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giovedì, marzo 24, 2011

La spia che venne da occidente

Recentemente, parlando della funzione di “sutura” esercitata nel Mediterraneo dalla Sicilia (si veda il post “Filo da sutura”), abbiamo rilevato come nel quadro geopolitico dell'Italia repubblicana questa vocazione si sia manifestata in ambito prettamente politico con il fenomeno del “compromesso storico”, termine che viene di solito allacciato all'attività di Aldo Moro, ma le cui radici si possono rintracciare proprio nel sentimento autonomista siciliano, che non è come qualcuno vuole far credere (o pretende di credere) un sentimento isolazionista. Tutt'altro.

La tendenza al compromesso in verità non è altro che l'inevitabile strategia che consegue all'obiettivo principale di quella funzione di sutura già discussa: l'obiettivo dell'inclusione, come opposto all'emarginazione ed all'inevitabile scontro tra le parti. L'Autonomia Siciliana è inclusione poiché se una terra punto di incontro tra idee diverse vuole essere autonoma, deve essere capace di pacificare le sue componenti includendole nel compromesso che deve essere raggiunto per potere attuare detta autonomia.

Come già detto, è questo meccanismo il vero nemico di un occidente votato alla conquista ed alla distruzione del diverso da sé. Ed è per questo che politici come Aldo Moro o Piersanti Mattarella, il Presidente della Regione Siciliana appartenente proprio alla corrente di Moro, hanno pagato con la vita il loro sgarro.

Oggi Raffaele Lombardo ha potuto passare indenne attraverso le stesse forche caudine solo perchè ha avuto la “fortuna” di piazzare la sua azione in un momento di crisi irreversibile per l'occidente.

Dall'altro lato invece Silvio Milazzo è probabilmente sopravvissuto ai suoi spericolati colpi di testa “autonomisti” semplicemente perchè sono riusciti a fermarlo in tempo.

Alcuni dettagli di quel periodo ci suggeriscono quanto il meccanismo che lo eliminò (per fortuna solo dalla scena politica) possa essere collegato, almeno ideologicamente, agli omicidi Moro e Mattarella ed alla vendetta occidentale.

Non è certo questa la sede per dilungarsi sui dettagli del panorama politico siciliano di quel dopoguerra [*]. Basterà solo accennare come a livello locale il compito di isolare all'interno della DC i “notabili” calatini (Sturzo, Scelba, lo stesso Milazzo) tagliando le ali a livello nazionale a De Gasperi fu perfettamente espletato dalla corrente catanese dello stesso partito, il cui ultimo esponente (attualmente sindaco di Bronte) continua tutt'oggi a combattere lo stesso tipo di “compromesso”.

Con la loro azione i “catanesi” (Magrì, Drago, Lo Giudice, un giovane Firrarello – per la verità originario di S. Cono) isolarono Scelba e costrinsero un Milazzo imbevuto di indipendentismo al punto giusto ad una azione disperata, quella cioè di dare vita ad un governo autonomista sostenuto dalle sinistre (più o meno la stessa situazione che troviamo oggi all'ARS).

Questa sua “azione disperata” fu neutralizzata da uno stratagemma ideato da un veneto trapiantato in Sicilia: Graziano Verzotto. Mandato giù negli anni 50 da Fanfani (nemico di De Gasperi) a mettere ordine nel partito democristiano, costui resterà in Sicilia per parecchi decenni, decenni che lo vedranno coinvolto in altri casi eclatanti, tra i quali la morte di Mattei.

Lo stratagemma ce lo racconta lo stesso Verzotto, con il tono tronfio da eroe che si compete ad un salvatore della patria (padana), nel suo recente libro “Dal Veneto alla Sicilia” (“Graziano Verzotto, l'«uomo dei misteri»”, Corriere.it 13 maggio 2008):

Verzotto studiò «la strategia migliore per mandare a casa Milazzo e la sua giunta». Nelle stanze ovattate dell’hotel delle Palme convinse il barone Majorana ad abbandonare Milazzo con la promessa della presidenza. Venne architettato anche un atto di corruzione, e un comunista ci cascò accettando 100 milioni di lire. Scoppiò un putiferio e la strana giunta Milazzo fu spazzata via.

La cosa che ci interessa è però quella raccontata dopo:

I complimenti più sorprendenti per la fine di Milazzo, Verzotto, divenuto segretario della Dc siciliana, li ricevette dal boss Lucky Luciano. Gli si avvicinò nel bar dell’hotel delle Palme. «Parlava di politica mostrando una conoscenza straordinaria di fatti e personaggi».

Il fatto che Lucky Luciano si fosse avvicinato a Verzotto per complimentarsi la dice lunga su quale sarebbe stato il piano B nel caso il cui il signorotto veneto avesse fallito.

Ma chi era realmente Lucky Luciano? Secondo la storiografia ufficiale, un potentissimo boss mafioso siculo-americano che tra l'altro fornì l'ispirazione a Coppola per il suo “Padrino”.

Uno scrittore inglese (Tim Newark) la pensa in modo molto diverso (“The Dudfather: gangster who inspired Vito Corleone was a fake”, SWNS.com 5 gennaio 2011):

“La triste verità è che Lucky Luciano era un decaduto senza i soldi o il potere per essere quello che si diceva di lui. Anche se lo fosse stato, la mafia non avrebbe lavorato con lui proprio a causa del suo profilo pubblico.”

Allora perchè tutto questo mito intorno a quest'uomo? La risposta, forse risiede nel titolo del libro:

Lucky Luciano, assassino mafioso ed agente segreto.

Pare ci siano seri indizi sul fatto che il nostro lavorasse per l' “Occidente” insieme a tanti altri suoi colleghi il cui compito era quello di impedire la “sutura”.

Milazzo, come Moro e come Mattarella, non fu fermato da un complotto italiano. Contro di lui si stava già muovendo l'intero apparato da guerra anglosassone, quell'apparato di cui l'Italia risorgimentale era solo una propaggine. E la Sicilia (autonoma) la sua spina nel fianco.


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[*] Sulla situazione politica siciliana del tempo posso consigliare il breve e preciso “La mia verità sull'Operazione Milazzo”, di Pietro Cannizzo Sturzo – Mare Nostrum Edizioni, 2008.

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lunedì, febbraio 07, 2011

Meccanismi di potere

L'Avvocato Giovanna Livreri, già protagonista di alcuni nostri articoli, ci ha gentilmente segnalato i più recenti sviluppi dell'intricata vicenda che la vede coinvolta in prima persona. Una storia che si intreccia a più riprese con le complesse trame disegnate dal Potere in sicilia e che per questo ci permette di vedere in filigrana un esempio del complesso lavorìo degli ingranaggi che ne sottendono i movimenti. Un canovaccio che ha lambito argomenti scottanti quali il gas russo, la mafia, gli inciuci elettorali di questa finta democrazia, la magistratura, l'autonomismo siciliano (l'avvocato Livreri è parte integrante de L'Altra Sicilia, il movimento autonomista fondato a Bruxelles da Francesco Paolo Catania).

Pubblichiamo di seguito il breve resoconto ricevuto. In precedenza avevano riportato alcuni interessantissimi dettagli della stessa vicenda sui post "Il pecoraio ha versato il latte" del 22 giugno 2008 ed "Il nostro uomo al Cremlino" del 2 dicembre 2010.

Oggetto: l'altra metà - intoccabile - del tesoro di Ciancimino

Caro Abate Vella , considerato che ti sei occupato di me nel Tuo Consiglio , ti informo come la Procura di Palermo , P.M. Dr. Di Matteo, con riferimento alle posizioni di indagate delle due signore D'anna maria e Monia Brancato ha da ultimo depositato, in una udienza, una certificazione attestante il coinviolgimento delle eredi di Ezio Brancato, patron della GAS Gasdotti azienda siciliana, nel reato per la fittizia intestazione di parte del tesoro di Ciancimino Vito nella GAS . Infatti lo status di indagate per i reati di riciclaggio e reimpiego di denaro di provenienza illecita è con riferimento alla quota posseduta da Ciancimino Vito nella Gas nella compagine sociale gruppo Brancato (Alias Ezio Brancato, moglie D'Anna Maria e la figlia manager della GAS Monia Brancato). Dalla certificazione si desume come le indagini, iniziate con il proc pen . n° 11194/07 in relazione alle vicende della GAS, sono proseguite con la iscrizione nel registro degli indagati delle eredi Brancato: Monia e D'Anna Maria con lo stralcio del pro.pen. 11194/07 nel procedimento n° 14955/2008 a loro dedicato e proseguono tutt'ora, anche se su due Procure , quella di Palermo e quella di Catania, investite per diversa competenza funzionale. Infatti è dato evincere dalla attestazione come il procedimento ha subito un ulteriore stralcio nel gennaio 2010 per cui parte delle indagini , sempre nei confronti delle dette signore, e nella consistenza di tre faldoni, sono rimaste a Palermo e consegnate ai CC Nucleo Investigativo del Comando Gruppo Monreale; altra parte, è stata rimessa per competenza funzionale ex art. 11 cpp ( intuitivamente nella parte in cui si ravvisa il coinvolgimento di magistrati) alla Procura della repubblica presso il tribunale di Catania sempre in data 25 gennaio 2010. Da segnalare come a Catania pende gia' dal 2007 un procedimento penale nei confronti delle signore intitolato D'Anna +17 con provenienza Procura di Caltanissetta. Orbene il roboante silenzio su queste indagini e sulla grave posizione di queste due donne che da anni fanno di tutto per depistare le indagini su di loro e passare per vittime e parti offese di presunti reati artatamente buttati sulle spalle altrui e che, miliardarie per via di essere state ex azioniste della GAS, passano la loro esistenza, acquistando case in Spagna e in Costa Smeralda e interi palazzi nel cuore di Palermo, tra una visita in una boutique di lusso del centro e un viaggio a Dubai, mostrando una straordinaria sicumera nel ritenersi sempre e comunque intoccabili.

Sarebbe corretto domandarsi: da dove continuano imperterrite a trarre le loro certezze di incolumità? quando per molto meno, spesso da innocenti, comuni mortali hanno visto distruggere le proprie esistenze.

