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venerdì, marzo 05, 2010

Il libro enigmistico

A Miccichè lo stiamo tutti aspettando al passo. La sua bella mossa falsa prima o poi la deve fare.

Dove vuole arrivare in fondo lo sanno tutti: Gianfranco vuole prendersi il posto di Lombardo a Palazzo d'Orleans e da lì partire alla conquista del Sud. Il problema semmai è un altro: come ed insieme a chi (altri avrebbero scritto “per conto di chi”...) voglia mai fare tutto questo.

La sua battaglia la conduce con l'energia di un giovanotto. Attaccato dai giornali cosiddetti “di sinistra”, da Repubblica a l'Unità, per la prima volta lo abbiamo visto sbraitare in modo poco composto. E per la prima volta invece di rivelarci qualcosina, come fa di solito, ha semplicemente negato gli addebiti con toni accessi e coloriti: “Proprio ieri è stato consegnato all’ordine dei giornalisti una villa confiscata alla mafia, covo dell’ultimo periodo di latitanza di Totò Riina: non me ne vogliano i giornalisti seri e onesti, ma credo che sede più appropriata non potesse essere scelta”, ha urlato dal suo blog (“E' tutto falso”, 17 febbraio 2010). Riguardo ai giornalisti non ha certo tutti i torti.

Ma il punto rimane oscuro: qual'è il vero motivo dell'attacco? Che cosa non si vorrebbe che Miccichè faccia, così tanto da fargli meritare l'onore di una piccola gogna mediatica? Ora che Lombardo ha promesso di governare con il PD esplicitamente in giunta, vai a capire da che parte arriva l'attacco!

Perché se quando lo si guarda da lontano tutto sembra chiaro su Miccichè, avvicinandosi il quadro va fuori fuoco. Gianfranco è o no il figlio di Berlusconi? Si. Ma resta il fatto che la parabola discendente di Berlusconi, oggi a pochi centimetri dal tonfo finale, è iniziata quando a Palermo quoque lui decise di appoggiare Raffaele Lombardo in vista delle europee. Potremmo discuterne quanto volete, ma della verità su questo punto non si sarà mai sicuri: l'eutanasia politica era stata preventivamente autorizzata dal “padre” nel caso in cui avesse perso la facoltà di muoversi liberamente o no?

Misterioso è anche il suo coinvolgimento nell'affaire Banco di Sicilia, e più precisamente nei dettagli dello sbarco di Intesa in Sicilia (si veda il post “Intesa segreta”). Con la presenza del fratello Gaetano tra i vertici del gruppo bancario diventa arduo nascondere il lato politico dell'operazione. Ma quale è stata la funzione del Miccichè Gianfranco? Svendita finale del BdS e degli interessi dei Siciliani a favore di quelli familiari, o soccorso a Lombardo sul filo di lana?

Ancora più misteriosa è la recentissima uscita sul nucleare. Si può anche qui discettare sugli scricchiolii (sempre presenti) con Raffaele Lombardo. Ma l'ARS si è dichiarata contraria al nucleare a metà gennaio (si veda il post “C'est la vie”). Se si aspetta l'1 marzo per dire la propria, vuol dire che nel frattempo qualche dettaglio deve essere cambiato. Miccichè sta giocando in attacco o in difesa?



Il discorso sulla pericolosità dei nucleare è in fondo condivisibile. Facile che risulti statisticamente più rischioso guidare una macchina che vivere a pochi chilometri da una centrale. Ma anche quando si mettano da parte i pudori ambientali, qualcos'altro nel discorso non quadra: è veramente quella la strada da prendere se non vogliamo dipendere da Francia, Russia o Algeria? Dallo straniero insomma.

Una centrale nucleare non produce energia dal nulla: bisogna metterci dentro un carburante. Il carburante di queste centrali non si chiama petrolio, bensì uranio. E' vero che gli arabi non potranno ricattarci più. Ma le vicissitudini iraniane suggeriscono che i pezzi grossi del pianeta vorranno sempre ficcare il loro nasaccio nei nostri problemi energetici interni. Ed aprire una centrale nucleare è una buona scusa per lasciarglielo fare.

Anche il discorso uranio merita attenzione. Lo scorso 19 febbraio in Niger i militari hanno portato a termine un colpo di stato e deposto il presidente Mamadou Tandja. In casi come questi è sempre interessante sentire cosa ne pensano a Londra. L'Economist (25 febbraio 2010) titola “Sembra popolare, sino ad ora” e poi spudoratamente chiosa “La gente sembra apprezzare il colpo di stato”, tutto corredato da una simpatica fotografia dei dolci militari coperti da ombrelli multicolore. Sappiamo quindi che Londra e Washington appoggiano l'azione dei militari.

In Italia le agenzie ci tengono invece a diramare le opposte preoccupazioni francesi:

Le prime conferme sul fatto che si trattasse di un golpe (...) sono arrivate da un alto funzionario francese. Parigi ha immediatamente invitato i connazionali che vivono e lavorano nella città a non uscire di casa: solo a Niamey sono residenti circa 1.500 francesi e 500 cittadini Ue.

Oggi i colpi di stato non si fanno più per accaparrarsi i campi petroliferi ma le miniere di Uranio, ed il Niger è uno dei maggiori detentori mondiali di riserve di quel minerale (il nono, per l'esattezza): lo scorso 19 febbraio quelle riserve sono passate dalle mani francesi a quelle anglosassoni.

Il fisico nucleare svizzero Michael Dittmar ha recentemente dipinto un quadro a tinte fosche per il nucleare asserendo tra l'altro che “senza accesso ai depositi militari, i depositi civili d'uranio dell'occidente si esauriranno entro il 2013” (“The coming nuclear crisis”, MIT Technology Review 17 novembre 2009).

Avrà torto, avrà ragione, ma chissà a quanti sono rizzati i capelli quando, con la storia del riscaldamento globale che comincia a fare acqua da tutte le parti, Obama si è messo a fare il pacifista:

Il presidente Obama intende perseguire una strategia che prevede una «spettacolare» riduzione nel numero di ordigni nucleari dell'arsenale Usa. (...) Robert Gates (...) presenterà alcune delle opzioni disponibili come un più ampio sviluppo di armi non nucleari”. (“Nucleare, la mano di Obama: «Riduzione spettacolare dell'arsenale»”, Corriere.it 1 marzo 2010).

