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domenica, aprile 24, 2011

Padania sbranata (prima parte)

Il discorso sulla attuale situazione interna italiana iniziato nel post “Oncologia”, può essere completato includendo nel quadro i dettagli del piano politico internazionale. Anche questi infatti hanno subito una recente accelerazione, tanto che certi meccanismi fino ad ora solo intuibili si sono manifestati in maniera palese.

Il primo dei sintomi della suddetta accelerazione è dato dal drammatico evolversi del contrasto italo-francese. La discordia sulle vicende libiche è solo una delle componenti di questo contrasto. La Francia si sta muovendo con rapidità per conquistare le posizioni lasciate aperte dal vuoto venutosi a creare negli interessi padani a causa del continuo regredire del potere anglosassone e della contemporanea crisi delle forze endogene locali, vedi il rapido ed inarrestabile declino di Berlusconi e di tutte le varie forze paramassoniche raggruppate nelle varie P2, P3, chissà persino P4....

Neanche il movimento cattolico nord-Italiano, raggruppato dietro ai vertici della CEI, la conferenza episcopale italiana, messa sotto pressione dallo stesso papato, sembra avere la forza di riempire questo vuoto. E così mentre la FIAT arretra arroccandosi in Nord America dietro l'acquisizione di Chrysler, sono la già ricordata Francia e la potente Germania a trovarsi nella posizione migliore per recuperare le posizioni perse durante il periodo risorgimentale.

Tremonti potrebbe riuscire ad arginare momentaneamente le mire di Sarkozy nei confronti della Parmalat, ma gioiellini meno ingombranti seppure altrettanto significativi stanno già valicando le Alpi. E' il caso dell'industria della moda, dove per vari motivi diverse aziende entrate in crisi d'identità non hanno trovato di meglio che farsi soccorrere dallo straniero: Gucci ed il recentissimo caso di Bulgari sono due esempi. Ma il discorso continua ad allargarsi.

Se ne è occupato di recente anche il Financial Times (“Vicenza's artisans go hell for leather to meet expensive tastes for new rich”, 16 aprile 2011) che parlando della boutique “Bottega Veneta” dà un quadro chiaro e conciso della situazione:

Dove 10 anni fa Vicenza era la patria di 1300 manifatture orafe, ve ne sono ora 600. In alcune aree della città la disoccupazione femminile che hanno sopportato il peso dei licenziamenti, ha raggiunto il 90%. Ma mentre gli artigiani dell'oro di Vicenza perdono il lavoro a favore di lavoro più economico in Cina e chiudono i loro laboratori, un'altra industria italiana si affretta ad assumerli”.

L'altra industria italiana sarebbe quella della pelle, da sempre una forza del paese (niente di nuovo quindi). La novità è che oggi possono permettersi di dare ai lavoratori stipendi più bassi a causa dell'alto livello di disoccupazione. E non solo: oggi i pezzi pregiati di questa industria potrebbero non essere più tanto italiani:

Tra i loro nuovi datori di lavoro troviamo Bottega Veneta, il gruppo per beni di lusso appartenente alla francese PRR

I negozi dell'azienda rappresentano il Made in Italy nelle più prestigiose piazze del mondo, come spiega l'articolo. Ma i guadagni non rimangono certo a Vicenza.

Dall'altra parte, l'integrazione tra industria italiana e tedesca nei settori metalmeccanici si fa sempre più inestricabile, come sottolineato da un altro articolo del Financial Times (“Germany might boost Italian entrerprise”, 17 aprile 2011) in cui si ora si prende ad esempio la Brembo, il primo produttore mondiale di freni per automobili:

Lo sviluppo di relazioni con l'industria automobilistica di fascia alta tedesca ha permesso a Bombassei di difendere i margini dei suoi prodotti, al contrario dei produttori nel mercato di massa in Itali che sono stati quasi interamente spazzati via [anche loro..., ndt] dalla competizione indiana e cinese.
Molto bene: grazie alla cooperazione con la Germania il Made in Italy riesce in alcuni casi a rimanere italiano. Ma anche qui c'è il trucco, un paio di righe più sotto:

Bombassei ha recentemente aperto una secondo fabbrica in Cina, in parte, dice, per soddisfare la domanda delle aziende automobilistiche cinesi per il mercato di fascia alta dei sistemi frenanti. Ma allo stesso tempo anche perchè le aziende automobilistiche tedesche stanno aprendo succirsali in Cina e Brembo vuole esser loro vicino per poterli rifornire.

Più che una collaborazione sembra una totale dipendenza le cui conseguenze non tarderanno a rendersi sempre più evidenti nelle madre patria.

Che dire poi dello scudo russo? La famosa amicizia tra Berlusconi e Putin sembra oramai essersi dissolta. Il presidente russo Dmitri Medvedev non ci ha pensato due volte ad astenersi insieme ai colleghi del BRIC (Brasile, Cina, India, oltre alla stessa Russia) dal voto sulla risoluzione dell'ONU 1973 che ha aperto le porte all'azione occidentale contro Gheddafi (e contro gli affari italiani in Libia). Salvo poi pentirsene per voce di Putin che preme per evitare una ulteriore escalation negli interventi che vedono ora l'Italia in prima fila.

(Fine prima parte.)

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lunedì, aprile 04, 2011

Oncologia

La Sicilia è l'unica regione italiana ad essere perennemente commissariata dallo stato centrale tramite la nomina (politica) di uno specifico “commissario” mirata a colmare il vuoto (legale) lasciato dalla disattivazione dell'Alta Corte Siciliana.

Massimo Costa in un recente articolo (“La reale posta in gioco nelle autostrade siciliane”, SiciliaInformazioni.com, 30 marzo 2011) ha evidenziato come la percentuale di ricorsi vincenti presentati da Palermo contro le impugnative di suddetto commissario sia vicina allo zero.

La diatriba tra stato e Regione sulla gestione delle autostrade siciliane ha nuovamente posto sotto la luce dei riflettori la gattopardesca situazione, che a parti culturalmente invertite vede un governo retrivo sbilanciarsi nel tentativo di bloccare il temuto rinnovamento Siciliano.

Il commissario questa volta ha impugnato la legge secondo cui il CAS (Consorzio Autostrade Siciliane) veniva trasformato in Ente Pubblico Regionale. Ma dato che, Alta Corte o non Alta Corte, questa partita si gioca su più fronti, il TAR Sicilia ha risposto con un gesto altamente teatrale... sospendendo lo stato italiano!

E' ancora difficile dire quanto vincente questa mossa si rivelerà nel prosieguo. Intanto l'efficacia del decreto interministeriale del 5 luglio 2010 che aveva disposto la decadenza della concessione tra l’ANAS SpA ed il Consorzio per le Autostrade Siciliane, decreto che nei fatti aveva gratuitamente sottratto la proprietà delle autostrade ai Siciliani, è stata sospesa sino all'udienza del prossimo 22 luglio (“Autostrade, Tar Sicilia sospende decadenza concessione al Cas”, BlogSicilia.it 2 aprile 2011).

Una decisione, quella del TAR isolano, alla quale è difficile non ascrivere una pesante componente politica da inquadrare nel decennale scontro tra il premier Berlusconi ed il potere giudiziario e nella recente alleanza tra il Presidente Lombardo e Fini (o meglio i poteri che dietro di lui si agitano) in funzione squisitamente anti-berlusconiana.

La decisione del TAR indica così una ulteriore escalation dello scontro istituzionale in atto nel paese, uno scontro che forse non può più essere definito nemmeno “istituzionale” tanto efferato esso è diventato: Michele Santoro dopo aver ascoltato in trasmissione Cicchitto e Belpietro descrivere chiaro e tondo la natura politica dello scontro con la magistratura, ha dichiarato che “se è così, se la diagnosi è corretta, le istituzioni sono finite” (“Michele Santoro ascolta Cicchitto e Belpietro”, SiciliaInformazioni.com, 1 aprile 2011).

La “disgrazia” della guerra in Libia (Si veda il post "Surriscaldamento Globale") è stata probabilmente la causa della scintilla che ha portato a questo passo avanti nella dissoluzione dello stato italiano unitario. Il sito di Sky, l'azienda del magnate australiano Murdoch, da sempre nemica di Mediaset, tiene sempre in bella evidenza un articolo che descrive quanto stia tremando il nord Italia a causa della situazione nord-Africana (“Dalla Juve a Unicredit, ecco chi trema con Gheddafi”, 21 febbraio 2011), e non è certo un bel leggere per i padani.

Come se non bastasse, la banca dati del fisco italiano sta restituendo una figura dell'evasione fiscale sul territorio nazionale che non lascia scampo alle aziende settentrionali (“Radiografia dell’evasione in Italia: maglia nera a Messina e Caserta”, Corriere.it 4 aprile 2011):

“[A nord] le somme che non vengono versate nelle casse dell'erario sono molto elevate, mentre nelle zone povere, anche se l'evasione è alta, si può recuperare meno.

Al sud l'evasione è molto più diffusa ma anche estremamente parcellizzata, ed il suo recupero potrebbe rivelarsi poco efficace e costoso. La conseguenza è che lo stato non potrà fare altro che concentrare gli sforzi per rastrellare il denaro necessario al suo stesso sostentamento al nord, dove a quanto pare una parte dei mancati pagamenti è già da addebitare ad aziende che a causa della crisi semplicemente non possono pagare.

L'aumento della pressione non farà altro che esacerbare la crisi bloccando ulteriormente il sistema produttivo padano: lo stato che divora se stesso trasformandosi in cancro.

Tutto questo mentre un altro uragano sta per avvicinarsi.

