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venerdì, aprile 15, 2011

La sputazza

Il dialetto, quello che una volta in classe veniva censurato a suon di bacchettate”. Dice bene Tano Gullo, giornalista dell'edizione palermitana di Repubblica in un suo recente articolo sulla proposta di legge per l'insegnamento della lingua Siciliana nelle scuole dell'isola (“Il siciliano si studierà a scuola. Ma gli scrittori bocciano la legge”, 7 aprile 2011).

Dice bene perché così ammette quello che il suo editore voleva negasse, e cioè che l'italiano non è la nostra lingua. Che la nostra cultura non è “italiana”, e che noi probabilmente italiani non siamo e soprattutto non ci sentiamo, visto che questa splendida lingua di Dante ce la siamo dovuti sorbire a forza di bacchettate.

E dice bene perché così facendo si affianca idealmente al regista Tornatore che nel suo ultimo capolavoro (Baaria) sottilmente affiancava l'insegnamento della lingua italiana nelle scuole del suo paese alla violenza fascista, sottolineando la valenza politica di quella coercizione.

Valenza politica posta in evidenza anche in un'altra scena, quella della salsiccia, in cui all'esprimersi in Siciliano del venditore ambulante, fa da contraltare la perfetta cadenza unitaria dell'ufficiale fascista canzonato che ordina l'allontanamento forzato (ancora una coercizione) dal suo orecchio di quell'idioma.

L'articolo di Repubblica non fa altro che confermare i sospetti che già da tempo Il Consiglio metteva in evidenza (si veda il post “Dialetto Siciliano o linguaggio politico italiano?” del 7 febbraio 2007), che cioè il tentativo di censura della lingua Siciliana insieme a tutta la diatriba sorta intorno al contrasto Siciliano / italiano abbiano un carattere fortemente politico.

Consolo, uno degli scrittori che avrebbe bocciato la legge, la butta direttamente in politica senza mezzi termini tentando di sminuire il provvedimento come indice di una regressione leghista. Tentativo populista ma legittimo, per carità. Aggiunge però che “Io sono per la lingua italiana, quella che ci hanno insegnato i nostri grandi scrittori, e tutto ciò che tende a sminuirla mi preoccupa”, ed in questo modo non fa altro che darci ragione.

Se insegnare il Siciliano a scuola equivale comunque a sminuire la lingua italiana, bisogna pur pensare che vi sia una netta contrapposizione tra i due idiomi. Essi non si integrano, come vorrebbe la vulgata generale che relega il Siciliano a semplice dialetto dell'italiano. Consolo si tradisce in un certo senso rivelando un timore nei confronti di un qualcosa che avrebbe la forza di contrastare un suo credo. Potrebbe mai un povero dialetto essere capace di fare questo?

Camilleri, altro scrittore “preoccupato”, precisa meglio: “una lingua, l'italiano, che al 90 per cento è stata l'artefice dell'unificazione del Paese”. Ecco chiarita la transizione: se indeboliamo l'italiano, indeboliamo l'unità. Ed infatti Consolo continua: “Non è che con questa legge si vuole aprire una breccia per dare la stura a un pernicioso revisionismo?

E' sin troppo ovvio che così siamo pienamente entrati in politica. Una politica di amplissimo respiro che va a toccare processi storici di enorme portata che riguardano la stessa storia del Regno Normanno di Sicilia e la sua contrapposizione alle politiche espansioniste occidentali.

La riproposizione del Siciliano non minaccia di aprire il fianco al revisionismo solo per quanto riguarda il periodo risorgimentale, ma anche per il campo ben più vasto dello stesso rinascimento, quel processo storico che segnò la nascita dell'era moderna e per inciso il trionfo dell'italiano sul Siciliano.

Il risorgimento, nel senso di storia d'Italia, in fondo è piccola cosa: Tornatore nel suo film lo assimila ad una "sputazza" che si asciuga sulla sabbia mentre il protagonista di corsa attraversa una grossa fetta della storia unitaria. Secondo quanto dice il bambino, circa mezzo minuto della storia della Sicilia.

