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domenica, ottobre 17, 2010

Il numero perfetto

I recenti fatti di Genova, con i “tifosi” serbi impegnati in una strana espressione di sostegno per la loro squadra, pongono diversi interrogativi.

Ci si potrebbe chiedere come mai la polizia italiana abbia lasciato fare, secondo una poco chiara tecnica di prevenzione del crimine, e non si siano accorti di come gli scontri fossero stati organizzati da tempo, quando persino un ragazzino lo ha capito facilmente (“Lo studente nell’inferno di Marassi «Tutto era già stato organizzato»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere come mai i giornali italiani siano così pronti a pubblicare lettere di scuse da parte di tutti per cercare di riabilitare l'immagine di Ivan agli occhi degli italioti (“Ivan il terribile: «Chiedo scusa all' Italia»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere, usando la dovuta cautela, se ci sia una qualche relazione tra l'epilogo della sfilata gay a Belgrado pochi giorni or sono ed i fatti di Genova (“Gay Pride, scontri a Belgrado, l'estrema destra contro il corteo”, Repubblica.it 10 ottobre 2010).

Sarebbe anche legittimo domandarsi per quale motivo qualcuno abbia pagato gli ultrà serbi per recitare quel miserrimo show (“«Ultrà serbi pagati da due boss latitanti» Versati 200mila euro a 60 teppisti”, Corriere 16 ottobre 2010).

Ad un giornalista siciliano invece preme un interrogativo molto più sottile: che cosa vorranno mai dire quelle tre dita levate al cielo verso da parte dei giocatori serbi?

I quesiti posti tramite l'articolo di SiciliaInformazioni.com (I separatisti siciliani adottarono lo stesso saluto dei serbi, tre dita aperte, le gambe della Trinacria. E i cetnici?, 15 ottobre 2010) sono precisi ed inevitabili:

E’ una coincidenza, dunque, il fatto che i separatisti siciliani e i cetnici abbiano lo stesso “saluto”? Probabilmente lo è, ma non ne possiamo essere affatto sicuri. Occorrerebbe effettuare una ricerca. Ma ne vale la pena?

Tanto per capirci meglio, i “cetnici” sarebbero gli irredentisti serbi, che wikipedia, la libera (o liberale...) enciclopedia, dichiara antisemiti, nazionalisti, responsabili di genocidi vari. Fascisti, insomma.

Sul nostro quotidiano online serpeggia dunque la stessa accusa contro l'indipendentismo siciliano, rafforzata dai colori suggeriti dall'immagine a corredo.

Si dovrà certo ammettere che la presenza di una base militare russa in Serbia, ed il collegamento con l'Italia operato dal vicino aeroporto di Nis da una compagnia siciliana (la Windjet di Antonino Pulvirenti) potrebbero anche far pensare ad un qualche collegamento.

Di questo collegamento siculo-russo si era a suo tempo già risentito l'Economist, la nota rivista finanziaria inglese (si veda il post “Giù la maschera”). Ma la cosa possiamo anche comprenderla: la Serbia è anche l'ultimo bastione politico dell'oriente ortodosso nei Balcani (l'agent provocateur russo, qualcuno direbbe).

I contatti tra Sicilia e Serbia non dovrebbero allora stupire più nessuno. Ci si dovrebbe piuttosto interrogare su quali siano i contatti tra Parlagreco (autore del pezzo di SiciliaInformazioni.com) e l'Economist.

E la cosa non finisce qui.

Oggi i giornali hanno dato notizia della svolta “cetnica” della Germania. La Merkel durante il congresso dei giovani del Cdu e del Csu ha dichiarato fallito il modello multiculturale (LaRepubblica.it, 16 ottobre 2010) imposto a tutta l'Europa dai magnati della finanza mondiale:

“Gli immigrati (...) si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi”

Insomma, la Serbia ai serbi, la Germania ai tedeschi e la Sicilia ai siciliani, ognuno secondo la propria storia e tradizioni.

Ecco il gesto fatto dalla Merkel per indicare il nuovo corso tedesco:


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giovedì, marzo 25, 2010

Diavolo di un Moratti

Sui giornali di tanto in tanto spuntano delle strane notizie di cui spesso non si capisce la logica.

Prendiamo questa ad esempio: «Il ristorante è pieno». E Abramovich resta fuori un’altra volta (Corriere.it 9 agosto 2009), con la proprietaria del locale di Panarea che ci tiene a precisare di aver rifiutato volutamente la prenotazione del magnate russo:

«Oddio — tiene a precisa­re la signora Mascolo, questa volta con un sorriso aperto — io di amici ne ho tanti. Se, per esempio, avessero telefo­nato Carlo Rossella o Diego Della Valle in qualche modo una soluzione l’avrei trovata, perché loro sono amici miei. Ma il signor Abramovich non lo conosco e i soldi non fan­no certo un’amicizia»

Oppure quest'altra:

Villa Certosa piace all’emiro. Sì all’offerta da 450 milioni (...) non abbastanza da far de­sistere la famiglia Al Nayhan, che re­gna su Abu Dhabi, Emirati Arabi Uni­ti. (Corriere.it, 18 novembre 2009)

Questa volta la stranezza risiede nel fatto che la cosa è sbucata il giorno dopo che la stessa famiglia aveva acquistato un albergo nel catanese:

La Item, società catanese di investimento e sviluppo a capitale privato di Abu dhabi, ha annunciato oggi di aver concluso l'acquisizione dallo stato italiano del complesso turistico alberghiero La Perla Ionica ad Acireale. (LaSiciliaWeb.it, 17 novembre 2009)

Ma anche questa più recente è altrettanto strana:

La stampa britannica si schiera dalla parte del ct italiano, che ha tolto i gradi di capitano alla stella del Chelsea per la scappatella con la fidanzata di un compagno di squadra. (Repubblica, 6 febbraio 2010)

Che logica ha questo provvedimento visto che secondo i giornali inglesi quella era una ex?

Per cominciare a dare un senso a queste agenzie che senso non hanno, cominciamo con il rileggere attentamente una delle frasi riportate dall'articolo di Repubblica a riguardo del giocatore del Chelsea:

Sono stati due italiani a prendere la decisione di togliere la fascia a Terry, il suo allenatore Capello e il vice Franco Baldini, dopo essersi consultati con altri due italiani, Ancelotti, allenatore di Terry al Chelsea, e Mancini, allenatore del Manchester City in cui gioca Wayne Bridge, il giocatore "tradito" dalla fidanzata [Repubblica per vendere la storia ai gonzi italioti si “scorda” di aggiungere ex, ndr]

Gli allenatori delle due squadre inglesi provengono da scuderie nemiche: Mancini da quella dell'Inter e Ancelotti da quella del Milan. Possiamo ora cominciare a stringere il cerchio sulle strane notizie di cui sopra notando anche che Mancini allena oggi il Manchester City, di proprietà dello Sceicco di Abu Dhabi, e che invece Ancelotti allena il Chealsea, di proprietà di Abramovich, il magnate russo benvoluto sia da Putin che dai liberali inglesi.

I movimenti di giocatori ed allenatori sono sempre determinati dai buoni rapporti tra le dirigenze. Il confronto tra Milan ed Inter (Berlusconi e Moratti) presenta dunque una interessante propaggine britannica.

Quello di Ancelotti non è stato il primo passaggio di alto profilo tra le due squadre: qualche anno fa la stessa strada fu intrapresa da Schevchenko, il fortissimo attaccante ucraino. Era quello un cadeaux di Berlusconi per l'amico che aveva fatto da tramite con l'allora presidente russo? Chissà che non sia questo “tramite” il vero motivo dietro l'incidente di Pantelleria...

I rapporti tra Abramovich ed Arcore fanno triangolo anche molto più a sud, nell'emirato di Dubai. La Emirates, la lussuosa compagnia aerea che fa da prestigioso biglietto da visita nel mondo per le speculazioni arabe, fu per un certo periodo il principale sponsor del Chelsea. Ed è a Dubai che abbiamo visto andare più volte in vacanza i diavoli rossoneri.

Poco più in là hanno invece fatto capolino lo scorso natale i nerazzurri, che si sono allenati ad Abu Dhabi.

Quel confronto tutto milanese di cui parlavamo sopra presenta allora anche un'altra propaggine: quella arabo-petrolifera.

Lo scorso novembre entrano poi in scena i siciliani, che riescono a ribaltare una stagione iniziata in maniera disastrosa grazie all'alleanza politico-sportiva con Moratti i cui cocenti riflessi ben si sposano con l'opprimente calore del deserto (si veda il post “Panchine scottanti”).

Ecco allora che il principale quotidiano di lingua inglese di Abu Dhabi (The National) dedica importanti articoli pubblicitari al calcio isolano. Da “Un vento di cambiamento da sud per Lippi” (1 marzo, tradotto da Il Consiglio) che mette in qualche modo in risalto i tratti razzisti dei rapporti tra il nord ed il sud della penisola (“Le serenate standard in tribuna per ogni visitatore da qualsiasi luogo al di sotto di Roma sono costellate di termini beffardi come “contrabbandieri”, “zingari” o “terroni”, un generalizzato insulto per la gente del sud.”) a quello strettamente dedicato al Palermo quarto in classifica dell'8 marzo (“Palermo move back to fouth”).

Per rispetto dell'amico milanese, il giornale ha poi censurato il 3-1 del Catania sull'Inter, risultato che lo sceicco ha notato tanto bene da prenotare per la prossima stagione le prestazioni dell'autore dell'ultimo goal, Jorge Martinez:

“L'agente del giocatore uruguaiano, Daniel Delgato, è tornato a parlare del futuro del suo assistito (...) «Ci sono diverse squadre italiane che hanno mostrato interesse per Jorge ma le trattative non sono ancora entrare nel vivo e l'unica squadra con cui continuiamo a conversare è il Manchester City»” (ItaSportPress.it, 24 marzo 2010).

Tornando ai fatti del campionato inglese, la perdita da parte del giocatore del Chelsea della fascia di capitano nella nazionale inglese in vista del prossimo mondiale, segna un punto importante a favore dell'asse Moratti-Abu Dhabi nei confronti di quello Berlusconi-Dubai che si aggiunge al nuovo riposizionamento delle squadre siciliane.