La continua crescita del costo delle materie prime (petrolio, grano su tutti) e la conseguente inflazione rischiano di portare il sistema finanziario globale ad un nuovo collasso. Per evitare che ciò accada si può fare finta di niente (come del 2008) oppure si può seguire un'altra strada: quella di aumentare i tassi d'interesse incrementando il costo del denaro per raffreddare l'economia.

In pratica questa misura pregiudicherà nuovamente la crescita, ma non agirà sulle diverse economie nazionali allo stesso modo. Essa scaverà un solco ancora più ampio tra le economie “forti” quali ad esempio la Germania, e quelle deboli che saranno scaraventate in una nuova spirale di recessione. Tra queste ultime direi che possiamo porre anche l'Italia.

La BCE (la Banca Centrale Europea), secondo il Financial Times, dovrebbe alzare i tassi d'interesse già nei prossimi giorni (“The punch bowl has to go but the timing is key”, 1 aprile 2011):

Prima che l'economia si surriscaldi generando inflazione, le banche centrali devono iniziare ad alzare i tassi d'interesse. (...)

A Jean-Claude Trichet della BCE piace esprimersi attraverso parole in codice durante la sua conferenza stampa mensile. Il mese scorso ha detto che la BCE rimaneva in “forte vigilanza”, che era un promessa virtuale di un incremento dei tassi questo mese.


Con la inevitabile conseguenza di velocizzare la propagazione delle metastasi.

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lunedì, febbraio 28, 2011

Nel segno dell'Ariete

Tra gli immutabili muretti a secco delle campagne iblee qualcosa di nuovo comincia a farsi spazio: sono le insegne dei distributori di carburante della Lukoil, la società russa che ha acquisito già da qualche anno una quota del 49% della raffineria ISAB di Priolo dalla ERG e che più di recente (febbraio 2011) ha aggiunto una ulteriore quota dell'11% diventando il socio di maggioranza.

Ma se della penetrazione russa in Sicilia abbiamo già parlato ampiamente, il particolare interessante da analizzare oggi è derivato dal fatto che quelle insegne non sono sorte sul nulla, ma sono andate a sostituirne delle altre. Per la precisione quelle della Tamoil, compagnia di distribuzione libica in mano al Colonnello Gheddafi.

Il nostro negli ultimi decenni non ha solo venduto petrolio all'industria italiana. I legami economici italo-libici sono molto più stretti e passano, oltre che per i distributori della Tamoil, per le quote azionarie in FIAT e per quelle più recenti in Unicredit, la principale banca italiana (proprietaria, lo ricordiamo, del Banco di Sicilia) ed una delle maggiori d'Europa salvata un paio di anni fa dai petrodollari di Gheddafi. Si potrebbe arrivare a sostenere che la padania sia in fondo tenuta in piedi dal rapporto instaurato con la “quarta sponda” di coloniale memoria.

Dal canto suo, Gheddafi, non ha mai nascosto le sue enormi ambizioni Mediterranee che qualche tempo fa lo portarono a auto-proclamarsi futuro califfo di Sicilia (si veda il post “Il califfo nel pallone”). Gli stessi siciliani dal secondo dopoguerra in poi hanno visto nel colonnello un punto di riferimento in chiave anti-romana, come testimonia la vicenda umana dell'avvocato catanese Carmelo Papa, reduce indipendentista e braccio destro del regime libico in Italia.

Poi all'improvviso l'idillio sembrò provvidenzialmente interrompersi e nel 2010 l'assetto di Unicredit mutò in maniera inaspettata. La provvidenza ce la mettiamo oggi, perché quello che successe lo scorso settembre (2010) fu salutato da tutti noi quaggiù come un disastro: se da un lato Gheddafi continuava la sua scalata in Unicredit superando il 7% e diventando il maggiore azionista, dall'altro la stessa Unicredit decideva di staccare la spina al Banco di Sicilia e di portarne la direzione al nord (si veda il post “Intesa segreta”). Possibile che il paladino dei diritti degli oppressi ci stesse svendendo in questo modo?

In realtà la modifica nell'assetto del colosso finanziario liberò le bocche ai politici siciliani che cominciarono a parlare di vendita delle quote.

Ebbene, immaginate come ci sarebbe finita oggi se invece avessimo continuato a sostenere una banca destinata a crollare travolta dalla fine del suo maggiore azionista. Una banca che nel migliore dei casi passerà in mano ai potentati europei trasformando tutto il Nord Italia in quella colonia che noi siamo stati per 150 anni [*].

Guarda caso, le bocche si sono riaperte in questi giorni di furore libico con l'assessore all'economia, Gaetano Armao, che ha dichiarato che la rimanente partecipazione azionaria siciliana in Unicredit Spa (pari allo 0.5%) sarà venduta entro l'anno (notizia nascosta in fondo a “Regione, "cura dimagrante" per le società partecipate”, SiciliaInformazioni 25 febbraio 2011).

Messe insieme al passaggio dei distributori Tamoil alla Lukoil (e volendo anche a quelle di FIAT a Termini Imerese), le vicende di Unicredit assumono l'aspetto di un disimpegno del Raìs dalla Sicilia.

A questo punto credo sia il caso di richiamare alla mente un altro episodio avvenuto lo scorso settembre. Durante una battuta di pesca, un peschereccio di Mazara del Vallo, l'Ariete, fu preso di mira da una vedetta libica e mitragliato più volte. I dettagli che vennero fuori avevano dell'incredibile: insieme ai militari nordafricani erano presenti a bordo dei finanzieri italiani (“I libici mitragliano un peschereccio. Finanzieri italiani sulla nave di Tripoli”, Repubblica.it 13 settembre 2010).

Quest'altro evento insieme al suo collocamento temporale inducono un altro interrogativo riguardante la volontarietà o meno di quel disimpegno. Interrogativo intorno al quale ruota la inusitata veemenza con la quale Raffaele Lombardo, al contrario di Maroni, ha richiesto l'uso della forza contro il regime di Tripoli (si veda il post “Surriscaldamento globale”).

L'aggressività del Presidente Siciliano è forse acredine per il precedente abbandono di Gheddafi, oppure il Governo Siciliano da tempo tramava insieme agli anglosassoni contro Tripoli per colpire Roma, come suggerirebbero le mitragliate sparate nel Canale di Sicilia contro la motovedetta “Ariete”... e come suggerirebbe la recente alleanza politica con l'atlantico Gianfranco Fini?

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[*] Nel febbraio 2010 Repubblica titolava pomposamente “Profumo comincia da Trieste Alleanza a guida Unicredit per farne la porta d'Europa”: secondo il progetto dettagliato dal quotidiano la banca avrebbe guidato l'ingresso trionfale della padania nel secolo asiatico. Non oso pensare cosa ne sarà di questo bel progetto se Gheddafi dovesse cadere...

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martedì, dicembre 28, 2010

Debitori rubati all'agricoltura

Il debito che schiavizza le masse non è solo debito pubblico. Il dialogo del film “The International” citato nel post “Gli schiavi” (E questa è la vera essenza dell'industria bancaria: fare tutti noi, sia che siamo nazioni o individui, schiavi del debito) si riferisce anche al caso della singola persona.

Spiegare il concetto può apparire semplice, in quanto intuitivamente tutti comprendiamo che chi è pieno di debiti è schiavo dei detentori di quel debito, siano essi degli strozzini o una banca.

Più difficile è invece trarne le giuste conseguenze ed applicarle alla nostra vita quotidiana e questo perché il più delle volte l'immagine che ci costruiamo è quella di casi limite quali un fallimento aziendale o di una perdita al gioco. Un immagine in fondo rassicurante perché forse più lontana da noi.

La realtà è molto più sottile, fatta di catene che ci hanno avviluppano suadenti nel vortice superfluo della modernità e destinate a serrarsi al momento opportuno con un meccanismo che si ripete sempre uguale.

Se da un lato è vero che essendo in debito la comunità alla quale apparteniamo (in questo caso lo stato) siamo in debito anche noi individualmente, dall'altro dobbiamo anche rilevare come il debito nazionale non si traduca istantaneamente in una menomazione delle nostre libertà individuali.

Ma il debito pubblico è solo la prima parte di una più larga strategia.

Bloccati gli stati grazie al ricatto del disavanzo, la “crescita” economica continua tramite il credito al consumo, permettendo al sistema finanziario di passare al suo obiettivo finale: l'individuo. Un individuo drogato da quel fittizio benessere materiale diventato irrinunciabile. Un po' come il topolino da laboratorio che continua ad attivare sino all'autodistruzione quella leva che procura la piacevole scarica elettrica. Il ribasso del costo del denaro, la possibilità di accedere a mutui ipotecari per importi spropositati su periodi di tempo estesi (a volte l'intera vita lavorativa di una persona), le rate per gli elettrodomestici, costituiscono quelle catene che si serrano lentamente ma inesorabilmente.

Il meccanismo è azionato dal modello della crescita continua, svenduto alle masse come “progresso”. Una volta messa in moto la ruota dentata del continuo miglioramento delle condizioni materiali, questa continuerà a girare senza tenere in conto le risorse naturali rinnovabili nella disponibilità della comunità risultando praticamente impossibile da fermare senza provocare instabilità nel sistema. Quel tipo di instabilità che poi passa alla storia con il termine di rivoluzione.

Va da sé che non potendo l'autorità politica costituita accettare la perdita di potere a causa di queste instabilità, continuerà a sottoporsi ai diktat del detentore ultimo del debito, in un ciclo perverso che in ogni caso non potrà non sfociare in un evento traumatico. Il modello della crescita continua adottato nell'era moderna in tutto l'occidente è solo un truffaldino schema a piramide dove gli ultimi a metterci i soldi (ultimi in senso generazionale...) ci rimangono fregati.