E se gli scrittori contrari al Siciliano nelle scuole sono Consolo e Camilleri, classe '33 e '25 rispettivamente, ci dispiace dover notare come i detrattori della Sicilia abbiano oramai i “mezzi minuti” contati.


Basta un solo Siciliano a fare rinascere la Sicilia: del passato rimarrà solo uno sputo.

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mercoledì, aprile 29, 2009

In musica sulla via di Damasco

L'1 maggio del 2008 Michele Santoro durante la sua trasmissione “Annozero” si interessava stranamente alle sorti di una piccola emittente privata catanese, Telecolor.

Il problema: l'attuale proprietario (l'Innominato, manco a dirlo...) avrebbe organizzato un riordino dell'emittente licenziando i giornalisti meno malleabili (vedi “Caso Telecolor ad Annozero”, comunicato dell'OGS del 7 maggio 2008) .

Incredibilmente Santoro sembra schierarsi con i più deboli, contro uno dei più inattaccabili paladini del regime italiano in Sicilia. Il crollo di quell'impero poteva essere salutato con favore dai Siciliani. Ma l'attacco di Santoro, noto antisiciliano, era già allora sospetto.

Quello che stava accadendo si sarebbe chiarito nel giro di pochi mesi e sarebbe diventato di pubblico dominio nell'ottobre scorso, quando durante il telegiornale di Antenna Sicilia fu trasmessa una intervista ad un Tuccio Musumeci (noto attore comico catanese) in versione antirisorgimentale ed indipendentista (vedi il video sul nostro post “Sorpresa nel finale”).

L'Innominato si era convertito alla causa Siciliana schierandosi con la fazione “meridionalista” dei partiti nazionali e la sua posizione si è poi consolidata, come ha dimostrato la ripetizione dell'attacco di Santoro e la sua amplificazione tramite la famosa puntata di Report su Catania (vedi il post “La frontiera” e “Report a Catania, quinta parte: il monopolio dell'informazione”, SiciliaToday.net, 16 marzo 2009).

Godiamoci i lati positivi di questa “conversione sulla via di Damasco” con alcune canzoni tratte dal Festival della Canzone Siciliana, una manifestazione che era stata interrotta negli anni 90, quando ancora il nostro “remava contro” e che ora viene ripresa in grande stile e con musicisti di altissimo livello.



Salina - Mario Incudine



Vera – Tony Canto



Tutti li cosi vannu a lu pinninu – Alfio Antico


E per una volta quella scenografia fatta di scale piramidali, occhio stilizzato e sole splendente la riterremo una coincidenza ;)

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Tutti gli altri video delle canzoni partecipanti possono essere visionati dalla relativa pagina de LaSiciliaWeb.it.


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venerdì, marzo 07, 2008

I bambini di Cavour

«Nè va sottaciuto il fatto che il concetto di koinè si trascina dietro il pregiudizio che il dialetto regionale sia una lingua e non un dialetto. Conseguenza innocua, se dietro al concetto di lingua non stia spesso (o non sia stato) quello di nazione»
Salvatore C. Trovato


Il cavo sottomarino che presto unirà direttamente la Sicilia all'India potrà mai fare sentire ai Siciliani i battiti di una nazione che ha finalmente ritrovato la sua libertà, anche se ancora alle prese con i guasti ereditati dal dominio coloniale?

Thomas Babington Macaulay, primo barone di Macaulay, nacque il 25 ottobre 1800 da una famiglia scozzese emigrata in Inghilterra dalle highlands.

Macaulay fu poeta e storico, dedicandosi e pubblicando libri contenenti ballate ed episodi eroici della storia romana.

Fu anche un politico di un certo spessore e divenne membro del parlamento britannico.

