e Asherah. Gli Edomiti potrebbero aver avuto come loro dio nazionale Kaus o Qos. [*]

Lo scrittore palermitano Salvatore Requirez nel suo splendido libro “Il Leone di Palermo” (Flaccovio Editore) ripercorre le vicende che caratterizzarono la parte discendente della parabola della famiglia Florio.

In uno dei capitoli si descrive un incontro a Palermo tra Ignazio Florio ed il barone Edmund de Rothschild, al tempo già impegnato nella causa sionista.

L'imprenditore palermitano chiedeva appoggio per le sue imprese, appoggio che il finanziere negò. Forse i Florio non si erano ancora accorti dei “nuovi dei che avanzavano”.

Il colloquio, nella finzione del romanzo, fu interrotto dall'arrivo di un amico comune: Giuseppe (Joseph) Isaac Spatafora Whitaker.

Post correlato:
Il centro del mondo

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[*] Da segnalare un altro importante particolare che si riallaccia al parallelo tra l'impero romano e quello dell'Entità: secondo la tradizione ebraica sarebbero stati proprio gli Edomiti a fondare Roma.

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mercoledì, aprile 15, 2009

L'obelisco del mondo (prima parte)

Venti di profezia
parlano di nuovi dei che avanzano
Il vuoto – Franco Battiato


Premessa: La storia scritta dai romani ci dice che le donne puniche dell'isola di Mozia, oggi nel trapanese, erano orgogliose di poter donare i loro figli appena nati per quegli assassinii rituali, tanto il potere era stato capace di manipolare il popolo.

Molti secoli dopo in quei placidi lidi sbarcarono gli inglesi, che si misero subito in affari impiantando produzioni di vino Marsala da esportare attraverso il loro impero.

Fu un (siculo) inglese, Giuseppe (Joseph) Isaac Spatafora Whitaker, proprietario dell'isola, a dare inizio agli scavi archeologici nel 1906, individuandone gli elementi principali: dal Tofet (il cimitero degli infanti sacrificati), al santuario del “cappiddazzu”, al Kothon.

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Gli scavi di Mozia sono oggi divenuti uno dei principali siti archeologici della Sicilia. L'attenzione è sicuramente giustificata, essendo questo l'unico insediamento fenicio in Sicilia ad essere giunto ai nostri giorni quasi intatto. Malgrado i libri di storia siano dimentichi a riguardo, i fenici prima dell'arrivo dei greci controllavano tutti i maggiori centri dell'isola incluse Siracusa e Catania (particolare questo che contribuisce a rendere poco credibile la supposta divisione dei popoli siciliani pre-greci in Elimi, Siculi e Sicani, vedi il post “Da dove vengono i Siciliani”). Costretti a retrocedere, l'ultima loro roccaforte fu l'isolotto dello stagnone di Marsala, conquistato da Dionigi, tiranno di Siracusa, nel 397 a.c.

Gli ultimi eccezionali ritrovamenti stravolgono completamente molte delle idee sul significato dei principali edifici della cittadina, in particolare quello del cosiddetto “Kothon”.

Un dettagliato resoconto dello stato attuale delle ricerche è stato pubblicato dalla rivista “Kalòs – Arte in Sicilia”, un prodotto editoriale di altissima qualità e che mette in risalto sempre il meglio della nostra storia e della nostra cultura.

L'articolo “Il lago sacro e l'obelisco”, scritto dal Professore Lorenzo Nigro dell'Università La Sapienza di Roma e pubblicato nel numero di febbraio-marzo 2007, rende noti ad un pubblico più vasto dettagli che suggeriscono un lungo filo, sottile ma resistente, che collega l'antica Mozia con l'era moderna.

Chi ha visitato il sito, incastonato tra i cristalli di sale dello stagnone, ricorderà come la guida turistica segnalava nel quadrante sud-occidentale dell'isolotto un “bacino di carenaggio” o porticciolo dove avrebbero riparato le barche dei pescatori, appunto il “Kothon” (vedi mappa dal sito dedicato alla campagna di scavi dall'ateneo de La Sapienza).

Le ultime scoperte hanno dimostrato che il significato di questo “bacino” è totalmente differente:

Nel suo impianto originario la vasca non era collegata con il canale che, apparentemente, la connette alla laguna dello stagnone di Marsala.

Particolare che non rende plausibile il suo utilizzo quale bacino di carenaggio. Invece, a ridosso del margine orientale del Kothon è stato scoperto un imponente edificio sacro, anch'esso distrutto da Dionigi di Siracusa nel 397 a.c.

La struttura di quest'area sacra presenta dei particolari di notevole interesse: oltre una porta monumentale affaciantesi sul Kothon, all'interno del perimetro del tempio troviamo degli elementi che ci avvicinano alle origini fenicie dei coloni punici di Mozia, e cioè un pozzo sacro ed un obelisco addossato ad una piccola piattaforma cultuale.

Dal pozzo e dall'obelisco si dipartono due condotti che poco dopo si uniscono per andare a terminare nel bacino del Kothon. Questi condotti sono da mettere in relazione con un'altra recente scoperta: sul lato settentrionale del bacino, una volta prosciugato lo stesso, sgorga la stessa sorgente che alimentava il pozzo sacro. E “se si ripristina il livello originale [di 2500 anni fa, ndr] delle acque dello stagnone (...) la sorgente non è più sommersa e riprende ad alimentare la vasca del Kothon e il pozzo sacro al centro del tempio. Il Kothon appare allora come una grande piscina d'acqua dolce, la cui funzione deve essere ricercata in ambito religioso.

Secondo il ricercatore questi condotti erano “per lo scolo nel sottosuolo e lo smaltimento dei liquidi” provenienti dal consumo di libagioni nell'area cultuale. Ma il termine “smaltimento” non sembra il più appropriato, quando il canale di scolo terminava all'interno del bacino sacro fulcro del rito. Più che ad un rifiuto, quello che arrivava al laghetto tramite le canalette dovrebbe essere associato ad una offerta. E' difficile credere che un semplice canale di smaltimento possa essere stato collegato al lago sacro.