Nella speranza che almeno l'informazione sopperisca con la conoscenza.

Giovanna Livreri

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venerdì, gennaio 07, 2011

Filo da sutura

Il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, parlando a margine delle commemorazioni per il 31° anniversario della morte del Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, ha finalmente incluso in modo ufficiale questo omicidio nella lista di quelli eseguiti dalla mafia su commissione di una “entità” esterna.

A chi ha posto la domanda sui motivi che renderebbero così difficile l'individuazione dei colpevoli, Grasso ha risposto secco “la particolarità del movente e la complessità dei moventi dell'omicidio. E' una mia intuizione che però non posso dimostrare, trovando gli esecutori materiali e i mandanti interni ed esterni a Cosa nostra” (“Grasso: "Lo Stato non contribuì a verità sull'attentato all'Addaura" . Poi sull'omicidio Mattarella: "Attività di depistaggio di Vito Ciancimino" ”, SiciliaInformazioni.com 6 gennaio 2011).

Per capire i moventi generali dell'omicidio Mattarella è necessario ricostruire l'ambiente politico in cui egli si muoveva. Grasso ne è pienamente cosciente, ed infatti aggiunge che “si trattò di un delitto politico-mafioso, che non è solo mafioso e non è solo politico”, parlando anche di alcuni depistaggi che cominciarono immediatamente dopo la morte del politico democristiano.

Di questi depistaggi ci siamo in parte già occupati nel post “Girotondi” (21 ottobre 2009) ricordando la testimonianza della moglie della vittima che riconobbe un estremista di destra (Fioravanti) come killer del marito e come detta testimonianza fu “insabbiata” da coloro che conducevano le indagini.

Abbiamo anche delineato altrove quale potrebbe essere stato il motivo scatenante che fece scattare il semaforo verde per il commando omicida pochi giorni dopo che il nostro ottenne una importante fetta degli utili su un gasdotto (si vedano il post “Doccia fredda” del 12 gennaio 2009 e l'articolo di SiciliaInformazioni.com “Gas, dall’Algeria in Sicilia e Sardegna”, 18 novembre 2007)

Tornando ora ai moventi generali, qui evidenzieremo solo che Mattarella appartiene ad una ben precisa categoria di politici democristiani definita non tanto da una qualche alleanza esplicita, ma da un “retroterra” culturale.

Nel 1971 egli affermava “la necessità che la politica di centro-sinistra assuma un significato riformatore per una coraggiosa eliminazione di talune vistose sperequazioni e che la DC, partito di maggioranza relativa, sappia mantenere l'iniziativa e la guida politica”. Tradotto dal “politichese”, per riformare la Sicilia e debellare il fenomeno “mafioso”, secondo lui la cura non era altro che un governo di larghe intese che arrivasse a reclutare il PCI alla causa nazionale. Per questo avviò in Sicilia un confronto con i comunisti, allora guidati da Pio La Torre (come suona forte l'allarme...) ad immagine e somiglianza di quello avviato da Moro (sempre più forte...) con Berlinguer.

Possiamo stendere un filo “rosso” che partendo da Milazzo e passando appunto per Mattarella e Moro arriva all'attuale Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo con il suo governo puntellato dal PD regionale). Tutti democristiani che hanno seguito la strada del “compromesso storico”. Compromesso storico che a questo punto riesce difficile da leggere solo come “espediente” politico, visto che non fu affatto elaborato a Roma da Moro ma trae origini da più antiche vicende.

Leggendo quei nomi, il moderno cattedratico risorgimentale esclamerebbe tutt'al più (e con malcelato fastidio): “3 su 4 siciliani”. Chi invece conosce veramente la storia sarebbe costretto a dire “4 su 4 Siciliani”: solo un Siciliano potrebbe avere quel cognome, “Moro”. Ovviamente non si fa riferimento alla Sicilia in senso geografico, ma politico: Aldo Moro era di origine pugliese (provincia di Lecce), e dunque suddito del Regno di Sicilia. A questa spasmodica ricerca della “sutura” tra destra e sinistra qui si vogliono assegnare come detto origini culturali. Il Regno di Sicilia normanno infatti non era altro che un punto di sutura tra oriente ed occidente. Andando oltre la cortina fumogena delle ideologie non possiamo non notare come durante la guerra fredda quell'oriente era rappresentato in Italia (dal punto di vista squisitamente politico) dal Partito Comunista.

L'uomo del sud, grazie al suo retroterra culturale arabo-normanno, grazie a quella sintesi tra est ed ovest che fu il Regno di Sicilia (una sintesi ancora evidente nell'architettura della sua capitale, Palermo) capisce che la salvezza risiede non nello scontro tra le parti, ma nella ricomposizione del dissidio.

Un occidente votato in tutte le sue componenti alla totale sottomissione dell'altro da sé, visto sempre come un nemico, non può che trovare in quei tentativi di “sutura” delle minacce mortali da estirpare nel modo più radicale possibile.

Sanità, malgrado il TG1 a Palermo si curano i mali del mondo



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mercoledì, gennaio 05, 2011

Divorzio all'italiana (Prima parte)

2011, 150° anniversario dell'unità italiana: anche Il Consiglio alla fine si è arreso ed ha deciso di celebrare l'evento. Ma mentre i più si accapigliano per cercare di mettere luce sugli eventi che suggellarono il controverso matrimonio, noi con una serie di post vogliamo invece mettere luce su quelli che stanno portando e porteranno gli sposi ad un inevitabile divorzio. Un piccolo contributo alla “pacata” diatriba che serpeggia lungo le trincee che si stanno scavando tra nord e sud in vista del botto finale.

1.Premessa

Nel novembre del 2008 si svolse a Palermo, sotto gli auspici di del Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, un incontro tra i vertici delle regioni meridionali al termine del quale fu rilasciato un documento programmatico.

Il documento, malgrado non si siano ancora portati alla realizzazione i 5 punti in esso contenuti (si veda “Sud unito nel federalismo”, LaSiciliaWeb.it 7 novembre 2008), segnò un momento storico in quanto fece sedere allo stesso tavolo rappresentanti di quelli che allora sembravano schieramenti politici opposti (Soru e Bassolino essendo in quota PD).

Quella riunione nei fatti ruppe in due l'Italia provocando quella frattura che oggi appare chiara quando guardiamo la composizione degli schieramenti all'ARS (l'Assemblea Regionale Siciliana) o il raggruppamento che ha dato vita al “Terzo Polo”. Una frattura che ha spaccato destra e sinistra in modo insanabile. Ecco come commentò questo blog a suo tempo (“Briscola a mazze”, 14 dicembre 2008):

“La riunione di Palermo sta evidenziando la vera essenza di questo scontro, i veri partiti trasversali della politica italiana odierna. Quello filo-occidentale e quello Siciliano (nel senso di Regno di Sicilia, al di qua ed al di là del faro) levantino.”

2.Complotto occidentale

Nel novembre del 2009 durante un convegno a Pescara Fini si lascia sorprendere da un microfono galeotto in una tirata anti-Berlusconi nella quale tesse le lodi del pentito Spatuzza (“E' una bomba atomica”). Come se questo non fosse già abbastanza grave, considerata le teorica alleanza politica tra i due suggellata dalla fusione di AN e FI nel PDL, poco dopo aggiunge rivolgendosi all'interlocutore: “Lei lo saprà... Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell'Interno” (“Fini su Spatuzza: è una bomba”, Tgcom.it 1 dicembre 2009).

La stampa italiana sembra glissare sul significato della improvvida dichiarazione. Non così il periodico etneo La Voce dell'Isola che sotto la cauta firma di “Francis Drake” pubblica un dossier più ampio dal titolo “Complotto internazionale” prendendo come spunto proprio quelle parole di Fini:

“[Fini] si è reso conto che si era lasciato “prendere la mano” rivelando un segreto di cui nessuno era a conoscenza, all’infuori della Procura di Firenze. A questo punto sarebbe lecito chiedersi attraverso quale fonte diretta e da lui ritenuta affidabile, Fini potesse essere era stato messo a conoscenza di tale segreto.”

Fatto sta che nel periodo della “gaffe”, diventa di pubblico dominio la vicinanza di Fini all'amministrazione USA. Ad esempio La Stampa il 25 novembre (2009) titola “E ora gli americani puntano su Gianfranco”:

“E' in atto un investimento politico da parte dell’amministrazione americana sul presidente della Camera italiana”

Francis Drake, preso nota di ciò, va oltre e chiude il cerchio dell'episodio del convegno di Pescara con una frase che ben merita quel cauto (?) pseudonimo “piratesco”:

“Certo se la Procura di Firenze fosse in qualche modo sensibile ai consigli dei Servizi di Intelligence U.S.A....”

Mentre sullo sfondo tornano i fantasmi di quei pentiti pilotati che già Falcone denunciava rimettendoci la vita (per mano di chi?), il quadro generale così composto svela una strategia a più ampio respiro, certamente non limitata sic et simpliciter all'investimento politico sul leader pseudo-fascista, ma volta a minare alle fondamenta il governo Berlusconi con ogni mezzo necessario.

(Fine Prima parte)

Determinante il contributo del fascista pentito Gianfranco

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domenica, novembre 07, 2010

La prova del Lupo

Se c'è un merito di cui questo blog è orgoglioso di fregiarsi è quello di aver contribuito in qualche modo alla riapertura del discorso sul fenomeno mafioso, mettendo in dubbio quelle origini mitologiche che alla fantomatica ed onnipresente organizzazione sono state affibbiate per assicurarle quella nobilitazione dei natali necessaria a poterla meglio piazzare sul lucroso mercato globale del truffa mediatica.

Con il recedere delle spinte post-risorgimentali in Sicilia ed il crollo dell'ideologia unitaria, quel capello che lega la mafia alla storia della nostra Terra è rimasto scoperto, ed ora rischia di essere spezzato: a tuttora non sembra che qualcuno sia riuscito a provare un qualche legame tra il fenomeno mafioso e la Sicilia pre-unitaria.