La recente crisi finanziaria è quindi una crisi sistemica finale inevitabile (e quindi prevedibile e programmabile...) che nelle intenzioni dei suoi pianificatori dovrebbe consegnarci in catene a quel “detentore ultimo”.

Chiuso il capitolo occidentale, lo stesso meccanismo può ora cominciare a girare per le masse che solo adesso si affacciano sull'orlo del progresso economico. Le masse di nazioni quali la Cina, l'India, i paesi arabi produttori di petrolio.

Si sta semplicizzando un sistema molto complesso. Ma queste poche righe potrebbero essere sufficienti a metterci di fronte ad alcuni quesiti che sino ad ora abbiamo tutti evitato di porci. D'altronde oggi siamo già oltre l'orlo del baratro e non abbiamo scelta.

Il principale di questi è certamente quello che riguarda la sostenibilità del “progresso materiale”.Una considerazione va fatta: le società meno indebitate e più stabili sembrano essere quelle che si appoggiano su di una larga base agricola. In esse troviamo bassa circolazione monetaria ed un modello di sviluppo che non prevede la necessità di una crescita materiale continua.

In altre parole: se vogliamo liberarci del debito, l'unica cosa da fare forse è quella di andare a riprendere la zappa. Non a caso una delle missioni (neanche tanto nascosta) della Comunità Europea è sempre stata quella di distruggere il settore agricolo dei suoi stati membri.

Addirittura l'Economist ha definito l'agricoltura (tradizionale) un'attività che “emette gas serra alla pari della deforestazione”, cioè un'attività dannosa per l'ambiente che potrebbe essere vietata d'ufficio (“Back from the brink”, 18 dicembre 2010): evidentemente il libero mercato non sopporta la libera agricoltura.

Il debito non è altro che una catena che accetto nel momento in cui lo contraggo rimettendo la mia libertà nella mani del “detentore ultimo”. Inseguendo il mito di una crescita materiale continua, l'unico obiettivo che siamo riusciti a raggiungere è stata la perdita del libero arbitrio.

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lunedì, novembre 22, 2010

Gli schiavi

Il vero valore di un conflitto sta nel debito che genera. Se controlli il debito, controlli tutto quanto. E questa è la vera essenza dell'industria bancaria: fare tutti noi, sia che siamo nazioni o individui, schiavi del debito

Così Luca Barbareschi – Berlusconi nel film “The International” risponde agli investigatori curiosi di sapere cosa ci guadagnasse una banca nel fare da mediatore per una compravendita di armi leggere costruite in Cina.

Se nel film si dicesse la verità, dovremmo dedurne che chi debiti non ne ha o chi cerca con successo di tirarsi fuori dal debito è nemico di questo sistema finanziario globale e globalizzante.

La figura qui sotto mostra l'ammontare del debito pubblico per nazione in valore assoluto. Quello che notiamo subito è che i paesi più indebitati (marrone) sono quelli occidentali.



Il valore assoluto del debito potrebbe però trarre in inganno. Forse la mappatura in base alla percentuale del debito rispetto al prodotto interno lordo è più trasparente:



Mentre le nazioni occidentali continuano ad essere tra le più indebitate, vi sono nazioni come la Cina e la Russia la cui posizione migliora notevolmente, nel senso che sono tra quelle che più facilmente possono ripagare il loro debito (consideriamo anche che questi sono dati resi pubblici dalla CIA, la quale potrebbe avere la propensione a mettere in cattiva luce certe nazioni piuttosto che altre).

Infine, l'ultimo grafico mostra il bilancio tra esportazioni ed importazioni delle varie nazioni o, in altre parole, mostra quali nazioni sono capaci di avere un bilancio attivo e pagare il loro debito e quali invece sprofondano sempre più in basso:



Tra i paesi in attivo troverete invariabilmente quasi tutti quelli “nemici” dell'occidente, dalla Cina, alla Russia, all'Iran, al Venezuela, alla Libia. Le due cose sono forse correlate?

La lista completa paese per paese mostra in testa la Cina, mentre in fondo il paese nelle peggiori condizioni sono gli USA, che seguendo il discorso del film sarebbero anche il paese più schiavo del mondo. In altre parole, gli Stati Uniti non sono un paese sovrano ma controllato da chi ne detiene il debito, quindi dalla Cina e da un piccolo gruppo di persone che tengono le leve dell'alta finanza e che dicono ai vari Bush ed Obama dove devono andare a fare le guerra per i loro interessi privati (non certo quelli dell'America come nazione), che poi significa per creare debito.

Quello che il regista del film cerca di dire è che questi signori, succhiato tutto quello che c'era da succhiare in America, stanno ora cercando di mettersi in mezzo tra la Cina ed il resto del mondo. Se ci riusciranno, se riusciranno a diventare i “broker” della Cina, i loro intermediatori, prima o poi riusciranno ad imporre alla Cina le guerre (e quindi il debito) ripetendo lo stesso giochetto a suo tempo fatto con gli USA: quello di fare lievitare il livello di vita di tutti i cittadini e poi minacciare all'improvviso di bloccare tutto e creare un tale malcontento popolare da distruggere la stessa nazione.


Barbusconi

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giovedì, febbraio 25, 2010

Intesa segreta

La fine del cadaverico Banco di Sicilia, decretata con uno schiocco di dita dai vertici di Unicredit, non ha sdegnato più di tanto i Siciliani che, mettendo da parte le acute fitte nostalgiche, hanno addirittura salutato con favore la fine di questa lacrimevole telenovela coloniale.

Il voltafaccia di Passera avrebbe invece dovuto fare sobbalzare tutti dalla sedia. Ci siamo già scordati delle sponsorizzazioni degli eventi sull'indipendentismo siciliano (si veda il post “Il rastrello di Montalbano”)? Ci siamo già scordati della triangolazione tra il colosso bancario, Raffaele Lombardo ed il Catania Calcio (si veda il post “Vino dell'Etna”)? E del salvataggio di Gheddafi quando la finanza massonica ha tentato di sgretolare l'ultimo baluardo della finanza cattolico-padana?

La verità è che i mass-media sono riusciti a fare passare sotto il naso agli italiani tutti un fondamentale tassello del nuovo assetto geopolitico volto a ridisegnare il panorama finanziario non solo siciliano o padano, ma di tutta l'Europa.

Il gioco di prestigio è stato effettuato separando tra di loro due notizie che sarebbero dovute andare insieme e che invece, in tempo di federalismo spinto, sono state “regionalizzate” e diramate nei soli territori di presunta competenza.

La prima, destinata a deprimere i terroni, è questa:

Lo stesso giorno in cui i siciliani apprendono che il Banco di Sicilia abbassa le saracinesche e di esso rimarranno solo i fregi agli ingressi delle agenzie regionali per la fusione con Unicredit, arriva di rimbalzo un’anteprima sulle volontà di un altro gruppo bancario, la Banca Intesa San Paolo, di uno shopping nell’Isola per raddoppiare i 200 sportelli e fare nascere un nuovo istituto di credito, Intesa Sicilia, diretta filiazione di Intesa San Paolo. (SiciliaInformazioni.com 21 febbraio 2010).

La seconda, data in pasto ai polenta, invece è questa:

Intesa San Paolo cederà ad Agricole una rete di filiali compresa con 150-200 sportelli entro il 30 giugno. (IlSole24Ore.com 18 febbraio 2010).

E' venuto il momento di rimetterle insieme per cercare di capire cosa stia succedendo nei maggiori gruppi bancari italiani.

Come è facile notare al netto delle due operazioni le dimensioni di Intesa San Paolo rimangono immutate. Ma se i circa 200 sportelli in entrata si aggiungerebbero in Sicilia, per quelli in uscita il Sole 24 Ore suggerisce una “rete di filiali operanti prevalentemente in ambiti territoriali limitrofi a quelli di attuale insediamento di Credit Agricole, già presente nel Paese con CariParma” (“Intesa cede ad Agricole 150-200 sportelli”, IlSole24Ore.com, 18 febbraio 2010)

Nelle nostre città tra le tante sigle padane non ricordiamo di aver mai visto quello della cassa parmense, ed infatti CariParma, se si escludono le filiali di Napoli, è completamente assente dal Sud Italia e dalla Sicilia.

Passera, pressato sull'argomento, non si sbottona ancora (“Ha spiegato che per ora non ancora possibile dire quali saranno gli sportelli che verranno ceduti, nulla è ancora stato definito per cui non è ancora possibile fornire delle notizie certe in merito alla vicenda”, Corrado Passera parla della cessione sportelli a Credit Agricole , PiazzaAffari.info 22 febbraio 2010), ma se la previsione del Sole è corretta, quello di Intesa non è altro che un riposizionamento geografico che, nei ricordati tempi di federalismo spinto, diventa anche un riposizionamento geopolitico.

Che la politica sia uno dei motori principali dell'accordo lo suggerisce anche un'altra consequenziale doppia operazione: 1) Credit Agricole si è impegnata a sgonfiare il suo pacchetto di proprietà in Intesa sino al 2% (al momento la quota è al 5.8%), pacchetto che oggi conferisce il controllo ai francesi (“Intesa San Paolo, ok Antitrust”, IlSole24Ore.com 18 febbraio 2010), e 2) Generali e Credit Agricole hanno sciolto il patto di consultazione nell'azionariato di Intesa siglato appena 6 mesi fa grazie al quale francesi e austro-ungarici prendevano insieme tutte le decisioni che contavano senza bisogno di consultare gli altri azionisti.