L'apice della sua carriera lo raggiunse però grazie alle cariche che ricoprì nei vari organi preposti al governo coloniale dell'India. Anzi si può senza ombra di dubbio affermare che fu lui il vero conquistatore del subcontinente.

Egli andò in India nel 1834 e secondo i libri di storia patria creò le gloriose basi sulle quali fu costruita l'India coloniale bilingue, convincendo il governatore a soppiantare le lingua ufficiali di allora (arabo e sancritto) con l'inglese nel sistema educativo indiano.

Ecco come perorò la sua causa di fronte al parlamento britannico il 2 febbraio 1835:

“Ho viaggiato attraverso l'India in lungo ed in largo e non ho visto ombra di straccione o di ladro. Ho visto una tale ricchezza in questa nazione, valori morali cosí alti, gente di un tale calibro, che non penso potremo mai conquistarla a meno che non spezziamo la vera e propria spina dorsale di questa nazione che é il suo patrimonio spirituale e culturale, per cui propongo di rimpiazzare il suo antico sistema educativo, la sua cultura. Perché se gli indiani pensano che tutto quello che sia straniero ed inglese é buono e sia migliore del loro, essi perderanno la loro autostima, la loro cultura e diventeranno quello che noi vogliamo che siano, una nazione sottomessa.”

Ancora oggi con il termine “Macaulay children” (I bambini di Macaulay) si indicano quegli indiani che adottano la cultura occidentale come modello o che dimostrano comportamenti influenzati dai colonizzatori.
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giovedì, gennaio 10, 2008

La spada nella roccia


La leggenda narra che re Artù, ferito a morte, abbia trovato rifugio in Sicilia alle falde dell'Etna e qui fosse stato miracolosamente curato dalla fata Morgana.

Sarà forse per un riflesso di queste legende celtiche arrivate alle nostre latitudini insieme ai cavalieri normanni, ma oggi i politici siciliani sono tutti alla ricerca di quel Sacro Graal elettorale che possa permettere loro di rimanere a galla nello sconquasso che sta travolgendo l'intera penisola italiana e le isole ad essa connesse.

Il sistema clientelare sino ad oggi custode del potere politico di Palazzo dei Normanni (appunto...) ci appare infatti sempre meno solido, insidiato dal basso dallo smantellamento delle cosche criminali e dall'alto dalla costante diminuzione di portata del fiume carsico di denaro proveniente da Roma per la necessaria oliatura dell'infernale meccanismo.

La giostra del duello politico si è quindi spinta verso la ricerca di questo mitico Graal, la cui sopravvivenza si era messa in dubbio sino a quando negli anni '90 un piccolo esperimento elettorale, quel Noi Siciliani che addirittura elesse un parlamentare nazionale, non riuscì ad avvistarlo ed a provarne definitivamente l'esistenza.

Il Sacro Graal dell'identità Siciliana è oggi custodito da un manipolo di coraggiosi, volgarmente detti sicilianisti, che con mistica determinazione si sono ostinati a proteggerlo dai continui attacchi mirati all'appiattimento risorgimentale della nostra Patria.

I poco valenti cavalieri che siedono alla tavola rotonda della politica siciliana, che fino a ieri snobbavano le argomentazioni dei sicilianisti quasi fossero un puerile miraggio, un fenomeno di Fata Morgana (appunto...), oggi fanno a gara per raggiungere la pentola colma d'oro abilmente nascosta alla base di un arcobaleno di rivendicazioni fino ad ora arrogantemente ignorate.

Il torneo fu inaugurato qualche anno fa dal nostro presidente, quel Cuffaro che poi ama sminuirsi inspiegabilmente con il titolo di governatore, con la presentazione dell'inno siciliano, una canzonetta nata sulla scorta di Fratelli d'Italia scritta da Vincenzo Spampinato, uno dei nostri più validi cantautori altrettanto inspiegabilmente sceso di tono per l'occasione (senza contare che la Sicilia un inno lo aveva già...).