In fondo, la funzione simbolica (o anche esoterica...) di queste offerte è spiegata poco oltre nell'articolo:

al tempio degli dèi Atargatis e Hadad a Hierapolis di Siria (De Syria Dea, 12-28), dove le libagioni venivano effettuate in memoria del Diluvio, versando acqua marina in una “voragine”, e stavano a rappresentare il ritorno agli inferi delle acque dell'abisso (fuoriuscite con il diluvio), dal quale doveva riemergere la vita

inoltre per “le acque e la loro presenza nei templi (...) non [si deve escludere] il più ampio e fondante significato che alle stesse veniva attribuito come elemento di connessione tra il mondo terreno e quello sotterraneo, dal quale doveva essere riportata la vita sulla terra in occasione della primavera. Il dio Baal, nei testi mitologici della città di Ugarit, riusciva nell'impresa affrontando il malvagio dio delle acque marine Yam, un successo che si doveva rinnovare ogni anno e che era propiziato dalla sua paredra Astarte e suggellato anche da precisi eventi naturali ed astronomici[*]

L'autore ci fa notare anche un altro interessante particolare, risiedente nella prospettiva offerta a chi dal bacino osservasse la porta monumentale. In questo caso l'obelisco apparirebbe inquadrato nel portale del tempio, “in un modo che possiamo immaginare grazie alle rappresentazioni scolpite sulle numerose stele del Tofet” (vedi figura a lato).

Non dovrebbe allora sembrare troppo azzardato mettere in relazione i sacrifici di infanti (seppelliti nel Tofet) con quei rituali che si sarebbero celebrati nel tempio, tanto più che secondo quanto rivelato da un'altra campagna di scavi dello stesso Nigro (“Mozia ed il segreto di Astarte”, Archeo luglio 2008) il culto di Astarte era sentitissimo a Mozia e che incidentalmente, tra le stele del Tofet di Mozia si sono ritrovate diverse statuette rappresentanti la dea.

Se i fanciulli venivano sacrificati ai piedi dell'obelisco, allora la canaletta avrebbe portato al lago come offerta il sangue di quelle piccole vittime come elemento propiziatorio in vista della battaglia tra Baal e Yam, tramite la sua associata Astarte (o Venere, il pianeta rosso).

I collegamenti tra i sacrifici umani, l'obelisco e l'acqua sgorgante dal sottosuolo sono stati suggeriti anche altrove. Un esempio di notevole forza scenografica proviene da un film : “From hell” o “La vera storia di Jack lo squartatore” nella sua versione italiana (vedi il post “Labirinto infernale”), successo hollywoodiano interpretato da Jhonny Depp.

Secondo la versione romanzata della torbida vicenda londinese, quegli assassini sarebbero maturati in ambito massonico e sarebbero stati eseguiti secondo determinati rituali. In questi rituali l'importanza dell'elemento acqueo nel film viene suggerita senza essere citata esplicitamente. Alcuni degli omicidi avvennero in giorni di pioggia (un diluvio simbolico) mentre in un altro caso una delle vittime si vedeva riflessa nello specchio di una pozzanghera (il lago sacro, appunto) prima di essere sacrificata. Nel frattempo un obelisco viene inquadrato nel film nelle notti in cui il killer (o la setta...) agiva (vedi immagine all'inizio del post o trailer film in basso).

Per quanto questi siano solo degli artifici narrativi non verificabili nella realtà, nei resoconti dei fatti di allora si ritrova un dettaglio tralasciato nel film ma pertinente. Vicino al corpo della seconda vittima, Annie Chapman, sotto un rubinetto dell'acqua fu trovato un grembiule di cuoio sporco di sangue ed inzuppato d'acqua, come se fosse stato lavato.

La simbologia di questo ritrovamento è fenomenale: il grembiule richiama l'ambiente massonico, lavato in acqua dopo (immaginiamo) essere stato sporcato di sangue, azione che richiamerebbe i riti di Baal descritti sopra. In quel luogo ed in quel momento storico poi richiama anche il Tempio di Salomone: nella realtà quello era un grembiule da macellaio, il principale mestiere degli ebrei nel quartiere di Whitechapel a Londra sul finire del XIX secolo.

Quel ritrovamento non avrebbe dovuto incolpare gli ebrei, come credette il popolo allora (e come preferirono credere gli inquirenti). Avrebbe dovuto indicare un luogo preciso, anche in virtù del fatto che i liberi muratori fanno idealmente risalire la loro origine proprio alle congregazioni dei manovali che costruirono quel Tempio.

Come rileva il professore Nigro nell'articolo pubblicato su Kalòs, “Il portale monumentale [del tempio addossato al Kothon di Mozia, ndr] era contraddistinto, inoltre, dalla presenza di due pilastrini inseriti all'interno delle ante, privi di qualsiasi funzione strutturale,e che devono essere considerati una rielaborazione punica di un classico apprestamento dei templi fenici, già descritto da Giuseppe Flavio (C. Ap. 1, 112-127) a proposito del tempio di Zeus (Baal Shamin) a Tiro, ossia la coppia di pilastri anteriori riccamente decorati e recanti probabilmente alcuni simboli divini (e realizzato dagli architetti tirii anche nel Tempio di Salomone a Gerusalemme, secondo la nota descrizione del I Libro dei Re, 7:21)

(Fine prima parte)

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[*] L'obelisco e le due stele eretti accanto al pozzo sarebbero allineati con il punto dove, al solstizio d'inverno (21 dicembre) sorge la costellazione di Orione, il Baal fenicio. Recenti “profezie”, riportate anche dal programma televisivo Voyager, indicano per la fine del mondo la data del 21-12-2012.