Le motivazioni fornite da Passera o dai francesi per queste operazioni le lasciamo a quelli che ancora credono che nell'alta finanza vi siano delle regole da rispettare.

A prima vista la posizione dei francesi in Italia sembrerebbe rafforzata dall'acquisizione delle 200 filiali, ma non bisogna scordare che Agricole è destinata a perdere il controllo di Intesa ed a vedersi tagliata definitivamente fuori dal Sud Italia: una ulteriore barriera alle aspirazioni mediterranee di Sarkozy che si aggiunge a quella schierata dall'ARS contro le grinfie atomiche di Areva (si veda il post “C'est la vie”).

Dall'altra parte Unicredit rappresenta l'ultimo bastione della finanza padana: la decisione di Profumo di arroccarsi al nord sa tanto di “va dove ti porta il cuore” ed è forse l'ultima carta che l'economia padana può giocarsi, una volta persa la Sicilia, per non cadere in mani straniere.

Un articolo di Repubblica (“Profumo comincia da Trieste Alleanza a guida Unicredit per farne la porta d'Europa”, La Repubblica 22 febbraio 2010) delinea chiaramente un progetto post-unitario di ampie vedute. Profumo parla di “un grande progetto per Genova, per Trieste e per il Paese" (...) le due porte naturali del nostro Paese: Genova e Trieste”.

Il piano ha però un punto debole. Esso è infatti troppo sbilanciato sull'area triestina (“l' operazione su Trieste (...) è più matura rispetto a quella gemella su Genova”).

Venezia e Trieste hanno avuto un ruolo di piattaforma logistica continentale in passato quale porta dell'Europa sull'oriente:

Claudio Boniciolli, presidente dell' Autorità portuale di Trieste sostiene che «la ratio di base del progetto è largamente condivisibile, poiché non si tratta che di risvegliare lo storico ruolo di Trieste quale porto privilegiato dei mercati centrali e orientali d' Europa»

La logistica moderna però non è più quella del medio-evo ed un collegamento ferroviario decente tra Taranto e Napoli basterebbe a mettere fuori gioco l'alto Adriatico.

Sempre se è veramente la “Padania libera” il mandante. Questo sbilanciamento a nord-est del progetto è un po troppo targato “Generali”, un lembo di un passato imperiale non tanto remoto: la padella francese potrebbe trasformarsi in una brace mitteleuropea.

La definizione di Parlagreco (SiciliaInformazioni.com) è lapidaria:

Una porta del nord est che risponda ai bisogni di Austria, Ungheria, Baviera e Cekia” (“Bds chiude, Intesa Sicilia arriva”, 23 febbraio 2010)

In Sicilia nel frattempo a piangere non sono certo i vari Lombardo (la Regione detiene una bella fetta di Unicredit e senza il suo avallo politico le cose non sarebbero state così semplici) o i vari Miccichè (il fratello Gaetano è direttore generale di Intesa San Paolo). A piangere saranno al solito i piccoli imprenditori che rischiano di vedersi restringere ulteriormente i cordoni del già limitatissimo credito che riuscivano ad ottenere da quel poco di siciliano che rimaneva nel Banco di Sicilia.

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martedì, gennaio 12, 2010

Forza lavoro

Sembrava una terra senza speranza, la Calabria. Marchiata dalla stampa europea come la nuova frontiera meridionale della mafia (si veda il post “Corso di fotografia”). Un lager aspro e montagnoso dove scaricare rifiuti ed attingere all'occorrenza manodopera specializzata a costi “africani”.

Ed invece all'improvviso tutto è stato rimesso in discussione. Gli arresti di Gioia Tauro, la bomba davanti alla procura di Reggio Calabria ed ora la “rivolta” di Rosarno segnalano che anche dall'altro lato dello Stretto l'asse del potere si sta muovendo.

Rivolta lo abbiamo messo tra virgolette, perchè gli immigrati delle baraccopoli di Rosarno non hanno compiuto alcuna rivolta. Il loro è stato un vero e proprio assalto premeditato e guidato contro la popolazione locale. Una azione bene organizzata alla quale i poveri “disperati” si sono prestati nel miraggio di un miglioramento delle loro condizioni di vita.

La rivolta è stata quella dei calabresi, che hanno reagito in modo forse avventato alla provocazione.

Il meccanismo di causa-effetto strillato dai vari pennini di regime lascia molto a desiderare. Un canovaccio simile a quello già visto a Napoli, anche se meno tragico (“A Rosarno la rivolta degli immigrati”, Corriere.it 7 gennaio 2010):

A fare scoppiare la protesta il ferimento da parte di persone non identificate di due extracomunitari con un'arma ad aria compressa e pallini da caccia.

Nessuno si fa la domanda più importante: chi sono queste “persone non identificate”? Sono veramente abitanti di Rosarno, come lasciato intendere da tutti? A questa “ragazzata” che impallidisce rispetto agli episodi di violenza che si registrano nelle principali città del nord Italia la reazione è stata abnorme:

Centinaia di auto distrutte, cassonetti divelti e svuotati sull'asfalto, ringhiere di abitazioni danneggiate.

La premeditazione è tanto ovvia che non viene neanche taciuta, ma sdoganata come un diritto per chi apparentemente viveva “in condizioni ai limiti del sopportabile”:

la volontà di reagire che probabilmente covava da tempo nella colonia di lavoratori (...) era pronta a esplodere

Il “gruppo” che ha volontà di re-agire si organizza e poi cerca una scusa per passare all'azione.

Il comportamento dello stato, che ha lasciato liberi di compiere violenze da corte marziale gli immigrati ed è poi giunto sul posto a proteggere i delinquenti dalla giusta reazione dei cittadini, chiarisce chi avesse organizzato il tutto.

Le motivazioni che hanno spinto gli eventi nella direzione descritta sono probabilmente di ordine economico. Ma la decisione di fare scattare l'operazione in questi giorni sembra essere stata condizionata dagli eventi politici.

Dichiarazioni avventate da parte di Carneade vari non si sono fatte attendere. Quando Luigi Manconi, un ex-sottosegretario alla giustizia caduto in disgrazia, afferma che “Oggi Rosarno è l'unica città al mondo interamente bianca. Nemmeno il Sud Africa dell'Apartheid aveva ottenuto un tale risultato” dimostra di non capire di cosa si stia parlando.

L'Apartheid o la discriminazione non punta mai ad eliminare il diverso. Punta solo ad opprimerlo in modo da poterlo sfruttare economicamente. In Italia la presenza degli immigrati ha lo stesso scopo, e cioè il loro sfruttamento ai fini produttivi. Gli immigrati sono un risorsa economica. Oggi gli africani e gli asiatici hanno sostituito i meridionali il cui costo è salito enormemente a causa delle leggi europee pensate per favorire le grosse multinazionali ed allo stesso tempo strangolare sia la piccola impresa nord-italiana che l'agricoltura meridionale.

A causa di quelle leggi si è creato un meccanismo perverso secondo il quale un immigrato per rimanere “risorsa economica” deve anche essere immigrato illegalmente, altrimenti il suo valore non è più competitivo. Questa situazione ha fatto si che le forze produttive padane si affidassero a questa vera e propria tratta degli schiavi mentre i loro rappresentanti politici di destra (ed in particolare la Lega Nord) si intestavano una lotta di facciata a difesa dell'italianità.

Nel tempo il punto nevralgico della “tratta” è diventato il centro di prima accoglienza di Lampedusa. Almeno sino ai disordini dello scorso anno, durante i quali si verificò l'esatto opposto di quello che è accaduto a Rosarno e gli isolani si unirono ai maghrebini nella protesta anti-italiana a causa della quale il sindaco della martoriata cittadina (De Rubeis) sta ancora pagando subendo un attacco giudiziario dopo l'altro.

I problemi in Sicilia erano dovuti anche all'azione di Gheddafi che, avendo in mano il traffico tra le due sponde del Mediterraneo, lo usava per destabilizzare il governo romano inviando vere e proprie maree di disperati invece di regolare il flusso.

Grazie alla sua azione Gheddafi intendeva accumulare capitale politico da spendere poi al momento di sedersi al tavolo delle trattative con Berlusconi, culminate nel viaggio a Roma a seguito dei risultati delle europee dello scorso anno (vedi il post “Notizie di striscio”).

I risultati non si sono fatti attendere ed il ministro Maroni ha potuto annunciare lo svuotamento del centro di accoglienza di Lampedusa, tanto che La Sicilia del 29 maggio scorso poteva titolare “I ragazzi del centro di accoglienza cercano un nuovo lavoro”: all'improvviso il flusso è sceso a zero. In altre parole, l'immigrato sta cominciando a diventare una merce rara. Vogliamo sprecarla facendogli raccogliere le arance a Rosarno o i pomodori a Lecce?

Questo ci permette di circoscrivere le motivazioni di ordine economico dietro i fatti di Rosarno: nella presente congiuntura economica italiana era solo questione di tempo prima che la guerra per accaparrarsi le prestazioni degli schiavi cominciasse. Gli africani in fuga sono già stati indirizzati verso nord: Crotone e Bari per cominciare, ma molti sembrano già diretti verso nord. Verso quello che credono l'eldorado (credenza questa che li ha spinti a “collaborare” inscenando la “rivolta”):

Stanotte a centinaia sono stati fatti partire su treni e bus diretti al Nord Italia e ai centri d'accoglienza di Bari e Crotone. (Rosarno, è stata demolita l'ex fabbrica lager Maroni avvisa: "I clandestini saranno espulsi", IlGiornale.it 11 gennaio 2010)

Lo stato si sta anche assicurando di bruciare loro il terreno dietro per evitare che qualche “risorsa” rimanga troppo a sud:

“L'obiettivo del Viminale è portar via tutti gli immigrati da Rosarno entro domenica, per poi dare il via allo smantellamento dei capannoni dove hanno vissuto per anni gli stranieri in condizioni degradate.” (“Rosarno, la fuga degli extracomunitari Nuovi agguati: un uomo ferito a fucilate”, IlGiornale.it 9 gennaio 2010)

Lo stesso Giornale si lascia scappare in un altro articolo ("Calabria: sopravvive coi soldi del Nord ma importa mano d’opera") il nocciolo del problema, e cioè che quelle braccia servono al nord:

È singolare che una regione che la statistica descrive come miserevole possa permettersi di importare mano d’opera come le società opulente.