In questo modo si sono spiegate due delle strane agenzie riportate in alto. Rimane l'ultima: quella dell'acquisto da parte dello sceicco di Abu Dhabi della villa in Sardegna del Presidente del Consiglio.

I legami tra Dubai ed Arcore si sono sicuramente stretti ancora di più ora che la Emirates è diventata il principale sponsor del Milan. Certo dopo il crollo finanziario Dubai non è più quella di prima: a salvarla dal collasso è dovuto intervenire proprio lo sceicco di Abu Dhabi (si veda il post “L'età dell'oro”), che in cambio, insieme alla dedica del grattacielo più alto del mondo, deve pur aver chiesto qualcosa. Quel qualcosa è contenuto in queste poche righe (“Emirates and Etihad strike deal on Kangaroo Route”, The National 11 febbraio 2010):

Ad Emirates Airline ed Etihad Airways sono stati assegnati più voli per l'Australia, incrementando i loro interessi nelle lucrative “rotte del canguro” che connettono la nazione con il Regno Unito.

I rappresentanti dell'autorità per l'aviazione civile degli Emirati Arabi (GCAA) hanno confermato che 14 voli settimanali aggiuntivi sono stati assegnati ai due vettori a lungo raggio che li divideranno equamente a partire dal marzo del prossimo anno.


La gigantesca Emirates, una delle principali compagnie aeree del mondo è stata costretta a cedere metà delle nuove rotte alla relativamente minore Etihad, compagnia aerea di Abu Dhabi. In altre parole, a controllare realmente la Emirates è ora lo sceicco di Abu Dhabi che con quella sponsorizzazione è come se si fosse comprato la villa al mare di Berlusconi, E se uniamo tutti i puntini, scopriremo che a controllare il Milan è ora Moratti.

Vediamo se i bookmakers inglesi, tanto ligi verso la legalità delle scommesse (vedi il caso di Chievo-Catania), sospenderanno le puntate sulla vittoria finale del campionato Italiano.

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lunedì, marzo 15, 2010

Boccone amaro

La vittoria del Catania contro l'arrogante corazzata interista di venerdì sera ha probabilmente suggerito a tanti, su è giù per lo stivale, un pensiero maligno: quello di piantare un bel calcio nel sedere al proprio superiore il lunedì mattina appena rientrati al lavoro.

Non per un socialisteggiante spirito di rivalsa, che l'animo dei catanesi di “socialista” non ha un bel niente, ma per puro sfregio. Perché tutta quella apparente voglia di ribellione degli abitanti della città etnea non è altro che questo: un istintivo e continuo tentare di sfregiare i potenti. Un “taglio” fine a se stesso.

Come quella irridente mini-parabola disegnata da Mascara dal dischetto.

Una rasoiata sul curatissimo viso di Massimo Moratti e su quello di tutti coloro che ogni volta che il minuscolo calatino segnava accantonavano le sue prodezze come frutto del caso con le solite insinuanti domandine sulla falsa riga del “Ma lo voleva fare?”

Chiedetevelo ora se “lo voleva fare”. Ora che il sangue sgorga copioso da quel taglio. Ora che in “Padania” i signorotti si combattono con i colpi più bassi e sono costretti a chiedere aiuto ai siciliani per “riaprire la partita”. E noi l'aiuto lo forniamo, non sia mai. Ma nel frattempo i vari Moratti, i vari Montezemolo, i vari Berlusconi devono ingoiare anche qualche sgradevole sorpresa.

Come il 3 a 1 del Massimino. Nemmeno il tempo di lasciarsi alle spalle il 2-0 di Miccoli e compagni a Torino. I giovanottoni nerazzurri si facevano scudo della protezione sportiva che il loro datore di lavoro aveva assicurato da qualche tempo al Catania ed al Palermo: “Non oseranno”, ridacchiavano sicuri. “Non oseranno”, dovevano ripetersi sicuri i giornalisti sportivi d'Italia. Anche quelli che tifano Roma o Milan o Juventus.

Non oseranno certo mancare ad una delle regole non scritte del mondo del calcio italiano, secondo la quale non ti devi mai scordare di portare rispetto alla tua buona stella, sia essa Juve, Milan o Inter. Ed il Catania non aveva mai mancato: tutti i punti o le qualificazioni in coppa Italia che aveva silenziosamente conquistato contro il Milan sino ad ora erano stati degli evidenti regali di Sua Maestà il pecoraio. Una sudditanza sportiva che faceva da codazzo a quella politica di Raffaele Lombardo.

Fine di Silvio, fine del protettorato politico di Arcore. La necessità di correre ai ripari ha portato il Catania alla corte del re della raffinazione (si veda il post “Panchine scottanti”). Un re che quella sera era un pochino meno sicuro dei fatti suoi rispetto ai giocatori ed ai giornalisti, anche se aveva evitato di far trapelare i suoi timori. Forse continuava a ripetersi un “Ma no, non oseranno” nel tentativo di auto-rassicurarsi

Lo aveva ripetuto tra sé e sé per tutto il primo tempo, mentre la squadra di Pulvirenti continuava a mangiarsi un goal dopo l'altro. Poi, una volta segnato quel golletto facile facile, si era finalmente rappacificato. Sino al fulmine a ciel sereno di Lopez, che improvvisamente gli ha fatto capire tutto.

L'Inter non è stata solo sconfitta. E' stata umiliata, stracciata in una partita trasmessa in mondovisione una sera in cui vi era poco altro da vedere in TV nel resto d'Europa. Ed il Catania ha osato perché sapeva di poterselo permettere. Sapeva che anche Moratti stava ottenendo qualcosa da quell'accordo dal quale non può tirarsi indietro.

Moratti sta ottenendo l'appoggio di Lombardo nella sua lotta per la conquista del Nord Italia a spese di Montezemolo, messo alla gogna nazionale sul caso di Termini Imerese. Un Montezemolo ascarizzato che, da buon piemontese, si è alleato allo straniero francese [*] per tentare di mettere le mani dove non riesce con le sue sole forze.

Moratti sta ottenendo l'appoggio di Lombardo nella sua lotta per la conquista del Nord Italia a spese di Berlusconi e dei suoi accoliti leghisti, dai quali proprio in questi giorni il Presidente della Regione Siciliana ha preso le definitive distanze (“Siamo al crepuscolo del berlusconismo”, Raffaele Lombardo Blog 15 marzo 2010).

Aprite le pagine di ogni giornale per vedere che cosa è successo in questo fine settimana: Lombardo e Miccichè hanno fatto pace, Casini ha ufficializzato la fine politica di Cuffaro (a chi si rivolgeranno ora i suoi parlamentari all'ARS?), un altro passo avanti è stato fatto verso la chiusura del capitolo mafia con l'arresto del fratello di Denaro. In questo fine settimana è praticamente nato il partito del Sud che, con l'appoggio del PD siciliano, condurrà l'Italia alla spaccatura.

Ed il Catania ha vinto 3 a 1 con l'Inter di un Moratti che sarà costretto ad inghiottire in silenzio senza neanche deglutire. Come hanno già da tempo imparato a fare i siciliani.

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[*] Luca Cordero di Montezemolo ha costituito quello che sarà il primo gruppo privato italiano ad operare nel campo dei trasporti ferroviari viaggiatori ("«Italo» alla sfida dei 300 all'ora", Corriere della Sera 12 marzo 2010), che però del tutto italiano non è visto che utilizzerà tecnologia fracnese. La NTV (questo il nome abbreviato dell'azienda) non farà altro che importare in Italia l'AGV francese, mettendolo su rotaia dopo averlo abbellito con dei sedili firmati da Giugiaro. Un po' come fanno le lussuose marche d'abbigliamento, che fatto tutto in Cina e poi attaccano l'ultimo bottone qui insieme all'etichetta “Made in Italy”.

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lunedì, gennaio 18, 2010

Fratelli d'Egitto

Uno dei più gustosi strascichi dovuti ai fatti di Rosarno (si veda il post “Forza lavoro”) è stato il feroce attacco sferrato dall'Egitto nei confronti dell'Italia e degli italiani, un attacco che è sembrato viaggiare in parallelo a quello lanciato dall'Osservatore Romano il quale, invece di circoscrivere il problema in quel di Calabria, ha dato del razzista a tutti peritandosi anche di specificare in modo netto il riferimento al “Nord”:

Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato. (...) Non abbiamo mai brillato per apertura, noi italiani dal Nord in giù. ” (“Tammurriata nera”, 11-12 gennaio 2010)

La denuncia egiziana diramata dal ministro degli esteri del paese nordafricano punta anch'essa l'indice all'Italia tutta, o peggio ancora allo stesso stato:

In una nota il Cairo denuncia la "campagna di aggressione e le violenze subite dagli immigrati e le minoranze arabe e musulmane in Italia, chiedendo al governo italiano di prendere le misure necessarie per la protezione degli stranieri". "Facciamo appello alla comunità internazionale perché non si ripeta più" (“Rosarno, Egitto accusa l'Italia”, Tgcom.it 12 gennaio 2010)

A Rosarno la baraonda è scoppiata sulla base del colore della pelle. Ma arabi e musulmani in generale non hanno un colore della pelle tanto diverso dal nostro. Anzi, pare che a Rosarno di arabi non ve ne fossero poi tanti: l'Egitto, al contrario degli italiani e di alcuni settori cattolici dalla coda caprina, sta puntando dritto a Roma. Come mai tanto astio?

Le esagerate celebrazioni dopo la vittoria contro gli azzurri durante la Confederation Cup dello scorso giugno in Sudafrica grazie all'imperioso stacco di testa di Homos, forse non erano solo i postumi di una leale sfida sportiva. In ambito sportivo recentemente vi sono stati degli sviluppi singolari nel basso Meditarraneo.

Lo scorso 14 novembre a Kartoum, in Sudan, si è giocata la sfida finale per le qualificazioni mondiali del gruppo che includeva la squadra egiziana, partita che ha visto i “nostri” estromessi dalla competizione sudafricana a vantaggio degli odiati cugini algerini, che quell'incontro hanno vinto per 1-0.

