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venerdì, aprile 02, 2010

La cantonata

Questo blog di recente ha ri-orientato il mirino cercando di offrire ai lettori una lettura dei fatti di Sicilia all'interno di un più vasto inquadramento internazionale.

Anche nella vicenda del presunto coinvolgimento del Presidente Lombardo in una inchiesta giudiziaria della procura di Catania (si veda il post "Gli spiritosi della Repubblica delle banane") abbiamo il dovere di fare lo stesso.

Ebbene, setacciando la rete tra i siti della stampa internazionale, sino ad oggi non è saltato fuori il minimo accenno di quei fatti che in questo paese al collasso sono stati propagandati come eclatanti. Assolutamente niente. Le agenzie di stampa globali che sono così solerti a diramare notizie sull'arresto di questo o di quel mafioso, le stesse che esposero al ludibrio globale le disavventure giudiziarie di Totò Cuffaro, questa volta non hanno battuto ciglio.

Ogni motivazione può essere data per lo strano silenzio, tranne una: che la cosa non sia stata notata. Appena 15 giorni fa tutti i giornali del mondo hanno riportato le notizie riguardanti l'arresto di diversi fiancheggiatori di Matteo Messina Denaro. Reuters, una delle maggiori agenzie mondiali, ha titolato: “Italy arrests 19 accused of helping mafia boss” (L'Italia ne arresta 19 accusati di aiutare il boss mafioso).

E volete che non sappiano dell'exploit di Repubblica?

Si legge a destra ed a sinistra, tra i comunicati di sedicenti “sicilianisti” e le lamentele dei commenti di giornalisti e lettori, che la Sicilia è “sottomessa ai poteri del nord”. Ma quali poteri? Quali sarebbero gli alleati del nord Italia?

Diciamoci la verità: i nostri nemici sono solo interni. Quelle a cui stiamo assistendo sono solo lotte intestine. Il problema è che la parte strutturalmente più debole, pur di non mollare, ricorre a metodi ascaristici e si appoggia allo straniero, allo svizzero. Il quale, dall'alto del Cantone di residenza, è ben lieto di avere l'occasione di ficcare il suo porco naso nei nostri affari.

Il fragoroso silenzio mondiale potrebbe suggerirgli di stare un pochino più attento. O forse è la disperazione che lo ha spinto ad agire ed a scagliare il carico pur essendo sottomano rispetto all'avversario principale che ora può preparare la sua contromossa con una certa tranquillità.

Che possiamo farci... da quando il fiume carsico del riciclaggio mafioso, da corso d'acqua in piena si è prima trasformato in torrentello ed ora rischia di prosciugarsi del tutto, il suo piccolo paesanazzo alpino non sa più come far quadrare i conti.

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domenica, novembre 15, 2009

Corso di fotografia

La mitica figura di Osama Bin Laden non è più nitida come una volta. Gli ultimi avvistamenti sono testimoniati da foto in cui il profilo del leader di Al-Qaeda sembra scomparire in dissolvenza.

Ne ha parlato in questi termini anche il Corriere della Sera (“Bin Laden è vivo? Il giallo in un video”, Corriere.it 28 ottobre 2009), riferendo chiaramente di “dubbi” sull'autenticità dei vari video di Bin Laden recuperati da varie «società» USA (le significative virgolette sono del Corriere).

Queste ultime foto sarebbero state scattate durante una festività islamica. Logico chiedersi allora, come fa il quotidiano, se Bin Laden è tanto tranquillo da spassarsela in pubblico come mai altri suoi video propagandistici non vengano distribuiti. Le conclusioni sul perchè ciò non avvenga sono quantomeno interessanti :

“Un’assenza che viene letta da taluni come la conferma che è davvero morto. Con una variante: è vivo, ma è diventato irrilevante”.

E le due cose (morte o irrilevanza) sono davvero la stessa cosa. A Bin Laden non ci crede più nessuno e diventa inutile continuare a gridare al lupo: come nella storiella alla fine non ci si allarma più.

Ecco quindi che con una incredibile svolta, possibile solo tra gli zombie dalla tabula rasa che oramai riempiono le città occidentali ed ai quali è possibile rigirarla come si vuole, il Financial Times (tra gli altri) butta in prima pagina ("US to seek death penalty for 9/11 suspect", 13 novembre) il (nuovo) responsabile degli attacchi del 9/11 alle torri gemelle, Khaled Sheik Mohammad, con una bella foto (riportata in alto) che seppure fatta nei vicoli di Kandahar, dove non sono neanche capaci di mettere a fuoco Osama Bin Laden, sembra uscita pulita pulita da un concorso fotografico della National Geographic, tanto sono nitidi i peli della sua barba da estremista e tanto le ombre riescono a chiarire il pensiero omicida del fanatico.

Su Osama neanche un accenno. Svanito, anzi “soffuso” (per tornare alla foto del Corriere, riportata in fondo al post) lentamente nel “background”. Un giochetto di prestigio per far riapparire dai quei contorni fumosi i nuovi tratti somatici del nuovo responsabile dell'11 settembre.

Ma il Financial Times non si occupa solo di terrorismo internazionale. Da esso possiamo apprendere tanto anche sulla nostra terra. Anche in termini “programmatici” o “anticipatori”, se si sa leggere tra le righe.

Così anche questa settimana a pagina 4 si torna al centro del Mediterraneo. Anche se questa volta la Sicilia non è neanche menzionata, malgrado l'argomento forte del pezzo: la mafia.

Si, si avete capito bene: il Financial Times ieri, 14 novembre, ha dedicato un lungo articolo sulla storia della mafia italiana negli ultimi 20 anni (“Mafia rushed through gap in Berlin Wall”), richiamandolo pure in prima pagina, ma di Sicilia neanche l'ombra. Solo Calabria.

Secondo il giornalista, Guy Dinmore, la cadura del muro di Berlino ha proiettato la 'Ndrangheta “verso una portata globale ed uno status non raggiunto da altre organizzazioni criminali”. Ma non era Cosa Nostra ad avere questo “status”?