Vedrete che presto vi saranno problemi anche in Puglia.

Anche la scelta dei tempi la dice lunga, visto che la rimozione della principale forza lavoro a ridosso della campagna di raccolta delle arance provocherà danni notevoli ad una economia debole come quella calabra. Danni che vogliono dire ulteriore destabilizzazione all'interno dei processi che stanno spostando l'asse del potere nelle regioni meridionali in direzione “siciliana”.

A questo aggiungiamo la solita strana coincidenza: mentre a Rosarno i cittadini calabresi venivano assaliti da un'orda di disperati sobillati dalle veline padane, Raffaele Lombardo si apprestava ad un importante incontro con il presidente della Regione Campania Bassolino, al termine del quale i due rilasciavano una intervista congiunta nella quale si parla di un non meglio precisabile “Regno del Sud” con due capitali, Napoli e Palermo:



Dichiarazioni e movimenti, quelli del Presidente della Regione Siciliana, che dopo aver spaccato in due PDL e PD, rischiano di spaccare in due, oltre all'Italia, anche il Vaticano.

L'Osservatore Romano ieri ha portato gli italiani del nord a livello di quelli del sud:

Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato. (...) Non abbiamo mai brillato per apertura, noi italiani dal Nord in giù. ” (“Tammurriata nera”, 11-12 gennaio 2010)

Usando poi due esempi: il primo parla di intolleranza ed è tratto da una novella pirandelliana (Zafferanetta) ambientata però a Roma. Il secondo invece racconta di comprensione nei confronti del diverso. Ma in questo caso l'ambientazione è napoletana.

La CEI non poteva certo starsene zitta e così Monsignor Schettino a creduto di dover correggere leggermente l'organo del Soglio (Rosarno, l'Egitto protesta con l'Italia Bossi: "Da loro i cristiani li fanno fuori", IlGiornale.it, 12 gennaio 2010):

Fermo restando l’ossequio per l’Osservatore Romano, nella mia esperienza razzismo non ne ho trovato troppo, piuttosto alcune forme di xenofobia

Monsignor Schettino è il Vescovo di Capua. Forse per lui il “Regno del Sud” di capitali ne dovrebbe avere una sola.

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venerdì, gennaio 08, 2010

L'età dell'oro

Dalle infuocate dune del deserto arabico alle fredde notti polari islandesi il passo è molto più breve di quello che potrebbe sembrare.

Il 25 novembre 2009, poco prima della chiusura dei mercati azionari degli Emirati Arabi, di Londra e di New York per una serie di festività, a Dubai si è scritta la storia. Si è detta la parola fine al capitalismo ed alla speculazione finanziaria sistemica. La richiesta di un rinvio nel pagamento di una rata del debito di un conglomerato legato al governo della città-stato ha squarciato l'omertà ed ha rivelato al mondo l'imbroglio (si veda il post “Un tacchino indigesto”).

Malgrado il collega di Abu Dhabi, lo sceicco Khalifa, dopo averla ispirata abbia comunque coperto la falla, il dito puntato lo hanno visto tutti. Ed ora è arrivata la tanto attesa seconda puntata: i primi esploratori ad aver seguito le indicazioni di Khalifa, ancora memori del loro avventuroso passato vichingo, sono gli islandesi.

Il Presidente Olafur Ragnar Grimsson , pochi giorni fa (5 gennaio) si è rifiutato di ratificare una normativa che avrebbe costretto il suo paese a pagare per legge i debiti contratti verso i creditori inglesi ed olandesi da una banca locale coinvolta nelle immense speculazioni degli ultimi anni e per questo fallita.

"Ho deciso di accordare l'ultima parola al popolo islandese con un referendum che e' compatibile con i nostri principi democratici fondamentali" (“Islanda: il presidente difende il veto "democratico" su Icesave”, Il Sole 24 ore Radiocor, 7 gennaio 2010) ha detto il capo di stato dell'isola di ghiaccio e di fuoco, confermando che il motivo della sua decisione risiede nella salvaguardia della sovranità nazionale, il principale nemico della finanza globale.

Il capitalismo si dibatte nella sua fase terminale, mentre i congiurati hanno cominciato a piantare i coltelli. Ne vedremo scendere ancora tante di lame taglienti. Ed è inutile che gli adepti di satana invochino il loro dio promettendo di gettare il mondo intero tra le fiamme del (loro) caro inferno:

(...) questa guerra non finisce. Non fino a quando l’Occidente non prenderà definitivamente coscienza dell’essere in conflitto permanente per il suo modo di essere (...) Allora missili, bombe, arresti, carceri speciali. (...) L’America, l’Europa, l’Occidente di oggi devono usare le armi (...) Bombe, ancora bombe. Non c’è alternativa (...) (“2000-2009: SPECIALE Un decennio di terrore ma è ancora l'anno zero”, IlGiornale.it 30 dicembre 2009)

Un'allucinato delirio, ecco cosa ci promette l'occidente se non ci sottometteremo subito ai loro “body scanner”.

Ma lo loro rabbia non li salverà più mentre ad uno ad uno i popoli spezzeranno le catene. Le convulsioni diventeranno sempre più forti e dolorose ma il venir meno delle forze le renderà sempre meno pericolose.

Al contempo, la magnitudine dei tremori salirà via via di intensità ed ad ogni scossone non sapremo dire se l'edificio della nostra banca riuscirà a resistere. Non potremo più chiudere occhio a causa della paura di svegliarci e di non trovare più i nostri risparmi a portata di bancomat come è successo per chi aveva dato fiducia agli speculatori islandesi o a quelli arabi corrotti da mammona. E questo succederà ogni volta che un popolo eserciterà il proprio diritto di libertà e le banche che da quelle catene traevano linfa andranno in rovina.

Il capitalismo è morto e non potrà più risorgere perchè l'individuo sta perdendo fiducia nella sua struttura di base, quella che tiene in piedi tutta l'impalcatura: la banca.

Perché in ultima analisi siamo noi che diamo cibo al mostro consegnando nelle sue grinfie i nostri beni. Il capitalismo si fonda sul nostro consenso, sulla nostra accettazione del sistema bancario. Un sistema cresciuto a dismisura imponendo numeri di conto ai dodicenni come ai novantenni. Come automi ci rechiamo allo sportello senza renderci conto che per il 90% di noi il conto corrente è assolutamente inutile. Ci rechiamo allo sportello senza capire che è grazie a questa nostra accettazione che il mostro tiene sotto controllo il nostro portafoglio e di conseguenza le nostre vite.

Sino ad oggi ci siamo affidati a lui per la percepita protezione che esso offriva contro i furti nelle case. Spinti dalla disgregazione della famiglia che lasciava i nostri averi sguarniti la maggior parte del tempo. Ma ora che non sappiamo più se domani il nostro bancomat funzionerà, quell'alibi sottile è venuto meno.

E questo non è tutto. Il mondo si sta riavvolgendo, l'economia sta tornando sui suoi passi. Ora che l'energia non si potrà estrarre più da un pozzo a causa dei costi proibitivi richiesti dai nuovi profondissimi giacimenti e che essa verrà prodotta in superficie la poetica “roba” verghiana tornerà a farla da padrone.

Uno stravolgimento che ci riporterà in un'epoca che, seppur avanzata tecnologicamente, vivrà di poca moneta circolante. Dove il capitale verrà immobilizzato in beni immobili quali terreni agricoli o in metalli preziosi, quali l'oro e l'argento. Chi ha ancora qualche nonno in vita, si faccia raccontare da lui. Chi ha la possibilità di viaggiare vada a vedere in India, dove le famiglie spendono tutti i loro risparmi in oro, gioielli e terreni, come questo funzioni.

Il problema della moneta globale diventerà irrilevante perché ogni moneta è controllata da un'autorità centrale. Questo significa che l'unica difesa che l'individuo (o meglio la famiglia...) ha contro questa autorità è la rinuncia al debito (a partire dalle carte di credito) ed alla liquidità, rinuncia che il nuovo sistema economico renderà ovvia.

Il processo è già iniziato da diversi anni, ma ha subito una accelerazione allo scoppio della crisi economica occidentale nel 2008 e si sta rafforzando proprio in questi mesi, tanto che nel 2009 già appare probabile che le cosiddette “Commodities”, e cioè i materiali grezzi quali oro, grano, petrolio possano essere state più lucrative rispetto agli investimenti finanziari (“Commodities Back as Gurus Eschew Financial Assets”, Bloomberg News 4 gennaio 2010).

Questo malgrado i paesi che si accingono a prendere il controllo dell'economia planetaria siano già usciti dalla crisi. O forse proprio per questo.

Come sempre, non c'è banca più sicura della nostra bisola.

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Bisola” in siciliano vuol dire “mattonella”. Nascondere il denaro sotto la “bisola” (che in senso figurato vuol significare la mancanza di un conto corrente personale) è oggi considerato segno di arretratezza e di grettezza. Presto potrebbe rivelarsi un saggia scelta.