Fallito il tentativo di Cuffaro, il Sacro Graal sembrò passare nelle mani di Raffaele Lombardo, che con l'invenzione MPA tenne tutti con il fiato sospeso per qualche tempo. Lombardo irretì per bene parecchi esponenti della setta sicilianista, ma si è poi lasciato scivolare tutto dalle mani in occasione delle elezioni di Palermo dove forse impaurito ed incalzato dal suo stesso passato non potè fare a meno di rientrare nell'opera ed appoggiare il pupo Cammarata.

Delusione ancora più cocente hanno subito gli adepti di Nello Musumeci, che non solo come il Lombardo è ritornato sui suoi passi al primo fischio di pastore udito nell'aria, ma ha persino rinnegato se stesso cancellando la sua creatura Alleanza Siciliana. Cliccare per credere: www.alleanzasiciliana.it

Ed ora a tentar l'impresa di estrarre la spada nella roccia si accinge il cavaliere Miccichè, presidente di questa tavola rotonda che va sotto il nome di ARS. Il paladino del popolo delle libertà in Sicilia, attraverso il suo blog, ha più volte mostrato interesse verso le tematiche care ai sicilianisti, arrivando nei giorni scorsi a chiedere di essere contattato da L'Altra Sicilia per discutere la loro proposta di legge per l'insegnamento della Lingua Siciliana nelle scuole, l'introduzione del bilinguismo nella pubblica amministrazione e l'istituzione di una serie di media in Lingua Siciliana (Vedi il post 'Un regalo stupendo', commento n°329).

La Sicilia sta conquistando Miccichè, o Miccichè tenta il conquisto della Sicilia? Certo ci vuole coraggio per abbandonare il paracadute della esausta politica romana e lanciarsi nel vorticoso mare della immortale storia di Sicilia. Ci vuole coraggio per solcare le rotte già percorse dagli avi normanni che qui traghettarono le leggende di re Artù e magari aprirne di nuove. Ma al contrario di quello che si potrebbe pensare, partire proprio dalla Lingua Siciliana vorrebbe dire salpare con il vento il poppa, visto che, come disse con estrema apprensione un professore di linguistica dell'Università di Catania, tal Salvatore C. Trovato, “dietro il concetto di lingua sta spesso quello di nazione”.

Caro Presidente il paracadute romano è oramai logoro. E' arrivato il momento di levare le ancore senza guardarsi indietro per non rischiare di rimanerci di sale come tutti gli altri , cavalier serventi in caduta libera dopo lo sgonfiarsi del vento risorgimentale.
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mercoledì, febbraio 07, 2007

Dialetto siciliano o linguaggio politico italiano?

Secondo di una serie di tre post a supporto della legge di iniziativa popolare proposta da L'Altra Sicilia.
Prima parte: Siciliano ed Italiano: quale dei due è il dialetto?
Seconda Parte: Un xciuri nel deserto di Sicilia


Nel XIII secolo le liriche della Scuola Poetica di Federico II ci offrono un siciliano già abbastanza sviluppato da poter fornire la base per la nascita della forma letteraria più raffinata di tutto il Mediterraneo sin dalla caduta dell'impero romano (parlare di Europa per quel periodo non avrebbe senso): il sonetto.

Ciò pone un problema di non secondario rilievo riguardo all'origine stessa del siciliano, dai toscani considerato un volgare. Bisogna innanzitutto osservare (per rendersi conto di quanto angusto fosse l'orizzonte culturale dei tanto decantati comuni italiani) come Dante non riusciva nemmeno a capire che i sonetti siciliani da lui letti non erano quelli composti da Jacopo e dagli altri aedi facenti parte della Magna Curia, e che quindi la sua idea di “siciliano” fosse fortemente alterata.