Dittmar voleva riferirsi al fatto che “oggi, il materiale precedentemente usato per le bombe proveniente dalla Russia costituisce il 45 per cento del carurante per i reattori nucleari americani” e che “il programma per lo smantellamento e la diluizione del nucleo atomico delle testate russe decommissionate scadrà nel 2013” (“Power for U.S. From Russia’s Old Nuclear Weapons”, The New York Times 9 novembre 2009)

Uranio in giro ce né molto poco, e difficilmente la Russia continuerà a regalare il suo a Washington. Con il rischio di finire stritolati tra questi ingranaggi, affidarsi al nucleare non sarebbe dunque così saggio se non ti trovi l'uranio in casa. Questa volta Miccichè potrebbe aver detto semplicemente una bestialità.

Ma ecco che sorge un altro mistero. Lo scorso ottobre è arrivato nelle librerie siciliane un libro scritto da Giuseppe Firrincieli dal titolo “Noi italiani e voi siciliani!”. La trama del racconto si sviluppa racchiusa tra le interessantissime pagine dedicate all'indipendentismo siciliano e con i protagonisti che disegnano le loro azioni tra le pieghe della cronaca italiana degli ultimi vent'anni.

Come nel caso del capitolo scomparso da un famoso e tragico libro di Pasolini, improvvisamente ritrovato in questi giorni da Marcello Dell'Utri, il realismo di questa trama è tale da costringere il lettore a chiedersi se dietro i nomi di comodo non siano celati dei personaggi in carne ed ossa. In effetti uno di questi caratteri è sicuramente reale: il finanziere siciliano Trig-ona è modellato sul bancarottiere di Patti Michele Sind-ona.

Usando la figura di quest'ultimo come chiave del rebus, si potrebbero ad esempio assegnare ad uno dei caratteri principali, l'uomo d'affari siciliano (che però ammette di non sentirsi siciliano) Ber-tani, le fattezze del più noto dei magnati italiani. E così via per il suo braccio destro (un avvocato che dopo aver studiato in Sicilia si trasferisce a Milano) e per il figliolo desideroso di fondare, con l'aiuto del padre, indovinate cosa: una specie di PDL-Sicilia.

Per chi non lo leggerà, rimarrà il solleticante mistero. Per chi ha intenzione di leggere il libro, non voglio rovinare la sorpresa. Ma è meglio avvertire subito che dopo la lettura il solletico invece di cessare potrebbe aumentare, reso ancora più fastidioso dal continuo apparire sui nostri giornali ad intervalli regolari della seguente notizia finora rimasta senza riscontro:

Il ministro alle attività produttive ha assicurato di avere in tasca un elenco “segreto” di 34 comuni pronti a ospitare le centrali tra cui uno in Sicilia (pare nel ragusano)

(“Ritorno al passato per le centrali nucleari” La Repubblica 25 febbraio 2009)


Giuseppe Firrincieli è su Facebook

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lunedì, novembre 23, 2009

Il fantasma dello stadio (Seconda parte)

Capitolo 2 – L'antefatto

Per inquadrare il 2 febbraio 2007 bisogna prima capire cosa è stato e cosa ha significato per la Sicilia l'eccidio di Portella della Ginestra del 1 maggio del '47. E per capire Portella si deve dare uno sguardo più ampio ad alcuni elementi di quel sistema di condizionamento politico generalmente noto come “strategia della tensione”.

Tale strategia si basa su meccanismi noti in ambito militare e poliziesco da secoli [*] e non è assolutamente da considerare una peculiarità italiana. Quello che rende particolare il nostro paese è semmai l'intensità e la frequenza con cui essa è stata utilizzata nel secondo dopoguerra.

Il perno intorno al quale ruota è quello del trauma che la violenza e l'apparente imprevedibilità dell'evento genera nello spettatore impotente. Un trauma che serve a sviare l'attenzione catturandola in un coacervo di empatia (per le vittime) e di terrore che potranno ora essere incanalate verso un punto prestabilito togliendo “energia” al sistema, facilitando l'accettazione generale dei cambiamenti politici pianificati ed impedendo che la naturale resistenza a quei cambiamenti possa essere canalizzata dagli avversari.

Per scatenare il trauma è necessaria, oltre alla “deflagrazione”, anche la presenza di un ulteriore elemento catalizzatore. In alcuni casi questo elemento è la morte dell'eroe (vedi ad esempio l'omicidio di Moro o la morte di Falcone e di Borsellino), in altri è l'esecuzione (perché di esecuzioni si tratta) di vittime assolutamente ignare, come nel caso della stazione di Bologna o di Portella. In ambedue i casi il trauma verrà subito dal “popolo” sia direttamente tramite il sacrificio degli innocenti, sia indirettamente tramite la morte di un personaggio in cui lo stesso popolo credeva di identificarsi.

Il trauma, a seconda degli obiettivi prefissati, potrà generare terrore (per la semplice constatazione di poter essere noi stessi vittime di una efferata violenza che appare ai nostri occhi irrazionale e disorganizzata, cioè imprevedibile) oppure sensi di colpa per non essere riusciti ad impedire o scongiurare la tragedia. O ambedue. In ogni caso esso rimarrà impresso nella psiche collettiva di una comunità per generazioni secondo meccanismi ben noti e che sono stati ampiamente studiati nell'ambito delle ricerche demopsicologiche [**] di Giuseppe Pitrè e di Salvatore Salomone Marino, insigni letterati siciliani attivi a cavallo tra il XIX ed il XX secolo.

Il Salomone Marino ebbe a scrivere che “Il popolo è storico memore e veritiero (...) Costretto da peculiari condizioni e violenze, può fino ad un certo punto attenuare il proprio sentimento e giudizio, far velo in certo qual modo alla verità[***]

Vi è quindi una “piaga” che viene tenuta coperta per evitare infezioni, ma dietro la quale la verità è sempre in agguato. Il “potere” dovrà preoccuparsi anche di tormentare le carni della vittima richiamando in vita lo spettro del trauma passato ed istigando nuovamente quei sensi di terrore o di colpa ad intervalli regolari per evitare che la ferita si cicatrizzi ed il velo possa essere rimosso.