Qualche tifoso algerino ha notato durante l'incontro un certo astio nei confronti dei sudditi di Cleopatra da parte dell'arbitro che sembrava utilizzare i cartellini in modo per lo meno fazioso [*], ma indubbiamente il motivo per cui le volpi del deserto hanno mostrato una tale imbattibile carica durante l'incontro risiede nella speciale preparazione impiegata in vista dell'incontro:

FIRENZE, 2 novembre 2009 – Da venerdì 6 a mercoledì 11 novembre la nazionale di calcio dell’Algeria sarà in raduno al Centro tecnico di Coverciano per preparare la sfida del 14 con l’Egitto che varrà la qualificazione per i Mondiali in Sudafrica 2010. (FIGC.it, 2 novembre 2010)

I siti italiani si sono premurati di spacciare la strana ospitalità come il risultato di pressioni algerine che hanno trovato sbocco a causa della dipendenza del Belpaese dalle importazioni di gas fornito da Algeri:

Una cortesia che ha anche motivazioni economiche, visto che non sarebbe stato strategicamente corretto mancare di rispetto ad un paese che contribuisce in maniera importante al riscaldamento delle nostre case. ("Italia-Algeria, intrigo politico-sportivo.", Goal.com 21 ottobre 2009)

Motivazione non del tutto esplicativa, altrimenti a Coverciano non ci si allenerebbero più gli “azzurri” ma a turno algerini, nigeriani, libici, russi. Chiaramente tra Algeria ed Italia c'è un qualcosa di più. E quel qualcosa di più si chiama in codice GALSI: Gassodotto ALgeria Sardegna Italia, una “joint venture” tra ENEL, Edison e Sonatrach (la compagnia di stato algerina) per costruire una tubatura che colleghi il nord Italia direttamente alla sorgente attraverso la Sardegna (adesso viene il bello) bypassando la Sicilia.

Se realizzata, questa sarebbe l'unica via di importazione di gas italiano che non dipenderebbe dalla Russia o dal Regno di Sicilia sensu latu (inclusa la Puglia, dunque).

Se realizzata, questa via alternativa farebbe perdere un bel po' di potere “contrattuale” al suddetto Regno di Sicilia, dove tra l'altro ENEL a quanto pare avrebbe ottenuto (il condizionale è ancora d'obbligo...) il via libera alla realizzazione di un rigassificatore a Porto Empedocle destinato al gas nigeriano (si veda il post "Turista per caso"), una autorizzazione rilasciata forse con troppa facilità dal Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo.

E dopo aver dedicato piazze e parchi ai siciliani ed alla terra che ha dato i natali al fondatore de Il Cairo [**], dopo aver persino stabilito collegamenti aerei diretti con Catania, anche in base alla comune amicizia con Mosca, Hosni (Mubarak) non poteva certo esimersi dal darci una mano a liberare la Calabria dall'ingombrante abbraccio “azzurro”.

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[*] Comunicazione personale degli algerini in questione

[**] Strane traduzioni: per qualche misterioso motivo nella wikipedia italiana Jawhar al-Siqilli è indicato come un "generale arabo, di origine siciliana" senza spiegare che al-Siqilli vuol dire "Il siciliano" (anzi, mettendolo addirittura in dubbio, leggere per credere l'irraggiungibile malafede). Invece in quella in lingua inglese egli è descritto come "a Sicilian Mamluk" (un Mamelucco siciliano). La solita storia ammucciata...

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lunedì, dicembre 21, 2009

Panchine scottanti

Nel giro di due settimane il Palermo ha sconfitto il Milan a San Siro ed il Catania (ultimo in classifica) la Juventus a Torino: la partita di Termini Imerese si fa sempre più avvincente.

Quando le geometrie variabili dei movimenti politici continuano solo dietro le quinte e chi si trova ancora seduto in sala non riesce a decifrarne i contenuti dalla goffa traccia che essi lasciano sui teloni del sipario, è sempre possibile aiutarsi con le geometrie tattiche dei campi da gioco.

L'attuale stagione è iniziata all'insegna di un nuovo ordine calcistico forgiato grazie al cuneo appuntito della squadra etnea, cuneo sostenuto da quelle squadre che negli anni passati si sono coagulate nell'opposizione alla combriccola dei Matarrese (Lazio, Udinese, Napoli, Sampdoria, Milan, Bologna, Juventus, Cagliari) ma che è riuscito a sfondare quando al gruppo si è finalmente unito il Palermo di Maurizio Zamparini (si veda il post “Tra Catania e Palermo non mettere il dito”).

L'accordo tra Catania e Palermo, suggellato dal tracollo casalingo dei rosanero nel derby dello scorso campionato (1-4), ha prodotto i suoi risultati verso la fine della stagione allorché in maggio le squadre della massima serie decisero di costituire una Lega della A e di affidare l'incarico di guidarla a Maurizio Beretta, atto che segnò la fine di Matarrese (si veda il post “Una cosa che andava fatta”).

Il nuovo gruppo di potere si insediò presto anche formalmente occupando attentamente tutti i posti disponibili: Zamparini, Lotito (Lazio), Cobolli Gigli (Juventus), Paolillo (Inter), Cellino (Cagliari), Ghirardi (Parma), Lo Monaco (Catania), De laurentis (Napoli), Pozzo (Udinese) e Garrone (Sampdoria) sono ora tutti consiglieri di Lega. L'unico fuori posto sembra essere Paolillo, rappresentante di quel Moratti che più di tutti ci guadagnò dalla fine di Moggi e dal ritorno di Matarrese.

Sino ad un paio di settimane fa il quadro però non quadrava per niente, visto che le società che costituivano quello zoccolo duro languivano in posizioni di classifica non proprio felicissime: il Napoli, squadra con velleità europee, navigava a vista nelle zone centrali. Lazio, Palermo ed Udinese erano appena sopra la zona retrocessione. Per non parlare del Catania (ma se ne è parlato nel post "Colpo di coda"). Ecco la situazione allo scorso 29 novembre, 14ma giornata:

Inter 35; Milan 28; Juventus 27; Sampdoria 24; Parma 24; Genoa 23; Cagliari 22; Fiorentina 21; Roma 21; Bari 21; Napoli 20; Udinese 18; Chievo 18; Palermo 17; Bologna 13; Lazio 13; Atalanta 12; Livorno 12; Catania 9; Siena 6

Di contro, a parte l'Inter, le compagini che sembravano più in forma di tutte erano il Milan, dato per spacciato dopo un precampionato fatto di svendite, la Juventus e la Sampdoria, tutte squadre in mano ad interessi che al momento in Sicilia remano contro il governo regionale: Berlusconi e Marchionne (FIAT) li troviamo alleati nell'affaire SicilFIAT (si veda il post “Assedio nella steppa”), mentre Garrone (patron della Sampdoria e dell'ERG) si è da poco visto definitivamente bocciare il progetto del rigassificatore di Melilli insieme alla Shell.

Ma da quella 14ma giornata la situazione sembra mutata radicalmente: la Sampdoria ha conquistato un solo punto, la Juventus ha battuto l'Inter, suo principale nemico, ma ha poi perso due partite consecutive, il Milan (altro nemico giurato dell'Inter) ne ha persa una mentre quella di ieri contro la Fiorentina è stata rinviata.

Dall'altro lato il Napoli ha conquistato 7 punti ed il Palermo 9. Non solo: Milan e Juventus hanno perso in casa proprio contro le squadre siciliane, Palermo e Catania (0-2 e 1-2 rispettivamente).

Qualcosa deve essere successa.

Il tifoso ingenuo risponderebbe gli allenatori. E non avrebbe tutti i torti. Catania e Palermo hanno effettuato il cambio quasi contemporaneamente. Il Palermo subito dopo il deludente pareggio con il Catania, e gli etnei dopo la sconfitta rimediata a Siena contro una diretta concorrente per la salvezza (il Napoli aveva già a suo tempo dato il benservito al “milanista” Donadoni).

Le coincidenze non finiscono qui. Walter Zenga, malgrado il glorioso passato da calciatore, non ha avuto la vita facile come allenatore. E' stato costretto a peregrinare il mondo mentre molti suoi ex-colleghi (vedi Roberto Mancini) hanno trovato al strada spalancata senza dover dimostrare prima niente. Sembrerebbe che l'ex portiere della nazionale sia inviso a qualcuno e considerando il fatto che l'anno passato allenasse una squadra (il Catania) che non si preoccupava di nascondere le sue profonde antipatie per la Milano di sponda nerazzurra (si veda il post “Vino dell'Etna”), non è difficile immaginare a chi fosse inviso.

Il Palermo si è voluto liberare di un uomo poco gradito a Moratti? In questa ottica diventa interessante il parallelo con il nuovo allenatore scelto da Pulvirenti e Lo Monaco: un uomo decisamente ben visto dallo stesso Moratti, quel Sinisa Mihajlovic che affiancava Mancini all'Inter.

Pure congetture certamente, ma ieri il Catania ha beneficiato di un rigore a favore e di 4 ammonizioni pesanti a scapito dei bianconeri. A tutto vantaggio della capolista Inter.

Abbiamo assistito al riflesso sportivo di un riallineamento politico? Sempre a proposito di coincidenze, mentre nei dintorni del Massimino si diramava la notizia del cambio in panchina (8 dicembre), a Palermo Raffaele Lombardo concludeva gli accordi con il PD, tanto che appena un giorno dopo, il 9 dicembre, le nuove alleanze si concretizzavano con l'approvazione di un ordine del giorno firmato PDL Sicilia – MPA dove si chiedeva al Presidente di “proseguire senza indugio nell’azione intrapresa di modernizzazione e riforme della Regione, attraverso la puntuale realizzazione dei punti programmatici elencati auspicando il consenso parlamentare più solido e qualificato”. Il PD, pur astenendosi, con la presenza ha garantito il numero legale. (“Lombardo rompe col Pdl. Verso una nuova giunta”, LiveSicilia.it 10 dicembre 2009).

