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domenica, giugno 28, 2009

¡Que viva Canepa!

Il 9 ottobre 1967, nella giungla boliviana, moriva Che Guevara, eroe della rivoluzione cubana, preso prigioniero durante un suo tentativo di “esportare” la sua idea di socialismo facendolo uscire dalle logiche di non belligeranza della guerra fredda.

Il “Che” non si era adattato alla vita post-rivoluzionaria. Oltre ad essere un idealista era anche un uomo d'azione, una combinazione esplosiva che nel giro di qualche anno lo portarono alla tomba.

Già durante la campagna del Congo, in Africa, le prime divergenze con Fidel Castro (e con l'Unione Sovietica) vennero a galla. Il leader politico sapeva benissimo che più di quello che si era ottenuto (cioè la liberazione di Cuba dal dominio americano) non si sarebbe potuto. L'URSS voleva lo status quo. Si accontentava dello smacco subito dagli USA senza affondare il colpo.

Che Guevara, spinto dal suo idealismo, non sentiva ragioni. Neanche quella di stato.

Recentemente l'ultimo guerrigliero sopravvissuto in quella sfortunata spedizione boliviana, tal Dariel Alarcón Ramírez, detto «Benigno», ha ripercorso quei giorni fatali («Che Guevara tradito da Castro su ordine dell’Unione Sovietica», Corriere.it 25 gennaio 2009):

«I sovietici consideravano Guevara una personalità pericolosa per le loro strategie imperialistiche. Fidel si piegò alla ragion di Stato, visto che la sopravvivenza di Cuba dipendeva dall’aiuto di Mosca.»

I russi decisero che Che Guevara andava eliminato poiché il suo disegno “autonomista” faceva a pugni con il finto duopolio USA-URSS, mentre Fidel Castro, più pragmatico, capì subito come stavano le cose e scelse di salvare il salvabile.

L'alternativa sarebbe stato il fallimento totale della rivoluzione, poiché se la Russia avesse abbandonato l'isola caraibica, gli americani sarebbero subito tornati ed addio indipendenza. Il risultato è stato una durissima dittatura che però ha creato una nazione.

Il guerrigliero oggi accusa Castro di aver tradito la rivoluzione. Ma chi si mette alla guida di una nazione si può poi trovare in situazioni drammatiche, come quella di dovere scegliere tra la vita di un amico e quella di un popolo. Anche volendo, Castro non avrebbe potuto fare niente per l'ex compagno di lotta. Sarà la storia, inflessibile, a giudicare.

Il 17 giugno 1945, a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo, paesino alle falde dell'Etna, moriva in uno scontro a fuoco con i carabinieri Antonio Canepa, conosciuto anche come Mario Turri negli ambienti rivoluzionari siciliani.

Canepa era l'anima idealista dell'indipendentismo siciliano. Socialista, dopo aver fortemente avversato il fascismo ed aver organizzato sabotaggi anche importanti contro i tedeschi durante le fasi finali della guerra in qualità di agente al servizio degli inglesi (ricordiamo l'attentato all'aeroporto militare di Gerbini nella piana di Catania), si era avvicinato al sicilianismo credendo con questo di poter dare inizio ad un movimento più vasto che portasse la Sicilia a dare seguito alle istanze del popolo.

Il suo progetto andava ben oltre l'indipendenza. In una famosa sua pubblicazione (La Sicilia ai Siciliani) egli infatti disse:

«quando faremo la repubblica sociale in Sicilia i feudatari ci dovranno dare le loro terre se non vorranno darci le loro teste»

Canepa diventò il leader dell'EVIS (l'Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), un gruppo di guerriglieri messo in campo in una prima fase come deterrente contro Roma (i campi dell'EVIS, nei boschi di Bronte, non erano nascosti ma ben visibili con tanto di segnaletica stradale!).

Vi furono scontri a fuoco e vittime da ambedue le parti, ma non si arrivò mai ad un vero confronto militare con lo stato.

E se ogni rivoluzione ha il suo “Che”, ogni rivoluzione che non voglia vedere disperse le sue conquiste in breve tempo, deve avere il suo Fidel. Qualcuno cioè capace di gestire quelle conquiste, qualcuno capace di un compromesso.

Fu Andrea Finocchiaro Aprile il Fidel siciliano. Un leader capace di comprendere quando era arrivato il momento di fermarsi perchè più oltre non si poteva andare. Un leader che risucì ad accettare il compromesso dello Statuto Autronomistico che di fatto riconosceva la Sicilia come Nazione.

Ma Canepa non si sarebbe mai arreso, ed il MIS non potè fare niente per salvarlo dal suo stesso idealismo. Quando USA e URSS si accordarono sul nuovo assetto mediterraneo, lo stato chiese la testa del professore di dottrine politiche. Senza quella minaccia militare sventolata sotto il naso all'invasore, il compromesso dello Statuto non si sarebbe mai raggiunto, ed oggi non avremmo alcuna arma per difenderci dalla violenza dello stesso aggressore.

Oggi, mentre a Roma ancora vi sono siciliani che tentano di manomettere quello Statuto, Canepa riposa al viale degli uomini illustri del cimitero di Catania, accanto a Giovanni Verga e ad Angelo Musco.

In alto, il cippo posto sul luogo dell'agguato a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo (CT).


Come eravamo, come saremo

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ieri siamo stati al cippo a commemorare i nostri eroi caduti per l'indipendenza della Sicilia. Trasmette un'emozione fortissima quel mistico luogo. Tutti i Siciliani dovrebbero conoscere questi eroi.

ANTUDO

www.voraszancle.org

rrusariu ha detto...

Viareggio Luglio 2009
Nulla avviene per caso, ho letto i vari commento dal sito don Chiosciotte e le argomentazioni sono tante.

Cmq il fatto che il pecoraio doveva portare i suoi porci a pascolare tra le savane africane ed avrebbe poputo incontrare un capraio persiano non penso sia casuale.

Lombardo penso stia "riflettendo", ovvero aspettare la "caduta degli dei", almeno avremo un siciliano e non due milanesi pilotati come in sardegna e in abruzzo.

A settembre 9/9/9 o arriversa avremo un "subbuglio" or una night-mare, il pecorario continua a predicare ottimismo ma le pecore continuano a sparire...