Quanto duraturo ed efficiente possa essere tale sistema lo si può comprendere esaminando il caso di Bronte, una cittadina posta sul versante nord-occidentale dell'Etna.

Bronte possiede una peculiarità sociale che la differenzia in modo marcato dai paesi vicini: l'elevato consumo di alcool. Tale caratteristica non ha mancato di attirare l'attenzione di psicologi e sociologi. Una delle teorie portate avanti è proprio quella della presenza di un senso di colpa a livello collettivo collegato ai disordini scoppiati ai tempi dell'avventura garibaldina. Fu Nino Bixio ad occuparsi della repressione trucidando alcuni “responsabili”. Responsabili tra i quali si venne a trovare anche un minorato tirato a forza da un orfanotrofio vicino [****].

Questo avrebbe generato dei rimorsi nei compaesani che si convinsero della loro codardia per non aver offerto se stessi al suo posto. Tale senso di colpa nel tempo si sarebbe tramutato in un maggiore consumo di bevande alcoliche.

Ancora oggi la storiografia ufficiale si rifiuta di ammettere la scelta di Bixio come strategica, come un'azione mirata da parte di chi capiva benissimo quali sarebbero state le conseguenze del gesto.

A Bronte nel frattempo si continuano a tenere conferenze ed incontri sul tema: creato il trauma, dicevamo, esso va rinverdito di anno in anno tramite anniversari, celebrazioni, pubblicazioni di parte, di modo che i suoi effetti continuino a propagarsi di generazione in generazione.

Passando ora allo specifico di Portella, si deve chiarire quali erano gli obiettivi che tale azione si prefiggeva. Da cosa doveva essere sviata l'attenzione del popolo, ora moralmente provato e distratto dal dolore per le morti innocenti (dolore abilmente amplificato da quegli stessi che il crimine avevano perpetrato)?

La risposta si trova nella figura di quello che verrà indicato come il colpevole della strage: il bandito Salvatore Giuliano. Più precisamente nel legame che questi aveva avuto con l'indipendentismo siciliano come colonnello dell'EVIS, l'esercito dei volontari per l'indipendenza della Sicilia fondato a Catania dal professore Canepa.

La sua presenza sul posto al momento della strage (presenza ammessa dallo stesso protagonista), indipendentemente dalle sue responsabilità oggettive, è servita tra le altre cose a gettare una lunga ombra su quella stagione inoculando nell'immaginario popolare in un'unica soluzione MIS, mafia e fascismo grazie al trauma della strage. L'eccidio di Portella chiude la parentesi indipendentista siciliana della metà del secolo scorso sviando l'attenzione generale della gente dai suoi veri problemi ed inaugurando, complice consapevole il PCI di Togliatti, la stagione del “vittimismo di sinistra”.

L'orrore per i fatti di quella giornata provocò un temporaneo corto circuito al cessare del quale le menti non erano più focalizzate verso i problemi di un popolo (rappresentati sino a quel momento dal MIS, il Movimento per l'Indipendenza della Sicilia, e dai suoi 460.000 tesserati) ma verso una improbabile lotta di classe che non porterà mai a niente.

Certo si potrebbe argomentare che, al momento della strage, il MIS non aveva più alcuna speranza di sopravvivenza politica. Ma questo poco importa. Il punto è che esso aveva dato una coscienza ed una forma alle rivendicazioni di un popolo poco gradite a quei poteri il cui pugno si richiuse sulla Sicilia in quel primo di maggio. Il trauma di Portella servì a dirottare quella coscienza in direzione di quella lotta di classe fratricida che avrebbe poi permesso disastri sociali come Priolo o la SicilFiat.

Portella creò quel “velo” di cui parlava Salomone Marino oltre un secolo fa. Dietro di esso però la verità è ancora intatta. Gli eventi del 2 febbraio a Catania sono stati pianificati secondo lo stesso schema e dovevano servire a ricucire un pericoloso squarcio che andava formandosi in quel velo, a chiudere sul nascere una nuova stagione “sicilianista”.

Per completare la citazione riportata sopra, “[Il popolo] la verità non la tradisce, non la seppellisce, e chetamente, istintivamente, irresistibilmente, le fornisce luce ed aria perché viva e dia sentore di sé, perché un dì o l'altro trovi mezzo per venir fuori libera e più salda mai

Rimane ancora un elemento di fondamentale importanza. E cioè l'opinione pubblica. Per ottenere l'effetto sperato l'evento deve essere credibile, l'uomo della strada dovrà cioè accettare la spiegazione dei fatti data dall'ufficialità. In altre parole, prima di agire si deve preparare il campo.

Fine seconda parte.


Faccia da vittima


Capitoli precedenti:
1 – L'Introduzione

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[*] Se non da millenni: si pensi a come Nerone usò l'incendio di Roma da lui stesso appiccato per scatenare le persecuzioni contro i cristiani giustificandole agli occhi del popolo.

[**] La demopsicologia è la scienza dello studio delle tradizioni popolari.

[***] Tratto da “Il segreto cinquecentesco dei Beati Paoli” di Francesco Paolo Castiglione (Sellerio Editore Palermo). La citazione che fa Castiglione è a sua volta ripresa da “La Baronessa di Carini” di Salvatore Salomone Marino, edizione del 1914. Un grazie a Rrusariu per l'avermi affidato la sua copia del libro, tuttora in mano mia.

[****] Particolarmente vigliacco anche per gli oltremodo scadenti standard italo-massonici è il resoconto che della strage fa l'enciclopedia “libera” wikipedia. Questi poveri mafiosetti da oratorio arrivano ad asserire (in questo caso senza indicare la fonte delle loro falsità) che la rivolta fu “capeggiata da certi briganti” e la repressione fu compiuta da un “battaglione dell'esercito meridionale".
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giovedì, ottobre 29, 2009

La nazione infetta

La brillante idea di un governo mondiale, di uno stato globale unico sotto il quale una sola umanità si possa sollazzare ininterrottamente come polli in batteria in una perpetua ed algida pace dei sensi, non è venuta oggi ad un gruppo di massoni dell'ultima ora. Il progetto parte da molto lontano ed è stato portato avanti attraverso i secoli da adepti che vi aderivano (e vi aderiscono) in modo totale ed assoluto allo stesso modo in cui un credente aderisce con fervore ai misteri della propria fede.