Di più, nella Toscana del XIII secolo la lingua comune era diventata il latino da circa 1500 anni, mentre nella Sicilia “liberata” dai normanni esso era una lingua minoritaria, surclassata da arabo e greco per diffusione. E nemmeno si può credere che quella islamica sia stata solo una parentesi, poiché vi sono forti indizi a suggerire che anche la Sicilia imperiale parlasse greco (e secondo Apuleio anche fenicio, particolare questo di notevole interesse come vedremo tra poco) ed usasse il latino solo nell'ufficialità e per comunicare con i “padroni” romani, incentivi questi venuti meno alla caduta dell'impero ed al passaggio nell'orbita bizantina.

A dare sostegno alla tesi dell'immutato utilizzo del greco durante il buio periodo seguito alle guerre puniche vi è una importante traccia: in un ampia fascia della provincia di Reggio Calabria, la cosiddetta area grecanica, si parla ancora il greco dei coloni che fondarono la civiltà della Magna Grecia. Oggi ovviamente si tratta di una eccezione, ma non sarebbe scandaloso pensare che nella Calabria come nella Sicilia (e forse anche nella Puglia meridionale: le tre aree dove oggi si parla siciliano) del XIII secolo ciò fosse normale.

E potremmo spingerci ancora più indietro nel tempo, facendo notare, ad esempio, la strana assonanza tra il nome dato dai greci al vulcano (Aitna, vocabolo dalle origini forse fenicie) e il nome siciliano della protettrice di Catania i cui atti miracolosi più importanti sono legati proprio alle ire di fuoco del monte, e cioè Sant'Aita: è Aita storpiatura del greco Agathos, o piuttosto è Agathos la versione greco-bizantina del culto del dio fenicio Aton?

Andare oltre nei nostri ragionamenti in questa sede sarebbe pretestuoso, che non abbiamo i mezzi per scavare in profondità nella materia. D'altronde chiunque esplorasse la possibilità che il siciliano del 1200 non sia stato un volgare, implicitamente ammetterebbe il suo status di lingua. E' interessante però chiedersi il perchè tali idee siano bocciate a priori dai cattedratici, i quali non si degnano neanche di discuterle dal punto di vista scientifico limitandosi a mostrare la stessa sdegnata noncuranza con cui di solito accantonano maghe e “mavari”.

La diatriba tra siciliano lingua e siciliano dialetto è in realtà inesistente, poiché per la comunità scientifica internazionale il siciliano è una lingua a tutti gli effetti (essendo riconosciuta come tale anche nella classificazione ISO con il codice scn), che gode addirittura di buona salute . Ma allora il problema sorge solo per italica ignoranza? E no. Aggrapparsi all'ignoranza sarebbe voler essere magnanimi con i colpevoli, e noi non lo saremo.

Esiste una eccezionale raccolta di articoli che può far luce sull'argomento: essa è stata pubblicata con il titolo “La fiera del Nigrò” da Sellerio e mette insieme gli scritti sul siciliano di Salvatore C. Trovato, professore di linguistica all'Università di Catania (si noti come sia l'autore che la casa editrice siano siciliani...).

L'autore ci porta per mano attraverso la Sicilia linguistica schiudendo davanti ai nostri occhi i segreti di modi di dire e di vocaboli che inglobano millenni di stratificazioni. Scopriamo ad esempio (ed è un particolare importante) che un elevato numero di parole a radice latina esistenti nel siciliano non provengono direttamente dal latino ma dalle lingue romanze (francese, spagnolo, italiano). In questi cammei egli si dimostra oltremodo competente trasudando dal suo indagare un amore per la materia certamente fuori del comune. Dove però troviamo qualcosa di stonato non è tanto nel suo posizionarsi tra i sostenitori della teoria del dialetto, ma nella veemenza con la quale sembra proporci la sua tesi.

