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lunedì, aprile 14, 2008

Grano rosso sangue


Gli scontri tra i cultori di una certa globalizzazione ed i suoi più strenui oppositori nelle ultime settimane si sono potuti confrontare sul campo grazie alle veementi proteste degli agricoltori argentini, scesi in piazza per protestare contro i dazi decisi dal governo sui cereali e sul grano. I “protezionisti” italiani hanno applaudito al presidente argentino e gridato ai quattro venti la immediata necessità di un ritorno ai mitologici mercati chiusi degli anni 80.

I conti però non tornano. L'obbiettivo principale del protezionismo allora era quello di rendere impermeabili i mercati interni alla concorrenza straniera a basso costo, favorendo invece le esportazioni e la raccolta di valuta pregiata. In Argentina si sta facendo esattamente l'opposto, infatti i dazi colpiscono le esportazioni e non le importazioni, creando in pratica un ambiente favorevole ad attrarre la produzione estera ed a far abbassare i prezzi interni.

Da un punto di vista strettamente economico i sostenitori del libero mercato ad oltranza hanno ragione: la mossa potrebbe danneggiare i produttori agricoli argentini sottraendo loro profitti (che verranno redistribuiti alla popolazione attraverso il prelievo fiscale).

Ed allora? Allora succede che al contrario di quello che avviene in Europa, nei paesi “sovrani” gli eletti rispondono del loro operato al popolo e non ad oscuri potentati produttori di carta straccia. Per cui invece di fare la creste su luride speculazioni (come i “protezionisti” nostrani continuano a fare sul grano siciliano) decidono di salvare il paese dalla carestia globale nella quale gli operatori dei ricchi mercati finanziari occidentali stanno spingendo coscientemente i paesi in via di sviluppo (e senza alcun ritegno, in un futuro oramai prossimo i loro stessi concittadini).

Misure come quella argentina sono state adottate negli ultimi giorni da diversi paesi quali l'India, l'Egitto, il Vietnam. Mentre in molti altri paesi l'elevato costo degli elementi basilari dell'alimentazione dei più poveri sta causando proteste e disordini anche gravi ad Haiti, nelle Filippine, nello stesso Egitto.

Dato che gli analisti parlano di abbondanza di cibo, almeno una parte di questi incrementi deve essere di origine speculativa. Gli operatori cioè potrebbero prevedere (ad esempio) una carenza nel prossimo futuro. Se il prezzo dei prodotti agricoli di base (mais, riso, grano) aumenta in modo marcato e costante a poco a poco solo i paesi più ricchi potranno permettersi l'acquisto delle derrate. Ma nei paesi più ricchi, ed in quelli occidentali in particolare non si prevede alcuna penuria di quei generi. Allora qual'è il vero obiettivo degli “speculatori”? Sterminare i poveri, come ha proposto qualcuno? Forse no. Quello sarà solo un “danno collaterale”. La speculazione sta preparando il campo all'incetta di prodotti agricoli da parte dell'occidente.

Per capire le ragioni di questa strategia dell'accaparramento che causerà carestie e disastri di proporzioni mai viste nei paesi che non sono né produttori né tanto ricchi da poter acquistare a prezzi così alti si deve allargare un po' il campo.

I dibattiti concernenti il futuro energetico dell'umanità infuriano già da qualche anno concentrandosi su due temi principali: il picco del petrolio e il riscaldamento globale. Stranamente i due dibattiti sembrano procedere su binari paralleli incapaci di incontrarsi, quasi a nascondere una elementare connessione. Se il petrolio e gli idrocarburi stanno per terminare, allora la situazione ambientale non dovrebbe preoccuparci più di tanto perché... sta per risolversi da sé.

Il problema comunque non è così semplice. Innanzitutto ci sono molti più indizi che sembrano indicare una vicinanza al “picco” della produzione petrolifera rispetto a quante prove scientifiche ci siano del riscaldamento globale. Anzi, non vi è proprio niente di certo a quest'ultimo riguardo.

