Approfondimenti - Il Consiglio News Feed

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venerdì, aprile 29, 2011

Padania sbranata (seconda parte)

Il cinico gioco di Mosca (abbasso Gheddafi, lunga vita a Gheddafi) non è poi così difficile da capire: prima ha fatto intendere di voler scaricare il rais libico vietandogli addirittura l'ingresso nel paese e favorendo l'impantanamento occidentale in una lunga guerra di posizione, ora il Cremlino preme affinché questa guerra si allunghi il più possibile. La difficile situazione di Berlusconi non ha minimamente preoccupato il duo Putin-Medvedev.

Ed infatti a partire dal voto delle Nazione Unite sulla Libia la posizione di Arcore è precipitata. Il 18 aprile uno dei pezzi strategici più importati dell'arsenale del cavaliere è saltato: secondo il resoconto di Repubblica “Giuseppe Recchi è stato indicato nuovo presidente dell'Eni al posto di Roberto Poli, storico commercialista di Silvio Berlusconi, mentre Scaroni è stato confermato ad. Recchi, scelto personalmente da Tremonti, è uno stimato manager della multinazionale americana General Electric.”[*].

Sarebbe proprio Tremonti il “traditore”, come già a suo tempo segnalato da Il Consiglio (Si veda il post “La sfilata di Tramonti” del 1 giugno 2009), e come indicato dal titolo del pezzo di Repubblica (“Tremonti e l'allarme Usa sull'Eni «Col gas russo spinti troppo in là»”, 18 aprile 2011). Già nel 2008 Tremonti veniva segnalato dall'ambasciatore americano a Roma come “particolarmente convinto dell'esigenza di riequilibrare la politica energetica con i russi”.

Va da sé che una volta scollegata l'ENI da Berlusconi, anche l'entente cordiale tra il cane a sei zampe e Gazprom potrebbe presto entrare in un vicolo cieco.

Sino a ieri Scaroni aveva tenuto testa alle pressioni degli USA riguardo ai rapporti di ENI con i russi. Basti pensare che ancora a gennaio in una intervista su La Stampa, si concedeva il lusso di esprimersi senza mezzi termini riguardo alla possibile sinergia tra il progetto South Stream (portato avanti da ENI e Gazprom ma inviso agli americani) e quello del gasdotto Nabucco (caldeggiato dalla UE):

«C’è una parte “a terra” che potrebbe farli viaggiare paralleli, dalla Bulgaria in su. Un anno fa avevo pensato che si potessero ridurre gli investimenti con un tratto comune. Poi il tema è morto, perché il Nabucco non mi sembra avanzi. Non si può essere sinergici con chi non esiste».

(Scaroni: "Così ci siamo spiegati con l’America", La Stampa 11 gennaio 2011)

Ma oggi, dopo la defenestrazione di Poli e le pressioni di Tremonti rafforzate dalla debilitata posizione politica di Forza Italia, non sarebbe prudente scommettere sulla ripetizione di quelle parole. La posizione del ministro dell'economia è in ogni caso perfettamente coerente con il quadro geopolitico internazionale: tramontata la speranza di un sostegno russo, l'unica mossa che può in qualche modo aiutare ad arginare l'avanzata delle potenze economiche europee nel nord Italia evitando di essere sbranati senza opporre resistenza è quella di un riavvicinamento a Washington.

Meno comprensibile è invece la confusa virata verso Parigi che sta tentando Berlusconi (vedi la novità del coinvolgimento degli aerei italiani nei bombardamenti di Tripoli...) con il rischio di spaccare la sua stessa maggioranza che ora tenta di mettere il piede in troppe staffe dopo aver perso sia quella libica che quella Siciliana (si veda il post “Un cavaliere senza più staffe”): quella anglosassone (Tremonti), quella tedesca (la Lega) ed appunto quella francese.

Mosca dal canto suo non è da meno. Il nord Italia viene certamente visto dal Cremlino come facente parte dell'Europa sia dal punto di vista storico che da quello culturale. Immischiarsi nelle faccende del vecchio continente sarebbe visto da Francia e Germania come un ingresso a gamba tesa nella loro sfera di influenza. Al contrario il miglioramento delle relazioni con le due potenze europee fornisce a Putin il supporto necessario per allontanare la Nato dai suoi confini. Niente lacrime dunque sulla fine della luna di miele dalle parti di un ramo del lago di Como.

Diverso è il caso della Sicilia e del Sud Italia (Puglia in particolare), due aree dove il profumo d'oriente si respira ad ogni piè sospinto: i legami con Bisanzio prima e con la Russia zarista dopo non si sono mai del tutto spenti ed oggi ritornano prepotenti alla ribalta.

A questo proposito basti notare la recente acquisizione da parte di Lukoil del pacchetto di maggioranza della raffineria Isab di Priolo, la più grande in Sicilia (si veda il post “Nel segno dell'Ariete”, 28 febbraio 2011). Una mossa che regala una certa profondità strategica al centro del Mediterraneo Senza scordarci del nostro uomo al Cremlino (si veda il post del 2 dicembre 2010) che ora spinge anche la produzione agricola siciliana nella sua seconda patria (“I prodotti d'eccellenza made in Sicily sbarcano in Russia”, SiciliaInformazioni.com 22 aprile 2011):

Creare una piattaforma Sicilia - osserva Antonio Fallico, presidente di Banca Intesa Mosca e rappresentante in Russia del gruppo Intesa Sanpaolo - deve rappresentare il punto di partenza per attivare il rapporto di collaborazione tra mercato e aziende

Come hanno reagito i russi? “La Federazione russa e' ben felice di accogliere le aziende siciliane nel proprio mercato”: parola di Alexey Meshkov, ambasciatore russo in Italia... o in quel che resta di un'Italia fatta a pezzi.

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[*] Un altro “americano” dopo Marchionne alla FIAT....

Leggi la Prima parte

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domenica, aprile 24, 2011

Padania sbranata (prima parte)

Il discorso sulla attuale situazione interna italiana iniziato nel post “Oncologia”, può essere completato includendo nel quadro i dettagli del piano politico internazionale. Anche questi infatti hanno subito una recente accelerazione, tanto che certi meccanismi fino ad ora solo intuibili si sono manifestati in maniera palese.

Il primo dei sintomi della suddetta accelerazione è dato dal drammatico evolversi del contrasto italo-francese. La discordia sulle vicende libiche è solo una delle componenti di questo contrasto. La Francia si sta muovendo con rapidità per conquistare le posizioni lasciate aperte dal vuoto venutosi a creare negli interessi padani a causa del continuo regredire del potere anglosassone e della contemporanea crisi delle forze endogene locali, vedi il rapido ed inarrestabile declino di Berlusconi e di tutte le varie forze paramassoniche raggruppate nelle varie P2, P3, chissà persino P4....

Neanche il movimento cattolico nord-Italiano, raggruppato dietro ai vertici della CEI, la conferenza episcopale italiana, messa sotto pressione dallo stesso papato, sembra avere la forza di riempire questo vuoto. E così mentre la FIAT arretra arroccandosi in Nord America dietro l'acquisizione di Chrysler, sono la già ricordata Francia e la potente Germania a trovarsi nella posizione migliore per recuperare le posizioni perse durante il periodo risorgimentale.

Tremonti potrebbe riuscire ad arginare momentaneamente le mire di Sarkozy nei confronti della Parmalat, ma gioiellini meno ingombranti seppure altrettanto significativi stanno già valicando le Alpi. E' il caso dell'industria della moda, dove per vari motivi diverse aziende entrate in crisi d'identità non hanno trovato di meglio che farsi soccorrere dallo straniero: Gucci ed il recentissimo caso di Bulgari sono due esempi. Ma il discorso continua ad allargarsi.

Se ne è occupato di recente anche il Financial Times (“Vicenza's artisans go hell for leather to meet expensive tastes for new rich”, 16 aprile 2011) che parlando della boutique “Bottega Veneta” dà un quadro chiaro e conciso della situazione:

Dove 10 anni fa Vicenza era la patria di 1300 manifatture orafe, ve ne sono ora 600. In alcune aree della città la disoccupazione femminile che hanno sopportato il peso dei licenziamenti, ha raggiunto il 90%. Ma mentre gli artigiani dell'oro di Vicenza perdono il lavoro a favore di lavoro più economico in Cina e chiudono i loro laboratori, un'altra industria italiana si affretta ad assumerli”.

L'altra industria italiana sarebbe quella della pelle, da sempre una forza del paese (niente di nuovo quindi). La novità è che oggi possono permettersi di dare ai lavoratori stipendi più bassi a causa dell'alto livello di disoccupazione. E non solo: oggi i pezzi pregiati di questa industria potrebbero non essere più tanto italiani:

Tra i loro nuovi datori di lavoro troviamo Bottega Veneta, il gruppo per beni di lusso appartenente alla francese PRR

I negozi dell'azienda rappresentano il Made in Italy nelle più prestigiose piazze del mondo, come spiega l'articolo. Ma i guadagni non rimangono certo a Vicenza.

Dall'altra parte, l'integrazione tra industria italiana e tedesca nei settori metalmeccanici si fa sempre più inestricabile, come sottolineato da un altro articolo del Financial Times (“Germany might boost Italian entrerprise”, 17 aprile 2011) in cui si ora si prende ad esempio la Brembo, il primo produttore mondiale di freni per automobili:

Lo sviluppo di relazioni con l'industria automobilistica di fascia alta tedesca ha permesso a Bombassei di difendere i margini dei suoi prodotti, al contrario dei produttori nel mercato di massa in Itali che sono stati quasi interamente spazzati via [anche loro..., ndt] dalla competizione indiana e cinese.
Molto bene: grazie alla cooperazione con la Germania il Made in Italy riesce in alcuni casi a rimanere italiano. Ma anche qui c'è il trucco, un paio di righe più sotto:

Bombassei ha recentemente aperto una secondo fabbrica in Cina, in parte, dice, per soddisfare la domanda delle aziende automobilistiche cinesi per il mercato di fascia alta dei sistemi frenanti. Ma allo stesso tempo anche perchè le aziende automobilistiche tedesche stanno aprendo succirsali in Cina e Brembo vuole esser loro vicino per poterli rifornire.