Sui fenici e sui sacrifici umani vedi anche i seguenti post:
Figli di (prima parte)
Figli di (seconda parte)
Figli di (terza parte)



Ten Bells: pub o ingresso del Tempio? (vedi a 0:36”)

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martedì, marzo 31, 2009

Pericolo di crollo

A seguito del dito puntatogli contro per i problemi d'atterraggio di Windjet a Linate, il palermitano Vito Riggio, presidente dell'ENAC è subito volato a Catania in occasione del completamento della nuova bretella di servizio della pista di Fontanarossa per cercare di riequilibrare la sua posizione assicurando i Siciliani di non avere alcuna intenzione di cedere a certi ricatti.

Le sue promesse di allungamento della pista sino a tre km però non ci dicono molto, visto che c'è sempre quel problemino da risolvere: sino a quando Sigonella rimarrà in mano agli americani, niente radar e niente scalo in Sicilia degno di essere considerato porta del Mediterraneo (vedi il post "Vista panoramica").

Nel breve periodo, che reali speranze abbiamo di vedere risolto questo “problemino”?

Le nuove strategie in politica estera statunitensi, nel mezzo del disastroso crollo della finanza globale, sono tutte concentrate intorno all'Afghanistan ed al subcontinente indiano, mentre le forze “alleate” sono in ritirata nel resto del pianeta, dall'Iraq, al corno d'Africa, al Sud America.

Nel gennaio 2009 Gulfnews, quotidiano di Abu Dhabi, ha pubblicato una interessantissima intervista ad Hamid Gul, ex direttore dei servizi segreti pakistani (ISI) e avversario temutissimo da Washington ('We are paying a huge price for US friendship', Gulf News, 3 gennaio 2009) . Gul negli ultimi 20 anni è stato coinvolto praticamente in tutti i principali eventi militari e politici svoltisi nell'area, dalla guerra dei Mujhaidin contro i sovietici, a quella dei talebani contro gli americani, sino ai recenti sviluppi politici interni (ma forse non troppo interni...) al Pakistan.

La chiusura del pezzo riassume il suo pensiero su quello che sta accadendo:

Gul è convinto che gli USA stiano subendo un collasso economico. “Nelle mie previsioni, verso la fine del 2009, Obama capirà che o abbandona la sua agenda di modifiche [all'assetto politico dell'area, ndr] o dovrà trovare un modo per disimpegnarsi da impegni esterni [operazioni militari]”.

Secondo lui, alla fine gli americani dovranno abbandonare tutto.

Diversi “cospirazionisti” hanno dato tinte sinistre a questo collasso ed a questa ritirata, arrivando a predire colpi di stato, guerre civili e secessioni a nord del Rio Grande. Ma ora a dire le stesse cose non è più solo qualche blogger stralunato, ma il grande occhio che tutto pre-vede dell'Economist.

Questa settimana in un articolo dedicato alla situazione interna della (presto ex) superpotenza (“Will there be blood?”, The Economist 28 marzo 2009) si citano dei dati secondo cui i cittadini statunitensi negli ultimi 10 anni avrebbero progressivamente perso fiducia in tutte le istituzioni americane (incluso il Congresso) eccetto una: l'esercito. Addirittura l'apprezzamento per l'esercito è salito con preoccupanti modalità sud americane del 52%! Il commento dell'articolista a questi dati è laconico: “Questi dati sono il pane di cui certi abominevoli movimenti si nutrono”.

L'Economist sembra anche suggerire che i primi preavvisi di problemi in questo senso si sarebbero già avuti nella vicenda dei bonus della AIG, in parte restituiti dai manager. Questo si deduce dalla considerazione secondo cui “il pericolo per Obama e per i Democratici al governo è che l'amministrazione si stia appoggiando pesantemente sugli investitori privati nei suoi vari piani di salvataggio. Questo inevitabilmente significa dare dei premi ad alcuni dei responsabili della crisi”.

La chiusura dell'articolo non lascia spazio a fraintendimenti: “Ma [Obama] potrebbe trovare la sua amministrazione sbattuta fuori corso o addirittura spazzata via dalla rabbia popolare Il titolo dell'articolo lo traduco ora, di modo che il suo significato sia subito chiaro: “Ci sarà del sangue?”.

Abbiamo già visto scene del genere all'altro capo del vecchio sistema, quando Eltsin prese il potere a Mosca.

Ma tra le righe dell'Economist si travisa (volutamente?) qualcosa. L'avvento di un regime militare (per chi ha gli occhi, negli USA preparato dalla versione interna della “war on terror” cioè l'onnipresente Homeland Security) non è, come suggerito, il semplice risultato del successo di “abominevoli movimenti” populistici (nel senso di “fascismo”). Quelli producono gli “stati di polizia”. Una dittatura militare è quasi invariabilmente la conseguenza di un vuoto di potere che nessuno riesce a colmare. In altre parole, all'improvviso è venuto a mancare chi comandava sino a quel momento ed ora nessuno è capace di sostituirlo.

Allora il problema è: chi comanda o chi ha comandato sino ad oggi a Washington? Ne abbiamo parlato su queste pagine. I loro simboli sono ovunque, sul retro delle banconote, nell'architettura dei centri di potere (dal Pentagono sino alla Casa Bianca), nei film di Hollywood, nelle canzoni. Ma se le cose dette qui non sono sembrate convincenti, allora citerò il più famoso “cospirazionista” di tutti i tempi: Silvio Berlusconi.

Al nostro (nostro?) caro Presidente, Obama era sembrato... “abbronzato”. Dietro il furbo commento si celano i solari manovratori del presidente americano, che avrebbe vinto le elezioni bagnandosi nella loro “gnostica” luce (vedi il post-immagine "Sotto i raggi del sole"). Il sole a cui si riferisce è quello della massoneria. O meglio, dei vertici della finanza mondiale. Dell'Entità, per come l'abbiamo definita noi (vedi i post "Il Vangelo secondo Giuffrè" e “Il centro del mondo”).