Oggi vediamo la possibile materializzazione dello spettro di questa superdittatura, prima europea e poi mondiale, malcelata dietro il Trattato di Lisbona. Nelle alte sfere del potere però l'obiettivo finale non è mai stato un mistero, da un lato come dall'altro: la testa ruzzolante di Luigi XVI più di duecento anni fa capiva perfettamente cosa gli stesse spiccando la testa dal collo, e lo stesso potrebbe dirsi del Borbone mentre vedeva il suo stato liquefarsi ai piedi di un pirata di bassa lega.

La Comunità europea, le cui basi attuative furono gettate quando a Messina nel 1955 i ministri degli esteri degli stati fondatori firmarono una dichiarazione d'intenti in tal proposito (si veda il post “La Comunità dalle gambe corte”), al pari di tanti simili progetti oggi presenti un po' ovunque nel mondo (vedi il Gatt nord-americano o il GCC dei paesi della penisola arabica o l'ASEAN), non è altro che un passo nella direzione del governo unico globale.

La Repubblica in Italia inoltre fu instaurata precisamente con l'obiettivo di procedere verso il mostro europeo di oggi ed infettata tramite l'articolo 11 della costituzione, dove i “padri” della patria (massonica) inserirono il seguente virus:

“L'Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

La costituzione italiana prevede esplicitamente lo smantellamento della patria per favorire un qualche futuro e fumoso (nel senso di solfureo) progetto che assicuri pace e “giustizia” (quale giustizia?) tra le nazioni in via di estinzione.

Certo il cammino non è poi stato così semplice e felice come quella bella frase auspicava, e si è dovuti ricorrere ad imbrogli e sotterfugi, inclusi il più volte ripetuto referendum irlandese ed alcune modifiche non proprio ortodosse alla costituzione italiana per poter accettare lo scippo della sovranità monetaria ed altre sottigliezze (si veda a tal proposito l'interessantissimo e dettagliato articolo di Solange Manfredi “Il grande inganno: da Maastricht a Lisbona”, Paolo Franceschetti Blog 23 ottobre 2009).

Ma altre operazioni hanno accompagnato negli ultimi anni lo sbocciare di questi agenti infettivi per favorire l'avvicinarsi a quel traguardo nascosto che oramai tutti hanno avvistato.

Una delle più importanti è stato il risveglio manovrato delle autonomie regionali in quasi tutti gli stati dell'Europa occidentale.

A partire dagli anni 90 l'esistenza degli stati nazionali non è stata minata solo dall'alto grazie ai vari processi di centralizzazione facenti perno sulla creazione della Banca Centrale Europea, ma anche dal basso a seguito delle spinte centrifughe dovute a questi movimenti autonomisti o indipendentisti.

La Spagna è stato forse il paese più colpito da questa “sindrome” con le rivendicazioni basche e catalane. Ma anche la Francia è stata scossa dal “revival” corso, l'unione britannica dalla ritrovata “verve” degli scozzesi, il Belgio dalle prese di coscienza delle sue due metà (quella fiamminga e quella francofona)

Movimenti aventi tutti una base storica solida ed ampiamente riconosciuta, sia ben chiaro. Ma che all'improvviso trovavano spazio politico e mass-mediatico in ambienti che fino a pochi anni prima erano assolutamente impermeabili a spinte di questo tipo.

Si pensi ad esempio alle politiche di decentramento condotte dal governo Zapatero in Spagna. O al cedimento del governo britannico che concede agli scozzesi addirittura un parlamento autonomo.

Giornali e televisione non sono da meno. E lo notiamo attraversando le Alpi: da noi è la Lega Nord, un movimento nato dalla fusione di tutta una serie di micro-partitini padani, che improvvisamente entra a far parte di questa élite autonomista. Ebbene, si pensi a quanto abbia influito sul successo di Bossi e compagni lo spazio gentilmente concesso a livello continentale dai media: nel giro di pochi mesi in Europa sanno tutti dell'eroico movimento separatista che lotta contro la poca voglia di lavorare dei terroni.

La cosa più strana è proprio il modo in cui viene retto il moccolo alla formazione padana, che viene sì accusata di razzismo e di un'altra fantasiosa malattia occidentale (la xenofobia), ma evitando accuratamente di smentire le cause di quel razzismo così da additarle come veritiere agli occhi dell'opinione pubblica occidentale e possibilmente mondiale.

Il gioco è rischioso, poiché bisogna stare attenti a non farsi sfuggire di mano i movimenti che si vogliono pilotare o l'implosione controllata degli stati-nazione europei non andrebbe a buon fine: quegli stessi movimenti indipendentisti non ci metterebbero niente a trasformasi in anti-europeisti non appena abbattuti gli stati-nazione.

In questo quadro a questo punto si inserisce una strana dimenticanza.

L'unico movimento “rivoluzionario”, di ribellione alla costrizione degli stati nazionali moderni che abbia avuto un qualche successo politico dal dopoguerra ad oggi nell'Europa occidentale è stato quello siciliano del MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), affiancato dalla minaccia armata dell'EVIS (Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), che impose importanti modifiche all'assetto costituzionale italiano ottenendo l'approvazione di uno statuto autonomista prima del voto referendario che mandò i Savoia in esilio. Il tutto senza piazzare bombe a destra ed a sinistra o ammazzando turisti e passanti come altri hanno fatto di recente.

Le azioni del MIS e dell'EVIS dovrebbero essere tenute ad esempio da tutti i movimenti di autonomia regionale europei, eppure questo non accade. A livello mediatico vi è stato in questi anni un assoluto silenzio a reti unificate. Il MIS viene citato con la massima parsimonia o come appendice mafiosa delle congenita tendenza criminale isolana.

In pratica le élite finanziarie che stanno gestendo lo scardinamento delle democrazie europee a forza di trattati non hanno ritenuto opportuno utilizzare le fortissime spinte centrifughe siciliane per controllare l'implosione italiana, ma si sono rivolte ad una improbabile Lega Nord, fautrice di una ancora più improbabile “patria padana”. Lega Nord che ha anche avuto buon gioco nel tenere sott'occhio i veri movimenti indipendentisti del nord Italia, dal Veneto alla Liguria.