Sul campo polveroso di Termini Imerese Ronaldinho e Del Piero hanno mangiato solo sabbia.

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giovedì, dicembre 10, 2009

Il fantasma dello stadio (terza parte)

3 - L'avvertimento

La domenica sportiva catanese ha sempre flirtato con la violenza. Partecipare ad un qualche tafferuglio con la polizia in occasione di un derby esercita un'attrazione irresistibile anche per il giovanotto di “buona famiglia” annoiato ed incapace altrimenti di sentirsi “popolo”.

Ogni tanto la ragazzata provoca però conseguenze di una certa serietà. Come quando negli anni '80 un guardiano esasperato sparò in aria da sotto la curva uccidendo alcuni spettatori. O come quando sempre in quegli anni, e con il Catania in serie A, durante la partita casalinga con il Milan l'aggressione all'arbitro costò alla squadra diverse giornate di squalifica del campo.

Un tale ambiente si presta perfettamente a strumentalizzazioni e stimoli esterni. Ad infiltrazioni ed all'innesco di scoppi di violenza in momenti di particolare tensione.

Bisogna peraltro ammettere che la morte dell'ispettore Raciti in quel 2 febbraio 2007 non stona assolutamente con un ambiente degradato socialmente e moralmente come quello raccolto intorno allo stadio etneo, dove la rabbia repressa acuita dalle precarie condizione economiche si mescola al bisogno di un qualche sfogo collettivo. Non vi sono dubbi che “il morto” a Catania ci sarebbe potuto scappare in ogni momento senza chiamare in causa complotti o cospirazioni.

Allora il fatto che la stampa nazionale ponesse giustamente l'accento sui comportamenti della “tifoseria” etnea, da solo, non può essere considerato indice di pianificazione.

Alcuni elementi di una certa importanza suggeriscono tuttavia che i tragici fatti del 2 febbraio 2007 si siano sviluppati intorno ad un qualche canovaccio attentamente predisposto.

Nella stagione agonistica 2006-2007 in serie A sono presenti 3 squadre siciliane: Palermo, Catania e Messina. Sin dalle prime giornate, inaspettatamente, il Catania riesce a seguire il Palermo nei piani alti della classifica oscillando sempre tra il quarto ed il quinto posto.

In questo quadro calcistico sicuramente anomalo, il 28 ottobre 2006 il Financial Times pubblica un articolo sulla situazione della serie A che avrà una larga eco anche sui giornali italiani: “Sorry state of Italian football boosts Sicily” (“Lo stato pietoso del calcio italiano permette il decollo della Sicilia”):

“Il calcio isolano non è mai stato così forte. Sarebbe bello dire che questo simboleggia una nuova Sicilia, ma non è così. Il sorgere della Sicilia simboleggia il malanno presente in Italia, la terra dei campioni del mondo”

Si sta veramente parlando solo di calcio o c'è dell'altro? La laconica chiusura del pezzo è ancora più incisiva:

“Quando la Sicilia può competere, allora sai che il sistema italiano è andato in frantumi”.

E' difficile non dare risvolti politici alla frase, anche dopo averla riletta inserita nel suo giusto contesto. Se la Sicilia vivesse veramente di assistenzialismo ed il sistema andasse in frantumi sarebbe proprio l'isola a soffrirne di più. Altro che decollo! Un dettaglio che non può certo sfuggire al Financial Times, che in fatto di economia la sa lunga.

Ma non è questo il brano che da più da pensare.

Malgrado l'elevato tasso di violenza esistente tra gli spalti degli stadi siciliani, non era solo qui che si erano registrati episodi tanto gravi. A partire dal 22 marzo 1982, quando Andrea Vitone, milanista, fu ucciso da una coltellata durante Milan-Cremonese, i morti non sono mancati su e giù per lo stivale. Arrivando a tempi più recenti si può ricordare Claudio Spagnolo, ucciso nel 1995 a Genova prima della partita con il Milan. Oppure Fabio Di Mare, morto per infarto durante gli scontri a seguito della partita Traviso-Cagliari. O ancora Alessandro Spoletini, precipitato dagli spalti del Dall'Ara (Bologna) l'11 febbraio 2001. Tutti fatti che coinvolgono squadre di primissimo piano.

Eppure il giornalista inglese, Simon Kuper, fa profeticamente di tutto per mettere in evidenza l'estrema violenza di cui sarebbe intrisa la cultura siciliana. Per spiegare gli eventi (e giustificarli, verrebbe da pensare a posteriori) chiama in causa persino il criminologo:

“Come dice il criminologo Nigel Walker: «L'usanza della vendetta è seguita non solo dai contadini siciliani, ma anche dalle squadre di calcio, dalle università, dai politici, da chi recensisce i libri e dai personaggi pubblici.»”

Il 7 marzo del 2000 un tifoso inglese viene accoltellato prima della partita di Coppa Uefa Roma-Leeds. Il 22 aprile dello stesso anno è il turno di un tifoso dell'Arsenal prima dell'incontro con la Lazio. Ma Simon, invece di avere il dente avvelenato contro i romanacci, insiste sempre con la Sicilia:

“Così nel 2001 gli hooligans del Catania festeggiarono quando lanciarono un razzo verso la tribuna dei tifosi del Messina. Un ventiquattrenne fu ucciso.”

Il tutto prende una piega sfacciatamente razziale quando, ricordando le magliette del West Ham con la scritta “Hammer vs The Mafia” o l'articolo della stampa ceca dedicato al Palermo ed intitolato “Kosa Nostra”, si farfuglia che “I siciliani se la prendono quando qualcuno da fuori cita la loro tradizione di violenza

In Italia siamo abituati a questo genere di invettive a mezzo stampa. Toni di questo livello si ritrovano spesso sulla stampa nazionale rivolti in senso generalizzato agli italiani del sud o del nord, oppure solo agli abitanti della città rivale. Ma che c'entra il Financial Times con le beghe da parrocchia nostrane? Che motivo ha Simon Kuper di prendersela con i siciliani in questo modo? Il tono suggerisce nuovamente astio politico dovuto a motivi molto più vasti che non la semplice e forse anche fortunosa permanenza di due squadre di calcio nei quartieri alti del campionato.

Vi sono altri due particolari che contribuiscono a rendere il quadro ancora più sospetto.

Il primo è il riferimento alla cattura di Provenzano, un passo che potremmo anche tentare di tradurre con un “avete vinto una battaglia ma non la guerra”:

“Le glorie calcistiche siciliane coincidono con la recente cattura in una casa di campagna isolata di Bernardo Provenzano, capo dei capi della mafia siciliana (...) Si sarebbe tentati di dire che questi eventi puntino verso una più generale rinascita locale. In realtà non è così. L'isola rimane disperata.”

Il secondo è il campanello che tuttora continua a risuonare a più di tre anni di distanza:

“Questo articolo si rifiuta di denigrare la Sicilia con vecchi stereotipi, ed in ogni caso sarebbe da sciocchi irritare gente che può fare offerte che non puoi rifiutare.”

A parte la stupida provocazione, la seconda parte di questa frase mal costruita ha un suono sinistro. Il riferimento al Padrino, il film di Coppola, sembra solo un altro insulto, ma potrebbe essere letto anche in forma generalizzata: “E' da sciocchi irritare gente che può fare offerte che non puoi rifiutare”. In fondo è una norma sempre valida.

Il pezzo di Kuper ha avuto larga eco sui giornali italiani, da Repubblica (Financial Times contro il calcio italiano "Sicilia in testa simbolo del declino", 29 ottobre) al Corriere della Sera (“Dal «Financial Times» pallonate al calcio italiano: «Brutto segno se vince la Sicilia»", 29 ottobre), dove è stato tradotto e riproposto fedelmente anche nei dettagli di quest'ultimo fraterno suggerimento. Particolare interessante, il Corriere fa una piccola aggiunta di propria iniziativa, dei puntini di sospensione che fungono anche da sottolineatura:

«sarebbe sciocco irritare persone capaci di fare offerte che non si possono rifiutare...»

L'articolo del Financial Times era un avvertimento per qualcuno in Sicilia? Forse. Sicuramente se fossi il presidente di una delle squadre coinvolte mi chiederei il perchè di un attacco mediatico da Londra. Zamparini (Palermo), Franza (Messina) e Pulvirenti (Catania) si saranno pur fatti qualche domanda. I giornalisti italiani stranamente non hanno creduto opportuno farsi alcuna domanda.

Ma le sole parole senza un “fatto” sarebbero certamente rimaste un avvertimento poco convincente. La mafia non ti fa saltare direttamente il negozio. L'obiettivo è quello di addomesticarti, di sottometterti e di costringerti a pagare il pizzo. Non quello di farti chiudere bottega. La bomba o la pallottola sono rimedi estremi.

Se i fili del 2 febbraio sono stati tirati veramente da Londra e quel pezzo è un avvertimento, prima di accendere la miccia che avrebbe dovuto fare chiudere definitivamente la bottega ci sarebbe dovuta essere una qualche dimostrazione di forza. Un chiaro esempio di quello che sarebbe potuto succedere.

Ebbene, quella “dimostrazione” ci fu ed ebbe luogo circa un mese prima della pubblicazione dell'avvertimento. Il 23 settembre 2006, durante il derby Catania-Messina, vi furono alcuni scontri tra sedicenti “tifosi” del Catania e le forze dell'ordine:

Da segnalare che prima della fine del primo tempo due agenti di polizia che prestavano servizio all'interno dello stadio sono rimasti feriti. I due sono stati colpiti nella zona della curva nord mentre tentavano di soccorrere un tifoso colto da malore. Sono stati medicati in ospedale, le loro condizioni non sarebbero gravi. (“Reti, espulsioni e colpi di scena, alla fine è pari tra Catania e Messina” Repubblica.it 23 settembre 2006)

I poliziotti caddero in un'imboscata appositamente pianificata: il tifoso colto da malore si rivelò poi uno degli assalitori e le condizioni per almeno uno dei poliziotti furono in realtà piuttosto gravi, tanto che si vide costretto sulla sedia a rotelle per diverso tempo. In seguito a questi scontri il Catania fu condannato a giocare due partite casalinghe in campo neutro ed a porte chiuse.