Importante, alla fine dell'impero sovietico “e possibilmente ancora oggi, era il traffico di materiale nucleare, prevalentemente dal blocco ex-sovietico”. Ma non erano i criminali siciliani quelli che cercavano di spacciare una bomba in giro per il mondo? Ne ha parlato anche Il Consiglio a suo tempo (si veda il post “Da dove viene la mafia, seconda parte”)

Poi si comincia a spararla veramente grossa: “Il contrabbando [di materie tossiche, ndr] ha portato Mister Fonti [un pentito, ndr] in giro per il mondo, inclusa la Somalia”, in modo da preparare il campo per accusare la 'Ndrangheta della morte di Ilaria Alpi. Si parla di un clan calabrese “al quale sono stati offerti 50 aerei cargo Ilyushin da un colonnello del KGB”, passando a criminalizzare tutti i calabresi che si azzardano ad uscire dal loro campo di concentramento malgrado si sia provveduto a distruggere la Salerno-Reggio Calabria:

Dopo, queste genti di montagna hanno mandato i loro figli nelle università. Ora sono professionisti – avvocati, consulenti, esperti di informatica, ingegneri. Hanno lasciato la Calabria e sono andati in giro per il mondo, organizzando investimenti con i soldi di famiglia. Un buona parte di questi soldi vedono la luce del giorno come imprese legittime”.

Nazismo puro. Come quello sino a oggi dedicato anche ai siciliani.

Alcune delle stronzate citate provengono ad un ridicolo articolo del Sole 24 Ore che se non altro causò la nascita di questo blog: “La 'ndrangheta come al-Qaida”, del 23 novembre 2005, fu lo spunto per il primo post in assoluto. Bisogna leggere cosa possono partorire certe menti raffinatissime:

La commissione parlamentare anti-mafia italiana ha paragonato la struttura in celle della ‘Ndrangheta, con la sua struttura basata sulla famiglia al modello organizzativo di al-Qaeda, e la sua reputazione nel mondo a quella di una multinazionale.

La mafia siciliana è scomparsa. Ed il cervello dell'occidentale medio, programmato per funzionare a comando, non potrà che rimuoverla dai suoi ricordi.

Rimossa anche geograficamente. La Calabria è “l'estremo sud dell'Italia” e “la regione più povera d'Italia”. Oltre non sembra esserci più niente. L'occidentale deve imparare che ora l'Italia e la mafia finiscono a Reggio Calabria. Ed il nuovo ordine ha effetto retroattivo: sarà sempre stato così.

Questa potrebbe essere un'interpretazione. Il voler segnalare una prossima scissione dell'isola dal suo passato più recente. Fatta l'isola indipendente, nessuno vorrebbe rimanerne completamente fuori vista l'importanza strategica che assumerà nello sviluppo economico della sponda sud del Mediterraneo. Per cui meglio riabilitarne l'immagine.

Ma un altro messaggio potrebbe essere contenuto tra le righe. Un messaggio relativo alla (vera) storia della mafia.

Il recente ed improvviso “ritorno della memoria” a riguardo della trattativa tra lo stato e la mafia doc siciliana, l'unica che nella realtà abbia mai avuto una qualche consistenza ed a tratti una propria libertà d'azione (si veda il post "Trattative riservata"), che nel Belpaese ha colpito impietosamente più persone dell'influenza suina, sembra essersi arrestato. I vari esponenti dell'Italia dei Valori, dai Di Pietro ai De Magistris, si sono zittiti.

Il baccano è a poco a poco scemato in seconda serata nei palinsesti porno-televisivi italiani dopo aver raggiunto un apice particolare quando Piero Grasso ed altri hanno cominciato a parlare di “Entità esterne” (si veda il post “Lo scheletro dell'occidente”).

Queste “Entità esterne” attraverso le pagine del Financial Times potrebbero voler segnalare che il messaggio sia arrivato a destinazione e che certe armi possono essere deposte. Nella situazione economica in cui si trova la City le minacce di Grasso di aprire le ante di chissà quale armadio sono materiale radioattivo molto più pericoloso dei fantasiosi traffici calabresi.


Lezione numero 1: la messa a fuoco


Altri post relativi al Financial Times:
La casa del figlio cambiato
Cime tempestose
L'Ingresso dell'India
Lo scoop dell'anno
La stampa inglese avverte l'Europa
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mercoledì, settembre 09, 2009

Peppuccio il mangiapreti

Quando saltano i nervi si perde il controllo e si comincia a mordere a casaccio a destra ed a manca come rabbiosi cani randagi. E nel canile della politica italica i nervi sono saltati da un pezzo.

Basta vedere i ridicoli attacchi a Berlusconi: dal tormentone estivo di “Papi”, alle tombe etrusche in Sardegna. E senza dimenticare la vergognosa polemica che ha accompagnato la presentazione a Venezia dell'ultimo film di Tornatore, con una certa sinistra che scopre improvvisamente che la casa di produzione (la "Medusa") appartiene proprio a “Papi”, con la novità delle proteste per le riprese effettuate in Tunisia (facendo finta di non sapere che uno dei principali produttori del film è un imprenditore tunisino, Tarak Ben Ammar [*]), e pure con Sgarbi che riesce velenosamente a farci entrare la mafia.

E non scordiamoci un'altra pagliacciata degli ultimi scampoli di estate, e cioè quella che ha visto come vittima sacrificale l'oramai ex direttore di Avvenire, Dino Boffo. Una pagliacciata che come le altre nasconde forte nervosismo negli avversari e negli alleati del solito “Papi”. Chi è l'avversario (o l'alleato) in questo caso non è difficile da capire: Berlusconi ed il papato sono ai ferri corti.

Quello che non è ben chiaro è quale sia l'oggetto del contendere.

Come tutti sapete, da queste parti ci piacciono la fantapolitica ed il cospirazionismo, e siccome siamo anche siculocentrici la riposta è ovvia: il principale oggetto del contendere è l'isola di Trinacria.

Cioè: il film girato da Peppuccio e prodotto da Papi ha contribuito a fare andare su tutte le furie l'entourage del Papa. O forse più che il film di Tornatore (Baarìa, che ancora non abbiamo visto...) sono state le sperticate lodi ad esso rivolte da Berlusconi non da semplice produttore, ma nella veste di Presidente del Consiglio (di norma, un produttore non esorta tutti gli italiani di andare a vedere il proprio film). Lodi sulle quali si è soffermato meravigliato lo stesso regista (intervista rilasciata a La Sicilia del 3 settembre 2009):

“Sarei ipocrita a dire che non mi ha fatto piacere, soprattutto perché arriva da una persona che la pensa diversamente da me in politica. (...) E' stato nel giudizio positivo un po’ intempestivo.”

Le prime crepe nella decennale alleanza tra la Chiesa e le logge padane (leggi P2) sono apparse alla vigilia delle scorse elezioni europee, quando il pecoraio tentò l'annessione definitiva della Sicilia con la formazione del PDL (vedi il post “Incartati neri”). Il colpaccio fallì a causa dell'opposizione di Dell'Utri, Miccichè e Lombardo (affiancati nell'occasione dal sindaco antimafia Crocetta, una cosa da sbellicarsi dalle risate) e di quella importantissima del Vaticano. Invece del progettato 50%, il nuovo soggetto politico si ritrovò in Sicilia con un magro 36%.