Si potrebbe a questo punto ritenere che le spinte "sicilianiste" non fossero ritenute affidabili o gestibili da Bruxelles, o addirittura che fossero già state intercettate da qualcun altro [*].

Ma fino a quando queste forze si potevano nascondere? La Lega Nord, tra gli altri, aveva anche il compito di bloccare queste spinte forzando i vari governi (più o meno compiacenti) alla chiusura di ogni forma di trasferimento di risorse economiche dallo stato centrale verso la Sicilia ed il Sud. In altre parole cingendo d'assedio l'isola e cercando di costringerla alla resa per fame.

Sotto questo aspetto potremmo anche sospettare che Bossi sia stato incaricato [**] di cercare preferenzialmente alleanze con il centrodestra di Berlusconi, perché quest'ultimo premeva invece per aumentare i trasferimenti verso sud [***], cosa che gli avrebbe permesso di ottenere quegli appoggi “orientali” utili per contrastare i suoi nemici della City londinese: la sinistra post-comunista, interamente nelle mani di quella City, non aveva certo bisogno della spinta della Lega Nord per andare contro il sud. Chi doveva essere guidato o costretto a compiere certi passi era proprio Berlusconi.

Oggi possiamo dire che anche se i leghisti sono riusciti a ritardare il propagarsi di quelle spinte, non sono riusciti certo a fermarle, al punto che i poteri di Bruxelles, preoccupati che le idee siciliane possano dilagare al Sud Italia, hanno finalmente cominciato a squarciato quel velo di silenzio.

Se ieri è stata la rivista Limes (Rivista Italiana di Geopolitica), del gruppo editoriale L'Espresso, a pubblicare un dettagliato articolo dal significativo titolo “Sicilia Nazione” (edizione del marzo 2009, purtroppo non consultabile online), oggi è il giullare di corte Beppe Grillo ad urlare pubblicamente La Sicilia si dichiari indipendente. Da sola ha più possibilità di farcela che con i cosiddetti continentali, riuscirà a proteggere meglio i suoi uomini migliori. Meglio sola che male accompagnata da chi è peggio dei mafiosi.” (“Gli smemorati di mafia”, Beppe Grillo Blog 23 ottobre 2009).

L'articolo di Limes, scritto da Paolo Verre (ottima la scelta del cognome per l'argomento trattato...), prima procede con il solito tono canzonatorio (“La rete di relazioni diplomatiche della Sicilia all'estero è dunque una chimera”) senza dimenticare la giusta propaganda che tornerà utile nell'eventuale dopo secessione (“Certo a guardar bene [il progetto autonomista di affaele Lombardo, ndr] potrebbe sembrare la riproduzione postdatata del progetto secessionista targato P2 e condiviso dalle falangi mafiose”), poi però chiude su una nota molto più seria:

“Ma nello scenario dell'Euromediterraneo la Sicilia potrebbe veramente contare di più. Se il pensiero inconfessabile di Tremonti è quello di liberarsi dal peso che rappresenta la Sicilia, non è da escludere, in un futuro neanche troppo distante, che il tentativo di sganciarsi dal resto del paese possa invece partire da Sud, dalla Sicilia. Dando così concretezza alle previsioni di Jaques Attali, che nella sua breve storia del futuro preconizza una scissione tra il Sud ed il Nord del nostro paese”

Più chiaro di così: Tremonti (ma anche Grillo e chi tira le fila delle sue dichiarazioni) preferirebbero che la Sicilia si stacchi subito, perché altrimenti potrebbe farlo dopo da una posizione di forza e portandosi dietro tutto il Sud. E questo futuro non è neanche troppo distante. Diciamo un paio d'anni al massimo?

Ecco perché Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo rimangono attaccati a Reggio Calabria con le unghie e con i denti.


Un titolo che è tutto un programma
(Dal Blog di Gianfranco Miccichè)


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[*] Non è difficile vedere come i “mondialisti” siano rimasti scottati in Sicilia durante la rivolta del MIS. Si sa che dopo un primo appoggio al movimento di Finocchiaro Aprile ed a seguito delle rimostranze sovietiche, gli americani ritirarono la manina. Quello che accadde dopo, sino alla concessione dello Statuto, non lo avevano preventivato. Ed è proprio quella la porticina attraverso cui oggi l'oriente sta assalendo l'occidente.

[**] Sulla Lega Nord ed i suoi mandanti si veda il post “Lega pagana

[***] A tal proposito bisogna ricordare come non appena Forza Italia conquistò il potere per al prima volta, il Presidente del Consiglio si diresse immediatamente a Napoli dove organizzò il G8. La consegna del famoso avviso di garanzia in quell'occasione non fu casuale ma va inserita nel quadro qui delineato.
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domenica, giugno 28, 2009

¡Que viva Canepa!

Il 9 ottobre 1967, nella giungla boliviana, moriva Che Guevara, eroe della rivoluzione cubana, preso prigioniero durante un suo tentativo di “esportare” la sua idea di socialismo facendolo uscire dalle logiche di non belligeranza della guerra fredda.

Il “Che” non si era adattato alla vita post-rivoluzionaria. Oltre ad essere un idealista era anche un uomo d'azione, una combinazione esplosiva che nel giro di qualche anno lo portarono alla tomba.

Già durante la campagna del Congo, in Africa, le prime divergenze con Fidel Castro (e con l'Unione Sovietica) vennero a galla. Il leader politico sapeva benissimo che più di quello che si era ottenuto (cioè la liberazione di Cuba dal dominio americano) non si sarebbe potuto. L'URSS voleva lo status quo. Si accontentava dello smacco subito dagli USA senza affondare il colpo.

Che Guevara, spinto dal suo idealismo, non sentiva ragioni. Neanche quella di stato.

Recentemente l'ultimo guerrigliero sopravvissuto in quella sfortunata spedizione boliviana, tal Dariel Alarcón Ramírez, detto «Benigno», ha ripercorso quei giorni fatali («Che Guevara tradito da Castro su ordine dell’Unione Sovietica», Corriere.it 25 gennaio 2009):

«I sovietici consideravano Guevara una personalità pericolosa per le loro strategie imperialistiche. Fidel si piegò alla ragion di Stato, visto che la sopravvivenza di Cuba dipendeva dall’aiuto di Mosca.»