Più che una collaborazione sembra una totale dipendenza le cui conseguenze non tarderanno a rendersi sempre più evidenti nelle madre patria.

Che dire poi dello scudo russo? La famosa amicizia tra Berlusconi e Putin sembra oramai essersi dissolta. Il presidente russo Dmitri Medvedev non ci ha pensato due volte ad astenersi insieme ai colleghi del BRIC (Brasile, Cina, India, oltre alla stessa Russia) dal voto sulla risoluzione dell'ONU 1973 che ha aperto le porte all'azione occidentale contro Gheddafi (e contro gli affari italiani in Libia). Salvo poi pentirsene per voce di Putin che preme per evitare una ulteriore escalation negli interventi che vedono ora l'Italia in prima fila.

(Fine prima parte.)

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sabato, marzo 19, 2011

Guerra tra cani

Non c'è da meravigliarsi: era solo questione di tempo prima che l'instabilità dovuta al crollo dell'occidente arrivasse sino al Mediterraneo.

Asia Centrale, Medio Oriente, Corno d'Africa sono già da tempo sconquassati dal contorcersi delle spire dell'impero morente. Le uniche zone “pacifiche” sono quelle dove un nuovo ordine si è già instaurato, sotto il controllo cinese: dopo i tumulti finanziari dei passati decenni il sud-est asiatico gode di una situazione che per il momento potrebbe definirsi “sotto controllo”.

Ora tocca a noi.

Basta rileggere attentamente un passo fondamentale della risoluzione numero 1973 dell'ONU riguardante la Libia per capire come oramai il sistema sia in caduta libera e senza paracadute: secondo detta risoluzione gli Stati «potranno agire a livello nazionale o tramite organizzazioni regionali». In altre parole, l'ONU si auto-esonera da qualunque funzione di supervisione e da il via libera ad una vera e propria guerra non contro la Libia, ma per la spartizione della Libia. Le Nazioni Unite con queste poche parole hanno abdicato alla loro funzione di concerto, una funzione che per quanto spesso puramente fittizia fungeva almeno da valvola di sfogo di certe “pulsioni”.

Il tocco da maestro è comunque quello dei paesi astenuti (manco a dirlo: Russia, Cina, Brasile, India e soprattutto Germania), che ora staranno alla finestra a guardare USA, Gran Bretagna, Francia e, per quello che può contare, una moribonda Italia scannarsi a vicenda non solo per il petrolio libico ma anche per mettere un piede nel Mediterraneo (GB, Francia) o per cercare di tenercelo (Stati Uniti, Italia).

Chi ancora non aveva capito cosa stava succedendo, deve ricollegarsi alla strana ritrosia degli americani a dare corso ai fatti dopo tante minacce di intervento ed alla secca bocciatura di Gheddafi da parte dei russi, che a quanto pare d'ora in poi vieteranno al rais ed ai suoi familiari di mettere piede entro i confini della federazione: col passare dei giorni il sospetto di certi accordi sottobanco, ventilati tra le righe anche dal Financial Times (si veda il post “Un Cavaliere senza più staffe”), si sono fatti sempre più forti facendo saltare i nervi a Sarkozy ed a Cameron a fronte della ritrosia americana (“Libia, il risiko della risoluzione Onu: Francia ed Inghilterra in prima linea, Usa e Italia nelle retrovie”, IlFattoQuotidiano.it 18 marzo 2011):

Francia e Gran Bretagna, comunque, sembrano in prima linea. Solo in seconda posizione, invece, gli Stati Uniti: l’ambasciatrice Usa all’Onu, Susan Rice, ha detto di non voler parlare di “dettagli operativi”

La Sicilia, manco a dirlo, si trova in mezzo e non potrà che barcamenarsi tra i contendenti sino a quando non sarà abbastanza forte non solo da poter controllare il proprio territorio, ma anche da assolvere a quella funzione di sutura che spesso nei secoli ha ricoperto (si veda il post “Filo da sutura”) e che specialmente nel medioevo è stata per molto tempo garanzia di un certo equilibrio tra oriente ed occidente.

I prossimi delicatissimi mesi potrebbero trasformarsi in una prova durissima: la situazione di Lampedusa, sottoposta alle angherie della cosca padano-romana, è già drammatica. Noi dobbiamo affrontarli nella convinzione che sotto queste tribolazioni sin da ora una nuova Sicilia è pronta per nascere, una Sicilia che ricollegandosi alle sue tradizioni millenarie potrebbe risorgere ed essere all'altezza del compito che la storia le ha assegnato.

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venerdì, novembre 19, 2010

I persiani a Palermo

Se da un lato rimane fondamentale per decifrare gli eventi politici di casa nostra tenere conto dei più ampi sommovimenti che stanno caratterizzando la presente era, dall'altro è importante anche dare conto dei piccoli passi che si fanno in Sicilia per tornare ad inserirsi nelle dinamiche storiche globali come soggetti attivi.

Pochi giorni fa abbiamo delineato brevemente il gioco di contrappesi medio-orientale in cui gli USA cercano di inserirsi per fronteggiare l'avanzata russo-cinese tramite terzi (si veda il post “Nuova Crimea”).

Vediamo ora di annotare due piccoli ma significativi eventi che mettono in risalto come anche da quelle parti, tra Damasco e Teheran, i vertici politici tengano sott'occhio gli sviluppi strategici dell'area centro-Mediterranea.

Il primo di questi eventi riguarda una conferenza tenuta nella capitale siriana nel giugno di quest'anno e denominata “Prima conferenza siriaco-italiana degli imprenditori”.

L'agenzia lanciata dalla Syrian Arab News Agency (“First Conference for Syrian, Italian Businessmen discusses developing Bilateral Cooperation”, SANA 8 giugno 2010) ruota intorno ai seguenti interventi:

“Il presidente dalla Camera di Commercio Internazionale siriana, Abdul Rahman al- Attar, ha invitato gli imprenditori siriani a servirsi dalla speciale posizione geografica della Sicilia nel sud dell'Italia per farne un ponte verso l'intera Europa.

Dal canto suo, l'ambasciatore italiano a Damasco, Achille Amerio ha invitato gli imprenditori siciliani a sviluppare la cooperazione economica e lo scambio di esperienze con la Siria, aggiungendo che la Siria è un partner fondamentale in quanto occupa una posizione geografica che ne fa un importante passaggio per il commercio ed i movimenti culturali tra l'oriente e l'occidente”.


La parte più significativa dell'intero discorso credo sia da considerarsi l'invito rivolto ai siciliani dall'ambasciatore italiano. Le sue parole indicano una rivoluzione strategica. Se fino a qualche tempo fa si faceva di tutto per censurare la posizione culturale siciliana, un ponte verso le aree medio-orientali, oggi nel nuovo sistema globale si cerca di sfruttare tale posizione. Questo perché, ora che il fulcro del mondo si sta spostando da occidente ad oriente, essa diventa sempre più imprescindibile.

Spostandosi ancora più ad oriente, nel caso dell'Iran, è stato invece il Parlamento Siciliano a muoversi con largo anticipo rispetto al resto dell'Europa.

Lo scorso maggio l'ambasciatore iraniano in Italia, Seyed Mohammad Ali Hosseini, è stato in visita a Palermo, secondo le agenzie di stampa persiane su invito del presidente dell'ARS Francesco Cascio (“Sicily to Hold Iran's Cultural Week”, Fars News Agency, 29 maggio 2010).

Hosseini riferisce che “Durante l'incontro Cascio ha evidenziato l'espansione della cooperazione culturale, commerciale ed economica tra l'Iran e l'Italia, la Sicilia in particolare”

I due avrebbero anche preso accordi riguardo ad un nuovo corso di lingua persiana all'università di Palermo ed allo svolgimento di una settimana della cultura iraniana nella capitale siciliana, oltre che discutere l'apertura di una camera di commercio iraniana.

Nella seconda parte l'articolo brevemente descrive alcune caratteristiche dell'Autonomia Regionale:

“La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo ed una regione autonoma dell'Italia. Le isole minori intorno sono anch'esse considerate parte della Sicilia.

La politica siciliana si sviluppa nella cornice di una democrazia rappresentativa presidenziale, nella quale il Presidente del Governo Regionale è il Capo di Governo, e di un sistema multi-partitico e multiforme. Il potere esecutivo è esercitato dal Governo Regionale. Il potere legislativo risiede sia nel governo che nell'Assemblea Regionale Siciliana.”


E con questo abbiamo anche scoperto qualcosa di nuovo sull'Iran: i persiani capiscono lo Statuto Siciliano meglio dei siciliani stessi.

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domenica, novembre 14, 2010

Nuova Crimea

Il 14 febbraio del 2005 nelle strade di Beirut, grazie a 100 kg di tritolo, venne assassinato Rafiq Hariri, ex primo ministro dimissionario del governo libanese.

L'omicidio, oltre a ricordare quello di Falcone nelle modalità (in quel caso si trattò di 350 chili di dinamite, molto più potente del tritolo), lo ricorda anche per le conseguenze: la conflagrazione infatti catalizzò le forze politiche che giostravano (e giostrano) intorno all'area cardine del medio oriente facendole venire allo scontro aperto. Scontro che ha raggiunto il suo apice con la tentata invasione israeliana del libano nel luglio 2006.