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lunedì, gennaio 04, 2010

Il sol dell'avvenire

Enel Green Power, Sharp e Stmicroelectronics firmano l'accordo per la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici in italia (Comunicato stampa Enel del 4 gennaio 2010)

Sicuramente in tanti avranno notato lo “strano” assembrarsi di aziende produttrici di pannelli fotovoltaici in Sicilia.

Solo poche settimane fa (21 dicembre) la Moncada aveva inaugurato a Campofranco (Agrigento) quella che allora era la fabbrica più grande d'Italia, ma che oggi è stata superata da quella praticamente pronta (vedi foto a lato) dei tre colossi energetici e tecnologici alle porte di Catania ed ad un tiro di schioppo dall'Aeroporto di Fontanarossa.

E non sono i soli. Abbiamo visto di volta in volta mostrare interesse gli spagnoli della AG-Solar, gli svizzeri della Asp-Aton Sun Power ed anche altri gruppi isolani come la Cappello di Ragusa che ha anch'essa deciso di realizzare una fabbrica nell'area industriale del capoluogo ibleo.

Tanto interesse se da un lato fa capire che genere di sicofanti siano i catastrofisti che continuano a lanciare alti guaiti da Termini Imerese, dall'altro fa sorgere qualche brivido al pensiero del dove costoro vorrebbero installarli questi pannelli. Ci sarà ancora spazio per piantare qualche pomodoro in Sicilia tra qualche anno?

Questa stessa enorme concentrazione produttiva potrebbe sembrare senza senso alcuno anche per chi ancora crede che la Sicilia sia un'area marginale destinata alla desertificazione totale, un'area che giustamente un accorto amministratore come il Marchionne ha pensato bene di lasciare al suo destino.

Fino a quando a scommettere su questa terra senza speranza (come amano definirla i piagnoni) erano i Moncada o i Cappello si poteva ancora prestare qualche neurone ai farfugliamenti del suggeritore dell'Amministratore delegato di FIAT (si veda il post "Il suggeritore"). Fino a quando quelle della AG-Solar o della svizzera Asp-Aton Sun Power apparivano come dichiarazioni di intenti a beneficio politico delle varie amministrazioni, qualche argomento i disfattisti potevano accamparlo.

Ma ora che ci ritroviamo già pronta una fabbrica di calibro mondiale dove si insedierà una joint-venture di tre colossi mondiali quali Sharp, Enel, ed St e che l'annuncio viene dato tramite comunicato officiale delle aziende? Che Marchionne e la FIAT se ne vadano definitivamente al diavolo.

Il suddetto comunicato ufficiale da una spiegazione per la decisione presa che non dovrebbe sorprendere per niente chi segue questo blog:

“La Sicilia è una regione “chiave” nell’area del Mediterraneo per lo sviluppo di campi fotovoltaici, perché fornisce una collocazione unica rispetto a tutte le rotte necessarie a raggiungere i mercati limitrofi.

Ed i mercati limitrofi, sempre secondo il comunicato, sono:

“La produzione della fabbrica catanese sarà destinata a soddisfare la domanda dei più promettenti mercati del solare della regione EMEA (Europa, Medioriente e Africa) con particolare riguardo all’area mediterranea”

Come discusso nei giorni scorsi, la Sicilia è destinata a diventare nel giro di un paio d'anni uno dei maggiori hub mondiali per gli scambi tra l'Asia ed il Mediterraneo, la principale rotta commerciale del prossimo secolo. Il terminale della nuova via della seta (si veda il post “La via della seta”).

Anzi, sembra che questa notizia abbia già percorso la moderna via della seta e sia arrivata subito sino in India ("Sharp, Enel, STMicro to jointly make solar cells", Reuters India 4 gennaio 2010)

Ripubblichiamo la mappa per un veloce ripasso:

(Ingrandimento)

Difatti quei pannelli non verranno installati tutti in Sicilia. La maggior parte di essi è destinata a coprire vaste estensioni del Sahara e del deserto arabico. Già lo scorso ottobre, in occasione della firma di alcuni accordi commerciali tra la Sicilia ed il Marocco, il fotovoltaico fu incluso tra i settori d'interesse per i quali furono stabilite specifiche intese (“Missione in Marocco: siglati accordi per 40 milioni di euro”, EconomiaSicilia.com 6 ottobre 2009).

Con buona pace dei "terroristi" di Al Qaeda.

Sorge il sol dell'avvenire a Catania

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giovedì, dicembre 31, 2009

Il Siciliano dell'anno



E speriamo che autonomisti ed indipendentisti non lo convincano a tornare indietro:

(ASCA) - Palermo, 30 dic - Il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, ha inviato una lettera al presidente dell'Ars, Francesco Cascio, per chiedere la convocazione urgente di una seduta straordinaria dell'Assemblea regionale siciliana sulla vicenda della chiusura dello stabilimento Fiat a Termini Imerese. Il 22 dicembre scorso alla Presidenza del Consiglio, e' stato presentato il piano Fiat che prevede lo smantellamento della fabbrica.

La convocazione urgente dell'assemblea e' stata richiesta da Lombardo "al fine di avviare una dura azione di contestazione da parte di tutte le forze politiche dell'Ars - si legge nella nota - per scongiurare tale infausta previsione".
.

30 dicembre 2009
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mercoledì, dicembre 23, 2009

Il suggeritore

Le dichiarazioni di Marchionne intorno a quella che sembra essere la fine dei rapporti tra la FIAT e la Regione Siciliana impongono delle riflessioni, a partire dalla constatazione che il taglio politico di alcune frasi, improprio per un ruolo preminentemente economico come quello dell'amministratore delegato, sembri suggerire alle sue spalle il respiro pesante di un regista trascinato da un rancore puramente ideologico e pressato da una inarrestabile sete di potere.

La chiusura dell'impianto è stata giustificata dallo stesso Marchionne in modo contorto: “L'unico modo per risolvere il nodo Termini sarebbe spostare la Sicilia e metterla vicino a Piemonte o Lombardia.” (“Il no di Marchionne”, LaSiciliaWeb.it 23 dicembre 2009). Una circonlocuzione che ha molto poco di logistico, visto che non tutte le fabbriche dell'azienda torninese si trovano “vicino a Piemonte o Lombardia”, mentre mantiene tutto l'aspetto di una meschina ripicca politica.

La Sicilia va via allontanandosi sempre più dal Lingotto (Piemonte) e da Arcore (Lombardia) e dell'abbandono di FIAT dovremmo solo rallegrarci perchè nei fatti sono 150 anni che lottiamo affinchè questo momento si avveri.

Il problema dei posti di lavoro è un non problema: la Sicilia non è destinata a diventare un deserto produttivo e la stessa scelta dei tempi da parte di Marchionne (o chi per lui) ne è prova.

Piazzare una dichiarazione del genere sotto Natale non ha alcun senso logico se l'obiettivo fosse quello di abbandonare la Sicilia ad un destino infame. Se la decisione avesse avuto basi economiche o se fossimo in presenza di un “tracollo finale” come sbandierato da certi disfattisti nostrani, FIAT avrebbe fatto di tutto per uscirsene in punta di piedi e senza far rumore. Avremmo udito i nostri politici cercare di calmare gli animi.

Invece l'annuncio è stato ventilato per lungo tempo ed è stato poi effettivamente confermato in modo da provocare il maggior danno possibile tentando di condizionare l'umore dei siciliani. In particolare di quelli che da questa decisione saranno coinvolti in prima persona. Una rancorosa punizione finale per chi non si è voluto ri-assoggettare.

Ora non ci può essere più trattativa: la FIAT è fuori dalla Sicilia e non si deve più fare marcia indietro, costi quel che costi nel breve termine. Anzi, prima la proprietà verrà tolta dalle mani del nemico, meglio è (probabilmente andando a guardare nella vicenda dei finanziamenti pubblici alla SicilFIAT la fabbrica potrebbe essere espropriata per vie legali). Altro che 2012.

In questo senso l'assessore-ministro all'industria siciliano Venturi è sembrato molto più concreto dello stesso Presidente Lombardo:

“Noi non possiamo obbligare nessuno a rimanere (...) non si può sempre e solo parlare di salvaguardia dell'occupazione. Noi dobbiamo rilanciare il settore auto in Sicilia, con e senza FIAT (...) era giusto aspettare cosa ci dicesse la FIAT, ora però dobbiamo andare avanti.”

Indiani, cinesi, russi o brasiliani non ha alcuna importanza: ora tocca a noi agire per dimostrare se siamo capaci di andare avanti con le nostre gambe o se invece siamo solo dei “quaquaraqua”. Malgrado tutte le apparenti smancerie celebrative massoniche, da nord arriva solo il rifiuto assoluto a continuare con l'unità d'Italia se questa non includesse anche la totale sottomissione del sud a determinati potentati economici.

I tentativi di mediazione dell'MPA e del suo leader non hanno più prospettiva storica indipendentemente dal ruolo istituzionale che Lombardo ricopre.

Il fronte nordista è anche estremamente fratturato al suo interno. Riprendendo il parallelo sportivo, in questo campionato la Juventus ha perso con Palermo, Bari, Napoli e Catania forse anche grazie anche all'appoggio in Lega di Massino Moratti (si veda il post “Panchine scottanti”). Una tale prospettiva, nella quale i tre principali gruppi politici ed economici italiani (rappresentati da Milan, Inter e Juventus) si combattono tra loro permettendo ai meridionali di infilarsi tra le crepe, fino a pochi anni fa era fantascienza.

Oggi il disastro padano lo tocchiamo con mano, eppure nella stessa Sicilia si respira come un rifiuto a voler credere ai propri occhi. Forse è anche paura: dopo aver vissuto di elemosina per tutto questo tempo è sicuramente fonte di preoccupazione il doversi rimettere in piedi e camminare da soli.