Scontri con le forze dell'ordine durante un derby al Massimino, agguato ad un poliziotto che viene ridotto in fin di vita, squalifica del campo per diverse giornate: le prove generali di quello che sarebbe successo pochi mesi dopo. L'offerta che non si sarebbe dovuta rifiutare.

Capitoli precedenti
1 – L'introduzione
2 - L'antefatto

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giovedì, novembre 19, 2009

Il fantasma dello stadio (Prima parte)

Con quello di oggi si inizia la pubblicazione di una serie di post dedicati alla ricostruzione di un tragico episodio che ha segnato in modo doloroso le nostre coscienze in questi ultimi anni e che più di altri ha definito il succedersi degli eventi che stanno portando lo stato italiano alla dissoluzione. Uno snodo decisivo per lo spostamento dell'asse del potere al centro del Mediterraneo che nella mente degli organizzatori doveva diventare una nuova Portella della Ginestra, ma che invece potrebbe essersi rivelato il loro Vietnam.

Capitolo 1 – L'introduzione

La strage di Ustica, il Mostro di Firenze, gli attentati del 1992. E tanti altri “misteri italiani”. Tutti rimasti permanentemente tra le pagine dei quotidiani, nei talk show, nei libri di sedicenti investigatori sino ai nostri giorni senza che una vera soluzione processuale definitiva sia riuscita a dichiarare chiuso almeno uno di essi. A intervalli regolari spunta sempre una qualche rivelazione clamorosa che dalla fine è solo una bufala buona ad intorbidire nuovamente le acque.

I motivi per cui questo accade sono molteplici ma anche ricorrenti, nel senso che tutti (i motivi) concorrono a far si che le vittime di questi tragici esempi non possano riposare in pace, nella giustizia o nella menzogna. I processi durano anni ed anni seguendo percorsi tortuosi quando non surreali; le sentenze, se vengono raggiunte, contengono incongruenze inconciliabili; le diverse forze politiche coinvolte insistono ad utilizzare le scomode verità nascoste (nascoste al popolo...) per ricattarsi vicendevolmente per decenni. La guerra nascosta dietro la parvente unità nazionale italiana non dà ancora segni di trovare un qualche sbocco.

Invertendo il processo, dovrebbe essere possibile capire quando un fatto di cronaca apparentemente “normale”, per quanto tragico, possa essere incluso tra i “misteri italiani”. Possa cioè essere un tassello di quella guerra che ha coinvolto e coinvolge forze interne ed esterne all'Italia come riflesso locale di uno scontro globale ben più vasto. Uno scontro che nel nostro paese si manifesta con tipiche esplosioni parossistiche poiché è proprio all'interno di esso che è situata una delle maggiori linee di frizione tra i due blocchi.

Questo preambolo è necessario per poter comprendere i retroscena di un evento che avrebbe dovuto essere, nella mente dei progettisti, una nuova Portella della Ginestra capace di risettare la distribuzione del potere in Sicilia (e di seguito nell'Italia intera) all'ingresso della nuova era post-atlantica. Avrebbe, dicevamo. Perchè nello svolgimento dei fatti il “colpo di stato” non pare abbia sortito gli effetti sperati.

Ci riferiamo ai fatti avvenuti il 2 febbraio 2007 allo stadio Massimino di Catania ed all'assassinio dell'ispettore di polizia Filippo Raciti, un assassinio di cui ancora oggi non si sa assolutamente niente. Come del resto è nella tradizione dei migliori “misteri italiani”.

Non si sa come l'ispettore sia morto, malgrado le ripetute autopsie. Non si sa dove e come sia stato ucciso, malgrado tutta l'area esterna ed interna allo stadio fosse attentamente sorvegliata da un complesso sistema di monitoraggio a circuito chiuso che già all'epoca dei fatti facevano dello stadio etneo uno dei più sicuri d'Italia. Non si sa come si svolsero gli eventi, tanto è vero che mai nessuno ha mai tentato una ricostruzione degli stessi, limitandosi solo a riprendere stantii luoghi comuni su Catania o sulla Sicilia tutta.

E come per tutti gli altri “misteri”, anche questo ogni tanto ritorna. E ritorna sempre al momento giusto: pochi giorni prima di un nuovo derby tra Catania e Palermo ed in un delicato momento politico di svolta tra soffi di vento che indicano come ravvicinate una nuova sfilza di elezioni anticipate.

Il 17/11/2009 [*] sul sito del quotidiano catanese La Sicilia viene diramata la notizia di una nuova perizia (l'ennesima) sulla morte di Raciti (Raciti, Ris esclude il “fuoco amico” [**]) . Quest'ultima è stata commissionata dalla Corte d'assise e dal Tribunale per i minorenni di Catania. L'ennesima perchè tutto l'interminabile processo si gioca solo su due perizie che vengono ripresentate da una parte e dall'altra come se fossero ordinate e preparate da mani diverse, ma che in realtà non rappresentano altro che due facce della stessa medaglia. Mentre non si sa sino a che punto le due parti politiche che si fronteggiarono in quel tragico giorno si stiano fronteggiando anche dentro al tribunale.

L'accusa pretende di dimostrare che Raciti fu ucciso da un sottolavello divelto dai bagni dello stadio e lanciato contro il poliziotto da due minorenni, Antonino Speziale e Angelo Daniele Micale, mentre dall'altro lato la difesa sostiene l'inconsistenza delle ricostruzioni della scientifica. Spingendo a tratti l'attenzione sulla tesi del fuoco amico supportata da precise analisi effettuate dal RIS di Parma, senza mai abbracciarla pienamente.

Basta riprendere le conclusioni surreali di questa ultima perizia dell'accusa per capire quanto tutto il procedimento penale non sia altro che una farsa destinata a protrarsi nel tempo senza apparente soluzione:

“Il presunto impatto tra il sottolavello e l'ispettore - scrivono i periti - non è documentato da alcuna immagine o filmato, ma va presa in considerazione l'ipotesi che il corpo della vittima potesse essere ruotato per chiudere la porta con l'innalzamento del lobo destro del fegato e la messa in trazione della capsula" che lo avvolge proteggendolo”

Gli stessi periti ammettono che non vi sia nessuna prova di quanto dicono e che non sia assolutamente possibile fornire prova dell'impatto, si veda anche la strana dinamica necessaria per permettere al fegato di rimanere tanto esposto da ricevere il colpo mortale ipotizzato.

Non solo. Secondo gli esperti “il decesso deve pertanto ricondursi a tale meccanismo violento”. Ma questa incontrovertibile consequenzialità evidenziata dal “deve” fa a pugni con quanto asserito prima, dove l'ipotesi della strana rotazione “va presa in considerazione”, ma non può essere provata come invece richiederebbe l'uso del verbo dovere.

Una perizia dunque inutile che altro scopo non ha se non quello di allungare e rimestare un brodo già torbido di per sé. Una perizia apparsa appena in tempo prima della partita di domenica prossima per lanciare chissà quale messaggio.

Ma c'è di più. Un altro particolare che ci riconduce sempre a quei “misteri italiani” e a tanti altri fatti di cronaca di questi anni apparentemente insignificanti. Ed è il nome dell'avvocato difensore di Antonino Speziale, il minorenne di Librino accusato sin dai primi giorni dell'assassinio di Filippo Raciti: Giuseppe Lipera. Un avvocato onnipresente sugli organi di stampa italiani a causa di altri due clienti di ben più alto profilo rispetto al giovane tifoso del Catania, e cioè l'ex funzionario del Sisde Bruno Contrada ed Antonino Santapaola. fratello del capomafia catanese Nitto, ambedue condannati in via definitiva ed ambedue impegnati nel tentativo di “evadere” la condanna a causa di più o meno accertati problemi di salute.

Il fatto che Lipera difenda Santapaola e Contrada non dovrebbe permettere a nessuno di dubitare dell'integrità professionale ed umana del legale. La cosa che stona nella vicenda è proprio la difesa nel caso dei fatti del 2 febbraio, difesa protrattasi oramai da più di due anni.

Come può la famiglia di Antonino Speziale permettersi la spesa per un professionista tanto ricercato e per così tanto tempo? Sono veramente loro a pagare il “disturbo” dell'avvocato Lipera?

Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2009.


Lipera difende i diritti umani


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[*] Teniamo sempre presenti le date in questa vicenda, in quanto esse costituiscono un elemento importante nella ricostruzione dei fatti che verrà fatta nei post seguenti.

[**] Un titolo estremamente contorto se non volutamente falso, visto che invece è proprio il Ris (quello di Parma) a sostenere la tesi del “fuoco amico” (e le virgolette non le ho messe io...), secondo un esame reso pubblico per la prima volta nel maggio del 2007 (“Raciti la pista è blu”, L'Espresso 31 maggio 2007)
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domenica, novembre 08, 2009

Colpo di coda

Non bisogna mai aver timore dell'avversario. Ma nemmeno sottovalutarlo.

Ci si aspettava qualche bella sorpresa da Termini Imerese dopo gli improvvisi accordi tra Marchionne e Putin del 7 ottobre ed il susseguente viaggio di Berlusconi a Mosca, ed invece la FIAT insiste: niente autovetture assemblate in Sicilia e riconversione della fabbrica alla componentistica per trattori della Cnh.

Una decisione che sa di sberleffo, visto che proprio intorno alla Cnh si è giocato l'accordo tra il Lingotto ed uno degli occupanti del Cremlino (“Marchionne vola da Putin Accordo sui veicoli industriali” Corriere della Sera 8 ottobre 2009) [*].

Sarebbe la prima volta che il Presidente del Consiglio riesce a spingere un disegno anti-siciliano tra i corridoi del potere moscovita. E purtroppo questa non è l'unica notizia poco felice.

Il campionato di calcio è uno dei nodi principali del potere politico ed economico in Italia. Ogni spostamento anche minimo viene riflesso nell'andamento delle squadre coinvolte nei campionati professionistici.