Ancora oggi in occidente ci si chiede ipocritamente chi abbia assassinato il leader politico libanese, mentre sui giornali è già stato deciso che il colpevole doveva essere la Siria. Il fatto che Hariri stesso avesse più volte dichiarato pubblicamente che proprio la Siria era assolutamente necessaria alla protezione del suo paese contro Israele ed avesse allo stesso tempo rifiutato di implementare la legislazione anti-terrorismo caldeggiata dagli USA (come ricorda la wikipedia inglese, ma invece censura quella italiana) non viene minimamente ricordato.

Fallito il tentativo di rompere l'impasse con la violenza della ricordata invasione del 2006, il fronte occidentale ha cominciato a circuire Bashar al-Assad, il presidente siriano, con la promessa di aprire il mondo al suo paese, da tempo sotto embargo internazionale. Diversi articoli sui mezzi da guerra mediatica anglosassoni (The Economist, Financial Times, National Geographic) cominciavano subito a riabilitare l'immagine di quello che fino a poche ore prima era un stato canaglia tra i neuroni facilmente impressionabili di buona parte dei propri lettori.

Il processo di normalizzazione nelle relazioni USA-Siria lo scorso mese di ottobre (il 4 per l'esattezza) portava ad un contrattacco nel caso “Hariri”, con la Siria che all'improvviso spiccava dei mandati di arresto internazionali contro 33 rappresentanti governativi libanesi con la stessa accusa che questi gli avevano rivolto precedentemente (la responsabilità dell'assassinio di Hariri). I mandati ovviamente non hanno alcuna speranza di essere eseguiti, perché l'Interpol difficilmente li avallerebbe. Ma dal punto di vista politico rappresentano uno stravolgimento sia nei rapporti di forza interni libanesi, che in quelli più vasti dell'area.

Il momento in cui tutto questo avveniva, lo scorso ottobre, ha anche altri risvolti, poiché la richiesta emessa dai giudici siriani preludeva, facendone da supporto, alla visita ufficiale del presidente iraniano Ahmadinejad in Libano che sarebbe iniziata il 13 seguente e che poi si sarebbe rivelata un immenso successo diplomatico iraniano.

La Siria si sarebbe dunque presa gioco di Washington? Forse sì, forse no, perché se da un lato il segretario di Stato USA, Hillary Clinton, continua ad esprimersi con toni aggressivi (“Il comportamento della Siria non ha soddisfatto le nostre aspettative degli ultimi 20 mesi, e le azioni siriane non hanno soddisfatto li suoi obblighi internazionali”, AFP 12 Novembre 2010), dall'altro il senatore democratico Kerry, in visita a Damasco, “ha sottolineato il ruolo della Siria nel raggiungimento della sicurezza e della stabilità nell'area” (9 novembre 2010), in effetti mostrandosi ansioso di trovare un punto d'incontro.

Quello che però sembra di poter leggere tra le righe è che il rinnovato feeling tra Teheran e Damasco, teatralmente messo in mostra nell'occasione ricordata sopra, non abbia inciso sul riavvicinamento tra Damasco e Washington. La qual cosa dovrebbe stupire non poco, visto che non facciamo altro che leggere peste e corna sui “fondamentalisti” persiani.

Se però includiamo nel quadro l'improvviso calo nei rapporti tra Teheran e Mosca, che recentemente insieme a Pechino ha appoggiato nuove sanzioni dell'ONU contro l'Iran ed è tornata indietro sulla vendita di armamenti (vedi dichiarazioni Ahmedinejad del 4 novemnbre) possiamo cominciare ad intravedere qualcos'altro prendere forma, e cioè un incredibile riavvicinamento tra gli Stati Uniti e l'Iran in chiave anti-russa ed anti-cinese.

Ecco perché la Siria non è stato “punita” dopo la sua spavalda dimostrazione di supporto nei confronti dell' “amico” Ahmendinejad: Damasco rappresenta la principale leva che Obama sta utilizzando per centrare un impensabile colpo politico.

Un colpo che qualora fosse messo a segno, potrebbe riaprire una immensa ferita che dopo oltre 150 anni stenta a cicatrizzarsi, una ferita che nella Mosca ortodossa chiamano la “Questione orientale”, sfociata nel 1856 nella tremenda Guerra di Crimea, l'evento politico che più di ogni altri ha determinato il destino della Sicilia nel XIX e nel XX secolo, quando la sconfitta delle “terza Roma” ad opera di musulmani ed anglosassoni (questi ultimi sostenuti anche dalla cattolicissima Austria) aprì le porte all'avventura Garibaldina.


Due illustri sopravvissuti alla Guerra di Crimea: Checov e Tolstoy

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domenica, ottobre 17, 2010

Il numero perfetto

I recenti fatti di Genova, con i “tifosi” serbi impegnati in una strana espressione di sostegno per la loro squadra, pongono diversi interrogativi.

Ci si potrebbe chiedere come mai la polizia italiana abbia lasciato fare, secondo una poco chiara tecnica di prevenzione del crimine, e non si siano accorti di come gli scontri fossero stati organizzati da tempo, quando persino un ragazzino lo ha capito facilmente (“Lo studente nell’inferno di Marassi «Tutto era già stato organizzato»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere come mai i giornali italiani siano così pronti a pubblicare lettere di scuse da parte di tutti per cercare di riabilitare l'immagine di Ivan agli occhi degli italioti (“Ivan il terribile: «Chiedo scusa all' Italia»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere, usando la dovuta cautela, se ci sia una qualche relazione tra l'epilogo della sfilata gay a Belgrado pochi giorni or sono ed i fatti di Genova (“Gay Pride, scontri a Belgrado, l'estrema destra contro il corteo”, Repubblica.it 10 ottobre 2010).

Sarebbe anche legittimo domandarsi per quale motivo qualcuno abbia pagato gli ultrà serbi per recitare quel miserrimo show (“«Ultrà serbi pagati da due boss latitanti» Versati 200mila euro a 60 teppisti”, Corriere 16 ottobre 2010).

Ad un giornalista siciliano invece preme un interrogativo molto più sottile: che cosa vorranno mai dire quelle tre dita levate al cielo verso da parte dei giocatori serbi?

I quesiti posti tramite l'articolo di SiciliaInformazioni.com (I separatisti siciliani adottarono lo stesso saluto dei serbi, tre dita aperte, le gambe della Trinacria. E i cetnici?, 15 ottobre 2010) sono precisi ed inevitabili:

E’ una coincidenza, dunque, il fatto che i separatisti siciliani e i cetnici abbiano lo stesso “saluto”? Probabilmente lo è, ma non ne possiamo essere affatto sicuri. Occorrerebbe effettuare una ricerca. Ma ne vale la pena?

Tanto per capirci meglio, i “cetnici” sarebbero gli irredentisti serbi, che wikipedia, la libera (o liberale...) enciclopedia, dichiara antisemiti, nazionalisti, responsabili di genocidi vari. Fascisti, insomma.

Sul nostro quotidiano online serpeggia dunque la stessa accusa contro l'indipendentismo siciliano, rafforzata dai colori suggeriti dall'immagine a corredo.

Si dovrà certo ammettere che la presenza di una base militare russa in Serbia, ed il collegamento con l'Italia operato dal vicino aeroporto di Nis da una compagnia siciliana (la Windjet di Antonino Pulvirenti) potrebbero anche far pensare ad un qualche collegamento.

Di questo collegamento siculo-russo si era a suo tempo già risentito l'Economist, la nota rivista finanziaria inglese (si veda il post “Giù la maschera”). Ma la cosa possiamo anche comprenderla: la Serbia è anche l'ultimo bastione politico dell'oriente ortodosso nei Balcani (l'agent provocateur russo, qualcuno direbbe).

I contatti tra Sicilia e Serbia non dovrebbero allora stupire più nessuno. Ci si dovrebbe piuttosto interrogare su quali siano i contatti tra Parlagreco (autore del pezzo di SiciliaInformazioni.com) e l'Economist.

E la cosa non finisce qui.

Oggi i giornali hanno dato notizia della svolta “cetnica” della Germania. La Merkel durante il congresso dei giovani del Cdu e del Csu ha dichiarato fallito il modello multiculturale (LaRepubblica.it, 16 ottobre 2010) imposto a tutta l'Europa dai magnati della finanza mondiale:

“Gli immigrati (...) si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi”

Insomma, la Serbia ai serbi, la Germania ai tedeschi e la Sicilia ai siciliani, ognuno secondo la propria storia e tradizioni.

Ecco il gesto fatto dalla Merkel per indicare il nuovo corso tedesco:


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venerdì, aprile 02, 2010

La cantonata

Questo blog di recente ha ri-orientato il mirino cercando di offrire ai lettori una lettura dei fatti di Sicilia all'interno di un più vasto inquadramento internazionale.

Anche nella vicenda del presunto coinvolgimento del Presidente Lombardo in una inchiesta giudiziaria della procura di Catania (si veda il post "Gli spiritosi della Repubblica delle banane") abbiamo il dovere di fare lo stesso.

Ebbene, setacciando la rete tra i siti della stampa internazionale, sino ad oggi non è saltato fuori il minimo accenno di quei fatti che in questo paese al collasso sono stati propagandati come eclatanti. Assolutamente niente. Le agenzie di stampa globali che sono così solerti a diramare notizie sull'arresto di questo o di quel mafioso, le stesse che esposero al ludibrio globale le disavventure giudiziarie di Totò Cuffaro, questa volta non hanno battuto ciglio.