Il conforto della schiavitù è come una droga che cancella la coscienza regalando un oblìo farcito di insipidi diritti e libero di responsabilità e di doveri.

«Psss... psss.... 22 dicembre... psss psss ....spostare.... psss... Sicilia ... Piemonte... psss»


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venerdì, dicembre 18, 2009

Assedio nella steppa

Termini Imerese è un fulcro intorno al quale si muovono tante leve ma come ogni fulcro rimane immobile ed indifferente. In equilibrio tra le diverse forze. Allo stesso modo, la questione di Termini appare enorme se vista alla distanza, con leve che sembrano muoversi da un continente all'altro. Ma quando poi ci si avvicina, ci si accorge che non c'è assolutamente niente e che alla fin fine il futuro della fabbrica FIAT per la Sicilia conta poco. Anzi, nulla.

Conta nulla perchè quella di Termini Imerese è una fabbrichetta marginale di un “business” in forte crisi che può essere sostituita in ogni momento. Basta la volontà politica. Conta nulla perchè nei fatti la questione della SicilFIAT non ha alcun risvolto economico o sociale. Essa è solo ed esclusivamente una questione politica.

I caroselli dei sindacati, le vuote e mai decisive “veline” diramate dall'azienda torinese, le ardite difese del Governo Siciliano e le repentine prese di posizione di uno Scajola qualunque, sono solo voti e baratto politico nella triangolazione Sicilia, Arcore, Europa.

Con i lavoratori dello stabilimento e dell'indotto a fare da ostaggio nelle mani di Berlusconi e dei suoi nemici globali. Palermo deve solo fare argine, perchè il tempo gioca a suo favore.

La questione ha preso quota all'interno delle trattative per l'acquisto di Opel da parte di una cordata russo-canadese appoggiata dal Primo Ministro russo Vladimir Putin.

In quel frangente Marchionne, anche lui interessato all'affare, nell'imminenza delle elezioni europee (si veda il post “Carburante elettorale”) ebbe buon gioco nel ricattare Silvio Berlusconi, al tempo più vicino a Raffaele Lombardo, minacciando la chiusura di Termini con relativa perdita di voti.

L'affare Magna (dal nome dell'azienda canadese decisa a rilevare la Opel dalla General Motors) andò avanti grazie al gradimento del governo tedesco e il Presidente del Consiglio italiano fu costretto a capitolare ed a discutere con Putin possibili compensazioni per FIAT in Russia.

In altre parole, da questo momento Marchionne (e tutto quello che gli sta dietro) sono alleati di Berlusconi che nel frattempo, dopo le scorse europee, si è riposizionato ad una certa distanza dall'MPA.

Il 7 ottobre 2009 Marchionne si incontra a Mosca con Putin, seguito pochi giorni dopo dal pecoraio, per dare corso agli accordi già presi da qualche tempo (si veda il post “Colpo di coda”). Malgrado questo il calvario dei lavoratori siciliani non è terminato in quanto ora la chiusura è minacciata non come schiaffo a Berlusconi ma su suo mandato. Un modo come un altro per tenere sulle spine Raffaele Lombardo e per non fargli alzare troppo le ali.

La posizione economica generale della Regione Siciliana non è poi tanto malvagia se si pensa ai rating delle varie agenzie di valutazione. Recentemente Moody's ha confermato un A1 mentre Standard and Poor's ha fatto lo stesso con il suo A+ : “secondo S&P, la forza dello statuto autonomo della Sicilia e' un fattore chiave per il rating.

Tanto per fare un confronto, la Grecia, la cui situazione è una delle più precarie dell'intera Europa, secondo la Standard and Poor's ha oggi un rating BBB+.

I greci però di farsi sbranare dai lupi delle banche occidentali non ne vogliono sapere e quindi, come aveva già fatto l'Islanda qualche mese fa, si sono giocati la carta orientale ed hanno sventolato in pubblico la predisposizione dei cinesi a coprire il debito ellenico tramite l'acquisto di 47 miliardi di bond che Atene emetterà il prossimo anno ("La sindrome cinese", La Repubblica 10 dicemnre 2009). In questo modo i levantini sperano di arginare il tentativo dei mercati finanziari di portare sempre più stati europei al fallimento in modo da farli cadere nelle mani dei burattini di Bruxelles.

Marchionne e Berlusconi a Termini stanno tentando una manovra simile, cercando di affamare di voti l'esecutivo siciliano per portarlo al collasso ed alla resa. Una manovra velleitaria con pochissime se non nessuna possibilità di successo, ma capace di causare comunque danni cosnsistenti.

A Palermo, dicevamo, non devono fare altro che temporeggiare nell'attesa della fine di quel cavaliere solitario e solo. Certo l'attesa può diventare noiosa, per cui qualche diversivo di tanto in tanto gli assaliti se lo concedono per tentare di arginare l'irruenza degli assalitori.

Ecco allora spuntare l'ipotesi cinese, secondo cui sarebbe la Chery a rilevare la fabbrica siciliana, a pochi giorni dalle rivelazioni ateniesi. E poi anche quella indiana.

Ma il messaggio principale non è destinato nè al lingotto né ad Arcore. E' tra le fredde steppe russe, a Mosca e tra i corridoi del Cremlino che il messaggio deve arrivare.

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venerdì, novembre 27, 2009

Un tacchino indigesto

Il 25 novembre 2009 sarà ricordato come una data storica nei nostri libri di storia. A termine di un discorso riguardante la situazione economica generale, il governo di Dubai ha annunciato che ritarderà il pagamento di una rata del debito di una delle principali aziende pubbliche dell'emirato, Dubai World.

La bomba è stata sganciata alla vigilia di una importante festività musulmana, motivo per cui le borse del medio-oriente sarebbero rimaste chiuse sino alla prossima settimama. Nel frattempo anche a New York le contrattazioni si sono interrotte per il giorno del ringraziamento (26 novembre). In altre parole, il tacchino a Wall Street quest'anno andrà di traverso a tutti.

E le ricorrenze non si fermano qui, perchè tra un altro paio di giorni negli Emirati Arabi sarà l'anniversario della fondazione della nazione (3 dicembre). Ma al contrario di come strillano i giornali da noi, che parlano di un collasso dello staterello, non è detto che i datteri vadano di traverso ai pii musulmani.
Qualche interessante particolare è stato aggiunto oggi:

Un ufficiale finanziario di Dubai di alto livello ha detto che l'emirato si aspettava pienamente la ricaduta a causa dei suoi problemi di debito ed ha assicurato i creditori stranieri che la richiesta di Dubai World di posporre il pagamento su una parte dei 60 miliardi di dollari è stata “attentamente pianificata” (Associated Press, 27 novembre 2009)

Un piano ben preciso quello di darsi la zappa sui piedi a pochi giorni da una ricorrenza tanto importante?

Nessuno si aspettava una tale svolta tra i grattacieli del DIFC (il centro finanziario di Dubai) o tra quelli delle borse di New York, Londra o Tokyo. Si era sempre stati sicuri che i ricchissimi vicini di Abu Dhabi avrebbero turato tutte le falle aperte dalle cicale della famiglia Al Maktoum (i regnanti di Dubai). Fino a l'altro ieri.

Il Financial Times, pieno di rancore, oggi se ne è venuto fuori con titoli minacciosi (“L'emirato pagherà caro per un lungo tempo a venire” il titolo sulla carta stampata per questo articolo, 27 novembre) ed ammettendo tra le righe si essere stato fatto fesso:

Che sia forse questo il modo di Abu Dhabi di vendicarsi di Dubai per gli eccessi degli anni del boom? Ne dubito. La rivalità tra i due emirati è meno importante delle implicazioni della caduta di Dubai. Il costo per assicurare il debito di Abu Dhabi è aumentato a seguito dell'annuncio di Dubai.

Il che vuol dire che proprio lo sceicco di Abu Dhabi, malgrado avesse con sè i soldi per pagare, deve aver favorito la decisione secondo una precisa strategia ed al culmine di un cammino che lo ha portato ad allontanarsi sempre di più dall'occidente, dopo secoli di oppressione inglese (gli EAU erano un protettorato inglese sino agli anni 70).

La vendita delle azioni della Barclays Bank, la banca dei Rockfeller, che ha quasi messo sul lastrico la potente istituzione finanziaria, il rifiuto ad accettare una moneta unica sul modello europeo imposta dagli anglosassoni a tutta la penisola arabica (se ne era già uscito l'Oman, si veda il post “Alla conquista della sovranitá”), l'accordo nucleare con i francesi ed il viaggio dello sceicco di Dubai a Mosca nell'aprile scorso, non possono lasciare spazio a fraintendimenti politici.

Ora la ribellione ha toccato l'apice, e gli arabi si rifiutano di pagare un debito loro imposto con la forza dalle elite finanziarie occidentali. Una minaccia che altri avevano ventilato, dall'Islanda, alla Grecia, all'Ungheria, ma che ad Abu Dhabi sono i primi ad attuare.

I contorni politici della vicenda sono ancora più eclatanti. Se decido di non pagare il mio estortore, vuol dire che me lo posso permettere, che ho la forza per fronteggiare le sue ritorsioni. In altre parole, l'impero è crollato e la grande ritirata è iniziata. Non è solo Dubai che non pagherà il suo debito. Presto tutti gli altri verranno a ruota a calpestare il cadavere puzzolente del mostro ed a spezzare le catene. Siamo liberi.