Tramite il periodico britannico essi non profetizzano lo loro stessa fine. Ma solo la loro uscita di scena da quella commedia: i “fratelli” sembrano in procinto di abbandonare la barca a se stessa. Come fanno i topi di solito durante un naufragio. Battono in ritirata.

Ritornando alla situazione Afghana, nelle condizioni interne delineate sopra l'insistenza in Asia centrale non ha alcun senso logico. Se Obama fosse dedito al benessere dei suoi sudditi, dovrebbe concentrarsi nella politica interna e, ascoltando sin da subito il suggerimento di Gul, lasciare andare tutte le avventure militari esterne.

Invece secondo l'editoriale dell'Economist della settimana scorsa (“How China sees the world”, The Economist 19 marzo 2009) “nel lungo periodo, se egli [Obama] non sarà riuscito a sedurre la Cina (e per lo stesso motivo India e Brasile) in maniera più ferma verso il sistema liberale e multilaterale entro il momento in cui lascerà l'incarico [che come detto prima potrebbe essere molto prima del 2012..., ndr], allora gli storici potrebbero giudicarlo come un fallimento”

Secondo queste parole, il Presidente degli Stati Uniti non dovrebbe preoccuparsi minimamente della situazione dei cittadini americani. Risolvere i loro problemi non è il suo obiettivo. Il fatto è che con tutta probabilità in Asia quei “topi” si stanno preparando la fuga per assicurarsi il futuro e l'unica vera preoccupazione del burattino è aiutarli ad ancorare “in maniera più ferma verso il sistema liberale e multilaterale” Cina, India e Brasile tamponando le falle della nave sino a quando possibile

I segnali in questo senso non sono mancati: dalla vittoria agli oscar di un film pseudo-indiano (Il Milionario) sino all'arrivo in Sicilia della comitiva cinese con a carico un 28% del finanziere di origini ungherese George Soros (vedi anche il post “Fuori dai piedi”).

L'aver citato quelle tre nazioni ha poi un altro importante significato. Esse infatti sono tre dei quattro componenti del cosidetto “BRIC”. Secondo Goldman Sachs entro il 2050 le economie delle BRIC combinate insieme potrebbero eclissare le economie combinate di quelle che sono oggi le nazioni più ricche del pianeta.

L'Entità sta cercando di spostarsi dall'attuale superpotenza, alle superpotenze del prossimo futuro, un futuro molto più vicino del 2050; praticamente prossimo (ma questo non si può dire senza creare panico). Verso tutte meno una: quella “R” sta per Russia, dove evidentemente non vedono alcuna speranza di poter continuare il loro delirio materialista.

I leader politici mondiali sono al corrente di tutto questo. E purtroppo anche il nostro caro pecoraio, che con il suo carrozzone, il Pdl, cerca di inserirsi in questo gioco pensando di fare il Mussolini della situazione e di continuare a pestare impunemente i calli a destra ed a manca.


I quattro dell'Apocalisse. Ma Silvio dov'è?


Nota finale: attenzione ai virus che circolano in rete. Se proverete a cercare notizie circa i finanziatori di Obama per capire se veramente l'Entitá abbia tra le mani il Presidente americano, potreste imbattervi in alcuni “cospirazionisti” che vi riveleranno che dietro tutto vi sia Rothschild. Ad esempio ecco cosa ci dice Sigismondo Panvini, scrittore e studioso siciliano:

Berlusconi con una battuta salace all’indirizzo del coloured Obama, non ha fatto altro che parafrasare un frase di Rothschild il quale nel lanciare la candidatura di Obama in una intervista disse che tifava per l’eletto presidente perché aveva idee fresche ed era nero.

L'estratto di questa intervista si può rintracciare facilmente su svariati blog. Eccolo:

“Ero molto eccitato dal fatto che sembrava fresco, plausibile e dal fatto che sia nero. A dire il vero io stesso vengo dal distretto di Chicago dove egli era un legislatore di stato ed ho sentito molte buone cose su di lui” “Egli era particolarmente interressante per me poiché... aveva idee fresche.”

Strano discorso... il Barone de Rothschild proviene dallo stesso distretto di Chicago di Obama?

In realtà tutta la storia è una bufala madornale. Il brano è infatti utilizzato totalmente fuori contesto ed il Rothschild in questione è in verità il Michael Rothschild, professore di legge all'università di Princeton, New York, che dice di aver sostenuto la candidatura del futuro presidente con... 250 dollari! Il suddetto Michael sarà anche un appartenente alla potentissima famiglia, ma da questa dichiarazione a dedurre l'appoggio del “barone” ce ne passa.

Potete leggere il tutto qui: http://www.dailyprincetonian.com/archives/2007/04/20/news/18183.shtml

Difficilmente si potrà mai trovare prova di certi appoggi. Questi si possono solo dedurre. Studiandone i movimenti (come in questo post) o stando attenti ai simbolismi. Ad esempio, il discorso inaugurale di Obama è durato 18 minuti, cioè 6+6+6, dettaglio riportato con insistenza dalle agenzie di stampa.


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lunedì, febbraio 02, 2009

Agire secondo coscienza

Un affezionato navigante ha mandato alcuni commenti riguardanti le recenti discussioni sulla situazione in Palestina e piú in generale sul confronto tra religioni monoteiste e paganesimo. Con il consenso dell'autore, ho pensato di postare il tutto, anche in considerazione del fatto che molti punti precisano in modo piú rigoroso i pensieri sull'argomento espressi dal blog approfondendoli. Non aggiungo qui alcun ulteriore commento, riservandomi di farlo in basso insieme agli altri lettori.