Il soglio di Pietro non aveva visto di buon occhio il tentativo del paramassone per un semplice (ed ovvio) motivo: a papparsi la Sicilia voleva essere lui. E nel dopo elezioni pensò di avere il campo libero.

Evidentemente aveva frainteso il “Non cambio, agli italiani piaccio così” di Berlusconi. Qualcosina purtroppo (o per fortuna...) è cambiata, ed invece di mantenere le distanze dagli interessi della Chiesa in Sicilia, ha deciso di contrastarli aiutando la Sicilia a non cadere nelle mani di Sua Santità rafforzandola sia dal punto di vista logistico (vedi il post “In carrozza, si riparte”: senza certi aiuti tutto questo non sarebbe stato possibile) che da quello dell'immagine e del radicamento dell'identità divaricandola ulteriormente da quella del meridione d'Italia [**].

Ed è proprio qui che potrebbe inserirsi il film di Peppuccio e la presenza al lido di una Cucinotta ghibellina [***] e dalle forme visibilmente anti-papaline come madrina della manifestazione:



Un tale scenario può essere verosimile? Chi conosce la storia e sa interpretarla potrebbe già aver capito dove si sta puntando.

Le lotte tra la Sicilia ed il papato sono ben conosciute: dall'estorsione della Legatio alla quale si dovette sottomettere Papa Urbano II, ai tentativi di recuperarla sfociati nei duecenteschi Vespri e nella settecentesca “Controversia Liparitana”. Senza contare le scomuniche a Federico II, reo di essersi alleato con musulmani e ortodossi (e di essersi incoronato da solo).

Ci fu un momento però in cui la Chiesa credette di poter vincere definitivamente la guerra, quando nel 1816 per mano dei Borbone ci si “inventò” il Regno delle Due Sicilie, effimero esperimento poi sommerso dall'epopea risorgimentale.

Con il disfarsi dello Stato Italiano, creatura posticcia figlia di quel risorgimento, oggi il ritorno del Regno di Sicilia è temuto da molti, a Londra ma anche in Vaticano.

Quale migliore soluzione per le brame pontificie se non la riproposizione politica di quella che in fondo fu anch'essa una creatura risorgimentale, appunto il guelfo Regno delle Due Sicilie?

L'azione “sicilianista” di Berlusconi tuttavia non è priva di interessi personali. Divaricare la Sicilia dal Sud Italia permetterà infatti ai padani di mantenere il controllo su Napoli a scapito del Vaticano. Un disegno irto di insidie anche per noi: la Sicilia per prosperare ha bisogno di un Sud Italia stabile politicamente, ed il contrasto tra “padania” e Vaticano, una volta crollato il fronte massonico anglosassone, rischia di degenerare in guerra civile. Con ripercussioni anche da questa parte del faro.

Una soluzione potrebbe essere quella di liberare il meridione d'Italia da sud secondo un processo “federiciano” (fu Federico II che consolidò l'unificazione di Sicilia e dell'intero Sud Italia in un unico Regno di Sicilia) in opposizione al processo “borbonico” proposto da Roma. E per fare questo la Sicilia deve essere capace di camminare sulle proprie gambe.

Il famigerato (e finora anche fumoso) partito del sud proposto ed oggi ri-proposto da Miccichè ed avversato sia da Berlusconi che da qualche uomo di Chiesa, potrebbe permettere di intraprendere questa via federiciana. Val la pena ricordare che fu lo stesso Miccichè qualche mese fa a mettere in campo Federico II (“Micciché vuol cancellare Garibaldi”, IlGiornale.it, 21 aprile 2009):

Via Giuseppe Garibaldi dalle... vie di Sicilia. Dalle vie, dalle strade, dalle piazze, da dovunque. E largo a Federico II, che invece davvero ha dato lustro alla Sicilia.

I politici siciliani (primo tra tutti Raffaele Lombardo con la sua più ponderata via “autonomista”) rimangono però ambigui sull'argomento, non potendosi permettere uno scontro in campo aperto né con Berlusconi né con il Vaticano [****]. La cartina di tornasole del saldarsi delle nuove alleanze sarà forse la formazione di questo benedetto “Partito del Sud”? Se Arcore (anche sottobanco) si mostrerà più disponibile verso il nuovo soggetto politico, utile come argine da opporre all'espansionismo pontificio, vorrà dire che la via “federiciana” potrebbe avere la meglio.

Lo spazio messo a disposizione della Sicilia in laguna vorrà pur dire qualche cosa.

Che santa MariaGrazia, madrina di Venezia, ci protegga dalle tentazioni ultraterrene.

Nota finale: L'attacco più volgare contro Tornatore e gli altri, anche se indiretto, proviene dalla Sicilia. Il direttore di SiciliaInformazioni.com, a causa della rabbia di cui sopra, si è “impappinato” sul titolo di un film prodotto dalla Cucinotta, che da “Viola di mare” è diventato “Minchia di mare”. Risolto “l'equivoco” grazie all'intervento dell'autore del libro, dal giornale non sembra siano arrivate le dovute scuse alla Cucinotta, al regista ed a tutti i Siciliani.



Clamoroso a Monreale, Papa licenziato in tronco: il Cristo decide di incoronare lui direttamente il Re di Sicilia


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[*] Ma non si diceva che uno dei modi per affrontare la crisi dell'emigrazione era portare lavoro e sviluppo a casa loro? Ed ora che anche grazie alla Sicilia questo avviene, qualcuno continua a lamentarsi...

[**] Da rilevare come in certi ambienti cattolici sin dall'800 si sia assegnata al nazionalismo siciliano una radice liberal-massonica, a partire dalla storia dei Vespri apparentemente riscritta in funzione anti-papale dal rivoluzionario Michele Amari. Al solito, si tace l'esistenza di una fonte scritta in siciliano e contemporanea agli eventi (“Lu rebellamentu di Sichilia”, 1290) che descrive e rivela la congiura pontificia.

[***] Il termine “ghibellino” deriva dal nome del castello di Waiblingen, di cui erano signori gli Hoenstaufen di Svevia, il casato di Federico II.

[****] Neanche il Vaticano, a ben vedere, può permettersi oggi uno scontro in campo aperto con la Sicilia. Sarebbe un enorme regalo a Gheddafi ed a Putin, o meglio a musulmani ed ortodossi. Di nuovo, Federico II docet.
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mercoledì, aprile 29, 2009

In musica sulla via di Damasco

L'1 maggio del 2008 Michele Santoro durante la sua trasmissione “Annozero” si interessava stranamente alle sorti di una piccola emittente privata catanese, Telecolor.