L'anno passato siamo stati testimoni del riassestamento verso sud del potere calcistico quando l'alleanza tra Catania e Palermo (insieme ad altre società quali Lazio, Napoli, Sampdoria, Genoa, Udinese, Bologna, Milan e forse Juventus) riuscì a togliere terreno sotto l'allora presidente di lega Matarrese (si veda il post “Una cosa che andava fatta”). Non appena questi cadde, immediatamente il fratello pensò bene di vendere il Bari, giusto giusto risalito nella prima serie grazie agli auspici del gruppo in quel momento ai vertici.

Eppure... eppure oggi, dopo 12 giornate di campionato, qualche cosa non quadra. Come mai il Catania viaggia sommesso nelle ultime posizioni in classifica malgrado il suo potere in Lega sia aumentato a dismisura con il suo amministratore delegato (Pietro Lo Monaco) eletto consigliere insieme ai rappresentanti delle squadre elencate sopra?

Si potrebbe imputare tutto alla sfortuna o a scelte tecniche discutibili. Ma c'è da rilevare anche l'assoluto immobilismo della società che non prende provvedimento alcuno. Sostituendo l'allenatore ad esempio. Solo una triste rassegnazione.

Le solite coincidenze suggeriscono che potrebbe esserci dell'altro.

Lo scorso 3 novembre Antonino Pulvirenti, presidente del Catania Calcio, è stato accusato di evasione fiscale proprio in merito all'acquisto della società sportiva da Gaucci (“Pulvirenti accusato di evasione fiscale ”, LaSiciliaWeb 3 novembre 2009). Le motivazioni sono farraginose (il pacchetto di proprietà sarebbe passato attraverso una società intermedia per realizzare minusvalenze) e, dato lo stato del sistema giudiziario italiano e l'ambiguità delle leggi, sembrano indicare che la decisione del giudice, strategicamente piazzata a fine campionato (11 luglio), potrebbe essere squisitamente politica.

Ieri invece è toccato all'altra importante azienda dell'imprenditore etneo, la compagnia aerea Windjet. Un suo aereo in volo per Mosca è stato costretto ad un atterraggio in Bielorussia a causa di una crepa apparsa in uno dei finestrini della cabina di pilotaggio. La notizia è stata subito ripresa dai media nazionali (“Atterraggio forzato a Minsk di un volo Wind Jet dall'Italia”, Corriere.it, 7 novembre 2009).

Bisogna fare molta attenzione a gridare al lupo, ma è sempre quell'accavallarsi di coincidenze che salta all'occhio. Se però si accetta la tesi intimidatoria volta al ricatto politico (successo economico + successo sportivo = voti), una cosa è certa: non può essere casuale la scelta del volo, diretto in Russia.

Questo mirino puntato ad est ci ricollega ai fatti di Termini riportati sopra. Rendendo più pressante l'interrogativo sul cosa sia cambiato a Mosca.

Le voci circa un “raffreddamento” dei rapporti tra l'attuale Presidente della Federazione Russa, Dimitri Medvedev, ed il suo predecessore si susseguono dalla scorsa primavera, quando all'improvviso il primo rilasciò una intervista ad un giornale notoriamente critico dell'operato di Putin, il "Novaya Gazeta", nella quale si strizzava parecchio l'occhio ai liberali (leggi occidente). Intervista che la sua portavoce, Natalya Timakova, allora dichiarò “un’autonoma decisione del presidente” (cioè contraria al parere di Putin) aggiungendo che “Rilasciando questa intervista, il presidente vuole esprimere il suo supporto morale al giornale” (“Medvedev si smarca da Putin aprendo alla stampa e parlando di libertà”, L'Occidentale 16 aprile 2009).

Nei mesi seguenti abbiamo effettivamente visto sempre più in giro tra le pagine dei giornali Medvedev e sempre meno Putin. E dietro il fumo pare si celi anche l'arrosto. E' stato lo stesso Medvedev a trattare con Washington la fine del progettato scudo anti-iraniano (ed anti-russo) nell'Europa dell'Est (si veda il post “Tutte le scarpe del Presidente”), apparentemente assicurando in cambio un certo appoggio nel confronto con l'Iran.

Una frattura dove si potrebbe essere insinuato velocemente il nostro caro Silvio piazzando un tremendo colpo di coda. Si provi ad immaginare: che altro poteva fare, il caro Silvio, se non spiegare all'amico Vladimir che se non avesse ottenuto ascolto da lui non avrebbe avuto altra scelta che andare a bussare a Dimitri?

Rimane da capire quanto il Presidente russo voglia strizzare l'occhio ai liberali (leggi sempre “occidente”). Le ultime dichiarazioni trapelate dopo l'apparente rifiuto iraniano all'arricchimento in Francia dell'uranio necessario ai suoi reattori risultano abbastanza ambigue da risultare rassicuranti per la Sicilia:

"Non vorrei che tutto ciò si concludesse con l'adozione di sanzioni internazionali, poichè le sanzioni, come è noto, sono una strada in una direzione molto complessa e pericolosa. Ma se non ci saranno passi avanti, nessuno può escludere un tale scenario"

Parole che sanno di temporeggiamento lasciando aperta la speranza che tutto torni al suo posto e che la frattura russa sia solo dovuta ad una questione interna e non a divergenze ideologiche più profonde che dilanierebbero l'intero fronte orientale.

Perchè una cosa deve essere chiara a tutti: l'unico destino possibile per la Sicilia è ad oriente. Qualunque altra direzione risulterebbe fatale al nostro Popolo. Ogni volta in cui la Russia vacilla i contraccolpi arrivano amplificati al centro del Mediterraneo, ma se la Terza Roma riuscirà a ricomporsi anche noi alla fine ne usciremo rafforzati.


Berlusconi e Putin indossano il salvagente per cercare di rimanere ancora a galla


Aggiornato il 9 ottobre 2009
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[*] Per ricapitolare, ricordiamo che la sorte di Termini Imerese sembrava legata alle trattative di Berlino che vedevano la FIAT contrapposta ad una cordata russo-canadese per l'acquisto di OPEL. La FIAT ne uscì sconfitta e finalmente scoprì le carte ammettendo che quella sconfitta avrebbe significato al fine della fabbrica siciliana (da notare come questo fosse il contrario di quanto fatto trapelare in precedenza, e cioè la notizia secondo cui se FIAT avesse acquistato Opel, Termini avrebbe chiuso). Ma ora il gioco di Berlusconi si fa più chiaro: il suo mancato supporto in quel frangente alla casa automobilistica torinese ha forzato Marchionne a pagare dazio ad Arcore, ed ora il pecoraio può minacciare i ribelli siciliani.
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giovedì, ottobre 22, 2009

I dieci comandamenti

Palermo 2020: provocazione o seria dichiarazione d'intenti? La tentazione di crederla una provocazione volta ad acquisire consensi politici rimane forte, ma il varo da parte dell'anonimo presidente del CONI del decalogo anti-Sicilia fa riflettere (oltre che sorridere).

Di cosa si dovrebbero mai spaventare Roma, Venezia, ed ora forse persino Milano se un pugno di squattrinati e disorganizzati terroni si allargano la bocca ad uso e consumo dei propri elettori rimbambiti...

Il cosiddetto “decalogo” rivelato al profeta Petrucci riprende alcune norme specifiche emanate dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale) per decidere tra il novero delle città proposte a livello mondiale quelle che si sfideranno per l'assegnazione finale. A livello nazionale queste norme non dovrebbero essere vincolanti ed hanno persino poco senso.

Invece la Gazzetta dello Sport ci si riempie la bocca assegnandogli valore retroattivo e insistendo con la bufala del sito ufficiale (che in realtà è un sito privato...) quando fino a poche ore fa non le conoscevano neanche loro.

Strano pure che si siano agguantate al volo ed a gara in corso...

Sembra buffo pensare che una città possa essere scartata perchè abbia improvvidamente scritto “Applicant city” su un depliant preparato in fretta e furia.

Sarebbe interesse di tutta la nazione aiutare la candidatura più forte a non fare poi questi stupidi errori di fronte al CIO. Invece si cerca di eliminare Palermo sulla base di stupide tecnicalità.

Se la candidatura di Palermo è veramente priva dei necessari fondamenti organizzativi ed economici, queste urla da parte di tutti non avrebbero senso: i siciliani si eliminerebbero da soli. Invece ora ci vengono dei sospetti, e cioè che dove sino ad oggi erano abituati a fare i loro porci comodi alle spalle di tutti, ora si stia un po' strettini.

Certi passaggi dei quotidiani nazionali (“Nulla quindi contano al momento, se non su un piano in cui la componente folcloristica e l'imbarazzo che ne è scaturito sono dominanti, le allegre ipotesi lanciate giorni addietro da Palermo e da Bari, destinate al fallimento.”) carichi come sempre di disprezzo e di immaturità sembrano dettati più dal pungente ricordo del successo della Louis Vuitton Cup disputata a Trapani che da oggettive posizioni di forza e di sicurezza che al contrario non darebbero luogo a tanto spreco d'inchiostro.

Ma l'ironia più grande è che a causa di questi cani rabbiosi, i politici siciliani diventano sempre più simpatici ogni giorno che passa.

Nel 1994 in vista dell'organizzazione dei mondiali di ciclismo, in 120 volarono ad Oslo per vedere come si faceva. Molti si portarono appresso le mogli, ed oggi il solito Gian Antonio Stella si ricorda della risposta data allora dal responsabile, l'assessore Sebastiano Spoto Puelo: «Poi ci dicevano che siamo i soliti siculi che lasciano a casa i fimmini!».

Stai a vedere che grazie al poco senso dell'humor di Petrucci e compagni, la prossima volta i siciliani i capricci dei loro politici li pagheranno più volentieri.

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domenica, ottobre 04, 2009

Oltre ogni limite

Quanto può scendere in basso l'animo umano. Quanto vigliacco, pedofilo, perverso può essere disposto a diventare il “potere” per asserire se stesso anche nella sua pochezza terminale.

