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domenica, novembre 04, 2007

Siciliani coraggiosi

Ha aperto ieri (3 novembre) a New York, al museo di Ellis Island, una interessantissima mostra sull'emigrazione siciliana verso gli Stati Uniti dal titolo "Sicilian Crossings" (vedi il manifesto).

Il professore Saija, curatore della mostra e direttore del circuito dei musei siciliani, ci ha gentilmente inviato il comunicato stampa ufficiale dell'inaugurazione, che alleghiamo al post.

La mostra contiene un sezione particolarmente interessante, riguardante le motivazioni che spinsero questa gran massa di siciliani a cercare fortuna oltre oceano.

Essendo essa curata dalla Regione Siciliana, probabilmente non troveremo quelle realtà "scomode" che tutti noi stiamo cercando di riportare alla luce e di diffondere tramite le nostre ricerche e le nostre analisi, ma è pur sempre un passo nella giusta direzione. Per la prima volta infatti ci vediamo protagonisti di un evento ufficiale quale Popolo Siciliano con dei confini culturali ben delimitati.

Ripeto, non è un passo da poco. Possiamo quindi capire quella caduta di tono, che troverete sia sul comunicato ufficiale sia sull'articolo de La Sicilia (non più presente sul server), in cui si parla di "un'altra Italia". Una conclusione sicuramente forzata e priva di logica.

Meno capiamo invece cosa ci trasi la mafia.

Chiunque abbia la possibilità di visitare l'evento di persona o di mandare amici e parenti residenti negli Stati Uniti, può recapitare le sue impressioni (positive o negative che siano) o eventuali documenti (video, commenti audio, foto) ad abatevella@hotmail.it così che si potrà fornire un feedback a tutti coloro i quali non potranno partecipare.

La mostra rimarrà aperta sino al 3 febbraio 2008.


Con la Sicilia sempre tra i ricordi


Comunicato Stampa:

La Sicilia dell`emigrazione

in mostra a New York

NEW YORK - (2 nov. 07) Una mostra allestita all`Ellis Island Museum, l`isoletta a cinque minuti di battello da Manhattan che ospita il piu` grande museo mondiale dell`emigrazione, racconta in 120 pannelli la storia dei siciliani che scelsero la via degli States e la sfida di un`avventura per molti rivelatasi felice. Un secolo in mezzo di "Sicilian Croissing", titolo dell`esposizione, che comincia dalle cause di un flusso emigratorio gia` dalla fine dell'Ottocento imponente.

E allora, perche` partirono ? Probabilmente non solo per la condizione economica conseguente alla difficolta`di esportare agrumi, alla crisi delle miniere di zolfo e di pomice; vigneti distrutti dalla fillossera, riduzione del lavoro nelle tonnare e nelle saline, pressione della mafia nel controllo delle masse contadine. Contribui`anche un forte elemento di attrazione determinato dalla fomidabile campagna promozionale messa in atto dagli agenti marittimi che avevano dalle Compagnie di navigazione una robusta provvigione sui biglietti per l`America, tanto da mettere su, persino nei piccoli centri dell`interno, una rete di sub-agenti cui veniva riconosciuta una meta dell` intero 3 per cento del costo totale del viaggio. Manifesti e messaggi che lasciavano spazio al sogno di un`America con pavimenti lastricati d`oro e lavoro in quantità, tanto da non doverlo cercare: 'Gia` sul molo qualcuno vi avvicinera` per dire cosa volete fare. Sarete voi a scegliere'.

In centoventi pannelli, realizzati dalla "Rete dei musei siciliani" e curati da Marcello Saija, presidente dell`organismo, c`e tutto il sogno americano: dal cosa e` stato a determinarlo, al come e dove si e` realizzato. Alla mostra "Sicilian Croissing" hanno partecipato i musei siciliani dell`emigrazione di : Salina, Savoca, Giarre, Canicattini Bagni, Ragusa, Acquaviva Platani, Santa Ninfa.