Il problema: l'attuale proprietario (l'Innominato, manco a dirlo...) avrebbe organizzato un riordino dell'emittente licenziando i giornalisti meno malleabili (vedi “Caso Telecolor ad Annozero”, comunicato dell'OGS del 7 maggio 2008) .

Incredibilmente Santoro sembra schierarsi con i più deboli, contro uno dei più inattaccabili paladini del regime italiano in Sicilia. Il crollo di quell'impero poteva essere salutato con favore dai Siciliani. Ma l'attacco di Santoro, noto antisiciliano, era già allora sospetto.

Quello che stava accadendo si sarebbe chiarito nel giro di pochi mesi e sarebbe diventato di pubblico dominio nell'ottobre scorso, quando durante il telegiornale di Antenna Sicilia fu trasmessa una intervista ad un Tuccio Musumeci (noto attore comico catanese) in versione antirisorgimentale ed indipendentista (vedi il video sul nostro post “Sorpresa nel finale”).

L'Innominato si era convertito alla causa Siciliana schierandosi con la fazione “meridionalista” dei partiti nazionali e la sua posizione si è poi consolidata, come ha dimostrato la ripetizione dell'attacco di Santoro e la sua amplificazione tramite la famosa puntata di Report su Catania (vedi il post “La frontiera” e “Report a Catania, quinta parte: il monopolio dell'informazione”, SiciliaToday.net, 16 marzo 2009).

Godiamoci i lati positivi di questa “conversione sulla via di Damasco” con alcune canzoni tratte dal Festival della Canzone Siciliana, una manifestazione che era stata interrotta negli anni 90, quando ancora il nostro “remava contro” e che ora viene ripresa in grande stile e con musicisti di altissimo livello.



Salina - Mario Incudine



Vera – Tony Canto



Tutti li cosi vannu a lu pinninu – Alfio Antico


E per una volta quella scenografia fatta di scale piramidali, occhio stilizzato e sole splendente la riterremo una coincidenza ;)

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Tutti gli altri video delle canzoni partecipanti possono essere visionati dalla relativa pagina de LaSiciliaWeb.it.


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domenica, aprile 05, 2009

Danni collaterali

Terminata in Sicilia la stagione degli uragani, ecco subito ritornata quella degli incendi (vedi il post: “Vogliono accendere un fuoco”). Finalmente, dopo qualche tentennamento, i vigili del fuoco hanno accertato quello che qualcuno già sospettava ed hanno escluso l'ipotesi del corto circuito fortuito nel caso dell'incendio che ha devastato la sede della Fiat di Palermo:

La circostanza ha indotto i tecnici ad ipotizzare, nella informativa consegnata alla magistratura, il reato di incendio. A questo punto i vigili del fuoco e la polizia scientifica - entrambi indagano su delega dei pm - dovranno accertare se si sia trattato di un fatto colposo, cioé se le fiamme siano state incautamente provocate da qualcuno, o se il rogo sia stato appiccato intenzionalmente. (“L'incendio alla Fiat di Palermo non è stato un caso”, SiciliaInformazioni.com 4 aprile 2009).

Come al solito le agenzie diramate avevano cercato di sviare l'attenzione da questa possibilità sin da subito:

Non sarebbero state trovate tracce che facciano pensare ad un incendio doloso e i vigili continuano a propendere per la causa accidentale, individuata in un corto circuito, segnalata agli inquirenti subito dopo l'intervento di ieri.  (Palermo, incendio alla Fiat. Gli inquirenti: "Propendiamo per le cause accidentali", SiciliaInformazioni.com, 4 aprile 2009)

Questa “causa accidentale, individuata in un corto circuito, segnalata agli inquirenti subito dopo l'intervento di ieri” sa sin troppo di dettatura per “gli inquirenti”. Chi è che avrebbe segnalato questa causa agli inquirenti (ed alle agenzie di stampa)?

Già qualche ora dopo la versione traballava ed Adkronos, fiutando quello che stava accadendo, aveva raddrizzato la versione dei fatti:

A causare l'incendio, divampato in un deposito del magazzino ricambi, sembra sia stato un corto circuito, anche se non si esclude ancora la matrice dolosa dal momento che l'area è accessibile anche dall'esterno. (“Rimane chiusa la sede della Fiat di Palermo. Continuano le indagini dopo l'incendio di ieri”, SiciliaInformazioni.com, 4 aprile 2009)

Una aggiuntina, quel piccolo inserto riportato in grassetto, che sarebbe dovuta passare inosservata mettendo intanto equilibrio.

E non stupitevi se vi dico che l'odore di queste fiamme era già nell'aria da qualche tempo. A Palermo uno strano “piromane” si aggirava da giorni, colpendo soprattutto auto private. Tanto la cosa era strana che qualcuno si era sentito in dovere di fare l'elenco del tipo di vetture date alle fiamme per giunta specificando l'età dei proprietari (?). Il 27 marzo, sempre dalle pagine di SiciliaInformazioni.com (“Giallo a Palermo, sei auto in fiamme nella stessa via in due settimane”) apprendiamo che erano andate distrutte “una Fiat 500 di una donna di 37 anni, una Suzuki "Ignis" di un ragazzo di 25 anni, una Citroen "Saxo" di una donna di 43 anni e una Fiat "Punto" di proprieta' di uno di 48 anni.

Poi il giorno dopo “Un operaio catanese di 62 anni ha perso la vita schiacciato dal camion Fiat Iveco 115, sul quale si viaggiava”("Un camion si ribalta sulla Catania-Gela. Muore un operaio” SiciliaInformazioni.com, 28 marzo 2009).

Insomma, all'improvviso i mezzi Fiat sembrano diventati particolarmente “insicuri”.

Cosa si vuole dire con questo? Semplicemente notare come la “guerra” sia sempre più aspra in Italia e come i danni collaterali sembrino aumentare di giorno in giorno. Se in tutta vicenda ci fosse veramente del dolo, allora essa coinvolgerebbe direttamente la fabbrica di Torino e non un rivenditore locale [*]. Quindi è difficile dire in che qualità la Sicilia sia stata tirata dentro, se casualmente o volutamente. Certo se l'escalation delineata è reale, allora il dare corso alla minaccia contro la Fiat suggerisce che da qualche parte un fattaccio deve essere accaduto.