Su queste pagine abbiamo notato come la mafia fosse stata “scoperta” sono ad unità inoltrata, tanto che persino i vocabolari del tempo consideravano il termine come un neologismo (Si veda il post "I mafiusi della Vicaria"). Abbiamo chiarito come solo opera di fantasia fosse il collegamento ad una leggendaria e pre-esistente setta, quella dei Beati Paoli (Si vedano i post "Beata Ignoranza" e "L'eco della Baronessa"). Abbiamo riportato sempre più dichiarazioni sia di pentiti che si uomini di legge che configurano una regia esterna alla Sicilia se non addirittura all'Italia.

Di più, tra gli archivi locali o quelli borbonici non si è mai riusciti a trovare una qualche indicazione circa la presenza di questa “piaga” sociale che teoricamente teneva sotto scacco l'intera società civile.

Anche le teorie secondo cui essa si sarebbe originata nelle campagne per poi spostarsi in città, teorie che potrebbero in qualche modo spiegare la mancanza di documentazione storica negli archivi civici, in fin dei conti potrebbero anche rafforzare il partito di chi sostiene che la mafia sia una conseguenza dell'Unità, visto che in qualche modo il processo di migrazione deve aver trovato un catalizzatore risorgimentale che avrebbe favorito l'ingresso del potere agricolo-mafioso tra i palazzi di Palermo.

A me sembra invece che tra i palazzi di Palermo stia avanzando il coraggio di affrontare l'argomento e di riscriverne la storia. Una svolta questa che mette seriamente in crisi l'esistenza stessa di una delle industrie più floride mai sorte in Sicilia: quella dei professionisti dell'antimafia.

Professionisti che oggi si ritrovano una sola ed ultima arma a disposizione, e nella disperazione si sono finalmente decisi a metterla in campo.

Lampante esempio di questo può essere considerata la Conferenza organizzata dal Centro Studi Pio La Torre dal titolo “Dall’Unità d’Italia ad oggi: evoluzione del rapporto storico tra mafia, potere e opposizione sociale”.

Ecco cosa ci rivela Salvatore Lupo, docente di Storia Contemporanea presso l'Università di Palermo (A Sud'Europa, Novembre 2010):

“Con l’Unità d’Italia si affermano nel nostro paese i principi e diritti di uguaglianza dei cittadini tra di loro e davanti alla legge. Per questo motivo, da questo momento storico, la società civile comincia a percepire l’illegalità del fenomeno mafioso. Sbaglia quindi chi sostiene che la mafia nasca con l’Unità d’Italia. Semplicemente prima non veniva percepita come illegale”.

Lupo, mentre ammette di essere con l'acqua alla gola – altrimenti non avrebbe dato spazio alla tesi “sbagliata” (“che la mafia nasca con l’Unità d’Italia”) – in sostanza ci ripropone sotto mentite spoglie la teoria secondo cui i conquistadores franco-anglo-padani ci avrebbero portato la civiltà, a noi popolo di selvaggi condita da un ulteriore “tutto prima dell'Unità d'Italia era mafia” che chiarisce il calibro culturale di questa categoria di affabulatori.

Il dipendente pubblico (nel senso di “pagato dai Siciliani”) espone dall'alto della sua cattedra una teoria, il ché può anche risultare lecito vista la posizione che ricopre all'interno del mondo accademico. Quella stessa posizione impone però allo stesso tempo qualcos'altro. Impone di utilizzare il metodo scientifico esponendo il ragionamento seguito e supportandolo con prove precise, magari evitando di dare del “poco intelligente” a chi sostiene tesi diverse.

Da parte nostra aspetteremo, prima di dare un giudizio sul suo operato, di esaminare queste “prove” Documenti dell'epoca, soprattutto.

Speriamo di non dover aspettare troppo: in tempi di crisi economica credo i Siciliani abbiano il diritto di sapere se questi soldi siano stati ben spesi.

MP3 dell'intervento

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domenica, ottobre 24, 2010

Che confusione, sarà perché...

Sembra che in molti stiano cercando di capire cosa sia successo veramente in Sicilia. Che schieramenti sono mai questi, con i partiti spaccati, i presunti fascisti di AN con il neo-liberale Fini apparentati al PD in un epico compromesso storico insieme ai cattolicissimi palazzinari di Casini. Dall'altro lato Bianco, Cuffaro e Firrarello a tenere in Sicilia le posizioni del duo Alfano-Schifani.

Quello che veramente rende incomprensibile la situazione è la presenza ossessiva dell'alito caldo della mafia sul collo di ambedue gli schieramenti per mezzo di condanne, indagini e fughe di notizie. Forse per srotolare la matassa potremmo provare ad eliminarne gli effetti.

Ebbene si: per un attimo immaginiamo che la mafia non esista cancellandola dall'equazione e ritorniamo all'inizio del tutto. A quando cioè il guardasigilli Angelino Alfano per la prima volta propose di limitare l'utilizzo delle intercettazioni nelle indagini della magistratura.

Se teniamo fede alla premessa (la mafia non c'è – più), la proposta di Alfano non sembra poi tanto scandalosa. In realtà la cosa da chiedersi, sempre in base a quella premessa, è che motivo hanno le magistrature di fare un così largo uso delle intercettazioni.

In una Sicilia senza mafia, quello della magistratura sarebbe solo l'esercizio di un potere acquisito. In una democrazia potremmo definirlo un abuso. La legge bavaglio è allora solo il tentativo di limitare i poteri di un avversario che altri non è se non quella magistratura che ha ben posizionato i suoi rappresentanti tra le fila del governo siciliano, unici in questa squadra di presunti tecnici ad essere forniti di tessera di partito.

E' ovvio che per assicurarsi i buoni auspici di questo centro di potere il presidente abbia dovuto prendere posizione nella disputa, prima tramite l'On. Granata e poi personalmente (si vede il post “Sulle intercettazioni è in gioco il nostro vivere civile” del 24 maggio 2010 dal blog di Raffaele Lombardo).

Partito Granata, Fini non poteva che assecondare e scagliarsi contro la legge e contro Berlusconi: senza i voti siciliani forse Fini non sarebbe neanche in parlamento. Ritirata la legge bavaglio, ecco uscire la storia di Montecarlo che nei fatti impedisce a Fini di tornare indietro e lo costringe a seguire gli ordini provenienti dall'isola: nuove elezioni avrebbero come effetto la totale scomparsa di una AN isolata dalla scena politica.

Berlusconi sconfitto da Lombardo? Non proprio: difficile credere che palazzo D'Orleans possa avere la mano tanto lunga. E poi è strano che Miccichè ora fuori dall'esecutivo siculo non sia tornato a casa nel PDL.

Ed è questo il particolare che tradisce i retroscena: Miccichè continua a dire di non voler litigare con il Premier, mentre nel frattempo forma un nuovo partito in un modo o nell'altro contro lo stesso PDL. La cosa non quadra: o Miccichè dichiara il falso, oppure i veri nemici del cavaliere sono all'interno del PDL ufficiale. Ed allora questi nemici non possono essere altri che Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Cosa vuol dire tutto questo? Che la manovra contro la legge bavaglio di Alfano è stata attuata di concerto da Lombardo e Berlusconi con l'aiuto della magistratura siciliana costringendo Fini a dare man forte al nuovo esecutivo siciliano (pena la scomparsa dalla scena politica) con l'obiettivo di isolare gli stessi Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Stupefacente? Non tanto se si pensa a come il potere di Berlusconi vada scemando sin dalle scorse europee e dopo lo strano attentato subito a Milano. Costui è oramai quasi un pupazzo, ma non completamente, tanto che ha intimato al figliolo (Miccichè) di uscire dal governo a Palermo per non dare troppo potere a Lombardo. Ed alla magistratura.

Infine sulla mafia, questa misteriosa Al Qaeda centro-mediterranea, è inutile dilungarsi: non c'è peggior sordo di quello che non vuol sentire.

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martedì, marzo 30, 2010

Gli spiritosi della Repubblica delle banane

Il governo siciliano presieduto da Raffaele Lombardo negli ultimi mesi non può certo essere accusato di immobilismo. Nel giro di poche sedute i temi dei rifiuti, del piano case, della sanità sono stati affrontati con una decisione (ed un decisionismo) raramente visto sin dai tempi della nascita dello Statuto Autonomistico.

I risultati potrebbero essere epocali e non solo per la Sicilia. Se gli stessi provvedimenti fossero stati presi a Milano o a Parigi ne sarebbero venuti fuori titoloni per mesi. Ma nessuno a nord ha interesse a svelare la propria impotenza politica.

E neanche a sud nessuno ha interesse a farlo: i mezzi d'informazione preferiscono sbattere in prima pagina una qualche insignificante scossa di terremoto o l'ultimo morboso delitto prodotto dal degrado sociale in cui versano le nostre comunità piuttosto che un minimo entusiasmo per le cose che in fondo si muovono.

Siamo lontani dal poter cantare vittoria, sia chiaro. Ma certe “svolte” vanno sottolineate.

Il nuovo piano rifiuti è una vera è propria rivoluzione contro la rapina, il genocidio e la colonizzazione. Chi aveva redatto il vecchio piano dovrebbe essere accusato di crimini contro l'umanità insieme alle aziende che credevano di poter profittare da esso. Il nuovo cancella tutto e sposta l'attenzione sulla raccolta differenziata e sul riciclo.

Il piano case, anche se tenta di salvaguardare un genere di impresa che dovrebbe invece essere boicottato il più possibile, quello delle costruzioni che andrebbero al più abbattute per lasciare il posto ai pomodori, presenta una particolarità che lo mette all'avanguardia e cancella 20 anni di follie legislative italiane: la possibilità di ampliamenti dei corpi abitativi non è stata estesa alle costruzioni abusive, malgrado siano state già sanate. Un seme che se curato a dovere darà presto come frutto la totale svalutazione delle case in questione, case che nessuno vorrà più acquistare sapendo che non avranno gli stessi “diritti” di quelle tirate su legalmente.