Cinque sale in cui trovano spazio sentimenti, testimonianze, scene struggenti sul molo, le valigie di cartone tenute da lacci, le paure dei momenti immediatamente precedenti all`abbandono, l`ansia determinata dalla visita medica, dalle formalita` dell`ultimo momento; poi le lacrime e i fazzoletti sventolanti sulla banchina e sulle navi che prendono il largo dai porti di Messina e Palermo. Nella terza galleria l`impatto con la nuova realta` e dopo il pasaggio da Ellis Island, tappa obbligatoria, la via di Manhattant, o di Chicago Little Italy, Rochester, ecc. Nelle ultime sale il ruolo delel societa` di mutuo soccorso che ciascuna comunita` ha costituito e alcune delle quali ebbero rapidamente considerazione e prestigio fino a diventare interlocutori delle principali industrie americane nella segnalazione dei lavoratori da assumere. Ma non solo perche` rappresentarono un catalizzatore aggregante per le famiglie gia insediatesi e quelle in arrivo.

La mostra sara l`occasione per presentare il nuovo Notiziario on-line di emigrazione e immigrazione con cui la Regione Siciliana intende offrire a questa altra Italia nel mondo un ponte di dialogo e alimentare un rapporto che dagli italiani in America e` fortemente sentito e sollecitato: "Qui Sicilia", affidato alla direzione del giornalista Mario Cavaleri, li informera' su normativa, questioni sociali e quant`altro puo` essere d'interesse, ospitera` contribuiti e proposte, dara` spazio ai protagonisti di questa avventura. Argomenti che saranno ripresi nella rivista trimestrale "Neos" il magazine di ,"Qui Sicilia" il cui primo numero sara` distribuito domani.

Inaugureranno la mostra il console generale d`Italia dott. Francesco Maria Talo` e l`assessore al lavoro della Regione Siciliana on. Santi Formica; presenti tra gli altri il sen. Enrico La Loggia, il presidente della Corte dei conti di New York Thomas Di Napoli, i rappresentanti dello Stato di New York e delle associazioni italo americane.



11 commenti:

PER LA SICILIA ha detto...

NUOVO LUOGO DI RIUNIONE DEI SITI SICILIANISTI...

http://www.perlasicilia.altervista.org

Gonzalo ha detto...

Scusate l'OT, che ne pensate di questa lettera pubblicata sul sito www.effedieffe.com

03/11/2007
15.30
Sulle lettere dei meridionali...


Caro Blondet,

non le sembra che i suoi detrattori meridionali si giustifichino come fanno i negri americani che incolpano i bianchi di ogni male e pretendono privilegi, botti piene, e mogli ubriache ?

Marco S.
Pechino

RISPOSTA

Ohimè, purtroppo sì.

Maurizio Blondet

Abate Vella ha detto...

Gonzalo,

permettimi una risposta concisa ed ironica:

del padano reazionario Blondet che pubblica lettere e commenti razzisti sul suo inutile giornale-copia di tutta la spazzatura mediatica italiana non ci potrebbe interessare di meno. Se però hai qualcosa di interessante sul soggetto, saremo felicissimi di leggere un tuo post...

OT chiuso, spero...

Anonimo ha detto...

A colpi di repressione, la Sicilia divenne italiana

di Maurizio Blondet


Alle radici della vocazione indipendentista dell'isola. Un saggio di Spataro rivede alcuni luoghi comuni


Nel settembre 1866 a Misilmeri gli insorti uccisero 31 carabinieri e li fecero a pezzi; a Ogliastro, i corpi di tre militari piemontesi, denudati e mutilati, furono trascinati per le strade; a Taroni quattro carabinieri si suicidarono, gridando "Viva l'Italia", per non cadere vivi nelle mani dei ribelli siciliani. La Sicilia era insorta contro l'Italia dei Savoia, sei anni dopo l'unità (o l'annessione), con atrocità e ferocie che ricordano la Vandea e il Vietnam.