Abate Vella, volendo dibattere il tema delle tue riflessioni osservo. Dopo il crollo delle ideologie il potere, quello vero, è passato nelle mani della grande finanza internazionale. E’ qui, nel gruppo più ristretto e al vertice, a mio avviso, che va cercata l’entità (non la scrivo con la e maiuscola perché non mi pare il caso). Che attorno a loro girino altre sette, segrete, esoteriche o sedicenti tali lo ritengo ben probabile, ma chi muove le fila è la creme dell’alta finanza mondiale. Che questi signori stiano cercando di darsi un’ideologia è altresì ben probabile. Ad occuparsi di soli soldi in fondo resta meschino, non può costituire ragione di aggregazione tra i popoli ed il sentimento di potere sul mondo che deve aver preso questi individui potrebbe pur avergli dato l’idea di trovare un fondamento sovrannaturale. Qui potrebbe effettivamente entrare in campo il discorso delle religioni e del paganesimo, ma non sotto quello del profilo del sacrificio umano cui tu accenni. In realtà il sacrificio umano è presente non solo nella cultura celtica, o fenicia o azteca, bensì anche in quella greca (basti pensare al sacrificio di Ifigenia), in quella ebraica (Isacco), in quella islamica (il martirio in nome di Allah). Anche il cristianesimo, che non è il solo cattolicesimo, tiene presente la cultura del sacrifico umano, ma la supera, perché questa volta è Dio stesso fattosi uomo a sacrificare se stesso, per un nuovo patto che non richiederà mai più sacrifici umani. Il fascino vero che il paganesimo arcaico potrebbe esercitare sull’entità, sempre a mio avviso, sta nel fatto che costantemente in esso chi detiene il potere diviene egli stesso Dio, o meglio uno tra la cerchia ristretta degli Dei e dunque col conseguente potere di disporre a suo piacimento della vita e della morte dei normali esseri umani. Secondo me, la vera paranoia di questi signori potrebbe stare proprio in questo. Quanto agli israeliani, essi è probabile che ne sappiano qualcosa di più, ma non credo che essi asseconderebbero scientemente un tale piano, credo piuttosto che essi verrebbero cinicamente strumentalizzati dall’entità. Essi sono pure dei monoteisti, fieri avversari di ogni idolo pagano. Il loro conflitto con gli arabi è ancestrale e reciproco e proviene da un punto di fondo che sta comune in tutte e due le religioni. Entrambe sono delle società teocratiche e chiuse, tenute dal postulato secondo il quale solo il credente fa parte della comunità eletta. Il cristianesimo ha in realtà superato questo punto, perché per essere nel giusto, secondo Gesù, che pure destò scandalo per questo, non occorre necessariamente far parte di nessuna comunità, ma basta agire secondo la propria retta coscienza (vedi, per esempio, la parabola del centurione romano). All’entità così tornerebbe comodo, perché farebbe parte del progetto di regredire ad un paganesimo ancestrale, che israeliani e palestinesi si scannino a vicenda e gli israeliani, probabilmente, presi dal loro cieco furore o dalle promesse della loro fede o dai loro timori, negozierebbero (o meglio pagherebbero) anche la benevolenza dell’entità. L’atteggiamento israeliano di oggi costituisce comunque un errore politico enorme, perché nel momento stesso in cui cesserà la protezione, qualunque essa sia, nei loro confronti, si scatenerà contro di loro, da parte degli arabi, una vendetta spietata (e questo sarà il grande errore politico degli arabi). Ma anche questo, in fondo, starebbe bene all’entità, l’importante è che ci si continui a scannare sempre tra chi costituisce un argine al prevalere del paganesimo primitivo. Ma il problema grosso per l’entità, sempre a mio avviso, sarebbe costituito dal cristianesimo. I cristiani non si scannano con nessuno ed abbiamo visto il perché, ma non solo, essi rappresentano rispetto ad ebraismo e islamismo una originalità che contiene un dato del tutto peculiare e che costituisce un pericolo enorme per ogni despota o aspirante tale. In ogni religione Dio è il Signore, nessuna religione esclude dunque che si possano costituire delle gerarchie tra gli uomini. Il cristianesimo tutto (cattolico e no) recita invece “Padre nostro che sei nei cieli…”. Se ogni uomo è figlio di Dio, chi mai potrà osare di pensare di divenire suo padrone? Potrai usarmi violenza, potrai costringermi a qualsiasi cosa, ma giammai potrai essere il mio padrone, il despota della mia coscienza, perché io sono il figlio del Creatore dell’universo. Questa è la ragione, non scordiamolo, per cui i romani, estremamente tolleranti in fatto di religioni, si videro costretti a perseguitare invece i cristiani, che proprio per questo credo di eguaglianza e libertà delle coscienze minava i principi costituzionali del loro Stato. La battaglia contro il cristianesimo, da parte dell’entità, sarebbe più lunga, più subdola e difficile; ma in realtà una battaglia contro il cristianesimo, in ogni caso, è già in atto ed il metodo adoperato pare quello di uniformare, obnubilare, ottundere, anestetizzare, insomma attaccare proprio le coscienze. E’ comunque evidente che qui ci stiamo esercitando nel campo delle mere congetture e delle supposizioni, per cui non potrebbe nemmeno escludersi che ci muoviamo tra pure fantasie. Credo tuttavia che ci sia una certa lobbie, soprattutto nord europea, che tenga in genere a ripudiare i valori della civiltà europea, che provengono dall’esperienza del mediterraneo, in quanto secondo loro si sarebbero con forza sovrapposti a quelli loro originali. Saluti cordiali, Peppinnappa

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venerdì, gennaio 23, 2009

Napolitano si è fermato a Reggio

L'ultima volta lo abbiamo visto defilato riparare all'isolotto di Stromboli grazie alla scialuppa della capitaneria di porto, mentre a Palermo ben altro tipo di scialuppa portava ospite il Sultano dell'Oman.