Per quanto riguarda la sanità, qualunque provvedimento sarebbe insufficiente a raddrizzare un settore in mano alle multinazionali del farmaco che andrebbe riscritto da zero. Ma avere avuto la forza di serrare qualche fila potrebbe per lo meno regalarci una speranza.

A questi vanno aggiunti altri due eventi che si potrebbe definire epocali.

Il primo è la definitiva approvazione del PEARS, il Piano Energetico ed Ambientale della Regione Siciliana, dopo il via libera del CGA. Il testo non è del tutto soddisfacente a causa di certe ambiguità che dovranno poi essere risolte in sede legislativa, ma anche qui una pietra miliare è stata posata assecondando l'inevitabile declino del petrolio e puntando ad una certa autosufficienza senza però cedere alle fandonie catastrofiste dei fanta-ambientalisti globali.

Il secondo è l'eclatante iniziativa di approvazione di legge popolare di rescissione delle leggi sulla privatizzazione dell'acqua: un altra prima assoluta in occidente che i nostri inutili giornalistucoli hanno pubblicizzato per poche ore ed a mala voglia sulle prime pagine delle testate online. Niente analisi critiche a supporto in questo caso. Ma non se la vantavano di essere tutti di sinistra? Poco credibile che si sia riusciti a portare a termine una tale iniziativa con la partecipazione di 135 consigli comunali senza avere un qualche benestare dall'alto.

Ripeto: dobbiamo ancora vedere come saranno poi applicate le leggi, se queste virate epocali non si disperderanno nei soliti mille rivoli delle burocrazia e del malaffare o se invece si tradurranno in benefici per tutti. Ma da ora in avanti di scuse ne avremo poche: le fondamenta sono state poste.

Certo, la Corte Costituzionale fa finta di non capire lo Statuto e ci nega il gettito fiscale proveniente dalla produzione di idrocarburi. Solo che questa notizia era attesa ed anzi gioca a nostro favore. Senza dare ascolto ai soliti piagnistei secondo i quali la Sicilia sarebbe sempre più schiava dei poteri del nord Italia (ne sono rimasti ancora, di poteri, al nord Italia?), il governo centrale al momento è tanto allo sbando che se si volesse salvare l'unità del paese l'applicazione dello Statuto sarebbe l'ultima possibilità rimasta, visto che toglierebbe terreno alle pulsioni separatiste più forti che non sono poi le pagliacciate leghiste, ma le istanze derivanti proprio dall'avanzata siciliana, come sottolineato correttamente da Napolitano (si veda il post “Fiato sospeso”).

Il punto è che la spaccatura italiana in due è stata già decisa in più ampi lidi e non c'è più niente da fare. Lombardo si è anche permesso di minacciare in modo ancora più esplicito:

Il presidente [Lombardo] si è rivolto “all’autorevolezza morale e istituzionale del nostro Presidente della Repubblica, affinché, nel suo ruolo di rappresentante e di garante dell’unità nazionale, possa richiamare tutti i soggetti investiti di responsabilità pubbliche a considerare con animo più equanime i problemi del nostro Mezzogiorno ed in particolare della Sicilia, affinché si eviti il rischio, che vedo grandissimo, della disgregazione del Paese e di una conflittualità sociale ingovernabile” ("La corte costituzionale nega imposte alla Sicilia", Raffaele Lombardo Blog 27 marzo 2010)

Il provvedimento della Corte Costituzionale va a favore del Nord Italia, mentre la conflittualità adombrata da Lombardo è di matrice siciliana e meridionale. Sarà la scusa per la rottura.

E per quanto riguarda le nuove accuse di mafia rivolte allo stesso Lombardo, diramate durante lo svolgersi delle elezioni in alcune aree chiave del sud del paese si commentano da sole.

Lo stesso procuratore D'Agata, presunto titolare della fantomatica inchiesta il cui nome è stato messo in piazza da Repubblica, si è lasciato andare a dichiarazioni preoccupate, capendo di essere stato messo in mezzo ad un meccanismo che potrebbe schiacciarlo al minimo movimento di ingranaggi:

“La notizia non e' stata certo diffusa dall'Azione Cattolica, c'è chi ha interesse a creare uno stato di tensione sul mondo politico, vera o falsa che sia la notizia...” ("Lombardo indagato, il procuratore di Catania: "Dietro la diffusione della notizia c'è una matrice politica", SiciliaInformazioni.com 29 marzo 2010)

Quel fesso di Bolzoni, sempre dalle pagine di Repubblica, si crede spiritoso nel dare del “califfo” al Presidente Lombardo: Un "califfo" nella palude siciliana. Anche il neo-boss Liga bussò da lui (Repubblica.it 29 marzo 2010)

Motivo delle accuse:oltre agli altri eventi “epocali” elencati sopra, il tentativo da parte dell'indagato di conquistare il Sud Italia, che quei “poteri” del nord oramai allo sbando vorrebbero tenersi stretto il più a lungo possibile.

Una specie di colpo di stato dei poveracci. Poveracci di spirito, si intende.

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lunedì, dicembre 07, 2009

Italiuzza

Gaspare Spatuzza fa il suo ingresso nella maxiaula 1 del Palazzo di Giustizia di Torino mentre pubblico e giornalisti, numerosi, attendono in silenzio che il Presidente della II sezione penale della Corte d'Appello di Palermo, Claudio Dall'Acqua, lo inviti a rispondere alle domande del Procuratore Generale.

(Dal Blog di Antonio Di Pietro: "Parla Spatuzza" 5 dicembre 2009)

Doveva finire così come era cominciata: a farsa. Dalla pseudo-spedizione dei mille, in realtà coperta dai cannoni e dai forzieri di Sua Maestà Britannica, alla ignobile pantomima dei plebisciti esposta al pubblico ludibrio ne Il Gattopardo, tanto nella originale versione cartacea, quanto nella trasposizione filmica di Visconti.

Ed oggi, a conclusione della vicenda unitaria, ci ritroviamo Spatuzza. Un finale insignificante non poteva essere meglio rappresentato che da quel cognome posto lì come suggello a suggerire piccolezza, pusillanimità. Pochezza.

La farsa era stata rivelata in tutta la sua grottesca inconsistenza da Berlusconi stesso qualche giorno prima della messa in onda (L'Unità, 28 novembre):

"Se trovo chi va in giro a fare nove serie sulla 'Piovra' e a scrivere libri" che trattano della mafia, "e a farci fare una così bella figura, giuro che lo strozzo"

La nuova versione della “Piovra” era pronta. Ed è stata puntualmente messa in onda il 4 dicembre a reti unificate da tutti, dal Blog di Antonio Di Pietro come dal Corriere.

Spatuzza ha fatto i nomi ventilati da tempo. Ha detto quello che già tutti sapevano avrebbe detto. Un film la cui trama sapevamo tutti. Anche il presidente del Consiglio, che ha comunicato in anticipo la predisposizione della diretta. Una rivelazione che trasforma tutto in una gigantesca comica, che nei fatti distrugge quella poca credibilità che ancora la mafia possedeva. Vediamo chi è ancora capace di negare che i mafiosi non fossero altro che burattini le cui fila venivano tirate ad ovest.

Finita la diretta poi, da Arcore non poteva che arrivare il giusto seguito alle dichiarazioni sulla “bella figura” del 28 novembre: “Così si sputtana il Paese”. L'Italia è sputtanata. Finita.

L'unico pentito vero in tutta questa storia è proprio Berlusconi, che dopo avere sguazzato nel sistema per tutta la vita, ora lo “denuncia”.

In molti in Italia oggi si stanno accorgendo di aver passato gli ultimi vent'anni ad attaccare la persona sbagliata. L'unico che abbia veramente tentato di tenere la “nazione” (se così la vogliamo chiamare...) unita. Una passeggiata sulla lama del rasoio con poche speranze, passata a tentare equilibrismi prima tra le due sponde dell'Atlantico e poi tra oriente ed occidente, tra Mosca e Washington. Per cercare di ritagliare uno spazio di autonomia a quella sua italietta piduista con tanto di appendice coloniale centro-mediterranea.

Ma al momento della verità, quello della seconda discesa in campo con la fusione di AN e Forza Italia nel PDL (Si veda il post "Ci siamo"), il gigante dai piedi di argilla si è sgretolato. Il comandante si è trovato solo, tradito (come sempre nella storia) dai suoi luogotenenti siciliani, Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo. Che oggi non lo stanno difendendo per niente. Anzi, cercano inciuci a sinistra quando potrebbero tranquillamente salvare il loro capo putativo stringendosi intorno ai “lealisti” del PDL ed all'UDC

Non si vuole però essere ipocriti. Le accuse lanciate contro Berlusconi sono sì completamente false. Ma noi in Sicilia abbiamo tutto da guadagnarci. Berlusconi è l'unico lembo di sistema che ancora ci trattiene legati a Roma. Presto i nodi verranno al pettine ed il futuro della Sicilia diverrà presente, nel bene o nel male.

Gli schieramenti sono quasi pronti. Gli ultimi accordi in Sicilia finiranno di isolare le residue velleità unitarie targate UDC e PDL lealista. Da sinistra nell'isola non hanno altra scelta se non quella di appoggiare l'attuale compagine governativa. Dopo si potrà andare alle elezioni.

Sicilia verso oriente, nord Italia stabilmente ancorato all'Europa centrale, dove Francia e Germania si stanno dividendo le spoglie di una UE arrivata al suo precoce capolinea. L'incognita vera è la posizione del Sud Italia. Ma solo nel breve termine.

Ci sono possibilità che qualcosa non vada per il verso giusto e che la Sicilia rimanga tra le grinfie europee? Tutto dipenderà da quanto Lombardo e Miccichè diventeranno ostaggio di certi ambienti del PD siciliano, vedi Lupo e Mattarella. Ma anche qui, il pegno di scambio potrebbe risiedere più nel Sud Italia che a Palermo: l'Europa potrebbe chiedere che si mantengano certe posizioni oltre faro in cambio di un lasciapassare per gli infidi siciliani.

Il programma di destabilizzazione dello stato italiano è entrato nelle sue fasi finali. Fino a quando Berlusconi ha accettato di svolgere la sua funzione di tramite per l'ingresso dell'oriente nel Mediterraneo ha goduto di qualche libertà. Ma tentando di conquistare un qualche potere vero alle scorse europee ha firmato la sua condanna.