In quei giorni, la flotta inglese incrociò davanti a Palermo "pronta, se la battaglia si fosse risolta a favore dei ribelli, a stabilire nell'isola un governo provvisorio protetto da Sua Maestà britannica".
Così lo storico e giornalista Mario Spataro nel suo I primi secessionisti.

Separatismo in Sicilia, 1866 e 1943-46 (Edizioni Controcorrente, Napoli, pagine 371, lire 40 mila). Una parte non piccola del fascino dei libri "revisionisti" (e questo lo è al più alto grado) consiste nell'aprire la vertigine storica della possibilità; nel mostrare i nodi in cui la storia avrebbe potuto divaricarsi, ed essere stata diversa. Nel 1866, la Sicilia poteva diventare un protettorato britannico, come Malta.

Fra il 1943 e il 1944, occupata dalle truppe alleate, la Sicilia avrebbe potuto diventare uno degli Stati Uniti d'America, o uno stato indipendente; e di fatto per diversi mesi i siciliani si autogovernarono sotto il protettorato militare Usa, e fu "un'autogestione priva di burocrazia e ricca d'iniziative commerciali e industriali", appoggiata esplicitamente dagli angloamericani.

Una cosa si deduce dalla lettura di questo libro anomalo: che la Sicilia, se è rimasta italiana, non è l'ha fatto certo per sue naturali propensioni. Al contrario. Spataro documenta - in modo convincente, il che è peggio - come l'italianizzazione del popolo siciliano sia stata ottenuta, a fatica, a forza di repressione e trame sporche. Nel 1866, la rivolta siciliana fu domata da sei fregate e corazzate savoiarde che bombardarono e mitragliarono Palermo: la flotta italiana, "reduce dalla vergogna di Lissa" dov'era stata disfatta dall'inferiore flotta asburgica, si rifece massacrando il popolino dell'isola.

Il 22 settembre 1866 sbarcò a Palermo il generale Raffaele Cadorna, padre di colui che sarebbe stato disfatto a Caporetto, inviato da Ricasoli come "commissario regio con poteri straordinari": costui istituì tribunali speciali, fucilò e incarcerò in abbondanza (specie preti, la "nefanda setta clericale", fra cui il novantenne vescovo di Monreale).

Abbondarono i saccheggi, e le esecuzioni di massa: un ufficiale del 10 granatieri di Sardegna, tale Antonio Cattaneo, fece fucilare ai bordi di una fossa comune 80 siciliani catturati. Orrore e vergogna, e utile amaro insegnamento storico: non è strano che i generali italiani (o meglio piemontesi), provati soprattutto nella repressione poliziesca e coloniale del Meridione, si siano rivelati poi indecorosamente disonorevoli nelle guerre esterne e nazionali, fino all'8 Settembre.

Così, non è strano che il malcostume oggi a torto definito "borbonico" abbia guastato e marcito la questione meridionale. Crispi, il patriota, promosse l'esproprio dei beni ecclesiastici in Sicilia e poi comprò per poche lire sotto falso nome (quello del nipote, Calogero Palamenghi) il latifondo Cannatello della diocesi di Girgenti: caso originario di conflitto d'interessi e interesse privato in atti d'ufficio?

Felice Pinna, questore savoiardo a Palermo nel 1866, si fece un dovere di "tenere in carcere persone prosciolte o assolte": esempio originario di come avrebbe funzionato in Italia la giustizia?
Né l'errore pare sia stato mai emendato, dai padri della patria italiana antifascista. Parri dichiarò il Nord italiano "democraticamente superiore" al Sud. Nenni bollò l'impulso indipendentista siciliano "un movimento vandeano sostenuto dalle vecchie forze fasciste", e Togliatti lo accusò semplicemente e puramente di "fascismo". La storia revisionista può non essere tutta la verità. Ma è una brutta verità.

Avvenire - 19 agosto 2001

Anonimo ha detto...