Ogni motivazione può essere data per lo strano silenzio, tranne una: che la cosa non sia stata notata. Appena 15 giorni fa tutti i giornali del mondo hanno riportato le notizie riguardanti l'arresto di diversi fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. Reuters, una delle maggiori agenzie mondiali, ha titolato: “Italy arrests 19 accused of helping mafia boss” (L'Italia ne arresta 19 accusati di aiutare il boss mafioso).

E volete che non sappiano dell'exploit di Repubblica?

Si legge a destra ed a sinistra, tra i comunicati di sedicenti “sicilianisti” e le lamentele dei commenti di giornalisti e lettori, che la Sicilia è “sottomessa ai poteri del nord”. Ma quali poteri? Quali sarebbero gli alleati del nord Italia?

Diciamoci la verità: i nostri nemici sono solo interni. Quelle a cui stiamo assistendo sono solo lotte intestine. Il problema è che la parte strutturalmente più debole, pur di non mollare, ricorre a metodi ascaristici e si appoggia allo straniero, allo svizzero. Il quale, dall'alto del Cantone di residenza, è ben lieto di avere l'occasione di ficcare il suo porco naso nei nostri affari.

Il fragoroso silenzio mondiale potrebbe suggerirgli di stare un pochino più attento. O forse è la disperazione che lo ha spinto ad agire ed a scagliare il carico pur essendo sottomano rispetto all'avversario principale che ora può preparare la sua contromossa con una certa tranquillità.

Che possiamo farci... da quando il fiume carsico del riciclaggio mafioso, da corso d'acqua in piena si è prima trasformato in torrentello ed ora rischia di prosciugarsi del tutto, il suo piccolo paesanazzo alpino non sa più come far quadrare i conti.

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martedì, gennaio 26, 2010

Il Consiglio 2.0

I pressanti impegni che hanno tenuto fermo il blog nelle ultime settimane hanno anche permesso di riflettere attentamente sugli scopi e sui contenuti dello stesso. Se vogliamo dirla tutta la lontananza dal mondo virtuale della rete, oltre a permettere un più ampio riciclo d'aria nei polmoni, ha scatenato una piccola crisi d'identità nell'“avatar” che questa pagina cura nei ritagli di tempo.

Una “crisi” maturata nell'ambito di una semplice constatazione: la situazione politica ed economica di oggi e le prospettive (positive o negative che siano) che si aprono per la nostra Terra sono profondamente diverse da quelle che suggerirono la nascita de “Il Consiglio” nel 2005.

Cinque anni fa la mancanza di un seppur piccolo spazio “Siciliano” che tentasse di rileggere e stravolgere le truffe ammansite non solo ai siciliani, ma a tutti gli italiani da una stampa completamente piegata agli interessi di precisi e riconoscibili gruppi di potere (sia locali che nazionali e/o internazionali) fu la molla che favorì questa nascita.

In base ad una decisione tattica cosciente, la strategia prescelta non fu quella di attingere commenti e deduzioni dalle cosiddette fonti alternative (qualcuno direbbe cospirazioniste...), bensì quella di mostrare la fallacità delle fonti ufficiali mettendo a confronto i bei quadretti da queste preconfezionati con lo sviluppo reale degli eventi in modo da evidenziare contraddizioni ed incongruenze tanto paradossali da non poter lasciare spiegazione alcuna se non quella dell'incompetenza e della malafede.

Il Consiglio non è stato certamente l'unico o il primo a scegliere questa strada, ma credo si possa dire che esso sia stato (e sia tuttora) uno dei pochi nel panorama nazionale italiano ad avere focalizzato l'obiettivo su una reinterpretazione dei fatti di cronaca giornalieri o dei temi storici più generali in chiave siculo-centrica (permettetemi la sottile auto-ironia...) senza cadere nei facili cliché del piagnisteo e della predestinazione al disastro perenne tipiche dei nostri animi levantini.

Oggi però, come detto, la situazione è cambiata e sicuramente non vi è più bisogno di collegarsi al Consiglio o ad altri siti a tematica “sicilianista” per sentire parlare di certi argomenti.

Oggi per realizzare il sogno di un'auto siciliana, coltivato da almeno due generazioni di nazionalisti, si muovono aziende internazionali grazie a fondi privati provenienti da tutto il Mediterraneo e grazie agli auspici di un imprenditore di Porto Empedocle, Simone Cimino (“Auto elettrica siciliana, ad aprile si comincia con le infrastrutture”, EconomiaSicilia.com 22 gennaio 2010).

Oggi la Regione Siciliana si dichiara nettamente contro la nuclearizzazione dell'isola con una presa di posizione senza precedenti, spingendosi a suggerire la propria contrarietà a simili soluzioni anche per le restanti regioni del sud ed addirittura per l'isola di Malta (“Nucleare in Sicilia? No, grazie
Approvato ordine del giorno del Pd all'Ars
”, SiciliaInformazioni.com 20 gennaio 2010).

Oggi la realizzazione dell'hub logistico Augusta-Catania-Termini Imerese si fa sempre più concreta e le dichiarazioni d'intenti dei cinesi sempre più pressanti (anche se la stramba idea dell'aeroporto di Gerbini, seppur ridimensionata, continua ad incombere sugli aranceti della Piana di Catania, “La Cina sarà più vicina con il futuro aeroporto di Gerbini”, EconomiaSicilia.com 20 gennaio 2010).

Senza contare la decisione della Sharp di utilizzare la Sicilia come centro di produzione per il bacino del Mediterraneo (si veda il post “Il sol dell'avvenire”) e tanti altri avvenimenti che indicano quanto attendibili siano i discorsi che questo ed altri siti hanno condotto in questi ultimi anni.

Continuare e tenere conto dei continui falsi allarmi mafiosi, delle minacce confezionate tra Roma e Milano, delle bugie di stampo massonico che i mezzi di stampa ancora a tratti allineati al decadente potere occidentale credono di poter diffondere impunemente, non farebbe più rimanere queste pagine all'avanguardia. La rilettura dei tragici fatti degli anni 90 o la rinascita della Nazione Siciliana sono ora argomenti concreti. Argomenti che non è più possibile tenere nascosti ma che stanno rompendo gli argini tracimando sulla carta stampata o sugli schermi televisivi.

Nel corso del 2010 il bisogno di collegarsi con Il Consiglio per comprendere cosa stia succedendo in Sicilia diminuirà sensibilmente.

Allora quale futuro (se vi è un futuro) per un blog come questo?

La risposta, il cambiamento di prospettiva, era forse già in atto in modo naturale (si veda ad esempio l'ultimo post, “Fratelli d'Egitto”), ma questa “pausa” ha permesso di affrontare il problema con maggiore precisione.

Se si vuole continuare a guardare lontano ed a prevenire lo svolgersi della storia preparandosi ad affrontarlo, piuttosto che subirlo, si deve allargare il campo uscendo definitivamente dallo stretto abito rinascimentale romano e proiettando la Sicilia (o meglio, il Regno di Sicilia...) nel mondo.

Se vogliamo andare oltre dobbiamo ora essere capaci di capire avvenimenti che avvengono in aree del globo sempre più lontane da noi ed interpretare gli effetti che essi avranno sulla nostra Terra. Dobbiamo cominciare a ri-collocare la Sicilia sul mappamondo osservando le conseguenze di questo ri-affiorare storico.

La Sicilia ed i Siciliani devono ora avere la capacità di ri-posizionarsi di fronte al mondo e di operare in esso. La funzione di Roma come filtro deve definitivamente scomparire dal nostro immaginario. Roma vale tanto quanto Tunisi da oggi in poi, un paese confinante da trattare secondo le norme di buon vicinato con il quale stringere accordi politici ed economici quando ciò possa giovare alla nostra Nazione.

Il Consiglio è pronto ad una nuova sfida.

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lunedì, gennaio 18, 2010

Fratelli d'Egitto

Uno dei più gustosi strascichi dovuti ai fatti di Rosarno (si veda il post “Forza lavoro”) è stato il feroce attacco sferrato dall'Egitto nei confronti dell'Italia e degli italiani, un attacco che è sembrato viaggiare in parallelo a quello lanciato dall'Osservatore Romano il quale, invece di circoscrivere il problema in quel di Calabria, ha dato del razzista a tutti peritandosi anche di specificare in modo netto il riferimento al “Nord”:

Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato. (...) Non abbiamo mai brillato per apertura, noi italiani dal Nord in giù. ” (“Tammurriata nera”, 11-12 gennaio 2010)

La denuncia egiziana diramata dal ministro degli esteri del paese nordafricano punta anch'essa l'indice all'Italia tutta, o peggio ancora allo stesso stato:

In una nota il Cairo denuncia la "campagna di aggressione e le violenze subite dagli immigrati e le minoranze arabe e musulmane in Italia, chiedendo al governo italiano di prendere le misure necessarie per la protezione degli stranieri". "Facciamo appello alla comunità internazionale perché non si ripeta più" (“Rosarno, Egitto accusa l'Italia”, Tgcom.it 12 gennaio 2010)

A Rosarno la baraonda è scoppiata sulla base del colore della pelle. Ma arabi e musulmani in generale non hanno un colore della pelle tanto diverso dal nostro. Anzi, pare che a Rosarno di arabi non ve ne fossero poi tanti: l'Egitto, al contrario degli italiani e di alcuni settori cattolici dalla coda caprina, sta puntando dritto a Roma. Come mai tanto astio?