Da parte nostra, non potremo che concedergli l'onore delle armi.

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domenica, novembre 15, 2009

Corso di fotografia

La mitica figura di Osama Bin Laden non è più nitida come una volta. Gli ultimi avvistamenti sono testimoniati da foto in cui il profilo del leader di Al-Qaeda sembra scomparire in dissolvenza.

Ne ha parlato in questi termini anche il Corriere della Sera (“Bin Laden è vivo? Il giallo in un video”, Corriere.it 28 ottobre 2009), riferendo chiaramente di “dubbi” sull'autenticità dei vari video di Bin Laden recuperati da varie «società» USA (le significative virgolette sono del Corriere).

Queste ultime foto sarebbero state scattate durante una festività islamica. Logico chiedersi allora, come fa il quotidiano, se Bin Laden è tanto tranquillo da spassarsela in pubblico come mai altri suoi video propagandistici non vengano distribuiti. Le conclusioni sul perchè ciò non avvenga sono quantomeno interessanti :

“Un’assenza che viene letta da taluni come la conferma che è davvero morto. Con una variante: è vivo, ma è diventato irrilevante”.

E le due cose (morte o irrilevanza) sono davvero la stessa cosa. A Bin Laden non ci crede più nessuno e diventa inutile continuare a gridare al lupo: come nella storiella alla fine non ci si allarma più.

Ecco quindi che con una incredibile svolta, possibile solo tra gli zombie dalla tabula rasa che oramai riempiono le città occidentali ed ai quali è possibile rigirarla come si vuole, il Financial Times (tra gli altri) butta in prima pagina ("US to seek death penalty for 9/11 suspect", 13 novembre) il (nuovo) responsabile degli attacchi del 9/11 alle torri gemelle, Khaled Sheik Mohammad, con una bella foto (riportata in alto) che seppure fatta nei vicoli di Kandahar, dove non sono neanche capaci di mettere a fuoco Osama Bin Laden, sembra uscita pulita pulita da un concorso fotografico della National Geographic, tanto sono nitidi i peli della sua barba da estremista e tanto le ombre riescono a chiarire il pensiero omicida del fanatico.

Su Osama neanche un accenno. Svanito, anzi “soffuso” (per tornare alla foto del Corriere, riportata in fondo al post) lentamente nel “background”. Un giochetto di prestigio per far riapparire dai quei contorni fumosi i nuovi tratti somatici del nuovo responsabile dell'11 settembre.

Ma il Financial Times non si occupa solo di terrorismo internazionale. Da esso possiamo apprendere tanto anche sulla nostra terra. Anche in termini “programmatici” o “anticipatori”, se si sa leggere tra le righe.

Così anche questa settimana a pagina 4 si torna al centro del Mediterraneo. Anche se questa volta la Sicilia non è neanche menzionata, malgrado l'argomento forte del pezzo: la mafia.

Si, si avete capito bene: il Financial Times ieri, 14 novembre, ha dedicato un lungo articolo sulla storia della mafia italiana negli ultimi 20 anni (“Mafia rushed through gap in Berlin Wall”), richiamandolo pure in prima pagina, ma di Sicilia neanche l'ombra. Solo Calabria.

Secondo il giornalista, Guy Dinmore, la cadura del muro di Berlino ha proiettato la 'Ndrangheta “verso una portata globale ed uno status non raggiunto da altre organizzazioni criminali”. Ma non era Cosa Nostra ad avere questo “status”?

Importante, alla fine dell'impero sovietico “e possibilmente ancora oggi, era il traffico di materiale nucleare, prevalentemente dal blocco ex-sovietico”. Ma non erano i criminali siciliani quelli che cercavano di spacciare una bomba in giro per il mondo? Ne ha parlato anche Il Consiglio a suo tempo (si veda il post “Da dove viene la mafia, seconda parte”)

Poi si comincia a spararla veramente grossa: “Il contrabbando [di materie tossiche, ndr] ha portato Mister Fonti [un pentito, ndr] in giro per il mondo, inclusa la Somalia”, in modo da preparare il campo per accusare la 'Ndrangheta della morte di Ilaria Alpi. Si parla di un clan calabrese “al quale sono stati offerti 50 aerei cargo Ilyushin da un colonnello del KGB”, passando a criminalizzare tutti i calabresi che si azzardano ad uscire dal loro campo di concentramento malgrado si sia provveduto a distruggere la Salerno-Reggio Calabria:

“Dopo, queste genti di montagna hanno mandato i loro figli nelle università. Ora sono professionisti – avvocati, consulenti, esperti di informatica, ingegneri. Hanno lasciato la Calabria e sono andati in giro per il mondo, organizzando investimenti con i soldi di famiglia. Un buona parte di questi soldi vedono la luce del giorno come imprese legittime”.

Nazismo puro. Come quello sino a oggi dedicato anche ai siciliani.

Alcune delle stronzate citate provengono ad un ridicolo articolo del Sole 24 Ore che se non altro causò la nascita di questo blog: “La 'ndrangheta come al-Qaida”, del 23 novembre 2005, fu lo spunto per il primo post in assoluto. Bisogna leggere cosa possono partorire certe menti raffinatissime:

“La commissione parlamentare anti-mafia italiana ha paragonato la struttura in celle della ‘Ndrangheta, con la sua struttura basata sulla famiglia al modello organizzativo di al-Qaeda, e la sua reputazione nel mondo a quella di una multinazionale.”

La mafia siciliana è scomparsa. Ed il cervello dell'occidentale medio, programmato per funzionare a comando, non potrà che rimuoverla dai suoi ricordi.

Rimossa anche geograficamente. La Calabria è “l'estremo sud dell'Italia” e “la regione più povera d'Italia”. Oltre non sembra esserci più niente. L'occidentale deve imparare che ora l'Italia e la mafia finiscono a Reggio Calabria. Ed il nuovo ordine ha effetto retroattivo: sarà sempre stato così.

Questa potrebbe essere un'interpretazione. Il voler segnalare una prossima scissione dell'isola dal suo passato più recente. Fatta l'isola indipendente, nessuno vorrebbe rimanerne completamente fuori vista l'importanza strategica che assumerà nello sviluppo economico della sponda sud del Mediterraneo. Per cui meglio riabilitarne l'immagine.

Ma un altro messaggio potrebbe essere contenuto tra le righe. Un messaggio relativo alla (vera) storia della mafia.

Il recente ed improvviso “ritorno della memoria” a riguardo della trattativa tra lo stato e la mafia doc siciliana, l'unica che nella realtà abbia mai avuto una qualche consistenza ed a tratti una propria libertà d'azione (si veda il post "Trattative riservata"), che nel Belpaese ha colpito impietosamente più persone dell'influenza suina, sembra essersi arrestato. I vari esponenti dell'Italia dei Valori, dai Di Pietro ai De Magistris, si sono zittiti.

Il baccano è a poco a poco scemato in seconda serata nei palinsesti porno-televisivi italiani dopo aver raggiunto un apice particolare quando Piero Grasso ed altri hanno cominciato a parlare di “Entità esterne” (si veda il post “Lo scheletro dell'occidente”).

Queste “Entità esterne” attraverso le pagine del Financial Times potrebbero voler segnalare che il messaggio sia arrivato a destinazione e che certe armi possono essere deposte. Nella situazione economica in cui si trova la City le minacce di Grasso di aprire le ante di chissà quale armadio sono materiale radioattivo molto più pericoloso dei fantasiosi traffici calabresi.


Lezione numero 1: la messa a fuoco


Altri post relativi al Financial Times:
La casa del figlio cambiato
Cime tempestose
L'Ingresso dell'India
Lo scoop dell'anno
La stampa inglese avverte l'Europa
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mercoledì, ottobre 28, 2009

Lo scheletro dell'occidente

Non ci sono più dubbi: la resa dei conti è vicina. Vicinissima. Il collasso finale dell'occidente, ed insieme il collasso finale di quella creatura posticcia che è l'Italia frutto del risorgimento sono a pochi passi da noi.

Piero Grasso ha riaperto un armadio dove si nasconde un pesante scheletro:

«Rimane però l'intuizione, il sospetto, chiamiamolo come vogliamo, che ci sia qualche entità esterna che abbia potuto agevolare o nell'ideazione, nell'istigazione, o comunque possa aver dato un appoggi all'attività della mafia» (Attentato a Falcone, Grasso rilancia: “Resta il sospetto di un'entità esterna”, Corriere.it 27 ottobre 2009)

Riaperto. Perchè Grasso ha sempre sostenuto questa posizione, anche se i commentatori più attenti hanno fatto sino ad ora sin troppa attenzione a non commentarla per niente.

Il 9 novembre del 2008, all'inaugurazione dell'istituto superiore di tecniche investigative dell'Arma a Velletri aveva detto:

“La mafia pur avendo sempre avuto interessi propri è stata anche portatrice di interessi altrui: in tantissime occasioni entità esterne hanno armato la sua mano”

E prima ancora nel 2001, in un libro intervista (“La mafia è vicina alla vittoria”, Corriere della sera, 20 maggio 2001):

«Entità esterne, almeno in tantissime occasioni, hanno armato la sua mano. La convivenza tra Cosa Nostra e il sistema di potere, e quindi la politica, è molto di più di una semplice ipotesi investigativa. Ecco perché considerare Cosa Nostra un anti-Stato si è dimostrato un grossolano errore. Cosa Nostra molto spesso è stata lo Stato.»

(vedi anche il post “Il Vangelo secondo Giuffrè”)

Oggi Grasso ripropone rafforzandola la sua visione dei fatti, agganciandola al delicato momento politico. Pochi giorni fa lo avevamo sentito quasi giustificare la trattativa tra stato e cosa nostra come necessaria ad evitare che altro sangue fosse versato. Dopo le false rivelazioni del presunto pentito Spatuzza, assistiamo ad un rilancio, come sottolineato dal titolo del Corriere.