Intervista di Maurizio Blondet con Ernesto Galli della Loggia

Difensore del diritto alla parola per gli storici cattolici che hanno criticato il Risorgimento, Ernesto Galli della Loggia s'è visto dare del "neoguelfo" dagli storici dell'asse laicista-piemontese che scrivono su Repubblica. "Un mio bisavolo comandò i cavalleggeri di Novara", replica lui: "E per il volume Miti e storia dell'Italia Unita (il Mulino) ho scritto due voci, "brigantaggio" e "conquista regia", che brillano per ortodossia risorgimentale. E tuttavia...".

Tuttavia?
-

"Tuttavia mi interessa conoscere gli argomenti di chi non la pensa come me, o non giunge alle mie conclusioni. Penso che si può essere italiani e ritenere che il Risorgimento ebbe pagine oscurissime: come pensavano don Sturzo e Gramsci, due italiani ottimi. E soprattutto sul Risorgimento voglio sentire le altre voci, perché mai come in quella fase la storia è stata scritta dai vincitori. Qui, il divieto di fare ricerche, l'intimazione a tacere è inammissibile".

Lei s'è chiesto come mai gli storici cattolici con cattedra non partecipano al dibattito, perché non dicono la loro.

"Già. Non voglio giudicarli però. Perché c'è in giro un fortissimo livello di intimidazione di tipo ideologico, che mira a mettere fuori dalla legalità costituzionale chi eccepisce sul modo in cui fu fatta l'Italia. "Questo" tipo d'intimidazione, ideologica appunto, non critica gli argomenti o i documenti dei nuovi storici, ma le loro intenzioni; e da questo metodo è difficile difendersi. Quando si viene accusati, per una ricerca storica, di voler restaurare il potere temporale, o di voler riabilitare il fascismo, si è subito sul banco degli imputati".

Lei ci è finito per aver scritto che l'8 settembre fu la morte della nazione. Gian Enrico Rusconi, della linea storico-torinese, ha scritto il contrario: la nazione italiana nasce con la Resistenza. Com'è possibile che due italiani abbiano idee così opposte della storia d'Italia? Che ogni gruppo e partito abbia la "sua" storia?

"La nostra storia nazionale è divisa ab origine: la nazione nasce da due nazioni che si son combattute con le armi e messe fuori legge. Il grave è che la storiografia sia stata lo specchio fedele di questa frattura della storia, anziché provarsi a comporla, a comprenderla".

Comincia a farlo la sua generazione, che è la generazione dei Mieli, dei Ferrara, "giovani" nati di sinistra ed oggi su posizioni di ascolto delle voci cattoliche. Con gran dispetto dei sacerdoti della storiografia azionista-piemontese.

"For-
se perché la mia generazione è la prima che non abbia dovuto affrontare con le armi la frattura italiana. Non ha dovuto combattere la guerra civile, come quelli che lei chiama i sacerdoti del laicismo. Io quelli li capisco: hanno visto il sangue. Noi abbiamo avuto una caricatura studentesca della guerra civile: forse per questo ne abbiamo colto il carattere ridicolo".

Ma non vi impegnate a difendere i "sacri valori": è questo che vi rimprovera la generazione dei Calamandrei, dei Galante Garrone. Che poi loro siano di sinistra, e conservatori dei "sacri valori", non le pare buffo?

"Gramsci disse nel 1926 quel che dicono oggi i nuovi storici revisionisti cattolici, che "nel Sud lo Stato italiano si comportò come in una colonia". Oggi, gli eredi di Gramsci intimano il silenzio a chi "parla male della patria"... E gli intellettuali di sinistra agiscono da retroguardia conservatrice".

E perché gli intellettuali?

"Da una parte perché dovrebbero confessare: non abbiamo capito nulla. E ciò è duro, per degli intellettuali. Dall'altra, perché nella sinistra resiste l'impulso a considerare ciò che è "nuovo", ossia non pensato a sinistra, non solo come un errore, ma come una malvagità morale. Da smascherare e da denunciare. Manca loro l'idea che esista lo spazio delle cose opinabili, su cui possono esserci più opinioni legittime".

Anonimo ha detto...