Nei giorni scorsi (15 gennaio) quel povero Cristo di Napolitano non è più riuscito neanche a sfiorarlo il territorio della Nazione Siciliana e si è fermato oltre faro, in quel di Reggio Calabria, per una visita di due giorni. Tre chilometri più a sud l'Arcivescovo di Messina, Mons. Calogero La Piana, nel frattempo iniziava l'assalto per la liberazione della città di Messina rompendo il secolare silenzio sulla “cappa massonica” che avvolge la città:

«C'è una forma di ipocrisia che è tipica della nostra città. Una città che troppo spesso vive di effimero e di apparenza. E l'ipocrisia è l'espressione di una realtà più vasta che è la massoneria. La nostra è una città che vive sotto una cappa massonica che controlla tutto e tutti, che impedisce lo sviluppo per poter dominare tutto»

Ed a poco servono le allucinate parole di replica del Grande Oriente d'Italia che, a mezzo del notaio Silverio Magno, piccato, puntualizza (La Gazzetta del Sud, 14 gennaio 2009):

Nelle 11 logge [?] del Grande Oriente esistenti in città, non si discute di affari, né di politica; si parla di come sia possibile elevare l'uomo, affrancarlo dai “metalli” [??] che ne sviliscono l'esistenza (...) Riteniamo che Messina non abbia bisogno di fantasmi o di anatemi, ma usando espressioni a noi care, operai che sappiano lavorare le Pietre [???] della virtù, dell'altruismo e della disponibilità etc etc.

Servono a poco perché nel confronto tra il numero di logge citato dall'uomo di chiesa («tra 32 e 38») e quello dichiarato dall'avvocaticchio (e nell'ipotesi che nessuno dei due sia completamente uscito di senno) c'è la conferma dell'esistenza di numerose logge segrete che parlano e straparlano proprio di affari e di politica [*].

L'area dello stretto aveva già visto attestarsi i due nemici su queste posizioni in un'altra recente occasione. Per l'anniversario dell'immane terremoto di Messina, avvenuto il 28 dicembre del 1908, una particolare agenzia di stampa fu diramata da una massoneria sin troppo loquace negli ultimi tempi:

“(...) la massoneria calabrese del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani commemorerà l'evento con un concerto di musica sacra cui faranno da cornice una introduzione dello storico Santi Fedele dell'università di Messina e le conclusione del gran maestro Raffi.”

Anche Raffi, Gran Maestro dell'Oriente d'Italia, sembra essersi fermato a Reggio. E siccome il fraseggio dei comunicati stampa non è mai casuale, l'Arcivescovo ne deve aver tratto le conseguenze che lo hanno portato a pronunciare (ed era ora, direi!) l'anatema di cui sopra.

Altri strani movimenti che denotavano un qualche cambiamento, come l'accucciarsi di Sgarbi all'ombra di Lombardo ed il lento spostarsi dell'Innominato verso lo stesso, sembrano ora tutti preamboli al simbolico capolinea di Reggio al quale si sono fermati determinati poteri “occidentali”. Il nemico riconosce la nuova linea del fronte con una ritirata sperando anche di lasciare i Siciliani (ed i loro alleati “esterni”) al faro, impedendogli di raggiungere l'obiettivo finale: la Puglia, ultima speranza rimasta all'Europa per affrancarsi dal ricatto energetico russo.

Pochi giorni fa a proposito della crisi del gas nostrana (poi terminata in coincidenza di quella russo-ucraina) avevamo scritto che: "L'Italia è già divisa in due: la Sicilia e la “Padania” (...) Il sud Italia invece è ancora conteso (...). Ed è per via di questa contesa che il governo nazionale (svuotato di ogni reale potere) è surrettiziamente tenuto in vita (...). Sarebbe preciso interesse dei “padani” fare precipitare gli eventi staccando la spina a Montecitorio e lasciando che la Sicilia vada per i fatti suoi sin da subito senza più avere la possibilità di immischiarsi politicamente in questioni d'oltre faro."

Torniamo a chiederci: è veramente questa la situazione?

Non appena Napolitano segnala il capolinea di Reggio Calabria, improvvisamente tutti i nemici interni di Lombardo, da Castiglione, presidente della provincia di Catania e delfino di Firrarello, sino all'ascaro Enzo Bianco, ex sindaco della città etnea, prendono il treno. Ma non per ritirarsi definitivamente dall'isola. Solo per arrivare a Palermo. Ed accortisi, dopo qualche decennio, che ci vogliono ben 5 ore per percorrere 200 km, invocano finalmente la costruzione della linea veloce tra le due città, l'opera simbolo della libertà e dell'autonomia della Sicilia:

«E’ una vergogna contro cui bisogna battersi, al di fuori di ogni schieramento politico. Negli anni sia il centrodestra sia il centrosinistra hanno dimenticato il Mezzogiorno. Di fronte a situazioni come questa, dobbiamo battere i pugni sul tavolo tutti insieme, anche con iniziative clamorose come questa, per reclamare il diritto di essere una regione moderna che può guardare con fiducia al suo sviluppo»

Già, “negli anni” tuona Bianco... ma lui, ex ministro dell'interno, dov'è stato sino a ieri?

Insomma, tutto un crescendo che tende a stravolgere le posizioni e che porta allo scavalcamento della retorica autonomista del Presidente Lombardo da parte di quegli stessi che fino a pochi mesi fa chiedevano l'intervento dell'esercito nell'isola per ammazzare definitivamente ogni speranza di autonomia reale.