Quando questi articoli apparivano saltuariamente su riviste dalla periodicità dilatata la cosa forse non saltava all'occhio, ma ora che vengono riproposti tutti assieme l'insistenza del professore riguardo alla cosa diventa ossessiva, quasi tentasse di inculcarci una qualche ideologia. Si va dal fantasioso uso della definizione di “dialetto regionale” (inapplicabile per un idioma dalla diffusione tanto vasta quanto quella del siciliano, parlato anche in Calabria ed in Puglia) sino allo scomposto sbeffeggiamento del famoso studioso Giovanni Ragusa (“un insegnante di Modica...”) colpevole di aver proposto la tesi di una origine diversa dalla neo-latina per la lingua siciliana.

E' tanto preso il nostro da questa rabbia inquisitiva da non accorgersi, nel corso degli anni attraverso i quali scrive i suoi articoli, di aver fatto due errori clamorosi, i quali in fondo spiegano tutto quello che c'è da spiegare sulla storia ufficiale della cultura italiana. Il primo è una strana omissione comune a tutti coloro i quali discettano in termini simili ai suoi di siciliano: costoro partono dal presupposto che il siciliano non sia una lingua senza sentire il bisogno di dirci come mai siano giunti a tale conclusione. Nella Fiera del Nigrò codesta conclusione viene urlata, gli oppositori repressi, la semplice pretesa derisa senza alcuna giustificazione. In base a quali dati incontrovertibili il siciliano dovrebbe essere classificato come dialetto? Quale sarebbe la definizione di lingua e quale quella di dialetto? Diteci cosa sfugge a noi comuni mortali, così potremo metterci il cuore in pace con questa stupidata della “nazione siciliana”. Niente: omertà assoluta!

Il secondo è poi la spiegazione del primo: al capitolo XXXVII la koinè siciliana viene sbrigativamente definita un miraggio. La motivazione dietro questo accanimento non ha nulla di scientifico, ed infatti lo studioso candidamente (ed incredibilmente) ammette che «Nè va sottaciuto il fatto che il concetto di koinè si trascina dietro il pregiudizio che il dialetto regionale sia una lingua e non un dialetto. Conseguenza innocua, se dietro al concetto di lingua non stia spesso (o non sia stato) quello di nazione».

Commentare sarebbe superfluo. Tranne che per sottolineare sino a che livello possa essere lottizzata la cultura siciliana “ufficiale”.

E pensare che credevamo di essere capitati dal lato giusto del muro di Berlino. Ma sarà poi mai esistito questo “lato giusto”?
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giovedì, febbraio 01, 2007

Un xciuri nel deserto di Sicilia

Secondo di una serie di tre post a supporto della legge di iniziativa popolare proposta da L'Altra Sicilia.

Leggi il Primo Post della serie


Un problema che spesso si pone di fronte a chi “osserva” la Magna Curia federiciana nel suo complesso è dato da quell'apparente essere cresciuta sotto vuoto, in un ambiente cioè che i libri di storia patria ci dipingono totalmente asettico. Una sorta di nascita miracolosa (per virtù dello spirito italico) in un deserto assoluto. D'altronde è così che il regno normanno viene fatto apparire all'improvviso sui libri di storia scolastici tra il XII ed il XIII secolo: un fiore nel deserto le cui spore sono poi volate lontano senza più germinare sull'isola, un deus ex machina necessario al corretto prosieguo della commedia.

Purtroppo però ci sono prove inconfutabili che l'isola, tra la fine dell'impero romano e l'arrivo dei normanni non cessò di esistere ma, invece di subire i disordini e gli stupri che sommergevano il resto dell'Europa nel medioevo, continuò a fiorire come sempre (ovviamente escludendo le parentesi romane...) prima nell'orbita bizantina e poi nella forma di un califfato.

Malgrado questo, i boriosi cattedratici tricolori, facendo finta di non sapere che a sud di Roma nel XIII secolo esisteva uno stato nazionale moderno, uno dei meglio organizzati d'Europa, capace di scambi continui con tutti gli altri regni dell'epoca a nord delle Alpi, continuano a sostenere che il linguaggio giullaresco francese, da cui poi la scuola poetica siciliana avrebbe attinto, poteva giungere a sud solo attraverso la “Lombardia”.