Le esagerate celebrazioni dopo la vittoria contro gli azzurri durante la Confederation Cup dello scorso giugno in Sudafrica grazie all'imperioso stacco di testa di Homos, forse non erano solo i postumi di una leale sfida sportiva. In ambito sportivo recentemente vi sono stati degli sviluppi singolari nel basso Meditarraneo.

Lo scorso 14 novembre a Kartoum, in Sudan, si è giocata la sfida finale per le qualificazioni mondiali del gruppo che includeva la squadra egiziana, partita che ha visto i “nostri” estromessi dalla competizione sudafricana a vantaggio degli odiati cugini algerini, che quell'incontro hanno vinto per 1-0.

Qualche tifoso algerino ha notato durante l'incontro un certo astio nei confronti dei sudditi di Cleopatra da parte dell'arbitro che sembrava utilizzare i cartellini in modo per lo meno fazioso [*], ma indubbiamente il motivo per cui le volpi del deserto hanno mostrato una tale imbattibile carica durante l'incontro risiede nella speciale preparazione impiegata in vista dell'incontro:

FIRENZE, 2 novembre 2009 – Da venerdì 6 a mercoledì 11 novembre la nazionale di calcio dell’Algeria sarà in raduno al Centro tecnico di Coverciano per preparare la sfida del 14 con l’Egitto che varrà la qualificazione per i Mondiali in Sudafrica 2010. (FIGC.it, 2 novembre 2010)

I siti italiani si sono premurati di spacciare la strana ospitalità come il risultato di pressioni algerine che hanno trovato sbocco a causa della dipendenza del Belpaese dalle importazioni di gas fornito da Algeri:

Una cortesia che ha anche motivazioni economiche, visto che non sarebbe stato strategicamente corretto mancare di rispetto ad un paese che contribuisce in maniera importante al riscaldamento delle nostre case. ("Italia-Algeria, intrigo politico-sportivo.", Goal.com 21 ottobre 2009)

Motivazione non del tutto esplicativa, altrimenti a Coverciano non ci si allenerebbero più gli “azzurri” ma a turno algerini, nigeriani, libici, russi. Chiaramente tra Algeria ed Italia c'è un qualcosa di più. E quel qualcosa di più si chiama in codice GALSI: Gassodotto ALgeria Sardegna Italia, una “joint venture” tra ENEL, Edison e Sonatrach (la compagnia di stato algerina) per costruire una tubatura che colleghi il nord Italia direttamente alla sorgente attraverso la Sardegna (adesso viene il bello) bypassando la Sicilia.

Se realizzata, questa sarebbe l'unica via di importazione di gas italiano che non dipenderebbe dalla Russia o dal Regno di Sicilia sensu latu (inclusa la Puglia, dunque).

Se realizzata, questa via alternativa farebbe perdere un bel po' di potere “contrattuale” al suddetto Regno di Sicilia, dove tra l'altro ENEL a quanto pare avrebbe ottenuto (il condizionale è ancora d'obbligo...) il via libera alla realizzazione di un rigassificatore a Porto Empedocle destinato al gas nigeriano (si veda il post "Turista per caso"), una autorizzazione rilasciata forse con troppa facilità dal Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo.

E dopo aver dedicato piazze e parchi ai siciliani ed alla terra che ha dato i natali al fondatore de Il Cairo [**], dopo aver persino stabilito collegamenti aerei diretti con Catania, anche in base alla comune amicizia con Mosca, Hosni (Mubarak) non poteva certo esimersi dal darci una mano a liberare la Calabria dall'ingombrante abbraccio “azzurro”.

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[*] Comunicazione personale degli algerini in questione

[**] Strane traduzioni: per qualche misterioso motivo nella wikipedia italiana Jawhar al-Siqilli è indicato come un "generale arabo, di origine siciliana" senza spiegare che al-Siqilli vuol dire "Il siciliano" (anzi, mettendolo addirittura in dubbio, leggere per credere l'irraggiungibile malafede). Invece in quella in lingua inglese egli è descritto come "a Sicilian Mamluk" (un Mamelucco siciliano). La solita storia ammucciata...

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domenica, gennaio 03, 2010

La via della seta

Dopo Tartaglia e la Maiolo è il turno di Abdulmutallab, il ragazzo con disturbi mentali che avrebbe pianificato ed attuato il complesso attentato su un aereo in volo sull'atlantico imitando un altro deficiente che aveva usato lo stesso tipo di esplosivo, tal Richard Reid autore di una simile performance nel dicembre del 2001 su un volo della American Airlines operante tra Parigi e Miami. Anche in quel caso il folle fu apparentemente fermato dai passeggeri.

Insomma, il mondo sembra essere in mano ad una manica di pazzi criminali.

Abdulmutallab è riuscito con la sua azione degna delle migliori pagine del manuale del perfetto estremista islamico a fare i seguenti favori a certi ambienti di potere USA:

1) Portare l'attenzione sul pericolo islamico nel suo paese d'origine, la Nigeria, dove immediatamente sono ripresi i disordini a sfondo etnico-religioso e dove recentemente sono stati intaccati importanti interessi occidentali, un sentiero che come visto passa anche da casa nostra (si veda il post “Turista per caso”).

2) Tramite la scelta della compagnia aerea su cui viaggiare indisturbato senza passaporto ed armato (la Delta Airlines) richiamare alla mente proprio il petrolio nigeriano, estratto per l'appunto dal delta del fiume Niger.

3) Facilitare l'introduzione forzata negli aeroporti del famigerato “Body scanner” che permetterà ai servizi segreti occidentali di mappare attentamente ogni dettaglio del corpo di ogni passeggero. Anche qui capita casualmente che l'aeroporto di partenza (Amsterdam) sia uno dei pochi al mondo dove uno di questi aggeggi sia funzionante. Ovviamente, non era stato usato in questo caso.

4) Terrorizzare la popolazione della nazione dove il volo era diretto (Stati Uniti) in modo da fare accettare le conseguenti azioni di rappresaglia a scapito di inermi ed ignari civili di un qualche paese straniero.

5) Tramite l'aggancio con questi fantomatici campi d'addestramento “qaedisti” dello Yemen che il ragazzo avrebbe visitato, permettere all'amministrazione americana di agire in quell'area senza risparmio di mezzi e di vite umane (quelle degli inermi civili di cui sopra) e senza avere tra le scatole l'opinione pubblica.

Sappiamo tutti le difficoltà economiche e le divisioni interne che affliggono l'unica [?] superpotenza del pianeta. Purtroppo tali problematiche si riflettono anche nel dispiego di tattiche e sotterfugi.

Nel caso in questione l'enorme falla è stata coperta in modo estremamente maldestro parlando di un padre che “aveva denunciato l'estremismo religioso del figlio [ed] espresso al Dipartimento di Stato le proprie preoccupazioni per le idee radicali e i contatti con gli estremisti del figlio. (Adkronos, 27 dicembre 2009)

Sembra di leggere la storia di un padre che fa la spia sul figlio. Come se domani il vostro vi denunciasse per la foto di Mussolini sul comodino. Secondo un giornalista americano ripreso dal periodico Russia Today (“Detroit jet terrorist attack was staged - journalist”, 29 dicembre) però il padre non aveva denunciato le idee del figlio; ne aveva chiesto la restituzione all'ambasciata USA in Nigeria, dopo aver saputo dove si trovavasse. Esattamente quello che avrebbe fatto qualunque padre preoccupato per le cattive frequentazioni del proprio figlio:

Il padre, un ricco banchiere nigeriano, era andato all'ambasciata degli Stati Uniti il 19 novembre scorso dicendo: «Mio figlio è in Yemen in un campo di terroristi, fate qualcosa»

Qualunque padre proprio no: non tutti padri si sarebbero recati all'ambasciata USA per rintracciare il proprio figlio in un campo di terroristi nello Yemen. Ma un padre che sa come funzionano certe cose, un ricco banchiere nigeriano, forse si. Insomma, tutti sapevano chi fosse e cosa stesse facendo Abdulmutallab, ma nessuno ha fatto qualcosa.

Ma torniamo allo Yemen, dove immediatamente la Casa Bianca, imbeccata dall'imbecille nigeriano, si è detta pronta ad inviare i suoi micidiali caccia.

Il nuovo ordine mondiale (economico e politico) che in questi anni sta vedendo la luce è basato su due poli principali: quello asiatico e quello africano. In Asia sono piazzate quasi tutte le potenze destinate a controllare lo scacchiere globale in questo secolo: Cina, India, Russia, Iran. In Africa si trovano le aree che nei prossimi decenni cresceranno con i ritmi più elevati, dal Nord Africa, oramai prossimo ad un vertiginoso sviluppo, al corno d'Africa tra un decina d'anni circa.

Questo percorso, che potremmo considerare come un moderna via della seta, implica il ritorno delle principali rotte commerciali dall'asse atlantico, che si è imposto a partire dalla scoperta dell'America tagliando fuori il Mediterraneo (ed in particolare il Regno di Sicilia e la Repubblica di Venezia), a quello asiatico-mediterraneo.

La presenza del Canale di Suez eviterà la circumnavigazione del continente nero e farà convergere i flussi commerciali sulle autostrade del mare attraverso alcuni snodi già individuati. I porti di Karachi (attraverso l'Afghanistan ed il Pakistan) e di Burma ad est fungeranno da sbocco per le merci cinesi, mentre Mumbai tornerà ad essere la porta dell'India come ai tempi del Raj britannico.

Ai flussi provenienti da queste tre aree si aggiungeranno quelli del Golfo Persico attraverso l'hub di Dubai e quelli provenienti dal Sud Africa. Essi convergeranno in direzione del Canale di Suez per essere smistati nel Mediterraneo dalla piattaforma logistica siciliana (se i Siciliani saranno capaci di realizzarla) ed in parte risaliranno l'Adriatico verso il Veneto (che potrebbe tornare ad essere la porta dell'Europa verso l'oriente in competizione con le Puglie).