Signori storici, studiate i documenti

di Maurizio Blondet


Si grida alla «cospirazione» cattolica invece di consultare libri che circolano da decenni
Mi scusino, esimi professori. Scusi il professor Galante Garrone, quercia della storiografia torinese, e scusino anche i pilastri della storia secondo La Repubblica, Nicola Tranfaglia e Massimo L. Salvadori.

Mi perdoni anche Indro Montanelli, il massimo giornalista storico, anzi storico due volte: anche per l'età veneranda. Perdonino i cattedratici, docenti e commentatori della Scuola Piemontese, del Partito d'Azione, del laicismo patriottico. Scusate se m'intrometto. So che siete impegnati a difendere "i principi laici e liberali che fondano la Repubblica" contro le forze oscure della reazione. Ossia contro certi storici "revisionisti" e persino (pensate come va il mondo) cattolici, teppisti culturali, che osano mettere in luce poco simpatica il Risorgimento, che parlano male di Garibaldi e bene di Pio IX, che dipingono l'unificazione del Sud come un'annessione forzata con stragi, persecuzioni e corruzioni.

Scusate se importuno. Vengo a voi in punta di piedi, col cappello in mano (per mostrare a voi il massimo rispetto) ad informarvi che quella in corso non è una guerra. E' un dibattito. Per di più, un dibattito con pretese scientifiche, come s'illude di essere la storiografia: una scienza sia pur basata su indizi, documenti, monumenti, testimonianze soggetti a interpretazione.

Mi consentano, illustri professori. Anche se non sono uno storico, mi par di ricordare che un dibattito si debba condurre in modo diverso da una rissa. Un dibattito, su ogni argomento, deve seguire certe regole.
Regola prima: quando qualcuno espone idee, o pubblica libri che contrastano le tesi consolidate, non ci si scandalizza. La polemica culturale non è un educandato di novizie, dove "di certe cose" non si deve parlare. E' uno spazio libero: dove le tesi meno conformiste, le provocazioni più irritanti e persino le idee più estreme devono potersi esporre alla discussione.

Ciò non significa cedere il campo agli avversari. Al contrario: se l'avversario espone le sue idee, le espone proprio alla vostra confutazione. E qui, ecco la regola seconda: nel dibattito, le idee altrui si sconfiggono confutandole. Non chiamando la polizia, né intimando il silenzio per lesa maestà. Quegli autori da voi detestati, quei teppisti culturali e reazionari, non stanno commettendo un reato. Non tirano le Molotov. Hanno scritto libri. Presentano documenti nuovi. O interpretano a modo loro documenti che già conoscete. Debellarli, per voi alti sacerdoti della Cultura, è dunque facilissimo: basta confutare le loro presunte "prove" e interpretazioni.

Fatelo, signori. Farete un favore a tutta la nazione - perché la cultura di una nazione avanza così, nella polemica senza censure preventive né tabù sacrali - e a voi stessi. L'esercizio di confutare esercita le menti, le rende più fini e sottili, costringe a informarsi. Quei teppisti lavorano su materiali, libri e idee che circolano da almeno trent'anni: nel controbatterli, anche voi potete aggiornare la vostra cultura, nel caso fosse (come a volte pare) un po' datata, ferma e sicura di sé in certezze ufficiali. Una nuova generazione contesta le tesi ufficiali, e voi gridate alla cospirazione "reazionaria" e "clericale" per "denigrare il Risorgimento". Non si fa. Proprio come storici, sapete certo che il succedersi delle generazioni è il fatto più importante della storia, ed anche il più inevitabile. Non si può impedire ai figli (e qui siamo ai nipoti) di mettere in discussione le ortodossie dei padri.
Battetevi dunque lealmente, senza invocare un'autorità dogmatica che non esiste più. E qui, mi permetto di ricordarvi l'altra regola di un dibattito: confutate gli argomenti, non le persone.

Voi, per esempio, avete scritto che questi "nuovi storici", criticando il Risorgimento, si propongono uno scopo occulto: "erodere l'assetto democratico della società" laica e repubblicana. Signori, voi così rivelate qualcosa di molto grave: è l'assetto di potere a preoccuparvi, non l'interpretazione della storia. E' la difesa dello status quo, non l'indagine sulla verità. Voi giudicate le idee buone o cattive secondo che "facciano il gioco" degli altri, e dei vostri.