Facendo a gara, novelli Virgilio, per cercare di dare una nobile origine padana all'idioma nel quale compongono i loro sproloqui, si scomodano fantomatici canzonieri occitanici che una dinastia veneta avrebbe donato a Federico II e da cui ne conseguirebbe che la Scuola Siciliana nasce, almeno idealmente, nel Veneto (A. Roncaglia, 1983 in Per il 750° anniversario della Scuola Poetica Siciliana): un po' come se il presidente della Repubblica Italiana volesse donare un'edizione tascabile della bibbia alle biblioteche vaticane sostenendo poi l'origine partenopea del cristianesimo. Almeno idealmente.

Il fatto che quasi tutto quello che viene di solito propagandato come quintessenza dell'italianità, dalla pasta, al caffè, sino alle sequenze di Fibonacci (tanto per passare all'ambito scientifico) sia nato nel califfato (indipendente) della Sicilia islamica (e non araba, che i siciliani sempre siciliani erano) non consiglia loro prudenza! Come d'altronde la malcelata presenza di una importantissima scuola poetica di etnia araba in Sicilia non suggerisce a nessuno che un deserto vero e proprio quest'isola non doveva essere, nemmeno dal punto di vista letterario (si veda a tal proposito la Biblioteca Arabo-Sicula di M. Amari).

Un codice francese databile al secolo XI conserva i versi di un poemetto, in hoc anni circulo, che si apre con queste righe:


Mei amic e mei fiel
laisat estar lo gazel!
Aprendet u so noel
de virgine Maria


Lasciate perdere il gazel: gazel è un termine arabo che indica un componimento erotico tipico della lirica classica araba. Questo viene a dire due cose (cito dalle storie patrie di letteratura): che la lirica araba spagnola era conosciuta in Francia e che, vista la somiglianza metrica tra il poemetto francese e le liriche arabe, forse queste ultime hanno anche influenzato la nascita della poesia “trobadorica” (da cui proverrebbe il fantomatico canzoniere veneto).

Guarda caso, in Sicilia il sostrato lirico arabo era presente in loco: non doveva arrivare da oltre i Pirenei come per la Francia. Quello che più colpisce in tutta questa storia è che la prosopopea di regime non ammette neanche lontanamente la possibilità di una origine totalmente autoctona (siciliana cioè) del sonetto: per assicurarsi nobili ascendenti meglio dare il merito ai francesi che ai terroni. Anche se poi, da Garibaldi in poi, sostengono di considerarci compatrioti.
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lunedì, gennaio 29, 2007

Siciliano ed italiano: quale dei due è il dialetto?

Primo di una serie di tre post a supporto della proposta di legge di iniziativa popolare de L'Altra Sicilia



“Al giorno d'oggi, in tempi – che si spera possano durare a lungo – di ricostruzioni
del passato culturale prive di qualsiasi pregiudizio
o impulso di tipo romantico-nazionalista, il problema non si pone più”

(Storia della Letteratura Italiana diretta da Enrico Malato, Salerno Editrice srl)


Il problema delle origini della lingua e della letteratura italiana, nonché quello della classificazione del siciliano come lingua o come dialetto, sono avvolti in una specie di nube per districarsi dalla quale si ricorre di solito a teorie che sembrano prese pari pari dalla cosmologia speculativa più ardita.


Secondo i luminari nostrani pare infatti che la lingua italiana (e la letteratura ad essa connessa) si sia formata a seguito dell'addensamento della nebulosa gassosa dei volgari regionali per merito della maestria toscana e grazie alla “piccola” spinta della scuola “siciliana”, con siciliana rigorosamente tra virgolette.