Se un termine di confronto oggettivo è forse difficile da trovare, possiamo però cercare di cogliere il buio in cui si nasconde il più lurido degli abusi, quello contro gli indifesi, in questo comunicato stampa ed in quello che tra un paio d'ore succederà in Italia:

La Figc ha deliberato che, su tutti i campi che vedranno impegnate squadre siciliane, dalla Serie A (in occasione di Bari-Catania e Palermo-Juventus) fino ai campionati regionali e dilettantistici, venga osservato un minuto di raccoglimento per ricordare le vittime dell'alluvione di Messina. (...) Palermo e Catania scenderanno sul terreno di gioco con il lutto al braccio nelle rispettive partite con i bianconeri ed i pugliesi. (“Vittime Messina, minuto di silenzio per le squadre siciliane”, Tuttomercatoweb.com 2 ottobre 2009)

I morti di Messina verranno ricordati solo dai Siciliani che saranno marchiati per decreto come qualcosa di diverso da tutti gli altri. La decisione presa dalla FIGC rimarca che sono solo i siciliani ad avere il lutto, infatti alle altre squadre è implicitamente fatto divieto di onorare gli esseri sub-umani morti nei giorni scorsi.

Sub-umani, perché se non erro ci furono grosse esternazioni di lutto quando il sud est asiatico fu colpito dall'immenso maremoto. Quindi il problema non è neanche la diversa nazionalità. Il problema è che per queste merde i siciliani non sono neanche degni di essere onorati al pari degli altri essere umani.

Come può non inorridire il genere umano di fronte a tanta bestialità e pedofilia? Come si può non inorridire di fronte a questo mostro chiamato italia. Un mostro che abbiamo il dovere di abbattere con ogni mezzo necessario, senza scrupoli e finti pudori, perchè distruggere e calpestare questi “valori” è opera che può essere considerata solo come altamente meritoria.

E' questo non è tutto. Leggete come le merde della Gazzetta dello Sport si prendono beffe dei morti e del dolore di chi ha perso tutto:

Lo sport Si ferma — La Federcalcio, in intesa con le tre Leghe ha autorizzato un minuto di silenzio per le vittime. Il minuto di raccoglimento sarà attuato in occasione di Bari-Catania e di Palermo-Juventus in serie A, per le gare di Lega Pro riguardanti le squadre siciliane e per tutti i campionati dei dilettanti in Sicilia. Lo rende noto la stessa Figc. Sino a domani sono state sospese tutte le manifestazioni pubbliche e sportive in programma nel Comune di Messina e nei centri del territorio provinciale. Lo ha disposto il Prefetto, Francesco Alecci, a seguito degli ingenti e diffusi danni causati dagli eventi alluvionali. (“Messina: già 20 i morti. Sospese tutte le gare”, Gazzetta.it 3 ottobre 2009)

Capito? Lo sport di ferma... solo a Messina ed causa del maltempo, non certo per rispetto delle vittime.

Ahi... quanto pagherete tutto questo...

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sabato, luglio 18, 2009

Il califfo nel pallone

Il 3 ottobre del 1993 allo stadio cibali della città etnea non si giocò una importantissima partita di un calendario di calcio della C1 stilato dal TAR di Catania invece che dalla FIGC: Catania-Giarre.

La squadra ospite, seguendo il diktat degli organi della lega calcio, in mano alla congrega dei Matarrese, non si presentò al fischio d'inizio. Non che i tifosi si aspettassero di vedere apparire la compagine ospite, ma nonostante questo allo stadio ci fu il tutto esaurito.

Fu un bagno di folla per l'allora presidente Angelo Massimino che riuscì non solo ad evitare la cancellazione della squadra, ma anche ad impedire che il calcio a Catania cadesse nelle mani della cosca internazionalista della quale facevano parte, oltre a Matarrese, anche l'allora sindaco Enzo Bianco e l'imprenditore incaricato di prendere il posto di Massimino, quel Proto oggi improvvisamente coinvolto in delicate vicende giudiziarie.

In mezzo a quei cori dedicati ad una squadra che non giocava, le emittenti locali inquadrarono un lungo striscione, il quale recava a chiare lettere la scritta “Vogliamo Gheddafi” (“Catania in trionfo al Cibali”, Corriere dello Sport del 4 ottobre 1993) [*] .

Quello stesso Gheddafi che da Tripoli aveva già segnalato un anno prima la sua intenzione di accettare una eventuale proposta di questo tipo: “Sarò califfo di Sicilia”, titolavano i quotidiani italiani nel 1992.

Il colonnello era alquanto nervoso in quel periodo, con gli americani che grazie al servilismo di Roma lo potevano controllare impunemente da Lampedusa e si permettevano anche di dichiarare che “Noi qui solo per aiutare navigazione. Lanciamo segnale radio a tutte le barche. Anche a quelle della Libia. Solo un servizio di pace...” (“Gheddafi è come l'Etna”, Corriere della Sera del 3 aprile 1992)

Dall'Africa ritorniamo in Sicilia, ma per il momento cambiamo scena.

Siamo nel 1946, durante quel periodo di torbidi in cui la nostra isola accarezzò per qualche mese il sogno di risorgere libera. L'EVIS, l'esercito rivoluzionario siciliano, malgrado la morte di Canepa non si disperse come i mandanti dell'agguato avevano previsto (Vedi post “Que viva Canepa!”).

Il comando passò a Concetto Gallo, il quale guidò il gruppo di valorosi anche attraverso la battaglia di San Mauro, nei pressi di Caltagirone, sino alla conclusione delle trattative con lo stato, che fu costretto a concedere l'amnistia ai combattenti per i “reati” commessi in relazione alla lotta separatista.

Non tutti poterono beneficiare pienamente di questa amnistia. A Giuliano, ad esempio, furono condonate le morti dei militari uccisi durante la militanza nell'EVIS. Ma non i crimini comuni commessi prima. Troppo comoda la sua figura a certi poteri per poterla lasciare andare libera.

Come lui tanti altri, che emigrarono rifugiandosi nella legione straniera o finendo i loro giorni in altre zone “calde” del pianeta. O che rifiutarono di arrendersi accontentandosi della semplice autonomia. Uno di questi ultimi fu Michele Papa, catanese, avvocato, che riparò in Libia e che dopo la rivoluzione del paese africano divenne confidente del colonnello Gheddafi.

L'avversione di Papa per lo stato italiano era tale che arrivò a convertirsi all'islam: fu lui, nel 1980, a fare aprire a Catania la prima di tutte quelle moschee che oggi sorgono come funghi lungo lo stivale.

L'avvocato diventò praticamente l'agente di Gheddafi in Italia, operando attraverso l'Associazione dei Musulmani in Italia da lui diretta, associazione avente sede a Trapani nello stesso palazzo in cui avevano sede (pare) alcuni uffici del sisde e, pare ancora , diverse logge massoniche coperte.

Navigando su internet, troverete questo argomento collegato un po' a tutto: alla strage di Ustica, a quella di Bologna, agli omicidi di Falcone e Borsellino, persino alla morte di Aldo Moro. Tutti massoni, tutti mafiosi.

Troverete di tutto, tranne una semplice osservazione che stranamente si evita di fare.

Papa come detto, non ha mai rinnegato l'indipendentismo. (Come prova il suo libro “Storia dell'Evis”, scritto quando il nostro era già pienamente al servizio di Gheddafi e pubblicato postumo nel 1995.) Possiamo quindi farci un'idea di quale sia il prisma attraverso il quale il leader libico interpreta la politica italiana e collegarla alla sparata del “califfato” riportata sopra: tra i Patrioti Siciliani e la Libia vi è una certa “convergenza” di interessi.

Torniamo ai nostri giorni, sempre senza muoverci dalla Sicilia.

Pochi giorni fa il vicesindaco ascarizzato leghista di Lampedusa, Angela Maraventano, ha portato due colleghi, i senatori della Lega Nord, Sandro Mazzatorta e Armando Valli, in giro per la sua isola ("La rinascita di Lampedusa "Meglio di Virgin Islands", LaSiciliaWeb.it 12 luglio 2009) .

Secondo i due senatori, nel famigerato centro di accoglienza “lavorano 89 persone che che ora si stanno girando i pollici.” Gli sbarchi sono finiti. All'improvviso. Sempre secondo i due, “Ora i pattugliamenti Italia-Libia stanno funzionando egregiamente”. “Grazie al ministro Maroni”, o grazie a Gheddafi che ha fermato il flusso alla sorgente?

Quell'inarrestabile fiumara umana si è esaurita istantaneamente dopo le ultime le elezioni europee, mentre il colonnello veniva per la prima volta in Italia dichiarando chiusa ogni questione con gli ex colonizzatori (vedi il post “Notizie di striscio”).

Una fiumara con il preciso obiettivo politico di mettere pressione destabilizzando per quanto possibile il governo romano. Dei disperati lanciati contro il muro occidentale nel punto in cui il "califfo" sapeva essere la sua falla più pericolosa: la Sicilia.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una escalation inarrestabile con le rivolte del centro di accoglienza, la sin troppo bene organizzata fuga, i viaggi di Maroni a destra ed a sinistra.

Forse Tripoli pensava di utilizzare questo tipo di pressione politica anche in occasione delle ultime elezione europee per dare il suo contributo allo smacco che si voleva fare subire a Berlusconi che sognava di annettersi l'isola eliminando i ribelli, cosa che avrebbe ostacolato non poco la realizzazione del progettato califfato. Un tempestivo naufragio nelle vicinanze delle coste libiche invece che di quelle siciliane ha forse suggerito al nostro che almeno in quel caso era meglio starsene buoni.

Alla fine comunque lo smacco il cavaliere lo ha subito lo stesso. Gheddafi [**] non ha perso tempo: come detto si è precipitato immediatamente a Roma a congratularsi con lo sconfitto per poi prepararsi a scendere in campo a viso aperto.