Amos Nur, uno geofisico israeliano di fama mondiale e professore all'università di Stanford da parecchi anni gira il mondo cercando di costringere la comunità scientifica ad aprire gli occhi sull'argomento. I suoi semplici e disarmanti calcoli (calcoli così ovvi che ciascuno di noi può verificare per conto proprio) mostrano che se i cinesi dovessero raggiungere un consumo per capita di circa la metà di quello degli Stati Uniti, la produzione mondiale di idrocarburi dovrebbe raddoppiare. E nel calcolo si stanno tralasciando gli incrementi di popolazione. Aggiungiamo l'India ed il Sudest asiatico. Aggiungiamo il Sud America. Aggiungiamo che non si sta spendendo neanche una frazione di quella che si dovrebbe spendere nel campo esplorativo per raggiungere questo traguardo. E poi tiriamo le somme: non si produce abbastanza petrolio (o gas) per tutti.

Gli effetti di questa penuria li stiamo già vivendo quotidianamente alla pompa di benzina. Nei prossimi anni potremmo anche rinunciare del tutto ad andarci. L'occidente sta perdendo risorse e le tensioni geopolitiche internazionali (l'11 settembre, Iraq, Iran, persino la situazione in Tibet) non sono altro che un riflesso di ciò. Golman Sachs prevede come possibile uno scenario con incrementi sino a 200$ al barile, e per buon conto aggiunge:

“I prezzi del petrolio continueranno a salire sino a quando la domanda non diminuirà a livello mondiale per un periodo di diversi anni, con conseguente ritorno di capacità in eccesso”

Il che tradotto vuol dire: fino a quando Cina, India e compagnia bella non smetteranno di crescere. Indipendentemente dalla sorte della torcia olimpica, ognuno può farsi un'idea di quanto realistica sia questa eventualità.

I dubbi sull'effettiva incidenza della CO2 sui cambiamenti climatici dall'altro lato persistono e diventano sempre più insistenti. Ed invece quello ambientale ci viene oggi più di prima proposto come un credo, una fede alla quale tutti si devono inchinare.

John Powell, direttore del Programma Mondiale per il Cibo delle Nazioni Unite indica quattro cause principali per spiegare questo pericolosissimo incremento dei prezzi alimentari: aumento del costo dell'energia necessaria alla produzione, le crescente domanda dei soliti noti (Cina, India, Brasile, i paesi in via di sviluppo), i disastri naturali (?!!??) ed infine un nuovissimo elemento, l'accaparramento dei prodotti agricoli dovuto alla richiesta di bio-carburanti.

Tralasciando l'insulsa spiegazione dei disastri naturali (sempre presenti), dobbiamo rilevare come sia l'incremento del prezzo del petrolio che la crescente domanda persistono già da qualche tempo, ma sino ad oggi non avevano procurato allarmi consistenti. Mettendo a confronto il grafico con l'andamento dei prezzi del petrolio e quello con l'andamento dei prezzi dei cereali (+40% negli ultimi 9 mesi) possiamo vedere quanta poca relazione vi sia tra i due (cliccare sul grafico per ingrandirlo). Anzi la correlazione dell'impennata della curva con l'annuncio da parte di Bush del piano per il sovvenzionamento del bio-etanolo (25 aprile 2006) e con la firma relativa allo stesso piano (gennaio 2007) la dice lunga.

La produzione di bio-carburanti rimane la causa più diretta degli aumenti. Traducendo in termini più pratici, l'ambientalismo occidentale sta coscientemente causando dei disastri di proporzioni mai viste. Ed il motivo non è neanche la protezione ambientale, visto che parecchi dati sembrano indicare che il prezzo degli idrocarburi, già in via di esaurimento, potrebbe presto salire tanto in alto da renderne l'utilizzo antieconomico.

Il motivo risiede nel fatto che nessuna delle cosiddette “energie rinnovabili”, ad esclusione dei bio-carburanti, offre la flessibilità data dagli idrocarburi specialmente per quel che concerne la mobilità. E siccome i potentati occidentali non hanno alcuna intenzione di modificare i loro modelli economici per salvare la vita a qualche miliardo di persone, si sono lanciati sul nuovo credo ambientalista.