Difficile dire se la Sicilia sia coinvolta, difficile dire quale sia il fattaccio. L'unica cosa che abbiamo notato è che il Riotta, insieme a Marcello Sorgi, l'ex direttore anch'egli siciliano de La Stampa, quotidiano di Torino facente riferimento ad una certa azienda, il 30 marzo scorsi siano stati “promossi” a direttore del Sole 24 Ore ed a responsabile della pagine culturale del quotidiano di Confindustria rispettivamente. E questo ha scatenato le ire di certi poteri che hanno messo l'accento proprio sull'origine siciliana del giornalista, in modo così marcato e malevolo da indurre Parlagreco all'indignazione ("Fiorello, Riotta e Sorgi, i siciliani nel mirino. Per quale ragione?", SiciliaInformazioni.com, 4 aprile 2009):

L’accusa principale che viene mossa a Riotta è la modesta conoscenza dei problemi della finanza. Da qui lo sfottò, piuttosto squallido, sulla Borsa di Raffadali e Valguarnera Caropepe.

Sfottò mossi da Il Foglio di Giuliano Ferrara (Il Consiglio Quiz: Chi è che gestisce Giuliano Ferrara?), che proprio nel giorno della nomina aveva già ri-dedicato al giornalista palermitano un vecchio articolo dal tono altrettanto sarcastico diffuso ai tempi della sua nomina a direttore del TG1: “Se Gianni Riotta fosse buddista rinascerebbe telefonino” (IlFoglio.it, 30 marzo 2009)

Le due vicende (incendi alla Fiat e “promozione” di Riotta e Sorgi) sono correlate? Chissà. Bello fare cospirazionismo di alto livello di tanto in tanto. Preparatevi intanto alla prossima: alla raffineria di Gela sono avvenuti due incendi nel giro di pochi giorni. Cosa si muove a San Donato Milanese?

L'entità del danno collaterale in Sicilia sembra destinata ad aumentare ancora.



Riotta diffonde idee poco "ortodosse"


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[*] Si esclude qui a priori l'ipotesi mafia, pizzo ed armamentario antisiciliano vario, al quale in questa occasione non daremo mai e poi mai credito se non nella solita forma di “esecutori”.


Nota 9/04/09: Si era posto l'accento sugli strani incendi avvenuti alla FIAT di Palermo ed al petrolchimico di Gela. Ora le due seguenze vengono collegate dal grave incidente occorso stamane al direttore della raffineria di Gela, Alfredo Barbaro, investito da un camion FIAT, come specificato nei comunicati diramati. Nel frattempo viene data notizia di nuovi accordi tra ENI e Gazprom. Il mistero si infittisce.



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venerdì, marzo 20, 2009

La frontiera

“Catania è stata ed è una frontiera di una lotta nazionale e non un episodio del degrado meridionale”

Riportando per prima questa frase che da sola racconta tutto quello che c'è da raccontare sull'inutile trasmissione di Report “dedicata” a Catania, ripubblico il magistrale articolo di Pietro Barcellona dall'edizione odierna (20 marzo 2009, consiglio di dare un'occhiata al pdf e di leggere anche il breve trafiletto sulle case da gioco a fondo pagina) de La Sicilia. E' bene ricordare a tutti prima di leggere l'articolo che Barcellona è comunista e che, come da lui stesso specificato, nel 1975 fu eletto consigliere comunale a Catania. Sa quindi di cosa si sta parlando, al contrario dei pupitti di Report manovrati dai vertici della finanza massonica internazionale.

Per chi si fosse perso l'inutile trasmissione, i video sono riportati alla fine come pubblicati da SiciliaToday.net

Chiaramente ora aspettiamo tutti che Licandro rinunci finalmente alla cittadinanza di Catania e vada a farsi eleggere in posti più civili.



Il fondamentalismo d’inchiesta e i troppi perché senza risposte
di Pietro Barcellona

Ho seguito la trasmissione Report dedicata a Catania e i commenti di Milena Gabanelli. Conosco da tempo molte delle immagini e dei fatti rappresentati e sono fonte di domande inevase che mi pongo e che ci dobbiamo porre.

Il Villaggio Santa Maria Goretti si trasformava in paludosa laguna già nel 1975, quando fui eletto consigliere comunale del Pci. La corruzione dell’amministrazione, che attraverso ordini di servizio trasforma un cantoniere in un dirigente della protezione civile, l’abbiamo scoperta già allora, la complicità di molti vigili urbani con i venditori abusivi di carne e pesce senza controlli sanitari l’abbiamo già vista all’opera, i subappalti mafiosi della nettezza urbana esistevano già negli anni ’70. La città satellite di Librino, progettata da Kenzo Tange, era stata persino approvata come progetto di un moderno quartiere, che doveva essere un riscatto delle periferie degradate.

Anche nella Dc c’era chi credeva al risanamento e alla rinascita della città. Con il sindaco Magrì, ex ministro di De Gasperi, siglammo accordi, denunciammo le commissioni mediche, annullammo ordini di servizio, portammo in consiglio comunale i problemi dei subappalti della nettezza urbana, discutemmo pubblicamente del nuovo quartiere in convegni e assemblee pubbliche con i più noti architetti italiani, da Cervellati a Samonà. Ci fu uno scontro durissimo. Magrì fu sfiduciato da parte della Dc e noi comunisti uscimmo dall’accordo di programma.

Catania è stata ed è una frontiera di una lotta nazionale e non un episodio del degrado meridionale.

Chi vuole fare del buon giornalismo e aiutarci, insieme a questo sciagurato paese, ad uscire dallo stereotipo del Sud perduto alla modernità e alla civiltà, deve avere la pazienza e la professionalità di cercare di ricostruire i "fatti" che ci hanno portato a questo triste presente.

Sparare immagini di indiscutibile degrado urbano, di simonie e traffici ignobili di feste patronali, più da carnevale brasiliano che da festa cattolica, legare senza spiegazione fatti veri e sospetti costruiti sui "si dice" o sugli inevitabili incontri che, in ogni occasione pubblica, qualcuno spesso fa con personaggi del mondo della criminalità mafiosa, non è un buon modo per cercare di capire che possibilità ci siano ancora per cambiare questo terribile corso di eventi catastrofici.

Solo un mondo senza contraddizioni è un mondo senza speranza e solo la mancanza di speranza fa il gioco di potenti senza regole e principi morali. Spesso alcune trasmissioni sono bombe mediatiche, che fanno terra bruciata e finiscono per servire, spero senza saperlo, i "padroni" che vorrebbero combattere. Questo non è più il giornalismo di inchiesta che una volta, passo dopo passo, portava alla scoperta delle responsabilità e aiutava i lettori a farsi un’idea dei gruppi di interesse. Questo è un colpo di lupara nel mucchio che lascia solo morti e feriti: produce il contagio dell’intera società e spinge alla fuga e all’impotenza chi vorrebbe ancora tentare altre vie di uscita. Ho ascoltato il commento di alcuni giovani che sconsolatamente pensano che la sola cosa che resti sia quella di emigrare verso altre patrie.