(Ingrandimento)

L'occidente purtroppo è già stato tagliato fuori da tutte queste aree. Ha perso la possibilità di controllare l'India (si veda il post “L'ingresso dell'India”), è stato costretto a programmare il ritiro dall'Afghanistan (si veda il post “Il generale ci va giù duro”), non ha avuto alcun successo nei tentativi di far cadere la dittatura militare in Burma (oggi Myammar). Nel Golfo Persico da un lato lo sceicco di Abu Dhabi ha assestato un duro colpo alle pretese dell'elite finanziaria globale (si veda il post “Un tacchino indigesto”), dall'altro i progressi in Iran si fanno con il contagocce o non si fanno per niente. Il Canale di Suez è in mano agli egiziani che hanno già manifestato la loro posizione aprendo ad Hamas dopo la guerra di Gaza lo scorso anno. Infine nel Mediterraneo i nuovi accordi con la Russia dovrebbero includere la ritirata dalla Sicilia e probabilmente dal Sud Italia (si veda il post “Tutte le scarpe del presidente”).

Rimane un solo punto dove i “folli criminali” possono forzare la mano ad Obama e piantare grane al resto del mondo: il golfo di Aden, il punto in cui tutti quei flussi convergono verso il Canale di Suez, tra la Somalia e lo Yemen, due aree il cui disastro è dovuto più ai tentativi di incursione americani che alle varie teorie lombrosiane dispiegate dai giornalisti italiani.

La tentata invasione USA della Somalia degli anni '90, fallita grazie anche al lavoro clandestino di agenti russi e cinesi (che la propaganda ha poi spacciato per “mercanti d'armi”) era continuata tramite azioni di disturbo volte ad impedire la formazione di uno stato poco favorevole all'intromissione di Washington.

Due anni fa le coorti islamiche (così sono stati ribattezzati in occidente i patrioti somali) erano state quasi annientate dai bombardamenti aerei americani e dall'invasione etiope. A quel punto dal nulla apparvero pirati capaci di assalire petroliere e navi da guerra, il primo (maldestro) esplicito tentativo di controllo delle rotte attraverso lo stretto. La destabilizzazione causata dalla crisi economica ha però ridato fiato alle “coorti” che hanno ricominciato a marciare verso Mogadishu, mentre l'attività piratesca continuava a rilento anche per l'arrivo di navi da guerra dei paesi interessati a bloccare il velleitario tentativo anglosassone (Francia, Russia, Cina, Italia, India). A Washington devono aver capito di non avere più speranze nel corno d'Africa, e stanno ora provando ad intrufolarsi sull'altra sponda. Da notare che Obama preferirebbe il dialogo, ma i suoi nemici interni non ne vogliono sapere.

Dall'Inghilterra Brown è ansioso di buttarsi nella mischia (“Brown convoca un vertice sullo Yemen”, IlSole24Ore.com 1 gennaio 2010):

Il premier britannico Gordon Brown ha convocato il 28 gennaio a Londra un summit con alcuni alleati chiave per definire un fronte di lotta comune contro l'estremismo crescente nello Yemen (...) La riunione è stato indetta a seguito del fallito attacco di Natale sul volo 253.

Il Sole 24 Ore continua tracciando la stessa parabola accennata sopra tra le due sponde del golfo di Aden:

Intanto gli integralisti islamici somali del gruppo al Shabaab hanno dichiarato a Mogadiscio l'intenzione di andare militarmente in aiuto dei gruppi di al Qaida operanti in Yemen, soprattutto in caso di intervento Usa. «Siamo pronti ad attraversare il mare ed a soccorrerli per combattere i nemici di Allah», ha dichiarato oggi a Mogadiscio Sheikh Muktar Rabow Abu Mansur, uno dei loro leader, lanciando un appello analogo a tutti gli arabi perchè si uniscano alla guerra santa. Lo riferiscono numerosi siti somali [?]. Shabaab, che vuol dire gioventù in arabo, è il braccio armato somalo di al Qaida; controlla buona parte della Somalia, e quasi tutta la capitale. In Yemen opera un agguerrito gruppo di terroristi di al Qaida, contro i quali sta combattendo l'esercito regolare, che chiede però aiuti internazionali per sconfiggerli.

L'esercito regolare yemenita non sta combattendo contro alcun terrorista. Nello Yemen è in corso una guerra civile che vede gli sciiti del nord, appoggiati da Iran e forse sottobanco anche da Cina e Russia, opposti al governo centrale appoggiato da americani ed inglesi (esattamente come in Somalia) e nessuno dei ribelli ha mai detto di fare parte di Al Qaeda: più che censurare i blog si dovrebbero censurare certi giornalisti con il patentino.

La risposta cinese all'attentato del folle nigeriano imbarcato sul volo della Delta Airlines proveniente da un imbarco di Amsterdam dove non era installato il body scanner e diretto negli USA dopo un periodo di addestramento nello Yemen non si è fatta attendere:

La Cina ha bisogno di una base navale permanente nel Golfo di Aden per rifornire le proprie unità impegnate nella missione anti-pirateria in Somalia: lo ha affermato uno dei portavoce della marina militare cinese, Yin Zhuo, senza fornire ulteriori dettagli in merito alla localizzazione ma sottolineando come una decisione in merito spetti ai vertici militari. (APCOM – 30 dicembre 2009)

Augusta accoglie le carovane di ritorno dall'oriente

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martedì, dicembre 29, 2009

Turista per caso

Uno degli ostacoli principali che ci impedisce di capire cosa stia succedendo intorno a noi risiede nella difficoltà di accettare la verità su Al Qaeda e sui suoi attentati.

Svelato l'arcano mistero dietro questa fantomatica organizzazione che, un po' come la mafia nostrana, si trova sempre al posto giusto al momento giusto, altri pezzi del puzzle combaceranno meglio l'uno con l'altro chiarendo meglio il quadro generale.

La verità è così palesemente sfacciata da rendere misterioso più che altro il motivo per cui il “popolo” si ostini a tenere gli occhi ben chiusi.

Un motivo che non è solo dovuto alla disinformazione scientificamente diramata dei mass-media, ma anche agli agganci che Al Qaeda ha trovato dentro di noi, alla comodità offerta da un ombrello che copra la nostra mancanza di coraggio nel vivere. Al Qaeda, con i suoi “suicide bombers” dagli occhi iniettati di sangue, folli nel voler preferire l'aldilà all'aldiquà, perdona implicitamente la nostra paura di morire ed il nostro attaccamento ad una vita che si misura con il numero di pollici esposti in salotto.

Il 18 dicembre scorso in Mauritania è stato rapito un siciliano di Carini, Sergio Cicala, insieme alla moglie originaria del Burkina Faso. Chissà in base a quale sibilo di vento, invece di addossare la colpa ai Tuareg o ai tanti gruppi ribelli che imperversano un po' ovunque nel Sahara e che si finanziano proprio tramite rapimenti di turisti ed ingegneri occidentali, gli “esperti” suggerivano prontamente che a rapire la coppia poteva essere stata proprio la famigerata formazione:

“Secondo alcuni osservatori locali, si tratta senza dubbio di un sequestro compiuto da uomini dell'organizzazione al Qaeda nel Maghreb islamico.” (“Mauritania: rapiti due italiani nel deserto” Corriere.it 19 dicembre 2009)

Oggi finalmente le previsioni degli esperti sono state confermate: Azione compiuta «contro i crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq», sottotitola il Corriere in rete (“Mauritania, Al Qaeda rivendica il sequestro della coppia italiana”, 28 dicembre 2009).

Peccato che l'Italia sia in occidente la nazione che più di tutte, per mano del capo del governo Silvio Berlusconi, abbia combattuto USA e GB, dando per lo meno indirettamente una mano d'aiuto ai musulmani contro l'occupazione anglosassone. Quindi, quali crimini avrebbero commesso gli italiani in Iraq o in Afghanistan contro l'Islam?

Se Al Qaeda fosse veramente quella che ci raccontano, non avrebbe alcun senso rapire un italiano con quelle motivazioni. Diversa sarebbe la storia nel caso in cui Al Qaeda fosse invece alleata di Washington. In quel caso si capirebbe benissimo quali siano questi “crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq”: crimini contro l'occidente.

Basterebbe fare più attenzione a dove colpiscono i “terroristi” per notare come questo sia un “pattern” ricorrente. Al Qaeda ad esempio ha minacciato gli Emirati Arabi («Dubai, sventato un piano per colpire il più alto grattacielo del mondo», Corriere.it 15 settembre 2009) mentre gli sceicchi si preparavano a dare il ben servito a Sua Maestà (si veda il post “Un tacchino indigesto”).

Tornando all'ultimo rapimento, innanzitutto il Cicala non è un turista dell'ultima ora. Già nel 1994 in Ciad ebbe la sfortuna di saltare su una mina mentre accompagnava dei turisti in una delle zone più pericolose di tutto il Sahara. Dopo quella “avventura” si è trasferito più ad occidente, tra il Marocco ed il Mali.

Cicala è quindi un esperto dell'area, tanto che i tour operator affidano a lui intere carovane di turisti. Come si sia fatto questa esperienza non è chiaro. Ma è ovvio che sapeva quello che stava facendo.