Il tempo in cui Stalin faceva cancellare Trotskij dall'Enciclopedia Sovietica e manipolava la storia ufficiale è scaduto. Il Muro, mi pregio di informarvi, è crollato. Lunacharski e Lukacs sono defunti da un pezzo. Scusate.

© Avvenire - 11 ottobre 2000

Abate Vella ha detto...

Caro anonimo,

gli articoli in questione li conosciamo tutti.

Accoppiati con il commento riportato da Gonzalo non fanno che dimostrare una cosa: quanto false e pericolose siano le sponde provenienti da nord.
Blondet non é altro che un reazionario padano della peggior specie, quelli cioé che mirano a prenderci per il sedere concedendoci qualche pacca sulle spalle per tentare di salvare il salvabile, pronti peró a rimetterci in catene alla prima occasione.

Grillo (O CHI PER LUI...), partendo da un'altra area politica sta tentando la stessa cosa.

Credo che parlare di questa gentuzza in un post dedicato alla memoria dei nostri conterranei che piú hanno sofferto per quella tirannia che i vari Blondet cercano di perpetuare sotto altre ali protettrici sia una mancanza di rispetto nei loro confronti.

Se qualcuno ha una opinione diversa (o forse semplicemente ne sa piú di me) sará interessante ascoltarla nella sede adatta, su questo o su altri siti.

Anonimo ha detto...

se è falso non lo so, ma intanto dice cose che neanche certi siciliani dicono

Gonzalo ha detto...

http://petrolio.blogosfere.it/2007/10/eni-libia-e-caspio.html

rrusariu ha detto...

Caro Abate Vella

puo' darsi che il "padano" Blondet per esperienza sua abbia qualche astio nei confronti dei meridionali, ma molte cose che scrive dimostrano almeno una certa onestà nell'affrontare certi fatti.
E' vero che anche Beppe Grillo voglia portare da qualche parte la gente.
Ma dopotutto si tratta di personaggi che almeno sono franchi e senz'altro ci si potrà avere dialogo.
Il resto al di là dei confini della parte continentale del Regno di Sicilia sappiamo benessimo che vedono con un brivido il risollevarsi dei Siciliani e popolazioni meridionali. Fine dei loro mercati di sbocco e fine delle produzioni da terzo mondo e di conseguenza fine dei guadagni e dell'intrallazzo repubblicano rumanu/talianu.

Non è facile trovare gente da convincere se non troviamo noi stessi un modo di coagulare la nostra presenza politica e un progetto valido di vera alternativa nei confronti di questo sfascio italiano, siamo allo sfascismo italiano la vera connotazione di questa res/cosa pubblica/nostra taliana.

Abate Vella ha detto...

Caro Gonzalo,

grazie della segnalazione. Interessanti i documenti sugli accordi Iran-Russia.

Per quanto riguarda il Mediterraneo sono un po carenti ed indietro con il tempo. Dovremo colmare noi queste lacune ;)

Ad esempio i tentativi dell'ENI di fare della Padania (tramite le colonie) un hub del gas sono praticamente giá falliti (vedi il post su Il Consiglio "gas: interesse pubblico in atto privato" risalente al dicembre 06), e la calata di brache in Libia non fa che confermarlo.

Rrusariu,

effettivamente i miei commenti sono poco "politici", a volte certa gente (tipo il Blondet) mi da i nervi. Ma come dici tu, dobbiamo farci piú furbi di loro e quando serve fare buon viso a cattivo gioco.

Ascolta peró: Blondet e compagnia bella non sono affatto franchi. Appartengono a quel genere di leghisti (scrive per La Padania) un po piú accorti che crede di poter salvare il nord dal prossimo tracollo riagguantando in extremis il Vaticano, che oramai sta giá guardando altrove sin dal 1993 (ricordi il discorso del papa a Catania?)