Le pezze messe a nascondere quello che oramai è sempre più evidente non bastano più. Gli Usa sono in piena ritirata dall'Iraq e presto lo saranno anche dall'Afghanistan.

L'Economist riferisce di un incontro segreto, smentito dalle autorità americane, tra le due più alte cariche statunitensi in Iraq (il generale Raymond Odierno e l'ambasciatore Christopher Hill) ed il generale iraniano Qassem Suleimani, il responsabile di tutte le azioni di contrasto alle aggressioni militari USA contro la repubblica islamica.

L'argomento di discussione, sempre secondo quanto riferito dal settimanale inglese, è clamoroso (“A regional cockpit”, 21 novembre 2009):

“Gli americano vogliono un un'uscita sicura, senza razzi di provenieza iraniana o bombe ai ai lati delle strade ad aiutarli a fare prima”

In pratica, gli americani avrebbero chiesto di non essere umiliati nella ritirata.

Anche la dissolvenza della minaccia infinita Bin laden e la sua rimaterializzazione nel reo confesso già in mano americana e prossimo al processo KSM (Khaled Sheik Mohammad) di cui abbiamo già discusso (si veda il post “Corso di fotografia”), sembra usare lo stesso linguaggio.

L'amministrazione di Washington deve giustificare all'elettore americano la ritirata dichiarando vittoria nella “guerra al terrore”. Processato il responsabile di tutti i mali, non vi è alcun motivo di continuare a spendere soldi (e vite umane) in Asia Centrale.

Il Mediterraneo dovrebbe seguire a ruota. Le increspature della decisione presa ad Abu Dhabi sembrano averci già raggiunto:

È stata revocata dall'amministrazione comunale di Niscemi, nel Nisseno, l'autorizzazione all'installazione del sistema di un'antenna per la telecomunicazione satellitare della marina militare americana al servizio della base di contrada Ulmo che sarebbe dovuta sorgere alla periferia del centro abitato.

Ansa di oggi, 27 novembre 2009.

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domenica, novembre 08, 2009

Colpo di coda

Non bisogna mai aver timore dell'avversario. Ma nemmeno sottovalutarlo.

Ci si aspettava qualche bella sorpresa da Termini Imerese dopo gli improvvisi accordi tra Marchionne e Putin del 7 ottobre ed il susseguente viaggio di Berlusconi a Mosca, ed invece la FIAT insiste: niente autovetture assemblate in Sicilia e riconversione della fabbrica alla componentistica per trattori della Cnh.

Una decisione che sa di sberleffo, visto che proprio intorno alla Cnh si è giocato l'accordo tra il Lingotto ed uno degli occupanti del Cremlino (“Marchionne vola da Putin Accordo sui veicoli industriali” Corriere della Sera 8 ottobre 2009) [*].

Sarebbe la prima volta che il Presidente del Consiglio riesce a spingere un disegno anti-siciliano tra i corridoi del potere moscovita. E purtroppo questa non è l'unica notizia poco felice.

Il campionato di calcio è uno dei nodi principali del potere politico ed economico in Italia. Ogni spostamento anche minimo viene riflesso nell'andamento delle squadre coinvolte nei campionati professionistici.

L'anno passato siamo stati testimoni del riassestamento verso sud del potere calcistico quando l'alleanza tra Catania e Palermo (insieme ad altre società quali Lazio, Napoli, Sampdoria, Genoa, Udinese, Bologna, Milan e forse Juventus) riuscì a togliere terreno sotto l'allora presidente di lega Matarrese (si veda il post “Una cosa che andava fatta”). Non appena questi cadde, immediatamente il fratello pensò bene di vendere il Bari, giusto giusto risalito nella prima serie grazie agli auspici del gruppo in quel momento ai vertici.

Eppure... eppure oggi, dopo 12 giornate di campionato, qualche cosa non quadra. Come mai il Catania viaggia sommesso nelle ultime posizioni in classifica malgrado il suo potere in Lega sia aumentato a dismisura con il suo amministratore delegato (Pietro Lo Monaco) eletto consigliere insieme ai rappresentanti delle squadre elencate sopra?

Si potrebbe imputare tutto alla sfortuna o a scelte tecniche discutibili. Ma c'è da rilevare anche l'assoluto immobilismo della società che non prende provvedimento alcuno. Sostituendo l'allenatore ad esempio. Solo una triste rassegnazione.

Le solite coincidenze suggeriscono che potrebbe esserci dell'altro.

Lo scorso 3 novembre Antonino Pulvirenti, presidente del Catania Calcio, è stato accusato di evasione fiscale proprio in merito all'acquisto della società sportiva da Gaucci (“Pulvirenti accusato di evasione fiscale ”, LaSiciliaWeb 3 novembre 2009). Le motivazioni sono farraginose (il pacchetto di proprietà sarebbe passato attraverso una società intermedia per realizzare minusvalenze) e, dato lo stato del sistema giudiziario italiano e l'ambiguità delle leggi, sembrano indicare che la decisione del giudice, strategicamente piazzata a fine campionato (11 luglio), potrebbe essere squisitamente politica.

Ieri invece è toccato all'altra importante azienda dell'imprenditore etneo, la compagnia aerea Windjet. Un suo aereo in volo per Mosca è stato costretto ad un atterraggio in Bielorussia a causa di una crepa apparsa in uno dei finestrini della cabina di pilotaggio. La notizia è stata subito ripresa dai media nazionali (“Atterraggio forzato a Minsk di un volo Wind Jet dall'Italia”, Corriere.it, 7 novembre 2009).

Bisogna fare molta attenzione a gridare al lupo, ma è sempre quell'accavallarsi di coincidenze che salta all'occhio. Se però si accetta la tesi intimidatoria volta al ricatto politico (successo economico + successo sportivo = voti), una cosa è certa: non può essere casuale la scelta del volo, diretto in Russia.

Questo mirino puntato ad est ci ricollega ai fatti di Termini riportati sopra. Rendendo più pressante l'interrogativo sul cosa sia cambiato a Mosca.

Le voci circa un “raffreddamento” dei rapporti tra l'attuale Presidente della Federazione Russa, Dimitri Medvedev, ed il suo predecessore si susseguono dalla scorsa primavera, quando all'improvviso il primo rilasciò una intervista ad un giornale notoriamente critico dell'operato di Putin, il "Novaya Gazeta", nella quale si strizzava parecchio l'occhio ai liberali (leggi occidente). Intervista che la sua portavoce, Natalya Timakova, allora dichiarò “un’autonoma decisione del presidente” (cioè contraria al parere di Putin) aggiungendo che “Rilasciando questa intervista, il presidente vuole esprimere il suo supporto morale al giornale” (“Medvedev si smarca da Putin aprendo alla stampa e parlando di libertà”, L'Occidentale 16 aprile 2009).

Nei mesi seguenti abbiamo effettivamente visto sempre più in giro tra le pagine dei giornali Medvedev e sempre meno Putin. E dietro il fumo pare si celi anche l'arrosto. E' stato lo stesso Medvedev a trattare con Washington la fine del progettato scudo anti-iraniano (ed anti-russo) nell'Europa dell'Est (si veda il post “Tutte le scarpe del Presidente”), apparentemente assicurando in cambio un certo appoggio nel confronto con l'Iran.

Una frattura dove si potrebbe essere insinuato velocemente il nostro caro Silvio piazzando un tremendo colpo di coda. Si provi ad immaginare: che altro poteva fare, il caro Silvio, se non spiegare all'amico Vladimir che se non avesse ottenuto ascolto da lui non avrebbe avuto altra scelta che andare a bussare a Dimitri?

Rimane da capire quanto il Presidente russo voglia strizzare l'occhio ai liberali (leggi sempre “occidente”). Le ultime dichiarazioni trapelate dopo l'apparente rifiuto iraniano all'arricchimento in Francia dell'uranio necessario ai suoi reattori risultano abbastanza ambigue da risultare rassicuranti per la Sicilia:

"Non vorrei che tutto ciò si concludesse con l'adozione di sanzioni internazionali, poichè le sanzioni, come è noto, sono una strada in una direzione molto complessa e pericolosa. Ma se non ci saranno passi avanti, nessuno può escludere un tale scenario"

Parole che sanno di temporeggiamento lasciando aperta la speranza che tutto torni al suo posto e che la frattura russa sia solo dovuta ad una questione interna e non a divergenze ideologiche più profonde che dilanierebbero l'intero fronte orientale.

Perchè una cosa deve essere chiara a tutti: l'unico destino possibile per la Sicilia è ad oriente. Qualunque altra direzione risulterebbe fatale al nostro Popolo. Ogni volta in cui la Russia vacilla i contraccolpi arrivano amplificati al centro del Mediterraneo, ma se la Terza Roma riuscirà a ricomporsi anche noi alla fine ne usciremo rafforzati.


Berlusconi e Putin indossano il salvagente per cercare di rimanere ancora a galla


Aggiornato il 9 ottobre 2009
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[*] Per ricapitolare, ricordiamo che la sorte di Termini Imerese sembrava legata alle trattative di Berlino che vedevano la FIAT contrapposta ad una cordata russo-canadese per l'acquisto di OPEL. La FIAT ne uscì sconfitta e finalmente scoprì le carte ammettendo che quella sconfitta avrebbe significato al fine della fabbrica siciliana (da notare come questo fosse il contrario di quanto fatto trapelare in precedenza, e cioè la notizia secondo cui se FIAT avesse acquistato Opel, Termini avrebbe chiuso). Ma ora il gioco di Berlusconi si fa più chiaro: il suo mancato supporto in quel frangente alla casa automobilistica torinese ha forzato Marchionne a pagare dazio ad Arcore, ed ora il pecoraio può minacciare i ribelli siciliani.
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