Con la ciliegina della clamorosa seduta all'ARS di ieri (21 gennaio) in cui “San Gennaro” ci ha fatto il miracolo, per dirla alla napoletana. Ecco come la racconta il quotidiano di Parlagreco:

I deputati del parlamento regionale per una volta si trovano tutti d’accordo, fanno pressing sul governatore Lombardo e votano all’unanimità due mozioni presentate dal Pdl e dal Pd, che mirano a salvaguardare gli interessi siciliani. Una, quella del centrodestra, applica l’articolo 37 dello Statuto, che prevede la riscossione da parte della Regione delle imposte pagate dalle imprese industriali e commerciali che hanno stabilimenti nell’Isola, ma sede centrale in altre Regioni d’Italia. L’altra, presentata dal Pd, primo firmatario il deputato questore Baldo Gucciardi, impegna il presidente della Regione Raffaele Lombardo a intervenire urgentemente affinché al disegno di legge delega sull’attuazione dell’art.119 della Costituzione sul federalismo fiscale, in discussione al Senato, vengano apportate modifiche “tali da rispettare la specialità siciliana e salvaguardare la piena attuazione delle norme sancite dallo Statuto autonomistico”.

Siamo al paradosso: mentre l'MPA rimane avvinghiato all'inconsistente stato italiano, lo stesso stato sembra volerci (finalmente...) mandare via per davvero. E Lombardo, legato mani e piedi non più a Roma o ad Arcore, ma a Mosca, non vuole acconsentire. Rischiando anche di essere veramente scavalcato e di vedersi nuovamente piombare l'insulso Napolitano a Palermo a riprendere possesso.

Se da un lato questa “richiesta” di separazione della Sicilia potrebbe essere una vera sfida dietro la quale si nasconde un insidioso tranello, dall'altro quali ragioni potrebbero esserci per continuare a temporeggiare?

Dall'unificazione ad oggi questa è la prima volta che la Sicilia si trova in una posizione di forza reale nei confronti di Roma. Applicando lo Statuto tutti i rapporti finanziari tra stato centrale e regione sarebbero regolati, costringendo Palermo a “vivere di quello che ha”. Tanto per fare un esempio, una volta applicato lo Statuto Berlusconi non potrebbe più “salvare” Catania. Visto che nel primo periodo di “autonomia” ci saranno sicuramente vacche magre per tutti, Lombardo potrebbe voler “spremere” il più possibile.

Abbiamo poi il “problema” russo. L'appoggio alla Sicilia non viene certo gratuitamente. Uno degli obiettivi russi è il controllo del sud Italia e della Puglia in particolare. Lombardo non può certo lavarsene le mani. Staccare la spina ora vorrebbe dire lasciare momentaneamente la preziosissima penisola pugliese all'Europa. Da qui la necessità di temporeggiare ulteriormente.

Rimane poi il discorso della sicurezza interna in Sicilia. Avere il nemico a pochi chilomentri di distanza non è certo una bella prospettiva. Come già detto altre volte, si rischierebbe una “belfastizzazione” di Messina. Quindi Lombardo ha le “sue” ragioni per voler fare le cose con calma. Vediamo quanto dovremo ancora aspettare.

E chissà che la prossima volta Napolitano non si debba fermare ad Eboli.

[*] Le parole del notaio non sembrano dirette a noi, ma ai poveri ingenui iscritti a quelle 11 logge ufficiali, la fede dei quali alle parole del prelato potrebbe aver vacillato infiltrando in essi il sospetto di essere semplici paraventi per le ben più significative logge segrete.
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sabato, gennaio 17, 2009

Pomodoro marcio

La fertilità dei terreni siciliani è nota a tutti. In queste contrade baciate dal sole ed asperse di cenere vulcanica la natura è generosa, e la sapiente mano del contadino ha saputo aggiungere del suo, creando varietà autoctone di ogni frutto o ortaggio conosciuto. In Sicilia si fa manipolazione genetica da millenni e con risultati molto più soddisfacenti di quelli ottenuti dalle multinazionali anglosassoni. Bisogna ammetterlo però: ogni tanto qualcuna di queste “manipolazioni” non porta i frutti sperati.

Una di queste creature mal riuscite è in mostra in questi giorni a Milano, dove fino al 22 marzo sarà possibile ammirare le “Grandi Opere 1972-2008” dell'artista oriundo siciliano Arnaldo Pomodoro.

L'interessante (?) notizia viene quaggiù diffusa da Claudio Alessandri attraverso le pagine di SiciliaInformazioni (“Pomodoro, in mostra le sue grandi opere 1972 - 2008: l'affaire del portale bronzeo del Duomo di Cefalù” del 9 gennaio) senza risparmiare invettive contro gli ingrati conterranei di cotanto artista.

Motivo della “raggia” (trad. italiano: rabbia), proprio quel portale indicato nel titolo. Nel 1997 l'allora Presidente della Provincia Regionale di Palermo, Pietro Puccio, ha deciso “l’affidamento allo stesso di un portone bronzeo da collocare a chiusura del portale del Duomo di Cefalù, fino a quel momento costituito da un portone ligneo risalente al XVIII sec. in pessime condizioni di conservazione e privo di qualsiasi pregio artistico [sic!].” Solo che ancora oggi quell'arido portone ligneo del 1700 rimane al suo posto. Nessuno in Sicilia sembra volere veramente collocare quell'opera all'ingresso della Sacra Dimora dei resti mortali dei gloriosi eroi normanni.

A noi che di arte siamo digiuni sinceramente quella porta (foto a lato) fa ribrezzo. Ma Monsignor Valenziano, il Vescovo che presiede l'Opera del Duomo, è uomo di mondo, per cui crediamo che Sua Eccellenza se non si è ancora pronunciato apertamente debba aver visto qualcosa di poco chiaro nell'opera. In particolare, lo strano disegno collocato sul portone sembra idealmente riallacciarsi ad un discorso spirituale diverso da quello previsto:



E se la cosa a qualcuno sembra casuale, andando sul sito del pelato artista (www.arnaldopomodoro.it) si nota come questa strana piramide con l'occhio sovrapposto di muratoria memoria sia (insieme ad altri di matrice simile) un motivo ricorrente della sua produzione.