Con questo intervento apre completamente il campo, affermando implicitamente che la trattativa non era con Cosa Nostra ma con una “Entità” più potente, più vasta. Un intervento importante non tanto per i risvolti penali, ma prevalentemente per quelli politici. Come Falcone prima di essere assassinato, anche Grasso oggi sta puntando il dito in direzione opposta a quell'area di potere formata dal Vaticano, dalla P2 e da un altra forza sommersa che finalmente sta tornando a vedere la luce dopo quasi 200 anni di buio, ed alla quale lo stesso Grasso appartiene: il Regno di Sicilia.

Sorprendentemente, un giornale ufficiale (SiciliaInformazioni.com) raccoglie il suggerimento ed ha il coraggio di spiegare cosa vuole dire il procuratore:

Quando si accenna ai collegamenti internazionali, il pensiero – da queste parti – corre agli Usa, dove la mafia siculo-americana è stata il trait d’unione storico con Cosa nostra siciliana. Non è un mistero per nessuno che i collegamenti fra mafia e politica sono passati attraverso le consolidate abitudini delle autorità americane, abitudini che hanno origine agli inizi del secolo scorso.

Se la stampa può scrivere qualcosa del genere, allora vuol dire che veramente stiamo per voltare pagina.

Queste domande, finora senza risposta, hanno indotto ad analizzare anche il contesto storico in cui il terrorismo mafioso misurò la sua forza di fuoco. Ebbene, quella fu la stagione in cui il potere – politico, finanziario, economico – in Italia cambiò profondamente, e venne firmato il trattato di Maastricht che avrebbe reso l’Europa padrona del gioco nelle contrattazioni finanziarie internazionali.

Così SiciliaInformazioni.com chiude il pezzo (“Il dubbio di Grasso, entità esterne nella strage di Falcone a Capaci. Ma allora, la trattativa con lo Stato chi la condusse?” , 27 ottobre 2009).

Il vortice sta risucchiando tutto.

Post correlati:
Trattativa riservata
Girotondi
Il Vangelo secondo Giuffrè

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venerdì, ottobre 23, 2009

Trattativa riservata

“I legami tra terrorismo politico, mafia, 'ndrangheta, massoneria si colgono in tutte le indagini”. Sempre lapidario e preciso Gioacchino Genchi, che inizia con il carico da undici questa nuova intervista condotta da Klaus Devi per il suo “par condicio” (vedi al minuto 1:45” circa). Eppure questi legami dei quali esistono indicazioni incontrovertibili (vedi il post “Girotondi”) non vengono quasi mai presi in considerazione pubblicamente.

Troppo pericolosi, troppo rivelatori di una realtà che tutti hanno paura a svelare per quella che è. Una verità che se diventasse di dominio pubblico potrebbe avere conseguenze destabilizzanti per tutti, anche per chi a livello penale non avrebbe nulla da temere.

Lasciatele perdere le “nuove” rivelazioni contro Dell'Utri, sulle quali alla fine siamo costretti a pensarla come Miccichè. Nel computo totale, sono solo briciole insignificanti. Soprattutto oggi che il mondo sta cambiando ad una velocità inaudita portandosi con sé un intero impero. Chiunque potrebbe essere ingoiato da questo vortice. E più siamo vicini al crollo dell'impero, più questo risucchio finale si rinforza, questa resa dei conti dalla quale usciranno vittoriose (alcune) nazioni o forse persino qualche popolo, ma che non lascerà scampo ai singoli da una parte e dell'altra. Tanto che Berlusconi avvistata la tempesta è andato a prendere gli accordi finali con Putin.

Oggi, poco prima della fine, siamo tornati indietro all'inizio. A quel 1992. Anzi. Il campo apriamolo tutto. Stiamo parlando di fine dell'impero (quello anglosassone). Diamo anche il giusto inizio alla cosa: il crollo dell'unione sovietica e la inevitabile rinascita della Russia zarista.

Sempre secondo Genchi, le trattative sbandierate su tutti i giornali tra stato e “mafia” iniziarono prima delle stragi. Ma come conciliare questa indicazione con la frase ricordata sopra e da lui stesso pronunciata? E' possibile avviare una trattativa a così alto livello solo con la “mafia”? Quei legami ci sono sempre, e più in alto si va, più si fanno stretti. I compartimenti stagni non sono tanto credibili.

Il direttore di SiciliaInformazioni.com, Salvatore Parlagreco, commenta argutamente le dichiarazioni rilasciate dal super perito nell'intervista dopo averle collimate con quelle di Mori e di Ciancimino, arrivando ad una conclusione da tenere nella massima considerazione “in effetti non ci sarebbe stata una trattativa fra Cosa Nostra e Stato, ma fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.” [*]

Non facciamoci ingannare dal dito puntato.

Una parte dello stato trattò con “cosa nostra”. Un'altra parte non trattò.

Verso chi dovremmo realmente puntare il dito? Come mai una parte dello stato non aveva bisogno di trattare?

Ecco che quei “legami” si chiariscono meglio. Quel “terrorismo politico” responsabile dell'assassinio di Moro il cui rapimento fu preannunciato da una copertina dell'Economist, di quello del Presidente della Regione Siciliana Mattarella da parte di un estremista di destra che si appoggiò al controllo del territorio di cui disponeva Cosa Nostra. Un “terrorismo politico” che non conosce né destra né sinistra. E che dovette ricorrere alle stragi del 1992 quando non riuscì a raggiungere tutti gli obiettivi politici che si era prefisso con l'imponente opera teatrale passata alla storia con il nome di “Tangentopoli”.

Non vorrei sbilanciarmi troppo. Ma questo dualismo, questa spaccatura sempre presente nello “stato” italiano sembra essere dietro anche alla pacatezza con la quale Piero Grasso ha assolto coloro i quali condussero quella trattativa (“Il momento era terribile, bisognava tentare di bloccare questa deriva stragista”, vedi intervista TG3 del 17 ottobre). Grasso ha per esclusione puntato il dito contro chi a quella trattativa non ha partecipato. Contro chi si è tenuto in disparte non perchè non fosse interessato. Ma perchè non aveva bisogno di trattare, trovandosi già dalla parte “giusta”.

E ci piaccia o no, questi non era Andreotti il cui uomo di fiducia in Sicilia (Lima) fu ucciso e che fu egli stesso “salvato” da Falcone. Non era Craxi. E neanche Berlusconi o Dell'Utri.

Quelli che non trattarono furono altri.

Oggi però tremano un pochino tutti, perchè il vortice finale non farà differenza tra chi trattò e chi invece non ebbe bisogno di farlo.



Anche secondo Genchi, Provenzano fu una pedina sacrificata alla mutata situazione politica. Un sacrificio umano per una qualche divinità. Dichiarazioni da confrontare con quanto scritto da Il Consiglio nei post “Mafia ex machina (prima parte)” e “Mafia ex machina (seconda parte)”

Sullo stesso argomento leggi anche “La prossima tangentopoli? Partirà da Via D'Amelio” dei Comitati delle Due Sicilie – Sicilia (9 ottobre 2009)

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[*] Da rilevare che Genchi suggerisce l'esistenza di prove delle comunicazioni tra Ciancimino (e la mafia) e le istituzioni:

“Sono testimone vivente  di quei riscontri originali sui rapporti di Ciancimino con altissimi livelli delle istituzioni. Non solo della politica, ma anche dello Stato e io trovai contatti con utenze del Ministero dell’Interno, con utenze della Giustizia, incontri a Roma, contatti telefonici romani che, purtroppo, non sono mai stati chiariti e che, secondo me, costituiscono uno dei riscontri più importanti alle dichiarazioni di Ciancimino per quanto riguarda le entrature negli apparati dello Stato.”

(“TRATTATIVA STATO - MAFIA: GENCHI, SONO TESTIMONE VIVENTE”, IrisPress.it 20 ottobre 2009, sempre tratto dalla stessa intervista per Klaus Devi)

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mercoledì, ottobre 21, 2009

Girotondi

Fatti e misfatti di quel 1992 in cui, malgrado le bombe di Palermo, la storia d'Italia prese una piega diversa da quella voluta a Londra ed a Washington sono oggi tornati di moda.

Dal mitico “papello” sino alle recenti epidemie di problemi di salute per mafiosi ed esponenti dei servizi segreti (tutti seguiti dallo stesso avvocato...) che fanno temere un rilascio dei boss (“Vedrete che Riina tornerà libero”, LiveSicilia 21 ottobre 2009, ma anche il post "Ragazzi fuori"), la convergenza (non casuale) di tutto questo riaffiorare nel presente momento politico sembra segnalare la possibilità che una svolta definitiva nella storia della nostra Sicilia e dell'Italia in generale sia oramai vicina.

E se persino il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso si è lasciato andare a dichiarazioni eclatanti per chi ricopre ruoli istituzionali così delicati, dichiarazioni per giunta elargite con una apparente noncuranza che contrasta pesantemente con il nervosismo di certi ambienti politici e di certi apparati dello stato (vedi le dichiarazioni di Mori), vuol dire che una qualche resa dei conti è nell'aria.

Non bisogna però fare l'errore di credere allo specchietto per le allodole della “trattativa” tra mafia e stato, specchietto che vorrebbe fare da turacciolo ad un pericolosissimo vaso di pandora contenente l'architrave che ha retto il potere occidentale nel Mediterraneo da Portella della Ginestra sino a quel fatidico giorno del 1992 in cui morì Giovanni Falcone.

Lo scorso 4 settembre, il quotidiano La Sicilia ricordava l'assassinio del Generale Dalla Chiesa a Palermo. Casualmente veniva pubblicata anche una interessante intervista che ripercorreva la morte del Presidente della Regione Piersanti Mattarella rilasciata dal figlio dello stesso, Bernardo, oggi deputato regionale tra le fila del PD (Mattarella: "La politica nel nome di mio padre ucciso dalla mafia").

In essa si riportava in luce un episodio importante ma stranamente dimenticato da quei “professionisti” dell'antimafia che tutto cercano di fare tranne che arrivare alla verità, cosa che li lascerebbe senza lavoro.