E' il Presidente della Fondazione Banco di Sicilia, Gianni Puglisi (proprio lui, il massone esplicito... vedi il post “Due stratagemmi”), a dare l'annuncio che in altri tempi avrebbe provocato stragi e guerre tali che quelle del 1992 impallidirebbero al confronto (“Nel 2010 può nascere la Banca del Sud. Azionisti di controllo la Sicilia e la Libia”, SiciliaInformazioni.com 16 luglio 2009):

“C'è un'ipotesi di risettaggio del sistema bancario siciliano in cui la Libia rientra tra i partner attendibili. Su sollecitazione del Presidente Lombardo, stiamo valutando l’ipotesi di una partnership finanziaria con la Libia, senza dubbio una interessante ipotesi di lavoro e di studio.”

Aggiungendo sibillino: “Del resto Tripoli se non sbaglio è più vicina a Palermo che a Milano”. Si parla qui solo di vicinanza geografica, o anche di vicinanza politica? E si dice Milano per dire Milano, o per non dire Arcore?

Secondo MilanoFinanza, si cercherà di coinvolgere anche alcuni imprenditori locali. In Sicilia di imprenditori nel campo bancario con un portafoglio tanto ampio da potersi imbarcare in una tale avventura ne ricordiamo solo uno: il patron della Banca Popolare Agricola di Ragusa, Giovanni Cartia. Proprio lui, l'obiettivo di uno strano tentativo di rapimento da parte di un ex-brigatista riconvertitosi a mafioso (vedi il post “Ci siamo”).

Come per il barcone di disperati affondato davanti alle coste libiche, anche questo tentativo di rapimento è avvenuto nello stesso clima pre-elettorale. Strana coincidenza. Come anche quella che vede il cda del Banco di Sicilia riunirsi proprio a Ragusa il giorno dopo le elezioni europee (“BdS, il cda va in trasferta a Ragusa”, EconomiaSicilia.it, 9 giugno 2009). E noi alle coincidenze continuiamo a non crederci.

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[*] E' il caso di ricordare qui che dopo la morte di Massimino la vedova del Presidente consegnò il Catania a Gaucci che lo riportò in serie B mentre aggregava al suo Perugia un giocatore d'eccezione (dal punto di vista politico): Al Saadi Gheddafi (Nella foto in alto con lo stesso Gaucci). Gaucci fu “eliminato” dal vortice di Calciopoli e se ne andò in esilio nel maggio del 2005. Esattamente 4 anni dopo è finalmente rientrato in Italia, a pochi giorni dalla sconfitta di Matarrese e dalla sua deposizione dai vertici del calcio italiano grazie all'alleanza tra Palermo e Catania (vedi il post “Una cosa che andava fatta”).

[**] Il ras di Tripoli aveva a suo tempo già salvato Unicredit (la banca che sponsorizza gli eventi sull'indipendentismo siciliano, vedi il post “Il rastrello di Montalbano”) da un attacco finanziario londinese acquisendone una quota del 5% circa.

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domenica, maggio 17, 2009

Una cosa che andava fatta

Alla fine Matarrese è saltato: è questo un esempio di quello che può succedere quando la Sicilia si presenta unita contro i suoi avversari.

Il primo maggio durante l'assemblea di lega, i club della massima competizione italiana hanno unilateralmente deciso di staccarsi dalla serie cadetta e di dar vita ad una associazione: "Diciannove società di Serie A hanno oggi deliberato di costituire la 'Lega Calcio Serie A', conferendo a tale scopo mandato al dottor Maurizio Beretta".

Una soluzione che lo stesso Zamparini ha definito poco soddisfacente, «ma è una cosa che andava fatta». Perché?

Era da febbraio che Matarrese non dormiva più sonni tranquilli a causa degli incubi che gli procurava Zamparini. La svolta è finalmente arrivata con l'alleanza tra Palermo e Catania (vedi il post “Tra Palermo e Catania non mettere il dito”): da quel momento era chiaro che i vertici della lega avessero i minuti contati.

Intanto un Catania in vacanza si è battuto alla pari con la AS Roma, in una delle partite chiave degli ultimi campionati di calcio della massima serie: dal 7-0 del primo incontro, sino alla vittoria del Catania per 3-2 a dicembre, per arrivare alla equilibrata partita vista ieri.

La disfatta della Roma, che l'anno prossimo non andrà in Champion's League e quindi non incasserà abbastanza per salvarsi dalle grinfie di Unicredit (vedi il post “Vino dell'Etna”), ha seguito la stessa parabola, ed ora la Sensi sarà costretta a vendere. L'alternativa è il fallimento.

Ora che Matarrese ed i Sensi sono battuti, la porta delle coppe europee è spianata per Palermo e Catania, e Zamparini non si è fatto attendere: "Porterò Palermo nella Champions". E questa volta dice sul serio.

Matarrese è tornato al potere in Lega a seguito della famosa “moggiopoli”, uno scandalo in stile tangentopoli che come la famosa stagione delle “toghe rosse” più che fare giustizia, ha fatto vendetta.

Esiste la registrazione di una conversazione telefonica che spiega in modo preciso la realtà sullo scandalo che ha stravolto la geografia politica del calcio italiano alla vigilia della coppa del mondo del 2006 (Il Corriere della Sera, 18 maggio 2006):

«Stamattina m' ha chiamato Geronzi... allora senza sape' niente... senza sape' niente ho detto a Geronzi: Cesare mettigli il pepe in culo a Carraro perché mi sembra rincoglionito!»

Queste poche famosissime parole spiegano una cosa direi lampante: non era Moggi il capo di questo gruppo dedito al pilotaggio dei risultati delle partite. Moggi era un esecutore che doveva chiedere ad altri che avessero più potere di lui per riuscire ad ottenere qualcosa: non è credibile che Moggi avesse più potere degli altri due suoi “compari”, Carraro e soprattutto Cesare Geronzi

Allora è facile capire chi fosse il vero obiettivo di “moggiopoli”: quel Cesare Geronzi al vertice di Capitalia, quella banca (attenzione al fondamentale passaggio) che abbiamo visto sponsorizzare l'evento sull'indipendentismo siciliano a Messina un paio di anni fa.

Il titolo dell'articolo del Corriere citato sopra, indica uno dei principali crucci del Geronzi:

Moggi al telefono: «Ora anche la Roma starà agli ordini»

Da dove vengano gli attacchi non è poi così difficile capirlo basta ricordare questa domanda rivolta da un parlamentare della doppiogiochista Lega Nord a Fazio, ex governatore della Banca d'Italia (Fazio respinge accuse parzialità, "amico di tutti i banchieri", MilanoFinanza, 21 gennaio 2004):

"Sono amico di tutti i banchieri, cosa sono queste accuse di parzialità?" ha detto Fazio rispondendo ad un parlamentare della Lega Nord che gli aveva chiesto ragione dei rapporti con il presidente di Capitalia Cesare Geronzi ed, in particolare, gli chiedeva conto di avere affermato di lui "uomini eccezionali in tempi eccezionali".

L'eliminazione del presidente di Capitalia faceva parte della strategia di decapitazione della finanza padana e cattolica attuata dai vertici finanziari anglosassoni, strategia apparentemente riuscita con la nomina di Draghi a governatore della banca d'Italia, ma sostanzialmente fallita a causa dell'arroccamento degli avversari all'interno di Unicredit.

Quella Unicredit che ha poi continuato a sponsorizzare l'indipendentismo siciliano (vedi il post “Il rastrello di Montalbano”) e che ha trovato in Gheddafi il cavaliere bianco che la salverà dal tracollo economico.

Non solo: quella Unicredit che ha continuato la aggressiva politica di accerchiamento nei confronti dei Sensi.

Quali erano gli obiettivi nascosti dietro “Moggiopoli”: in Italia il calcio porta potere attraverso il controllo politico delle ebeti masse cittadine della moderna società occidentale. Il calcio non è per niente l'evento sportivo che ci vogliono fare credere. Esso è un evento prettamente (se non esclusivamente...) politico.

Controllando il campionato di calcio, si controlla consenso. E la AS Roma ha un peso politico non indifferente. Anzi, fondamentale per chi si propone di ridisegnare l'Italia su linee pre-risorgimentali [*]. Ogni potentato economico-politico italiano ha la sua propagine calcistica, dagli Agnelli, ai Moratti, a Berlusconi... sino al piccolo Pulvirenti!

Ed ecco qui nuovamente lo snodo di tutto, il punto di collegamento di tutte le vicende che abbiamo attorcigliato sino ad ora: lo scandalo calcistico esplose con tutta la sua forza in un momento particolare, e questa coincidenza non può essere considerata casuale alla luce dei fatti successi negli anni seguenti, dal 7-0 dell'olimpico, al 2 febbraio del massimino, al 3-2 ed al 4-3 di quest'anno, alla ingloriosa fine di Matarrese e dei Sensi.

Lo scandalo calcistico esplose mentre in vetta alla serie B si trovava il Calcio Catania che, improvvisamente privo dell'appoggio in Lega, cominciò a balbettare sino a rischiare di vedersi superata dal Torino nelle ultime giornate, cosa questa che avrebbe nociuto pesantemente a determinate forze politiche locali.

A quel punto in molti non avevano altra opzione che appoggiare i Siciliani e così riuscirono a compiere l'ultimo sforzo: il Catania fece il sospirato salto di categoria.

Tutti movimenti che sono partiti da molto lontano, da quel famoso 1992 in cui mentre il signor Draghi si trastullava a bordo del Britannia progettando l'attacco a Fazio ed alla finanza cattolica, da Bari lo stesso Matarrese iniziava la battaglia che pochi giorni fa ha definitivamente perduto ("L' odissea di Massimino che vinse il primo round", La Gazzetta dello Sport, 6 giugno 2003):

Ricordate il 31 luglio del '93? E' una data dolorosa per i tifosi rossazzurri. E' il giorno in cui l' allora presidente federale Antonio Matarrese firmò il provvedimento di radiazione della società dell' allora presidente Angelo Massimino per un presunto dissesto finanziario

La battuta di Zamparini è la più adatta a chiudere l'ultimo round della vicenda: «è una cosa che andava fatta».

Ci fermiamo qui questa volta, con la promessa di riprendere l'argomento nuovamente in futuro.

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[*] Ed anche per chi a quel progetto si oppone: la scorsa estate si era offerto di comprare la Roma nientepopodimeno che George Soros.

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