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lunedì, novembre 23, 2009

Il fantasma dello stadio (Seconda parte)

Capitolo 2 – L'antefatto

Per inquadrare il 2 febbraio 2007 bisogna prima capire cosa è stato e cosa ha significato per la Sicilia l'eccidio di Portella della Ginestra del 1 maggio del '47. E per capire Portella si deve dare uno sguardo più ampio ad alcuni elementi di quel sistema di condizionamento politico generalmente noto come “strategia della tensione”.

Tale strategia si basa su meccanismi noti in ambito militare e poliziesco da secoli [*] e non è assolutamente da considerare una peculiarità italiana. Quello che rende particolare il nostro paese è semmai l'intensità e la frequenza con cui essa è stata utilizzata nel secondo dopoguerra.

Il perno intorno al quale ruota è quello del trauma che la violenza e l'apparente imprevedibilità dell'evento genera nello spettatore impotente. Un trauma che serve a sviare l'attenzione catturandola in un coacervo di empatia (per le vittime) e di terrore che potranno ora essere incanalate verso un punto prestabilito togliendo “energia” al sistema, facilitando l'accettazione generale dei cambiamenti politici pianificati ed impedendo che la naturale resistenza a quei cambiamenti possa essere canalizzata dagli avversari.

Per scatenare il trauma è necessaria, oltre alla “deflagrazione”, anche la presenza di un ulteriore elemento catalizzatore. In alcuni casi questo elemento è la morte dell'eroe (vedi ad esempio l'omicidio di Moro o la morte di Falcone e di Borsellino), in altri è l'esecuzione (perché di esecuzioni si tratta) di vittime assolutamente ignare, come nel caso della stazione di Bologna o di Portella. In ambedue i casi il trauma verrà subito dal “popolo” sia direttamente tramite il sacrificio degli innocenti, sia indirettamente tramite la morte di un personaggio in cui lo stesso popolo credeva di identificarsi.

Il trauma, a seconda degli obiettivi prefissati, potrà generare terrore (per la semplice constatazione di poter essere noi stessi vittime di una efferata violenza che appare ai nostri occhi irrazionale e disorganizzata, cioè imprevedibile) oppure sensi di colpa per non essere riusciti ad impedire o scongiurare la tragedia. O ambedue. In ogni caso esso rimarrà impresso nella psiche collettiva di una comunità per generazioni secondo meccanismi ben noti e che sono stati ampiamente studiati nell'ambito delle ricerche demopsicologiche [**] di Giuseppe Pitrè e di Salvatore Salomone Marino, insigni letterati siciliani attivi a cavallo tra il XIX ed il XX secolo.

Il Salomone Marino ebbe a scrivere che “Il popolo è storico memore e veritiero (...) Costretto da peculiari condizioni e violenze, può fino ad un certo punto attenuare il proprio sentimento e giudizio, far velo in certo qual modo alla verità[***]

Vi è quindi una “piaga” che viene tenuta coperta per evitare infezioni, ma dietro la quale la verità è sempre in agguato. Il “potere” dovrà preoccuparsi anche di tormentare le carni della vittima richiamando in vita lo spettro del trauma passato ed istigando nuovamente quei sensi di terrore o di colpa ad intervalli regolari per evitare che la ferita si cicatrizzi ed il velo possa essere rimosso.

Quanto duraturo ed efficiente possa essere tale sistema lo si può comprendere esaminando il caso di Bronte, una cittadina posta sul versante nord-occidentale dell'Etna.

Bronte possiede una peculiarità sociale che la differenzia in modo marcato dai paesi vicini: l'elevato consumo di alcool. Tale caratteristica non ha mancato di attirare l'attenzione di psicologi e sociologi. Una delle teorie portate avanti è proprio quella della presenza di un senso di colpa a livello collettivo collegato ai disordini scoppiati ai tempi dell'avventura garibaldina. Fu Nino Bixio ad occuparsi della repressione trucidando alcuni “responsabili”. Responsabili tra i quali si venne a trovare anche un minorato tirato a forza da un orfanotrofio vicino [****].

Questo avrebbe generato dei rimorsi nei compaesani che si convinsero della loro codardia per non aver offerto se stessi al suo posto. Tale senso di colpa nel tempo si sarebbe tramutato in un maggiore consumo di bevande alcoliche.

Ancora oggi la storiografia ufficiale si rifiuta di ammettere la scelta di Bixio come strategica, come un'azione mirata da parte di chi capiva benissimo quali sarebbero state le conseguenze del gesto.