I russi decisero che Che Guevara andava eliminato poiché il suo disegno “autonomista” faceva a pugni con il finto duopolio USA-URSS, mentre Fidel Castro, più pragmatico, capì subito come stavano le cose e scelse di salvare il salvabile.

L'alternativa sarebbe stato il fallimento totale della rivoluzione, poiché se la Russia avesse abbandonato l'isola caraibica, gli americani sarebbero subito tornati ed addio indipendenza. Il risultato è stato una durissima dittatura che però ha creato una nazione.

Il guerrigliero oggi accusa Castro di aver tradito la rivoluzione. Ma chi si mette alla guida di una nazione si può poi trovare in situazioni drammatiche, come quella di dovere scegliere tra la vita di un amico e quella di un popolo. Anche volendo, Castro non avrebbe potuto fare niente per l'ex compagno di lotta. Sarà la storia, inflessibile, a giudicare.

Il 17 giugno 1945, a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo, paesino alle falde dell'Etna, moriva in uno scontro a fuoco con i carabinieri Antonio Canepa, conosciuto anche come Mario Turri negli ambienti rivoluzionari siciliani.

Canepa era l'anima idealista dell'indipendentismo siciliano. Socialista, dopo aver fortemente avversato il fascismo ed aver organizzato sabotaggi anche importanti contro i tedeschi durante le fasi finali della guerra in qualità di agente al servizio degli inglesi (ricordiamo l'attentato all'aeroporto militare di Gerbini nella piana di Catania), si era avvicinato al sicilianismo credendo con questo di poter dare inizio ad un movimento più vasto che portasse la Sicilia a dare seguito alle istanze del popolo.

Il suo progetto andava ben oltre l'indipendenza. In una famosa sua pubblicazione (La Sicilia ai Siciliani) egli infatti disse:

«quando faremo la repubblica sociale in Sicilia i feudatari ci dovranno dare le loro terre se non vorranno darci le loro teste»

Canepa diventò il leader dell'EVIS (l'Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), un gruppo di guerriglieri messo in campo in una prima fase come deterrente contro Roma (i campi dell'EVIS, nei boschi di Bronte, non erano nascosti ma ben visibili con tanto di segnaletica stradale!).

Vi furono scontri a fuoco e vittime da ambedue le parti, ma non si arrivò mai ad un vero confronto militare con lo stato.

E se ogni rivoluzione ha il suo “Che”, ogni rivoluzione che non voglia vedere disperse le sue conquiste in breve tempo, deve avere il suo Fidel. Qualcuno cioè capace di gestire quelle conquiste, qualcuno capace di un compromesso.

Fu Andrea Finocchiaro Aprile il Fidel siciliano. Un leader capace di comprendere quando era arrivato il momento di fermarsi perchè più oltre non si poteva andare. Un leader che risucì ad accettare il compromesso dello Statuto Autronomistico che di fatto riconosceva la Sicilia come Nazione.

Ma Canepa non si sarebbe mai arreso, ed il MIS non potè fare niente per salvarlo dal suo stesso idealismo. Quando USA e URSS si accordarono sul nuovo assetto mediterraneo, lo stato chiese la testa del professore di dottrine politiche. Senza quella minaccia militare sventolata sotto il naso all'invasore, il compromesso dello Statuto non si sarebbe mai raggiunto, ed oggi non avremmo alcuna arma per difenderci dalla violenza dello stesso aggressore.

Oggi, mentre a Roma ancora vi sono siciliani che tentano di manomettere quello Statuto, Canepa riposa al viale degli uomini illustri del cimitero di Catania, accanto a Giovanni Verga e ad Angelo Musco.

In alto, il cippo posto sul luogo dell'agguato a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo (CT).


Come eravamo, come saremo


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lunedì, ottobre 20, 2008

100° anniversario della nascita di Canepa



100° Anniversario della nascita di ANTONIO CANEPA e ATTILIO CASTROGIOVANNI

www.siciliapaisi.org Tel 333 7477702 FAX 090 9432048

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mercoledì, maggio 28, 2008

Il rastrello di Montalbano

Cerco un centro di gravità permanente,
che non mi faccia mai cambiare idea
sulle cose e sulla gente



“Basta con queste macchiette di Montalbano!”, tuonava un paio di anni or sono l'allora presidente della provincia regionale di Catania, Raffaele Lombardo, mentre arringava la folla intervenuta ad un comizio in Piazza Università, nel cuore della città etnea. E lo gridava proprio di fronte al palazzo dove 60 anni prima si recava al lavoro un certo Antonio Canepa, di giorno professore di storia delle dottrine politiche in quella università, di notte (o ogni qualvolta gli eventi lo richiedessero) Mario Turri, rivoluzionario impenitente.

Da quel momento Andrea Camilleri e Raffaele Lombardo sembrano legati da uno strano filo del destino a quella figura inconsapevolmente evocata in quella calda serata. Un legame che i due continuano a trattare con ambiguità, ma dal quale non riusciranno a liberarsi facilmente.

E difatti ambiguo è stato il loro recente abbocco tra i due, posto a metà strada tra la decisione di Lombardo di fare dedicare una via cittadina al nostro professore ed una recente pièce teatrale sulla vita dell'indipendentista scritta da Camilleri, anche lui reclutato alla causa Siciliana.

Su di un articolo di presentazione pubblicato da Repubblica (ma sempre firmato dal Camilleri) non possiamo che condividere appieno il punto di vista dell'FNS, per cui non ci dilungheremo su un giudizio complessivo. Si deve però rilevare un strana particolarità.

Il legame (ideale) di Camilleri con Canepa risale a molti anni addietro, a quando sul finir di guerra il nostro andava in bicicletta da Serra di Falco a Porto Empedocle, come raccontato durante una tappa del Giro d'Italia. Nell'articolo di Repubblica il papà di Montalbano confessa che durante quei tragitti si dedicava anche a qualcos'altro:

«Chi scrive, allora diciottenne e all'ultimo anno di liceo, venne sorpreso e fermato dalla polizia mentre, munito di un rastrello, sconciava più manifesti che poteva».