Mattarella fu ucciso nel gennaio del 1980 mentre si trovava in macchina con lo stesso Bernardo, con la moglie e con il resto della famiglia. Ebbene, la moglie del Presidente riconobbe come killer del marito Giusva Fioravanti, noto esponente della destra eversiva oggi candidato alla partecipazione all'isola dei famosi!

Cosa ancora più incredibile, secondo l'intervistato questa versione era condivisa da Giovanni Falcone. D'altronde si era appurato che quel giorno Fioravanti si trovava a Palermo con il fratello. Questa versione fu però rigettata durante il processo. A questo punto il commento di Bernardo Mattarella potrebbe essere lasciato ai posteri come commento all'intera storia dell'Italia unita:

“Come avvocato debbo dire che è difficile accettare l'idea che su un testimone oculare prevalga il sentito dire di un pentito che non era presente. C'è qualcosa che non funziona dal punto di vista logico”

Non è solo come avvocato che è difficile accettare un'idea come questa. Pensate come ci deve essere rimasta la vedova quando il giudice diede più credito alle parole di un assassino piuttosto che alle sue.

Ma immaginiamo per un attimo cosa sarebbe accaduto se almeno una volta nella storia di questo inutile paese un giudice avesse fatto il suo dovere. Oggi ci troveremmo i soliti “antimafiosi” a parlare di contatti tra mafia e destra eversiva, cercando con un dito di nascondere l'elefante: il modo migliore per celare qualcosa è quello di lasciarla in piena luce.

Anche ammettendo questi ipotetici contatti tra destra eversiva e mafia, come mai cosa nostra avrebbe usato per una operazione così delicata come l'assassinio del Presidente della Regione un killer “esterno”? Semmai, logica suggerisce che una associazione considerata plurisecolare, tanto potente da poter competere con la quinta forza industriale al mondo avrebbe potuto dare una mano a questi poco probabili “Nuclei Armati Rivoluzionari” di cui il Fioravanti faceva parte. E non viceversa.

Al solito, quando si eliminano tutte le soluzioni impossibili, l'unica che rimane, per quanto incredibile, è la verità: la mafia non disponeva di un killer abbastanza fidato tecnicamente per compiere una tale operazione.

Ma questo non è l'unico esempio di tale “anomala” situazione in Italia. Il 27 aprile 1982 un banchiere, tal Roberto Rosone, scampa ad un attentato nel centro di Milano.

Come capita di tanto in tanto in casi come questo, ci si scorda il coperchio della pentola. Una guardia giurata sin troppo zelante nel suo lavoro, spara al killer e lo uccide. Tra lo sbalordimento generale, si scopre che costui era Danilo Abbruciati, un componente della Banda della Magliana.

Il tentato omicidio fu poi collegato ad alcune osservazioni fatte da Rosone su certi prestiti ad un presunto mafioso. Un depistaggio preparato da prima che però ora traballava pesantemente. La domanda è la stessa di prima: una associazione tanto potente si va a rivolgere a quattro banditi di periferia per questa delicata esecuzione in pieno centro a Milano? Una Milano piena di siciliani. E poi, trasferta per trasferta, tanto valeva mandare qualcuno da Palermo...

Insomma, per spiegare la cosa si sono dovuti inventare non so quali collegamenti. Mentre esiste una spiegazione molto più logica e convincente: operazioni quali l'assassinio di un leader politico o di un'alta carica dello stato, le stragi, i sabotaggi, non possono essere lasciati nelle mani di piccoli delinquenti di quartiere. Per queste operazioni servono degli “hitman” professionali, bene addestrati e capaci di operare in condizioni di forte stress psico-fisico. Credete veramente che un picciotto di quartiere possa sparare al Mattarella o fare saltare in aria Borsellino?

Elementi con quelle caratteristiche, la cui posizione era in realtà “liquida” ed adattabile agli ambienti più diversi esistevano (esistono?) in Italia. Questi potevano essere spostati da una “operazione” all'altra a seconda delle necessità, visto che questo genere di “professionisti” sono merce rara.

Potevano anche essere spostati da destra a sinistra all'occorrenza senza alcun problema.

Giorgio Bocca scrisse in un articolo rimasto famoso su Il Giorno del 23 febbraio 1975 che «A me queste Brigate rosse fanno un curioso effetto di favola per bambini scemi o insonnoliti e quando i magistrati, gli ufficiali dei carabinieri e i prefetti ricominciano a narrarla mi viene come un ondata di tenerezza perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile…».

Michele Brambilla, sulle pagine de Il Timone (maggio 2005) commenta la frase aprendo lo sguardo su un più ampio panorama: “erano in tanti, come Bocca a scrivere che le Brigate Rosse erano “sedicenti”, fascisti o poliziotti mascherati”.

E di recente abbiamo anche visto un “reduce” di quelle Brigate Rosse apparentemente in combutta con esponenti mafiosi pianificare il rapimento di un noto banchiere siciliano.

Fatti che suggeriscono un girotondo, una circolarità a cui anche quella frase di Bocca sembra alludere. Una circolarità in cui Mafia, Brigate Rosse, banda della Magliana e tante altre sigle minori non sono altro che “operazioni” le cui fila tiene sempre lo stesso potere.

D'altronde circola voce che il simbolo delle BR fosse un simbolo riciclato: esso infatti sarebbe apparso in alcuni volantini rivendicativi dell'attività terroristica del M.A.R. (Movimento di Azione Rivoluzionaria) di Carlo Fumagalli (vedi il post “Alcune considerazioni sul recente ritorno delle BR”, Paolo Franceschetti Blog 24 novembre 2008). Un movimento di estrema destra!

Agnese Borsellino ha riferito durante una intervista rilasciata a La Storia siamo noi (Rai Due) che “Stranamente negli ultimi giorni che precedettero via d'Amelio, mio marito mi faceva abbassare la serranda della stanza da letto, perché diceva che ci potevano osservare dal Castello Utveggio”.

A Castel Utveggio, oltre alla sede del Cerisdi di Padre Pintacuda, si trovava un ufficio dei servizi segreti. Certo, in quella situazione sembra logico pensare che i servizi segreti dovessero tenere sotto controllo il giudice Borsellino. Ma quest'ultimo nelle parole riportate dalla moglie non sembra si sia riferito a tale controllo come ad un qualcosa di protettivo. L'abbassamento della serranda fa pensare piuttosto ad una minaccia.

Una considerazione che ci riconduce per mano a quella circolarità delineata sopra.


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mercoledì, agosto 19, 2009

A bocca aperta

L'articolo di Giorgio Bocca pubblicato da L'Espresso (“Quanti amici ha Totò Riina”, 12 Agosto 2009) ha scandalizzato parecchio i benpensanti di questo bel paese, tanto che Gasparri ha potuto parlare di “delirio da tribunale”, prefigurando attacchi di una certa natura contro il giornalista.

Leggendo il pezzo però non possiamo che concordare con l'accusa generale rivolta all'Arma dei carabinieri, illegalmente piazzata sul territorio siciliano contro i dettami sia del trattato di Parigi (che vuole la Sicilia smilitarizzata) che dello Statuto Siciliano, il quale mette la sicurezza interna nelle mani del Presidente della Regione e che chiaramente dà la possibilità allo stato di intervenire direttamente solo in caso di gravi disordini interni o di rottura del patto federativo.

Le modalità secondo cui il corpo dei Carabinieri sarebbe intervenuto assumendosi responsabilità importanti nella copertura dei mafiosi, le spiega in modo chiaro ed inequivocabile Gioacchino Genchi durante la recente intervista rilasciata a Klaus Devi dove parla dei continui scambi di organico dei ROS con i servizi segreti:



Ma Genchi dice anche una cosa da non sottovalutare in questa vicenda “boccaccesca”. E cioè che non è l'Arma dei Carabinieri in sé ad operare in modo poco ortodosso. A “deviarla” sono in realtà proprio quegli elementi infiltrati in essa da determinati gruppi di potere interni alle istituzioni e provenienti appunto dai servizi segreti.

Di questo fatto dobbiamo tenere conto mentre andiamo a correggere la pericolosa bugia inserita nell'articolo de L'Espresso. Quando Bocca dice che "i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia", sa benissimo che quel “non” lì andrebbe cancellato (i carabinieri sono qualcosa di estraneo alla società siciliana, proprio come la mafia [*] ), ma lui quel “non” lo deve proprio inserire, altrimenti non svolgerebbe appieno il compito che gli è stato assegnato.

Se all'improvviso si è deciso, per interposta persona, di attaccare così platealmente i carabinieri, vuol dire che qualcosa di buono contro la mafia, quella parte sana dell'arma deve averla fatta di recente o sta per farla, anche se ancora non riusciamo a capire cosa.

Le coordinate di questo attacco sono facili da individuare. Basti notare il tappeto rosso srotolato nell'articolo dinanzi ad Orlando (che subito gli ritorna il favore...) e l'accredito di Riina e Ciancimino ("vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano (...), come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento"). Accredito quest'ultimo che alla fine smonta tutto.

Le dichiarazioni di Ciancimino sull'attuale capo del governo a rigore non dovrebbero essere prese in considerazione, in quanto il figlio dell'ex sindaco colluso (e non mafioso) di Palermo potrebbe avere dei motivi ben precisi per volersi vendicare di Silvio Berlusconi.

I guai giudiziari relativi al presunto tesoro nascosto del padre sono politicamente motivati e sono relativi ai suoi tentativi di assicurasi la funzione di mediazione nella distribuzione del gas russo in Europa. Funzione che proprio allora stava inseguendo anche un imprenditore di Milano, Mentasti-Granelli, vicino guarda caso a Berlsuconi (vedi “Gas, tutti i misteri della partita russa”, La Repubblica, 29 settembre 2005).

Non è chiaro anche allora per conto di chi operasse Ciancimino, visto che le sue trame passavano per l'Ucraina. Ebbe infatti a dichiarare (“Una società ombra per Ciancimino”, L'Espresso 11 giugno 2006):

«Se l´inchiesta non mi avesse fermato, avremmo rotto il monopolio della Russia per la fornitura di energia»

Una frase che potrebbe essere stata detta per procurarsi simpatie nell'opinione pubblica ma che potrebbe non essere veritiera.