Nei giorni scorsi uno di quei liberal-capitalisti che di solito ci viene venduto come eroi dell'umanità, quel Richard Branson proprietario della Virgin Atlantic, ha fatto volare un 747 da Londra ad Amsterdam usando solo bio-carburante, promettendo di far volare presto l'intera flotta con quel tipo di carburante. Quello che ci si dovrebbe chiedere non è solo quanta CO2 si risparmierà, ma anche quante persone moriranno di fame per ogni volo. L'eliminazione dei loro processi respirativi è già inclusa nel conto?

6 commenti:

JoJosho ha detto...
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Kagahn ha detto...
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Anonimo ha detto...

Caro Abate Vella è da tempo che seguo, il tuo blog ( mi auto concedo il tu fra conterranei ), con attenzione e stima. Dopo questo “coppo di bruscia”, veniamo al post. L’articolo analizza bene il tema sotto l’aspetto della sostituzione di colture destinate ad alimentazione, con colture atte a produrre bio-carburante. Ora tralasciando la pura economicità di questo processo, la mia domanda è: come vedi la “semplice” speculazione borsistica del cereale? Cioè un aumento destinato a pura speculazione su azioni, che non hanno alcun corrispettivo, con le tonnellate di cereale prodotto. Come se fosse oro, stagno o rame, faccio questi esempi perché la speculazione su questi metalli non porta alla morte diretta di milioni di persone. Al momento mi fermo qui, in modo da tenere circoscritta la domanda.
Grazie Ciao!

Abate Vella ha detto...

Innanzitutto grazie del "coppo di bruscia", che in fondo fa sempre piacere.

Il mercato dei futures secondo me é un buono strumento usato male.

Proprio in agricoltura i "futures" esistono da sempre in forma rudimentale: il contadino spesso vende il prodotto ad inizio stagione sulla pianta. Il prezzo accordato di solito ha una qualche relazione con il tipo di raccolto che ci si aspetta. Se le condizioni climatiche o altre condizioni alterano la produzione, uno dei due perderá qualcosa rispetto al prezzo previsto.

Il mercato dei futures fa quindi parte del mondo dell'agricoltura. Il problema nasce come dici tu nel momento in cui questo mercato si apre a qualunque tipo di speculazione e chiunque senza alcuna esperienza nel campo puó intervenire comprando e vendendo quantitá di grano che non esistono in quanto i volumi sono aumentati esponezialmente.

In realtá non si sta piú commerciando in grano, si sta solo puntando alla roulette sull'andamento del prezzo del grano.

La cosa é pericolossima non solo se vista dal punto di vista morale, ma anche da quello economico, perché si sta creando una piramide che prima o poi crollerá.

Inoltre questo mercato sregolato permette ai paesi piú ricchi di accaparrarsi a priori le merci, facendo alzare tramite le speculazioni i prezzi. Credo che ora stia avvenendo questo, si stia cioé facendo salire i prezzi vertiginosamente cosí che i prodotti potranno essere razziati dall'occidente sia per la produzione di biocarburanti sia per destabilizzare gli stati che stanno togliendo all'occidente l'accesso agli idrocarburi.

Spero di aver risposto alla tua domanda...

Anonimo ha detto...

MIMMO

Si grazie! Anche se il vendere il proprio prodotto ad inizio stagione se fatto sul piano reale non porta ad un aumento dei prezzi. Il problema sta nella speculazione indiscriminata, mi arrivano voci da allevatori, i quali si lamentano del fatto che si preferisce fare marcire il cereale sulle navi, senza scaricarlo, pur di far aumentare il prezzo. Alla faccia del libero mercato! Anzi qui non esiste neanche il mercato.
ciao

Abate Vella ha detto...

Mimmo,

vendere i propri prodotti ad inizio stagione porta variazione nei prezzi in base alle aspettative delle parti coinvolte nella trattativa.

Se per esempio il contadino vede che i suoi vicini stanno cambiando prodotto, può decidere di non cambiare ed alzare il prezzo, visto che quello che lui produce non è più così comune come l'anno prima.

(si tratta chiaramente di un esempio... terra terra!)

Comunque non chiamerei questa "speculazione".