Dalla fine della seconda guerra mondiale, non è stata soltanto Catania ad essere inquinata da una collusione perversa fra mafia, servizi segreti italiani e stranieri, poteri occulti, che hanno inciso profondamente sulla nostra vita nazionale, da Portella della Ginestra alla strage di Bologna, dai misteri della morte di Moro all’assassinio di Falcone e Borsellino. È facile dimenticarsene e mettere sotto processo solo il presente. Io credo che le certezze, a senso unico, di Travaglio, di Santoro e anche di Gabanelli ignorino che questo presente infame sia frutto di responsabilità passate di tanti, che hanno proclamato di aver scoperto la casa del Male e di poterla cancellare, senza poi sortire alcun effetto positivo. Continuo a pensare che l’Italia non sia fatta solo di berlusconiani immorali e ottusi che sognano le ville in Sardegna e che il berlusconismo sia una cosa ben più complessa e contraddittoria, così come non penso che Catania, Napoli, Bari, il Sud intero, siano ormai totalmente fuori dalla civiltà europea, separati da un Rubicone invalicabile.

Voglio ricordare che scandali, collusioni e misfatti ci sono dappertutto, dalle "Molinette" della mitica sanità torinese, dove si commerciavano valvole cardiache non funzionanti, a Parigi, dove un ministro aveva autorizzato la vendita farmaceutica di sangue infetto. Neppure i padri fondatori della Repubblica, né quelli più recenti dell’Unione Europea, sono stati dei santi e qualcuno ha avuto qualche macchia nera nella propria coscienza di democratico. Dopotutto, gli Stati Uniti d’America, per sconfiggere il nazifascismo, si allearono con l’Urss di Stalin, che qualche anno prima aveva fatto un patto di non aggressione con la Germania.

Se, invece di cercare di capire perché nella politica, come nell’economia, non sia quasi mai assente la tentazione di dar sfogo "all’anima criminale che attraversa lo spirito degli eroi", si ripropone l’astratto manicheismo del fondamentalismo moralista, non riusciremo mai a uscire dalla spirale di condanna e vendetta che accompagna il nostro stare al mondo. Catania non è un bubbone di un paese malato, come non lo sono Napoli e Palermo, un bubbone che i "paladini della giustizia", come i vari Forleo, De Magistris, Caselli, Di Pietro, riusciranno a togliere per guarire un corpo temporaneamente malato; la malattia della nostra civiltà è quella di aver perso la memoria e la propria moralità, adorando il denaro come unico dio.

La collusione e la corruzione del potere politico sono la punta di emersione di un degrado della società civile che, purtroppo, ha una diffusione inaudita. Solo un ritorno alla chiarezza della distinzione di istituzioni e di compiti, solo sistemi inconfutabili, solo una riforma di strutture che impedisca la famosa "zona d’ombra", possono aiutarci a uscire dal pantano in cui siamo.

Un magistrato con cui ho avuto recentemente il piacere di fare, proprio a Catania, una discussione sulla giustizia, la dottoressa Acagnino, sottolineava la necessità che i magistrati processino i reati e non il sistema. Io aggiungo la necessità che i giornalisti facciano bene la cronaca dei fatti, che l’Università non si sostituisca allo stato assistenziale per le famiglie e gli amici dei professori, che i politici non creino comitati di affari per gestire trasversalmente attività economiche più o meno lecite. Albertini ha lottizzato con Romeo, così come Mastella si preoccupava dei propri amici. Probabilmente, né l’uno né l’altro hanno intascato soldi, ma hanno patrocinato gli affari dei propri elettori. Occorre ripristinare chiare distinzioni di campo, istituzioni adeguate a nuovi compiti di gestione, ripensare la presenza pubblica nella società ed evitare ogni accentramento confusivo.

Santoro scelga il tema del disagio e della disoccupazione giovanile, lo scavi in profondità per molte puntate e lasci perdere il sensazionalismo spettacolare. Gabanelli segua le piste di un’inchiesta nazionale sullo scempio del territorio e degli imbrogli nell’edilizia; qualcuno si occupi veramente del nostro sistema bancario, del ruolo della vigilanza della Banca Centrale. Lasciamo la pericolosa strada delle crociate a senso unico, che, come dimostrano gli ultimi vent’anni di storia italiana, non serve a niente. Cerchiamo di ricordare che libertà e verità hanno bisogno vitale di confronti a viso aperto e di pluralismo sociale e istituzionale. Un’informazione deformata dall’insinuazione e dal sospetto generalizzato non aiuta a capire come stanno le cose.

Non scrivo certo queste cose per difendere Catania, la Sicilia, il Sud e le sue classi dirigenti, ma per evitare, come ho già scritto tante volte su questo stesso giornale, che, con il fondamentalismo delle condanne totali, aumentino la perdita d’iniziativa collettiva e l’impotenza dei singoli; per evitare che i cittadini catanesi si sentano già esuli nella propria terra. Se ci sono luoghi pubblici dove si può dire quello che si pensa senza il timore di ritorsioni, in questi luoghi bisogna cominciare a costruire nuovi spazi di libertà e verità. Chi si esclude da questi luoghi o li trasforma in fortezza blindata, pronta ad alzare il ponte levatoio al minimo dissenso, ha negato a se stesso ogni fiducia in un futuro diverso.

Report a Catania: Indagine sulla festa di S.Agata
Report a Catania, seconda parte: Indagine sul clientelismo
Report a Catania, terza parte: La città a rischio sismico
Report a Catania, quarta parte: Librino
Report a Catania, quinta parte: Il monopolio dell'informazione



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domenica, novembre 30, 2008

Figli di (seconda parte)

Seconda parte di una serie di tre post dedicati ai nostri progenitori fenici. Nella prima parte abbiamo dato uno sguardo alle contraddizioni sin troppo evidenti di uno stupido articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Ora cominceremo a scendere, a scavare sotto, per andare a scoprire come si è arrivati a quelle insensate incongruenze.

Dicevamo nella prima parte di questa trilogia fenicia di proseguire per la nostra strada senza tentennamenti. Ed andando per la nostra strada, non possiamo far altro che riprendere la pubblicazione “scientifica” alla quale fa riferimento il pezzo. Ed è qui che cominciano le vere sorprese!