Il ruolo di guida dato dai “siciliani”, innegabile e noto da sempre, è rimasto però indigesto a molti centri di potere culturale tosco-padano che non sono riusciti a trafugarlo come hanno fatto con l'oro millenario delle nostre banche, ma che continuano a tenerlo in ostaggio. I tentativi di sabotaggio anche in questo caso sono stati parecchi, ma in fondo piuttosto maldestri, tanto che potrebbero aver ottenuto l'effetto opposto.


Dante Alighieri, nel De Vulgari Eloquentia, fu il primo a sostenere quella democratica ed improbabile teoria della koinè, secondo cui nell'italiano nessun volgare regionale prevarrebbe sugli altri. Egli comunque ammette che «in effetti questo volgare (il siciliano) sembra avocare a se una fama superiore agli altri, perchè tutto ciò che gli italiani fanno in poesia si può dire siciliano». A questo punto l'edizione dell'opera in mio possesso (Garzanti, 1991 con traduzione di Vittorio Coletti) inserisce una nota che recita così:


Alluderà alla fama del siciliano come lingua poetica; ma sarà anche legato al fatto che Dante (come mostrano gli esempi che collega) leggeva i poeti siciliani in veste già toscanizzata.


L'arrogante nota suggerisce che Dante teneva il siciliano in grande stima solo perchè non leggeva la versione originale delle poesie in questione, che se lo avesse fatto di certo non avrebbe potuto che deridere la rozzezza meridionale. Proprio su tale idea si basa uno dei tentativi più sudici di screditare la “Magna Curia”.


D'altronde, che le versioni giunte sino a noi di quelle poesie siano scritte in una lingua diversa dall'originale è certo. Quella che sembrerebbe la prova inconfutabile, è la versione originale di un'opera di Stefano Protonotaro, Pir meu cori alligrari, rintracciata nella cinquecentesca “Arte del rimare” di Giovanni Maria Barbieri:


La virtuti ch'ill'avi
d'alcirim' e guariri,
a lingua dir nu l'ausu
pir gran timanza c'aiu nu lli sdigni;
pirò precu suavi
piatà chi mov'a giri
e faza in lei ripausu


Guariri, sdigni, ripausu: non ci sono dubbi, questo è siciliano. Inoltre in tutte le poesie “toscanizzate” vi sono degli errori di rimatura che vengono risolti non appena al vocalismo toscano si sostituisca quello siciliano.


A questo punto il problema dell'origine della letteratura e della lingua italiana si intreccia con quello della liceità o meno di classificare il siciliano come lingua o come dialetto.


Una delle critiche più plausibili verso la rivalutazione del siciliano a lingua riguarda proprio la mancanza di una letteratura siciliana in siciliano, di una organica sistemazione dell'idioma: la scoperta (forse non enfatizzata abbastanza) del sonetto sopra riportato dimostra il contrario, e cioè che esiste una letteratura “alta” in siciliano non modellata su esempi di importazione, ma che anzi ha mostrato la strada ai toscani per quella che sarà poi la “koinè” e la forma poetica di cui parla Dante (il sonetto fu invenzione di Jacopo da Lentini): la scuola poetica siciliana segna il passaggio del siciliano da dialetto popolare a lingua vera e propria.


Tutto ciò pone i rapporti tra italiano e siciliano sotto una luce totalmente diversa: non più nascita dell'italiano in Sicilia, ma nascita dell'italiano DAL siciliano, della letteratura italiana DALLA letteratura siciliana. A questo punto mi chiedo: come fa il siciliano (idioma rimasto pressoché immutato negli ultimi 800 anni) ad essere dialetto di una lingua che da esso deriva le sue forme espressive più pregnanti, la sua letteratura?


Ma si sa, in Italia è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, e così per la cultura ufficiale il siciliano rimane un dialetto e italiano e letteratura italiana sono nati in Toscana. Per ripetere una citazione di Sciascia che mi piace tanto, la Scuola Poetica Siciliana non sarebbe altro che “un sogno fatto in Sicilia”.
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