A Bronte nel frattempo si continuano a tenere conferenze ed incontri sul tema: creato il trauma, dicevamo, esso va rinverdito di anno in anno tramite anniversari, celebrazioni, pubblicazioni di parte, di modo che i suoi effetti continuino a propagarsi di generazione in generazione.

Passando ora allo specifico di Portella, si deve chiarire quali erano gli obiettivi che tale azione si prefiggeva. Da cosa doveva essere sviata l'attenzione del popolo, ora moralmente provato e distratto dal dolore per le morti innocenti (dolore abilmente amplificato da quegli stessi che il crimine avevano perpetrato)?

La risposta si trova nella figura di quello che verrà indicato come il colpevole della strage: il bandito Salvatore Giuliano. Più precisamente nel legame che questi aveva avuto con l'indipendentismo siciliano come colonnello dell'EVIS, l'esercito dei volontari per l'indipendenza della Sicilia fondato a Catania dal professore Canepa.

La sua presenza sul posto al momento della strage (presenza ammessa dallo stesso protagonista), indipendentemente dalle sue responsabilità oggettive, è servita tra le altre cose a gettare una lunga ombra su quella stagione inoculando nell'immaginario popolare in un'unica soluzione MIS, mafia e fascismo grazie al trauma della strage. L'eccidio di Portella chiude la parentesi indipendentista siciliana della metà del secolo scorso sviando l'attenzione generale della gente dai suoi veri problemi ed inaugurando, complice consapevole il PCI di Togliatti, la stagione del “vittimismo di sinistra”.

L'orrore per i fatti di quella giornata provocò un temporaneo corto circuito al cessare del quale le menti non erano più focalizzate verso i problemi di un popolo (rappresentati sino a quel momento dal MIS, il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, e dai suoi 460.000 tesserati) ma verso una improbabile lotta di classe che non porterà mai a niente.

Certo si potrebbe argomentare che, al momento della strage, il MIS non aveva più alcuna speranza di sopravvivenza politica. Ma questo poco importa. Il punto è che esso aveva dato una coscienza ed una forma alle rivendicazioni di un popolo poco gradite a quei poteri il cui pugno si richiuse sulla Sicilia in quel primo di maggio. Il trauma di Portella servì a dirottare quella coscienza in direzione di quella lotta di classe fratricida che avrebbe poi permesso disastri sociali come Priolo o la SicilFiat.

Portella creò quel “velo” di cui parlava Salomone Marino oltre un secolo fa. Dietro di esso però la verità è ancora intatta. Gli eventi del 2 febbraio a Catania sono stati pianificati secondo lo stesso schema e dovevano servire a ricucire un pericoloso squarcio che andava formandosi in quel velo, a chiudere sul nascere una nuova stagione “sicilianista”.

Per completare la citazione riportata sopra, “[Il popolo] la verità non la tradisce, non la seppellisce, e chetamente, istintivamente, irresistibilmente, le fornisce luce ed aria perché viva e dia sentore di sé, perché un dì o l'altro trovi mezzo per venir fuori libera e più salda mai

Rimane ancora un elemento di fondamentale importanza. E cioè l'opinione pubblica. Per ottenere l'effetto sperato l'evento deve essere credibile, l'uomo della strada dovrà cioè accettare la spiegazione dei fatti data dall'ufficialità. In altre parole, prima di agire si deve preparare il campo.

Fine seconda parte.


Faccia da vittima


Capitoli precedenti:
1 – L'Introduzione

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[*] Se non da millenni: si pensi a come Nerone usò l'incendio di Roma da lui stesso appiccato per scatenare le persecuzioni contro i cristiani giustificandole agli occhi del popolo.

[**] La demopsicologia è la scienza dello studio delle tradizioni popolari.

[***] Tratto da “Il segreto cinquecentesco dei Beati Paoli” di Francesco Paolo Castiglione (Sellerio Editore Palermo). La citazione che fa Castiglione è a sua volta ripresa da “La Baronessa di Carini” di Salvatore Salomone Marino, edizione del 1914. Un grazie a Rrusariu per l'avermi affidato la sua copia del libro, tuttora in mano mia.

[****] Particolarmente vigliacco anche per gli oltremodo scadenti standard italo-massonici è il resoconto che della strage fa l'enciclopedia “libera” wikipedia. Questi poveri mafiosetti da oratorio arrivano ad asserire (in questo caso senza indicare la fonte delle loro falsità) che la rivolta fu “capeggiata da certi briganti” e la repressione fu compiuta da un “battaglione dell'esercito meridionale".

1 commento:

Anonimo ha detto...

queste si che sono analisi coi contro (puntini puntini).

del resto da quando ho studiato un pò il tuo blog tutto ciò mi è sempre stato abbastanza chiaro.

grazie abate!