La principale conclusione tratta dagli autori è che basandosi sulla distribuzione nelle popolazioni Mediterranee di un particolare cromosoma (denominato J2) è stata notata una “Firma fenicia che ha contribuito per > 6% alle moderne popolazioni esaminate ed influenzate dai fenici”.

Il problema è che l'area di provenienza dei Fenici (corrispondente grosso modo al moderno Libano) è un bel casino. Come fare a sapere se quel cromosoma (rintracciabile anche in molti altri gruppi, ad esempio quello greco...) venga dalle migrazioni di tre millenni fa, e non da qualche altro evento? Nel documento si citano tre di questi eventi: le migrazioni neolitiche, l'espansione greca e la diaspora ebrea. Ma si potrebbero citare moltissime altre migrazioni tutte di notevole importanza, ad esempio quella bizantina o quella araba (il cromosoma potrebbe essere arrivato dal nord Africa durante l'espansione musulmana della seconda metà del primo millennio).

Per giunta nel testo si sorvolano i primi due eventi e si pone fortemente l'accento sulla diaspora ebrea. Ma anche in questo caso, non avevamo bisogno di nessuno studio per sapere che gli ebrei non si sono mescolati granchè con altri gruppi nel loro peregrinare. E dato che nel 1492 gli spagnoli li cacciarono dalla Sicilia, anche i loro geni sono quasi scomparsi. Si ha cioè l'impressione che si sia voluto a tutti i costi mettere nel nostro sangue più gocce fenice di quante ve ne siano in realtà.

Inoltre assegnando tutto quello che rimane di quel cromosoma ai fenici si sta completamente cancellando l'età ellenistica! Infatti gli autori sostengono che si potrebbe approfondire lo studio includendo “investigazioni sistematiche delle espansioni militari, come il segnale greco dall'era di Alessandro Magno nell'Asia centrale e meridionale”. Guarda caso non si cita il vicino oriente, tralasciando proprio l'area libanese. Si sta cioè assumendo che la popolazione dell'area libanese sia libera da influenze greche, cosa assolutamente errata da Alessandro Magno in poi.

E come se non bastasse, si rimane perplessi nel constatare come appena pochi mesi prima il Giornale Europeo di Genetica Umana aveva pubblicato uno studio dove si sosteneva che:

Il contributo genetico di cromosomi greci al pool genetico siciliano è stimato nel 37% circa, mentre il contributo della popolazione nordafricana è stimato nel 6% circa.

Quello che dicevamo sopra: il 6% dovrebbe essere assegnato in generale al nord Africa, e potrebbe essere arrivato in Sicilia in epoche diverse e distanti tra loro.

Il fatto che gli autori poi evitino di citare (e semmai confutare...) dati di altri studi che contraddicono le loro conclusioni ci insospettisce ancora di più. Fonti storiche arabe suggeriscono che intorno all'anno mille Malta fosse praticamente disabitata. Wikipedia (manco a dirlo) si preoccupa di discreditare la fonte araba in base a labili motivazioni*.

Ma da Malta il professor Felice (i cui antenati il cognome suggerisce arrivati dalla Sicilia...) non ha dubbi: la sua isola fu ripopolata in periodo arabo con gruppi provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria. In altre parole, quel cromosoma non si trova a Malta da tremila anni grazie ai Fenici, ma è arrivato lì per altre vie. L'assunto della ricerca finanziata dal National Geographic secondo cui l'origine di quel cromosoma nei luoghi in esame sia derivato direttamente dalla presenza fenicia è clamorosamente sbagliato**.

Vorremmo ora capire perchè il National Geographic abbia sponsorizzato una ricerca chiaramente falsata e condotta con tanta incompetenza

Il mensile americano aveva preparato il campo da tempo. Nell'ottobre del 2004 pubblicò un articolo dal titolo “Chi erano i Fenici” che sembra “predire” i risultati ora propinatici “scientificamente”:

Oggi Spencer Wells dichiara che «i fenici sono diventati spiriti, una civiltà scomparsa nel nulla». Ora lui e Zalloua sperano di usare un alfabeto differente, le lettere molecolari del DNA per riesumare quegli spiriti.

E questo dopo che l'autore in modo assolutamente arbitrario decide che “i fenici disseminavano idee” (...). Quelle idee hanno aiutato a fare scoppiare un revival culturale in Grecia , un revival che porto all'età d'oro dei greci e dunque alla nascita della civiltà occidentale.

Ecco il punto: per qualche oscuro motivo si è deciso che la civiltà (e chiamiamola così...) occidentale abbia avuto origine non più dai greci come si è blaterato sino ad oggi, ma dai fenici.

I greci vengono totalmente cancellati con una semplice frase del Corriere della Sera (“ci vollero i Romani e le Guerre puniche a chiudere la lunga dominazione di Cartagine sull’isola”), ma l'ordine è partito da molto lontano (la geniale trovata dell'1 su 17 proviene dall'agenzia originale rilasciata dal National Geographic)

Ecco perchè a tutti costi (anche i più ridicoli) si devono trovare in noi i geni di questi benedetti (o maledetti?) fenici: ci stanno rifacendo l'albero genealogico. Ecco perchè ti hanno ordinato di dare della “puttana” alla donna siciliana, caro Battistini.

Chi lo avrebbe mai detto che due fesserie scritte da un cretino ci avrebbero portato così lontano? Aspettate solo di vedere dove andremo a finire con la terza parte di questo post...

(Fine seconda parte)

*Wikipedia commette in questo caso un errore grossolano. La fonte delle notizie sul ripopolamento di Malta è un importante testo arabo di geografia del XV secolo: il Kitab al-Rawd al-Mitar, scritto da Muhammad bin Abd al-Munim al-Himyari. Wikipedia assegna invece il libro a Harbi al-Himyari che visse un paio di secoli prima degli eventi narrati nel testo in questione! La discussione condita di quelle labili motivazioni di cui parliamo si trova a quest'ultima voce.

**Una critica completa alla ricerca del National Geographic si può trovare in questo post e relativi commenti del Diekenes Antropology Blog (in inglese).
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venerdì, novembre 21, 2008

Figli di

Un articolo pieno di luoghi comuni e di ignoranza pubblicato da uno dei soliti quotidiani-straccio nazionali ci conduce lungo uno strano percorso dai retroscena bui e tenebrosi. Una piccola traccia raccolta per caso si dipanerà sorprendentemente attraverso millenni di storia e ben 4 continenti. Una miniserie di tre post da leggere più come il canovaccio per un romanzo che come il resoconto di fatti reali. Cominciamo dalla superficie, prima di scendere in apnea nell'abisso.