Anche il motivo del viaggio risulta difficile da inquadrare. I giornali parlano di un marito che accompagna la moglie a trovare la figlia in Burkina Faso. Ma se l'obiettivo era quello, non sarebbe stato più comodo arrivare in aereo ad Ouadougou, la capitale, invece di percorrere in macchina 2 o 3000 chilometri dalla Mauritania? Sembra che si voglia dipingere il siciliano di Cinisi come un folle allo sbaraglio in un'area pericolosa. Solo che, La Russa o non La Russa, per viaggiare in quelle zone di solito hai bisogno di permessi speciali e lasciapassare da parte dei governi. Hai bisogno in poche parole di una certa capacità organizzativa e di conoscenza diretta dei luoghi. Di nuovo, Cicala non può essere lo sprovveduto che ci vogliono far credere.

Il territorio sahariano inoltre non è quasi mai sotto il controllo degli stati di cui fa nominalmente parte. Le tribù di beduini che lo abitano lo amministrano indipendentemente e per passare dai loro feudi è necessario pagare il pedaggio. Cicala è una fonte di guadagno non indifferente per i locali, che difficilmente lo avrebbero preso di mira o avrebbero permesso a gruppi esterni di farlo.

Insomma, il nostro conterraneo non era per niente un obiettivo facile facile. Al Qaeda avrebbe potuto rapire un italiano ovunque senza dover affrontare gli stessi rischi. Invece ha scelto quell'area dell'Africa ed ha scelto un siciliano.

Coincidenza vuole che negli ultimi giorni non sia questa l'unica azione dei terroristi che tocchi i paesi dell'Africa occidentale. Come detto Cicala e la sua compagna, se sono vere le notizie riportate dai media, erano diretti in Burkina Faso, nazione che gravita intorno al gigante petrolifero nigeriano.

E proprio nigeriano è l'attentatore che sotto Natale ha fatto esplodere una bomba su un volo della Delta Airlines per Detroit. E' facile capire dal modo in cui il ragazzo ha agito che uno degli obiettivi degli organizzatori era fare accettare al gregge il cosiddetto “body scanner”, un attrezzo che serve semplicemente a rendere più “orwelliano” il controllo dei passeggeri (ed infatti in Gran Bretagna hanno subito detto che l'aggeggio sarà montato in tutti gli aeroporti). Ma anche qui la scelta della nazionalità fa riflettere, perché guarda caso anche la Nigeria (come un po' tutti i paesi “segnalati” da Al Qaeda) è una di quelle nazioni che sta abbandonando l'occidente per stringere patti economici e petroliferi con la Cina, con la Russia e con l'Italia.

L'accordo che vede interessato il nostro paese riguarda l'importazione in Europa di gas tramite il rigassificatore di Porto Empedocle, struttura per la quale la Regione Siciliana (ecco il primo lato del triangolo) si è mostrata ampiamente disponibile (“Porto Empedocle, sì al rigassificatore”, La Repubblica, 21 gennaio 2009):

“Il gas per il terminale, annuncia intanto l'ad dell'Enel Fulvio Conti, arriverà dalla Nigeria”

Tra i fondi negati dalla comunità europea e le grane legali piantate dal Sindaco di Agrigento la sua realizzazione è ancora tutt'altro che certa. Ma passando dall'altra parte dell'isola (secondo lato del triangolo) ad essere definitivamente affossato è stato un altro rigassificatore, quello di Melilli, progettato da Shell. Le motivazioni addotte dall'assessorato competente (Territorio ed Ambiente) sono tanto gravi da non lasciare spazio a futuri ripensamenti. Ecco le conclusioni del documento firmato dalla Interlandi (Rigassificatore Melilli: Dietro front!, Cip 6 blog 4 dicembre 2009):

Il sito prescelto ha un grado di pericolosità tale da rendere necessario un approfondimento e una riduzione del rischio prima della realizzazione di un analogo impianto quale è il rigassificatore. L’opera in argomento non risulta coerente con i principi di risanamento ambientale di cui al predetto Piano, considerando che lo stesso pone tra detti principi il contenimento e la riduzione dei rischi. (...) Per quanto sopra rappresentato, nell’ottica della prevenzione, della sicurezza e del contenimento e riduzione degli incidenti derivanti dai rischi prima evidenziati, si esprime parere negativo alla realizzazione dell’opera nell’area prevista dal progetto.

In altre parole si dovrebbero eliminare prima tutti gli altri impianti di produzione di idrocarburi (la “riduzione dei rischi”).

Il vicolo cieco imboccato in Sicilia avrà pesanti conseguenze per la Shell. Con l'esaurimento dei giacimenti del Mare del Nord ormai prossimo, le tubature siciliane costituiscono la principale porta d'ingresso al mercato europeo per gli idrocarburi provenienti dall'Africa e dal Golfo persico. Considerando la non felice situazione ad est, dove la Russia controlla tutto, il rigassificatore era di fatto l'ultima spiaggia. Shell, già in ritirata in parecchie aree strategiche, potrebbe ora rischiare il tracollo.

Come se non bastasse, nei giorni in cui gli attacchi di Al Qaeda si materializzavano i lati del triangolo si chiudevano intorno al vertice africano (“Shell plans $5 billion sale of assets in Nigeria: report”, Reuters 20 dicembre 2009):

Royal Dutch Shell, la più grande compagnia petrolifera d'Europa, sta pianificando la vendita di alcuni campi petroliferi in Nigeria valutati sino a 5 miliardi di dollari. (...) L'asta arriva mentre la Nigeria si prepara ad imporre termini contrattuali più duri agli operatori stranieri ed a lasciare un maggiore controllo alle aziende domestiche.

Dopo anni di attacchi, rapimenti e minacce la vendita potrebbe essere stata “consigliata” alla Shell dallo stesso governo nigeriano per prevenire problemi peggiori. A subentrare, sempre secondo l'agenzia, sarebbero pronte un paio di aziende cinesi.

Chi per caso si trovasse a cadere in questo triangolo rischierebbe di finire nei guai.

L'evidenza di un qualche legame tra il rapimento dell'avventuriero italiano e la situazione petrolifera nigeriana è sicuramente tenue. Sappiamo però che enormi pressioni vengono fatte sul governo centrale di Roma per capovolgere il verdetto sulla struttura di Melilli: il “ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo, che ha minacciato conseguenze sul piano dei rapporti fra (ex) alleati e da parte dell’assessore Regionale alla Cooperazione Titti Bufardeci che ha parlato nelle settimane scorse di un nuovo rapporto diametralmente opposto a quello dei dirigenti dell’assessorato regionale al Territorio e Ambiente Cuspilici e Interlandi che ritengono pericolosa e dannosa l’installazione del rigassificatore in un’area già fortemente compromessa.” (“Qualche spiraglio di sole nell’Isola offuscata dalle emissioni di idrocarburi”, Quotidiano di Sicilia 29 dicembre 2009), tanto da portare frizione tra l'MPA (a cui la Interlandi fa riferimento) e gli uomini di Miccichè (Prestigiacomo e Buffardeci).

La Shell in fondo è solo un piccolo ingranaggio di un meccanismo molto più complesso con raggi d'azione ben più ampi. L'azienda petrolifera non ha sicuramente niente a che vedere con il rapimento di Cicala, ma il coacervo di interessi nel quale rientra il petrolio africano potrebbe avere spinto un qualche grumo di potere “deviato” all'azione. Una deviazione clinica più che politica.

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lunedì, dicembre 14, 2009

Intrigo internazionale

Ne “I Beati Paoli” il prepotente di turno si ritrova “pizzini” con minacce ed avvertimenti ovunque ed a qualunque ora del giorno e della notte malgrado i sistemi di sicurezza dei palazzi del governo.

Questo succede a chi si mette contro chi è protetto dalla fantomatica “fratellanza”. Questo è quello che è successo ieri a Berlusconi.

Lo scorso venerdì Il Giornale aveva rivelato, tramite un articolo dall'editore stesso considerato "La" provocazione l'esistenza di un qualche piano per un attentato contro il capo del governo italiano ("Provocazione Quella sovranità della moneta in mani private", 11 dicembre):

“Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio”.

Una firma che voleva dire essersi messi contro gli stessi poteri contro cui si è messo il nostro pecoraio.

Lapsus freudiano, l'articolo sorvola su Ronald Reagan, ferito con un colpo di pistola dopo alcune precise dichiarazioni:

“Non dobbiamo rendere conto alla Federal Reserve Bank, tanto meno al (suo) presidente.”

Avvertimenti Berlusconi ne aveva già ricevuti parecchi (si veda ad esempio il post “Bang bang”, dove si era già fatto il paragone con Reagan). Ora che è rimasto senza protezioni politiche internazionali e che la fine si avvicina, quei poteri sono riusciti ad assestare il primo colpo.

Da chi sono stati uccisi Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy, da chi è stato ferito Ronald Reagan? Da malati di mente, da squilibrati forse anche un po' estremisti. Da chi è stato ferito Brelsuconi?

Ma il dettaglio che deve aver fatto tremare la vittima è un altro, ed è stato sottilmente messo in luce dai cronisti:



Secondo l'inviato l'organizzazione della sicurezza lascia perplessi. Come nel racconto dei Beati Paoli. E come allora, oggi la vittima è assalita dal terrore di sapere lavorare per il nemico qualcuno di quelli che dovrebbero invece curare la sua sicurezza.

Che spettacolo indecente vedere trionfanti tutti questi giullari con le mani insanguinate. Tutti questi “Spatuzza” dell'ultima ora. Da Di Pietro a De Magistris, dai fratelli Borsellino a Sonia Alfano, schierati con gli assassini dei loro stessi congiunti.