Manifesti dell'esercito italiano. E non dei manifesti qualunque, ma la goccia che fece traboccare il vaso dell'insofferenza Siciliana verso il regime italiano, come spiegato nell'articolo. Quindi aggiunge:

«Ero tutt'altro che separatista. Ero solo un giovane italiano nato in Sicilia che si era sentito gravemente offeso».

Alla faccia dell'ipocrisia! Un colpo alla botte ed uno al cerchio...

Ma non è ancora questo il punto. L'articolo chiude così:

«Antonio Canepa è sepolto nel cimitero di Catania, nel viale dei siciliani illustri, vicino a Giovanni Verga e ad Angelo Musco».

Allora: sono rincoglioniti i Siciliani che seppelliscono Canepa accanto a Verga ed a Musco, o è Camilleri in preda ad una forma di demenza senile che gli fa rinnegare le sue “irresponsabili” azioni giovanili? Nessuno dei due. Camilleri malgrado l'età è furbissimo. Ci rivela che lui non è tanto d'accordo con questo pezzo che tuttavia ha diligentemente firmato. Lui da quest'opera teatrale (e da Canepa) per ora ci prende le distanze. Sembra voglia suggerirci che, in vista dell'anniversario della nascita del martire, stia lavorando su commissione. In altre parole, c'è uno sponsor dietro.

Ed allora seguiamo la sua traccia ed andiamo al sito del Festival di Massenzio, per il quale l'opera è stata scritta ed all'interno del quale è stata presentata.

Bingo.

Ricorderete che lo scorso ottobre a Messina si tenne una mostra sull'indipendentismo Siciliano. Tra gli sponsor incredibilmente faceva capolino Capitalia, allora proprietaria del Banco di Sicilia. Invece sul sito del festival romano tra gli sponsor troviamo Unicredit, quella Unicredit che recentemente ha acquisito proprio Capitalia. Ora, se dopo la prima potevamo al massimo proporre una teoria, oggi possiamo tranquillamente dire di trovarci di fronte ad una strategia.

Una banca che si occupa di fare propaganda all'indipendentismo siciliano? Dovrebbero essere dei folli. Chi può avere tanto potere da costringerli a fare una cosa del genere? A meno che... a meno che in Capitalia ieri, ed in Unicredit oggi non ci si stia posizionando favorevolmente in vista dell'arrivo del nuovo ordine che potrebbe presto nascere.

Non diamo più ascolto a chi ci dice ancora che l'indipendentismo fu una 'esaltante stagione vissuta da una minoranza', a chi tra le bombe atomiche, le camere a gas, le atrocità di fascisti e partigiani e le fucilate di Badoglio contro i palermitani che chiedevano il pane, si permette di chiamare l'EVIS una organizzazione terroristica che, nelle parole dello stesso Camilleri (ma siamo nel 2002, ed il nuovo centro di gravità non lo attirava ancora...), 'lasciò una lunga scia di sangue dietro di sé'.

Pur con i piedi in più staffe, sono tutti pronti al salto. Nel caso in cui. Come per il colpo al cerchio e quello alla botte di Camilleri: lui quel rastrello non lo ha gettato. Lo ha solo nascosto. Ed appena verrà il momento, dopo aver messo il bianchetto sul “tutt'altro che separatista”, non mancherà di riprenderlo in mano agitandolo con forza.

Ed ora finalmente ascoltiamoci la vera storia di quel professore dell'università di Catania dalla voce della sola persona che lo possa ancora “sentire”, la figlia Teresa, nella bellissima testimonianza raccolta da Rino Baeli:




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giovedì, marzo 15, 2007

Salvatore Giuliano: di sicuro si sa solo che è morto.


Di sicuro si sa solo che è morto. Ma è morto veramente il bandito Giuliano in quella misteriosa notte di Castelvetrano? Non sembra: il suo fantasma vaga ancora, ostaggio di quanti cercano a tutt’oggi di strumentalizzarne le gesta per portare acqua (sporca) al proprio mulino. Così anche ieri abbiamo, nostro malgrado, assistito al più laido dei teatrini (Enigma, Rai 3 alle 23:30)con i soliti cialtroni che tentavano di spartirsi le misere spoglie di un uomo che più che protagonista è stato nella realtà vittima degli eventi che in quegli anni si agitavano. Giuliano eroe Shakesperiano dunque, che anela alla libertà ed alla vita. Che è disposto a tutto pur di raggiungerle ma che è schiacciato dal destino e dalle sue stesse azioni.

Ri-guardiamo e commentiamo il vecchio film di Rosi e gli eventi che in esso sono ritratti, smascherando le menzogne che sin da allora sono state perpetrate ai danni di tutti i siciliani, di tutti gli italiani.

Il maranzano vibra alle luci di un lampione nella asciutta notte estiva di un qualunque paesino tra quelli che furono teatro, nella seconda metà degli anni 40, delle gesta di Turiddu. Le uniche voci di questa asciutta nottata saranno le voci dei mitra, nella più carica ed insieme più stereotipata scena del film. Un film percorso in lungo ed in largo dall’ostinato silenzio degli uomini siciliani e dai loro sguardi penetranti, dalle disperate grida delle donne e dai loro scialle neri, pendenti. Un ritratto che il regista deve forse al suo istinto, da cui pare si lasci guidare durante le riprese esterne, ma che scompare quando si passa al freddo calcolo dell’aula di tribunale: il silenzio prima assunto a dignità di un popolo, ora viene stracciato e ridotto a viltà, ad omertà. “Ma come”, sembra dire la cinepresa, “ora che siete tra le accoglienti braccia dello stato, vi ostinate a non parlare? Eh no! Allora non ci siamo, ora non ci va più bene...” Anzi no (sottovoce) va benissimo! Questo ci da l'occasione per accusarvi, per dimostrare a tutti che la colpa è solo vostra, che tutto questo lo volete voi! Ecco che tutto è rivoltato, e neanche ce ne siamo accorti: ancora segretamente gongolanti per le imprese di Giuliano colonnello dell’EVIS, ancora fieri di quegli uomini (gli abitanti di Montelepre) che silenziosi accettavano i soprusi di uno stato che non sa più che pesci pigliare, ecco che la stilettata ci ferisce rapida ed indolore. Solo dopo ci accorgeremo del sangue, ma non sapremo più dire come e perché. Incapacità del regista di cogliere e di far fruttare a dovere gli indizi raccolti sul campo? Mancanza del coraggio necessario per dire veramente tutto? O solo dei limiti. Un confine politico, diciamo, che il regista si dà? Fatto sta che il giudizio non lascia scampo a Giuliano, al MIS, ed infine ai siciliani tutti. Tirando le somme l’unica cosa che si riuscirà a dire di diverso dall’ufficialità è che Giuliano non è morto come descritto nel rapporto dei carabinieri. Poca cosa: in Sicilia lo hanno sempre saputo tutti, anche gli scecchi. E, considerando che l'ufficialità non dice proprio niente su questa storia.... beh! Allora il succo di questo “film-inchiesta” sembra essere veramente striminzito....