Il sito è seminato delle sue opere: troviamo la gigantesca piramide-obelisco denominata “Punta d'Oro” per la laica Turchia dei generali (non realizzata). Poi la “Piramide della mente” descritta come “una grande costruzione piramidale, di cui rimangono visibili solo frammenti della base a sorreggere una lucente cattedrale fatta di raggi di luce, allo stesso tempo mentali e spaziali” e destinata alla californiana Silicon Valley (non realizzata). E così via attraverso sfere tutto-vedenti e pitagoriche spirali, sino ad arrivare al monumentale “In memoria di Giovanni Falcone” (foto a lato), così descritto:

"Per ricordare Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, Pomodoro ha pensato ad una gigantesca freccia che si spezza penetrando sotto l’autostrada Palermo-Trapani nel luogo dell’attentato, Capaci, per uscire dal lato opposto, come se una mano gigantesca l’avesse conficcata nel suolo spaccandone l’esile superficie, per poi piegarla verso l’alto sotto l’impatto di una forza tremenda. Il progetto, che prevedeva anche una sala memoriale sotterranea a pianta circolare [l'occhio, ndr], è rimasto sospeso nella fase iniziale e non ha avuto seguito."

Sarà. Ma a noi quella freccia senza base per l'inserimento dell'asta di legno ricorda sempre la stessa salsa: una piramide che messa lì, in agguato ad aspettare il passaggio dell'eroe pronta a scattare per travolgerlo, ci procura un certo disagio.

Ritornando alla questione della porta, anche il critico d'arte in odor di zolfo Vittorio Sgarbi si è messo nel mezzo come un cetriolo ed apparentemente disattendendo le nostre aspettative si è dichiarato contrario al piantare quei cardini nelle sacre pareti della “fabbrica”. Ecco come Alessandri descrive la cosa:

“guardandosi bene di affrontare la validità dell’opera dello scultore romagnolo, oppose una obiezione che evidenziava il suo grande acume artistico cioè, quell’opera importantissima avrebbe potuto trasformare il resto della “Fabbrica” in semplice cornice all’opera di Pomodoro”

Sgarbi non si è espresso sul valore artistico dell'opera, ma si esprime in modo sin troppo chiaro sul suo valore spirituale: “avrebbe potuto trasformare il resto della “Fabbrica” in semplice cornice all’opera di Pomodoro”. Quasi quasi si ci inginocchierebbe di fronte a quel “capolavoro”. Ma Sgarbi sa quanto sono sottili i Siciliani, e quell'opera è troppo sfacciata per i sudditi dei Normanni.

Dal sito del bucolico artista inoltre si apprende benissimo come non siano solo i presunti conterranei a rifiutare la realizzazione di certi progetti altamente spirituali. Addirittura la sua Porta d'Europa (a lato) era destinata ad una piazza di Bruxelles:

Questa porta è stata progettata per la piazza Montgomery a Bruxelles per celebrare i mille anni della fondazione della storica capitale belga ed ha un valore rappresentativo delle relazioni fra le nazioni europee; ma non è stata poi realizzata.

La foto offre la prospettiva vista dalla strada che vi sarebbe dovuta passare in mezzo, ed è evidente come l'ideale circolarità del movimento delle ante sulla rotaia (I due elementi della porta, articolati fronte e retro, sono disposti in modo da potersi muovere su una rotaia circolare) avrebbe creato la solita piramide troncata con l'occhio posto in cima. Come mai persino la Comunità Massonica Europea ha rifiutato un'opera così sublime? Si deve riconoscere che in quella cucuzza (trad. italiano: zucca) c'è del genio.

Il problema del Pomodoro è che le sue opere sono troppo esplicite, precorrono troppo i tempi. Pomodoro corre troppo. Lui è già maturo. Ma il popolo non è ancora abbastanza bue per tale solare rivelazione. Ed i Siciliani sono troppo sottili e taglienti per accettare in “dono” una porta da adorare come un idolo: alla prima occasione gliela sbatterebbero in faccia. La riprova si è avuta in un febbraio di fine millennio.

Quello zozzone dell'ex sindaco di Catania (no, non mi riferisco al “brasiliano”, così soprannominato per via di alcune sue debolezze tropicali, ma a quello precedente, Enzo Bianco) pensò bene di fare un regalo alla città in occasione della festa della Santa Padrona della città, S. Agata, nel 1999.

Egli fece realizzare al Pomodoro un immenso cero (simbolo della devozione dei catanesi a S. Agata) da collocare in una piazza cittadina che una volta acceso si sarebbe dovuto consumare durante l'arco dei giorni finali culmine delle celebrazioni, sino a spegnersi da solo l'ultimo giorno mentre il fercolo rientrava in cattedrale.

La Santa ci ha fatto il miracolo? Forse no, ma per lo meno avrà suggerito a qualcuno cosa fare per evitare che scendendo dalla montagna i devoti trovassero i catanesi adoranti un vitello d'oro (o meglio, di cera). Il giorno dell'accensione erano tutti presenti, dallo zozzone al transgenico artista. Ma niente catalizzò l'attenzione di tutti più delle attonite ed impaurite espressioni dei due mentre osservavano il cero sciogliersi nel giro di pochi minuti (circa 30) invece che nei previsti 3 giorni.

L'episodio fu ripreso persino da Striscia la Notizia, e poi condito da una voce rivelatrice diffusasi a Catania secondo la quale Bianco era stato preso per i fondelli da qualcuno che aveva fatto la cresta sulla qualità della cera. Sarà. Per fortuna la storia di quest'isola ci ha insegnato quanto velocemente certi “idoli” si consumano. E che cosa resta di loro.

Potremmo chiederci cosa resterà un domani di questo Pomodoro, allora. Il suo capolavoro dovrà conservarselo in scatola? La verità è che noi qui puntiamo ancora sull'agricoltura biologica. Di falsi profeti in patria ce ne sono già abbastanza in giro. La porta per ora può restare a marcire alla mostra di Milano.



Cero? Ma quale cero e cero: quello è un obelisco pagano, zozzoni!

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