Sino a Beppe Grillo che oggi pubblica (sotto dettatura) un post dal titolo amichevole ed amabile: “La Jugoslavia dolce”, lui che invece come gli altri vorrebbe veder scorrere il sangue:

Con la sua sovrumana volontà di sopravvivenza alla giustizia e alla decadenza fisica ha tenuto in vita artificiale un Paese inesistente insieme alla sua carcassa. Il dopo Berlusconi è già iniziato. (...) L'Italia si sta spaccando come un lastrone di ghiaccio. (...) La Lega punta alla secessione del Nord e con tutta probabilità riuscirà a ottenerla. La crisi dello Stato e il crollo dei piduisti del PDL la favorirà. Diventerà il primo partito sopra il Po. La mafia in Sicilia ha lo stesso obiettivo sin dai tempi di Salvatore Giuliano. Una Jugoslavia dolce ci aspetta.

Berlusconi infatti farà la fine di Giuliano, l'unico a pagare per tutto. Il parafulmini del nuovo sistema, che se sessant'anni fa ci ha visto, noi siciliani, sconfitti, oggi ci vedrà vincitori. Amnistia per tutti i combattenti, incluso Dell'Utri (apparentemente scagionato dalle contro-dichiarazioni di Graviano), ma non per Silvio-Turiddu.

Amnistia per la Sicilia tutta: dopo Il Financial Times, che ha recentemente pubblicato un articolo sulla mafia riuscendo a non nominare la Sicilia (si veda il post “Corso di fotografia”), ora anche l'Economist ci sdogana parlando della Sicilia senza accennare alla mafia, accentandone il suo status inter-nazionale.

Lessons from the Leopard” (Lezioni dal Gattopardo, 12 Dicembre) con la scusa di discutere la decadenza europea al sorgere del secolo asiatico, porta in alto la letteratura isolana dichiarando il libro “una metafora siciliana per la UE”, che dopo un solo decennio ha già fatto il suo tempo (si veda il post “I puffi”).

Mentre in Sicilia tutto sta per cambiare, l'Economist ci ricorda che “Il Gattopardo è meglio conosciuto per una singola frase: «Se vogliamo che tutto rimanga le stesso, tutto deve cambiare»“(...) I leader europei di oggi parlano delle cose che devono cambiare, ma in modo destinato ad compiacere, troppo spesso, ad un lato dell'Europa che è vecchio, stanco ed ansioso. (...) Ma i rivali dell'Europa sono giovani ed affamati. Il vecchio continente dovrebbe resistere all'attrazione della resa gentile.”

Le porte si stanno continuando ad aprire, ed è inutile che si cerchino ancora foglie di fico per nascondere quello che è diventato il presente.

“Per la Cina il Mediterraneo è il principale corridoio di sbocco delle sue merci verso il grande mercato europeo. In questa prospettiva il Pireo è solo uno degli anelli della catena globale del valore - dalla fabbrica al consumatore, ossia dalla Cina all' Europa via Mediterraneo - che Pechino sta cercando di irrobustire. Con buon successo. Le imprese cinesi investono su tutta la portualità mediterranea, anche nordafricana. (...) Un' area dove negli ultimi anni gli americani stanno ammainando bandiera, mentre non solo cinesi, ma anche arabi, indiani e brasiliani stanno entrando alla grande.”

Il brano non è tratto da un post de Il Consiglio, che ha scritto queste cose sin da un paio di anni fa (si vedano “Palermo delenda est (seconda parte)” o “Tutte le scarpe del presidente”), ma da un articolo di Repubblica dello scorso 10 dicembre (“La sindrome cinese”). La Sicilia, il convitato di pietra, non è neanche menzionata.

Raffaele Lombardo, Presidente della regione che presto lui stesso, guardando ad oriente, potrebbe condurre a diventare nazione, insieme al suo scudiero Leanza, Assessore alla cultura, a proposito della prossima restituzione della Venere di Morgantina da parte degli USA non si nasconde più (Tornati in Sicilia gli acroliti di Demetra e Kore Lombardo: "Invitiamo Napolitano", SiciliaInformazioni.com, 13 dicembre):

“Vincere la (...) battaglia: quella di impedire la parentesi romana di sei mesi della Venere di Morgantina che, in base agli accordi con gli Usa, tornerà in Italia nel gennaio del 2011. A Roma neanche un giorno”

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Post Scriptum: Il titolo del post si riferisce al recente film “The International”. L'attentato di ieri era stato in qualche modo anticipato dalla pellicola. Il Presidente del Consiglio italiano, interpretato da Luca Barbareschi, viene ucciso durante un comizio in una piazza di Milano. L'identificazione con Berlusconi è lampante, visto il cognome (Calvini, rifermento a Calvi) e il nome ed il logo del partito: Futuro Italiano, cioè FI. I carabinieri depisteranno le indagini incolpando quelle Brigate Rosse che tanto rosse non sono mai state.


Le piazze di Milano grondano sangue (vedi minuto 1:00)

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venerdì, dicembre 11, 2009

I puffi

Qualcuno sostiene che i siciliani non possano non dirsi europei.

In Europa occidentale non sono poche le nazioni che, finita l'euforia dei fondi comunitari e la spinta speculativa della finanza internazionale, si trovano ora in disastrose condizioni economiche e politiche. Con Grecia ed Islanda ad un passo dal fallimento, l'Inghilterra affossata dal sistema da lei stessa creato, Irlanda e Spagna in profonda recessione e l'Italia, terra di confine, dilaniata dall'acuirsi del conflitto tra oriente ed occidente, gli unici punti di riferimento politico ancora credibili rimangono Francia e Germania.

La crisi economica esplosa lo scorso anno indebolendo i centri di potere anglosassone ha ridato ai governi dei due giganti europei la possibilità di tornare a muoversi liberamente in ambito internazionale.

Mentre la Germania ha potuto continuare tra alti e bassi il suo avvicinamento a Mosca (vedi l'accordo tra Opel e Magna, saltato probabilmente più per le beghe interne russe tra Putin e Medvededv che per l'opposizione della UE), Sarkozy ha siglato diversi accordi bilaterali per le forniture nucleari (tra i quali quello con gli Emirati Arabi) cercando persino di infilarsi tra i piani degli ayatollah iraniani.

Nel frattempo a Bruxelles, tramite le truffe dei referendum ripetuti all'infinito (Irlanda) ed a qualche altro sotterfugio indegno, si è finalmente riusciti a ratificare trionfalmente un oramai svergognato Trattato di Lisbona e si potuti procedere all'elezione del temutissimo presidente della commissione, posto sino a poco tempo fa incomprensibilmente prenotato da Tony Blair, politico sì di primo piano ma di uno stato che non ha neanche adottato la moneta unica.

Sarà pure una casualità, ma Bruxelles oltre ad essere la sede del parlamento europeo è anche la capitale di uno stato in via di totale disfacimento.

Il Belgio è una nazione formata dall'unione di due regioni principali, una francofona ed una fiamminga, governato in forma federale tramite un pool di ministri selezionati all'interno di un complesso sistema di quote teoricamente mirato ad assicurare un'equa rappresentanza alle diverse comunità, ma che in effetti ne ha bloccato completamente la vita politica sclerotizzandola in due muri contrapposti che si fronteggiano oramai da anni senza una via d'uscita diversa da quella dello smembramento. All'apice dell'ultima crisi, tra il 2007 ed il 2008, il posto di primo ministro è rimasto addirittura vacante per circa sei mesi.

Immaginate allora che brividi lungo la schiena si saranno diffusi attraverso l'impero quando si è saputo il nome del prescelto per ricoprire questa importantissima carica di Presidente della Commissione (dei banchieri europei): Herman Van Rompuy!

Il “Chi era costui?” deve essersi udito alto nei primi istanti, ma uno sguardo allo striminzito curriculum ha potuto confermare i peggiori sospetti: Mr Van Rompuy è uno sconosciutissimo primo ministro belga che tutto quello che può vantare in carriera è proprio il premierato belga dal 30 dicembre 2008 al 25 novembre 2009.

Chi ha giocato il brutto scherzo simbolico ai “fratelli” della BCE?

Secondo l'Economist, “il suo nome è stato spinto dalla Francia e dalle Germania come un modesto conservatore da una piccola nazione che presiederebbe i meeting dell'Unione senza oscurarli” ("We are all Belgians now”, 28 novembre 2008).

Ancora più ridicola ed allo stesso tempo significativa è stata poi la scelta del “ministro degli esteri”, l'inglese Lady Catherine Ashton, un altro Carneade. Un burocrate mai eletto, caratteristica quest'ultima che ben svela la truffa ai danni dei cittadini europei pianificata tra la City di Londra e Wall Street.

City di Londra che dal canto suo grida al tradimento proprio da parte di Francia e Germania tramite il solito Financial Times (“I leader voltano le spalle alla visone di Giscard's”, 21 novembre 2009), chiedendosi se queste nomine non rappresentino la “morte delle ambizioni europee”.

E qui si fa una confusione certamente volontaria. Le due minuscole nomine molto probabilmente non saranno la morte delle ambizioni europee, ben rappresentate proprio da quelle nazioni che hanno affossato l'immagine politica della commissione sul palcoscenico politico internazionale. Ma quasi certamente lo saranno per le ambizioni globalizzanti dei poteri finanziari anglosassoni che avrebbero voluto Blair seduto sul trono fatto di carta straccia stampata dalla BCE.

I fotogenici Herman e Catherine al prossimo summit internazionale dovranno usare tutta la loro inestimabile esperienza politica per farsi notare da Gargamella Hu Jintao, Presidente della Repubblica Popolare cinese. Chissà a quali furbizie dovranno ricorrere per riuscire a spuntarla nelle serrate negoziazioni.

Ecco perché presto forse potremo non dirci europei.


La statura dei rappresentanti (a sinistra, la moneta di riferimento)

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