In ogni caso non ci vuole molto a vedere in questo affare interessi contrastanti con quelli dell'altro affare, quello “milanese”. E non ci vuole molto a capire il motivo per cui le attuali dichiarazioni del Ciancimino junior riguardo al capo del governo debbano essere prese con le pinze.

Ma in definitiva, come mai Bocca attacca i Carabinieri, qual'è il suo fine ultimo? Suvvia, ma che domanda: ma aiutare quelli che aiutano Orlando, ovviamente. Che a loro volta aiutano la mafia. Quella vera.

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[*] E non dimentichiamo il velenoso inserimento della Chiesa quale struttura di controllo del territorio. Controllo che invero la Chiesa sta riprendendo oggi, ma che negli anni in questione aveva dovuto allentare per fare posto proprio alla mafia ed ai suoi protettori nascosti in quei circoli finanziari anti-clericali che hanno foraggiato (e tuttora foraggiano) anche l'anti-mafioso Orlando.

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sabato, agosto 01, 2009

Chiuditi cielo

A conclusione di una lunga e lacrimevole telenovela, ieri (31 agosto) dopo il governo anche il CIPE ha dato via libera ai fondi FAS destinati alla Sicilia.

E che è successo: apriti cielo!

Preparati dalla lunga campagna diffamatoria intorno alla reale destinazione di questi soldi ed infine aizzati dagli articoli apparsi sui siti dei maggiori quotidiani nazionali che evitano accuratamente di spiegare come quei fondi siano già vincolati, gli italioti si sono scatenati.

Ecco alcuni esempi tratti dai rispettivi articoli del Corriere (“Sud, via al piano del governo Subito 4 miliardi alla Sicilia” del 30 luglio e “Cipe, via libera ai 4 miliardi per la Sicilia” del 31 luglio).

Emosisntetique (30 luglio, ore 14:20) usa le tecniche raffinatissime:

“Perchè la Sicilia, il suo popolo, non si fà sentire ??? Fatelo caspita. Manifestate il vostro disappunto. Abbiate un sussulto di orgoglio. NOI QUEI SOLDI NON LI VOGLIAMO PERCHE' NON CI AIUTERANNO IN ALCUN MODO. Fatevi sentire amici siciliani. Dite ''ora basta''. Ma ditelo forte.”

Berluscpapi (30 luglio, 12:34) dimostra che forse Bossi non ha tutti i torti a voler mandare via gli insegnanti meridionali. Se è possibile fare a pezzi la storia così, vuol dire che non sono serviti a niente:

“Sono 250 anni che ci dicono che il Sud è una risorsa che lo si deve valorizzare che bisogna investirci chè una questione nazionale ec. ecc. ecc. e sono 250 anni che puntualmente vengono erogati fondi che poi non si sa che fine facciano”

Lettore_728172 (30 luglio, 11:56) la butta sul fatalista, malgrado non sembri essere meridionale:

"Il prossimo anno saremo ancora una volta a vedere questi "piagniòni" (come li chiama Bossi) a chiedere ancora una volta la carità.. e siamo ancora a dimenarci le meningi dopo 200 anni con al "questione meridionale", il sud purtroppo è una terra morta e questo lo sappiamo tutti, sappiàmo bène che non potrà mai produrre nulla".

Alek47 (30 luglio, 10:04) è veramente disperato:

"Vorrei implorare che fossero predisposti controlli capillari sulla modalità in cui questi soldi saranno spesi, ma sarebbe patetico, vero? Poi non offendetevi se quelli del Nord si arrabbiano".

Maya64 (30 luglio, 19:47) si da all'oroscopo:

“La gente del Sud non ha mai emancipato la propria storia, anzi vergognandosi della propria antica povertà ha pensato bene di rimuoverla. Così facendo il destino è segnato per una terra che potrebbe avere uno sviluppo con il progresso.”

politicamentescorretto61 (30 luglio, 14:38) invocava le maniere molto forti:

“Solo un pazzo investirebbe in un territorio che ti impone le proprie ditte [quali?, ndr], persone e servizi scadenti. I nostri governanti dovrebbero tirare fuori gli attributi e prima fare piazza pulita in zona di tutto il malaffare, anche con leggi speciali e senza contrastare un utilizzo massiccio di piombo”

Lettore_6392 (30 luglio, 14:09) sembra essere un esperto di geopolitica massonica, richiamando celebri giudizi emanati dall'Economist:

“La regione Sicilia e' una vergogna internazionale”

samorina (31 luglio, 13:23) – siciliano! – apprezza la sagacia tattica della lega:

“A chi se la prende con la Lega voglio dire : attenti, la loro mossa è di fine intelligenza, dimostreranno ancora una volta che dare soldi alla Sicilia è come buttarli a mare, e ne trarranno (loro) enorme consenso ancora una volta.”

Questa “delibera” così tanto pompata sui media è stata preparata per bene.

La storia del cemento depotenziato all'ospedale di Agrigento fatta uscire al momento giusto insinua un certo tipo di utilizzo per quei fondi [*].

Le dichiarazioni teleguidate di Riina (vedi il post "Balle imperiali") devono servire anche a fare credere che da qualche parte nelle parole del boss fosse stata nascosta una qualche minaccia alla quale lo stato ha dovuto sottostare scucendo il malloppo. Una bella imbeccata presa al volo da Di Pietro, che poi si atteggia ad opposizione.

Quanto tutto ciò sia campato in aria, lo indicano le precise dichiarazioni di Anna Finocchiaro (DS) che possono facilmente essere verificate (agenzia ASCA, 30 luglio2009):

«Il governo - continua la Finocchiaro - sta vendendo ancora fumo al fine di far tacere Lombardo e Miccichè. Si tratta solo di propaganda, si tratta del gioco delle tre carte. I 4 miliardi di fondi che il CIPE ha sbloccato fanno parte di quei 27 miliardi di fondi FAS regionali previsti già dal 2007. Non c'è nessun nuovo stanziamento. Di che cosa parla il governo? Hanno solo risolto una bega siciliana. Il governo gioca sulla pelle delle regioni meridionali una partita di ricatti tutta interna alle dinamiche politiche siciliane. Non c'è traccia di una strategia di sviluppo per il mezzogiorno ma c'è solo la vecchia logica di scambio per accontentare poteri locali che ricattano il governo nazionale».

La boutade dei FAS è servita a “cementare” la spartizione del potere nell'Italia post-berlusconiana. Anzi, nel nord-Italia post-berlusconiano, facendo apparire Tremonti come un eroico condottiero solitario alla testa delle genti padane. Colui che erediterà il potere del cavaliere lungo la piana del Po strappando la Patria alle grinfie dei siculi mafiosi.

Ed è servita, come dice la Finocchiaro, a concedere qualche altro punto a Lombardo e Miccichè che comunque non potevano fare altro che “stare (piacevolmente) al gioco”.

L'unica vera contesa politica in quest'Italia pre-scissionista è quella sul controllo del meridione, dove effettivamente l'asse Tremonti-Bossi ha giocato la sua carta separando le somme siciliane da quelle del regno continentale scavando un piccolo solco e chiarendo che quello siciliano nei confronti del sud Italia dovrà essere un vero e proprio atto di conquista.

Ma questa boutade è anche servita a far passare in secondo piano un'altra storia, che dovrebbe preoccupare gli amici settentrionali molto più dei soldi dati alla Sicilia.

Sopra di loro infatti pare che i cieli si stiano chiudendo:

Alitalia, per andare a Berlino bisognerà fare scalo a Parigi. Le nuove linee internazionali sono tutte dirottate su Francia e Olanda (Corriere.it, 29 luglio 2009)

Tremonti non sarà “principe” indiscusso della Padania. Egli dovrà tenere nel debito conto i veri padroni coloniali europei. Diciamo che sarà costretto a fare l'ascaro. In uno strano gioco delle parti, Milano da nord della penisola sta diventando sud del continente ri-prendendo il posto di colonia che sino ad ora era stato riservato alla Sicilia.

Come fino a ieri i siciliani pagavano dazio ai padroni padani vedendosi recluso ogni contatto autonomo con il mondo esterno grazie alle penalizzanti rotte aeree e navali, da oggi saranno i padani a dover pagare lo stesso tipo di dazio ai padroni francesi (o tedeschi per l'area veneta).

Da rilevare come questa decisione di costringere gli italiani a passare da Parigi o da Amsterdam sia una decisione esclusivamente politica e non economica, come lo è sempre stata quella di Alitalia di non fornire rotte internazionali dalla Sicilia, anche quando all'insorgere degli operatori privati siciliani questo avrebbe significato bancarotta sicura, come in effetti è stato.

Allora, cosa ci faranno i siciliani con questi fondi?

Un buon suggerimento viene dal Presidente della SAC di Catania che propone di usarli per allungare la pista dell'aeroporto di Fontanarossa e permettere i collegamenti diretti con Asia ed Americhe:

“Consentire l’allungamento della pista di volo per dare a Fontanarossa la possibilità di conquistarsi un spazio nel segmento di traffico dei voli intercontinentali e avvicinare Catania - e dunque la Sicilia – ad America e India.”

Una dichiarazione esclusivamente di “circostanza” volta a puntualizzare i cambiamenti a cui stiamo assistendo. Quegli interventi sono già stati decisi da tempo (vedi comunicazione ENAC del 9 luglio 2009). Ma il ricordarli mentre a Milano si sentono mancare l'aria era un sadico esercizio dal quale i perfidi siciliani non sono riusciti a sottrarsi.

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[*] Ad Agrigento, dopo lo strano sequestro con un mese di tempo per evacuare (ma allora non è vero che c'è pericolo di crollo immediato...), le cose si ammorbidiscono già. L'assessore Russo parla oggi di “operare in tempi brevissimi per il consolidamento della struttura”. Ma un'opera fatta con il cemento depotenziato non dovrebbe essere abbattuta? La magistratura dopo il chiasso fatto si prende la responsabilità di un futuro crollo?

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