Ma vediamo i colpi assestati dal film più in dettaglio:

1) Il MIS. Senza nessun preavviso, senza nessun indizio ecco che la notizia ci coglie di sorpresa, subliminalmente inserita mentre siamo impegnati a seguire i disordini di piazza: il movimento indipendentista siciliano è appoggiato dalla mafia. E’ cosa certa e scientificamente provata: il siciliano non possiede alcuna indipendenza di pensiero, vota solo chi gli viene suggerito dalla mafia. Questo passaggio è importante, incide profondamente sulla coscienza di chi vede il film. Chi ha votato per il MIS ha votato per la mafia. Lo stato vi ha salvato, come si dimostrerà più avanti.

2) I siciliani e la mafia. Il film ha il coraggio di suggerire una certa contiguità tra la mafia e le forze dello stato. La mafia, (forse) bastonata dal regime mussoliniano, scarica i banditi e la Sicilia tutta non appena sente odore di un nuovo accordo con Roma. Ma questo non riesce a fare accendere una lampadina nel cervello del regista, non riesce a suggerirgli un qualche motivo per cui i Siciliani sarebbero così ritrosi a buttarsi tra le braccia di mamma Italia: i siciliani del film sono onesti e codardi o spavaldi e (quindi) malfattori. Niente vie di mezzo, niente sconti. Incassiamo. Grazie mille.

3) Infine Giuliano. Giuliano è un mostro sanguinario, che non ha remore a tradire tutto e tutti pur di salvare la pelle. I siciliani, la mafia e lo stato: tutti erano tenuti in scacco da questo villano assetato di sangue. Ovviamente ciò non può essere detto apertamente, o lo spettatore (siciliano) avrebbe repulsione istantanea per il film. Piuttosto si viene introdotti lentamente a quest’ennesimo dato di fatto da chi fa finta di non essere di parte. Il giudizio rimane sospeso e sembra pendere dal lato positivo sin quasi alla fine del film, dove poi le sue azioni sono rappresentate in modo tale da non lasciare più dubbi. Pisciotta tradisce (e questo si che è un dato di fatto!) e si redime, Giuliano non si pente e viene condannato. Nessuna introspezione. Il bandito è le sue azioni. L’uomo Giuliano non trova alcuno spazio.

Eppure la chiave della vicenda è tutta qui. Si vuole uccidere l’immagine di un Giuliano diventato eroe popolare. Durante la gestazione del film si cerca il modo di farlo, ed alla fine (proviamo a dipingerci la scena)... un colpo di genio, un ardito deus ex machina arriva a salvare la troupe: senza esprimersi esplicitamente si lascerà parlare la cinepresa, e si farà in modo che l’immagine di Giuliano si uccida da sola agli occhi dello spettatore. A Portella della Ginestra. Il luogo dove il vero Giuliano aveva ucciso se stesso. Il regista effettivamente a questo punto racconta le cose come stanno, ma se ne sta rendendo conto? Non era Giuliano a tenere in scacco la mafia, lo stato, persino gli isolani. Ma la Sicilia stessa, che aveva trovato il suo eroe tragico in cui potersi specchiare e che, tramite le sue azioni, tentava disperatamente di scardinare il suo destino oramai segnato. Una tragedia da lei stessa scritta, e per la quale non poteva che tristemente riservare il finale più adatto ma che il Popolo Siciliano capì vedendosi riflesso in quel giovane senza speranza. Portella sarà la fine emotiva di quel periodo storico: il culmine, il ring sul quale tutti i protagonisti della storia si incontrano e si scontrano per dichiarare un vincitore. La chiave di volta grazie alla quale si fissano gli equilibri che reggeranno il potere dello stato in Sicilia sino agli inizi degli anni novanta. Dopo, i protagonisti della storia non hanno più ragione di esistere. Si sgonfiano. Alcuni, compiuta a fondo la loro parte, muoiono a conclusione della vicenda. Altri continuano a vagare, personaggi in cerca di un nuovo autore, sino a quando un'altra fine, più anonima, non li riuscirà ad ingaggiare.

Ci potrebbe bastare questo. La comprensione di un momento che esemplifica cinquant’anni di storia intrisi di sangue. Nuove inchieste, nuovi film, possono anche offrirci qualche scorcio diverso, ma poco aggiungerebbero a tutto ciò.

Chi furono i mandanti di Portella? Anche questo perde importanza di fronte alle conseguenze del gesto. Ed è questa, infine, la più grave mancanza del film: quella di essersi soffermato esclusivamente sulle cause e di aver sorvolato sin troppo sugli effetti, che già allora dovevano essere in buona parte intuibili. Effetti passivamente ridotti nel film ad un generico, quanto banale, trionfo della mafia, profilato più come una evitabile condanna scelta dai siciliani stessi che come nuovo mezzo di oppressione sostituito al pugno duro del fascismo. Una negligenza dalla lingua un poco pelosa che continua sino ai nostri giorni.

La punta nascosta di un iceberg manifesto.
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venerdì, dicembre 29, 2006

Un passato che ritorna...

Per festeggiare il nuovo anno non c'è di meglio che onorare il passato...

http://www.youtube.com/watch?v=_KdfoRrUpo8


Grazie a Nicheja di www.siciliaindipendente.org per averci fatto rivedere il grande Finocchiaro Aprile...
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lunedì, luglio 03, 2006


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