Dato che da noi, malgrado le apparenti contrapposizioni destra-sinistra, tutto procede a “reti unificate”, non ci sorprende che il genere di immondizia propalata dalla rivista Focus (vedi post) venga diffusa contemporaneamente da più fonti.

La lingua (biforcuta) batte dove il dente duole, e gli eventi siciliani stanno facendo sentire fitte lancinanti molto in alto. Ecco quindi che anche il Corriere della Sera si lancia disordinatamente nel mucchio con il programmatico titolo “I fenici «papà» dei siciliani” dove si parla dell'ambizioso 'Genographic Project' del National Geographic:

"Se siete in Sicilia ed entrate in un posto affollato, guardatevi intorno: un antico fenicio, almeno uno, è vicino a voi. Perché un siciliano su diciassette, ancora oggi, nel suo patrimonio genetico porta un cromosoma Y che deriva direttamente dai maschi d’una delle più antiche e misteriose civiltà mediterranee."

Che nei siciliani (sia ad est che ad ovest) ci sia sangue fenicio lo sappiamo già e non abbiamo bisogno di nessuno studio eu-genetico di conferma. Quindi di per sè la notizia non è una notizia. Detto questo, passiamo a togliere il velo ed a leggere nel modo corretto tra le righe.

Si parla di “maschi” perchè, come dice Daniel Platt, uno dei ricercatori, “il cromosoma che abbiamo studiato si tramanda quasi intatto di padre in figlio”. Questo vuol dire che se da un lato lo studio ci dice che i nostri padri erano commercianti, dall'altro non è ancora chiaro cosa facessero le nostre madri. Cosa faccia (o facesse...) la madre del firmatario del pezzo (tal Francesco Battistini) lo possiamo intuire facilmente.

Questo voler evidenziare che di fenicio avremmo solo i padri richiama pesantemente le immagini riportate da Focus e discusse in uno dei video allegati al post. Sottintenderebbe cioè una facilità di costumi delle indigene, che secondo la (falsa) storia che ci insegnano non disdegnerebbero di tanto in tanto di offrirsi al ben più civile straniero.

Insomma, noi Siciliani saremmo dei bastardi secondo il Battistini.

Ma lasciamo che le gocce ci scivolino addosso e passiamo oltre.

Perchè sembra che alla redazione del Corriere abbiano scoperto il gene della delinquenza. Poco sotto infatti leggiamo che “i contemporanei e i posteri, gli assiri e i persiani e gli egizi, ce li descrivono (ai fenici, ndr) in varie testimonianze: abili mercanti, pratici, furbi, con una certa fama di veloce disonestà nelle trattative”. E non lascia adito a dubbi chiudendo il pezzo con la chiave per interpretare il passo precedente: “E magari capire che cos’è rimasto di loro, nei siciliani d’oggi.”

Ricapitolando, il papà e la mamma di Battistini pur non essendo siciliani, facevano quello che facevano. Ed il figlio potrebbe aver ereditato parecchio dai suoi genitori.

Di nuovo, lasciamo perdere le provocazioni ed andiamo per la nostra strada. Di questo in fondo si tratta, di provocazioni lanciate nella speranza di un qualche gesto inconsulto. Invece il nostro dovere è quello di stare calmi e di non lasciarsi prendere dal nervosismo.

L'ignoranza continua a veleggiare sicura anche in altre aree dello stesso articolo. Come nel caso della perla più preziosa di tutte:

“ci vollero i Romani e le Guerre puniche a chiudere la lunga dominazione di Cartagine sull’isola”

Di quale isola stiamo parlando? Voglio credere che qui ci si riferisca all'isoletta di Mozia, e non alla Sicilia tutta, dove all'arrivo dei romani la civiltà siceliota (e non greca!!!) fioriva. Senza contare che i fenici non avevano mai dominato un bel niente. Essi infatti impiantavano semplicemente i loro empori commerciali. Al massimo si potrebbe parlare di sfera di influenza. Non di impero.

E chiudiamo con lo strano riferimento ad Israele:

“gli scavi erano cominciati nel 2004, ma due anni fa la guerra fra Hezbollah e Israele aveva bloccato tutto.”

Dopo quello di SiciliaInformazioni.com discusso nei post precedenti e contenuto nel paragone tra Lombardo e Craxi, è il secondo richiamo nel giro di pochissimi giorni.

Al solito, sarà solo una coincidenza.

(Fine prima parte)
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mercoledì, novembre 19, 2008

Bang bang

Nel post di ieri si è discusso dei “messaggi” apparentemente presenti tra le righe in un articolo pubblicato da SiciliaInformazioni.com. Ora un interessantissimo articolo propostoci dai Comitati delle Due Sicilie e corredato da una significativa immagine, tocca lo stesso problema, portando all'attenzione di tutti noi il fatto che il direttore Parlagreco non sia il solo a lanciare certe frecce.

Il post segnala come negli ultimi tempi sui quotidiani nazionali i richiami a Craxi ed alla sua politica estera siano stranamente frequenti e potrebbero contenere minacce soprattutto nei confronti di Berlusconi che si è lasciato andare a quelle esternazioni russofile di cui abbiamo già parlato.

Questa indicazione ci permette di evidenziare ulteriori risvolti del pezzo di SiciliaInformazioni che prima non avevamo notato. Infatti se da un lato Lombardo viene paragonato a Craxi, Berlusconi viene accostato a Reagan.

Il parallelo allora espone anche la forte contrapposizione esistente al momento tra il Presidente della Regione Siciliana e quello del Consiglio, taciuta dai media ufficiali e nascosta dietro la solita balla delle diatribe tra siciliani. Questa contrapposizione viene allegoricamente celata dietro quella al tempo maturata tra Craxi e Reagan ed esplosa a Sigonella.

Da questo ne traiamo la sensazione che anche oggi il nocciolo della questione si trovi a Sigonella, o meglio nella presenza americana in Sicilia, come le parole di Cossiga riportate nel post del Comitato Siciliano indicano (anche queste convenientemente messe in secondo piano dai media nazionali).

Un'ultima cosa da dire riguarda l'improbabile paragone tra Berlusconi e Reagan. Il presidente americano ebbe un incidente di percorso a seguito di alcune sue dichiarazioni che toccavano centri potere più in alto di lui, e precisamente la Federal Reserve:

Non dobbiamo rendere conto alla Federal Reserve Bank, tanto meno al (suo, ndr) presidente.

Berlusconi in definitiva con le sue dichiarazioni pro-Putin si sta mettendo contro gli stessi poteri (ricordiamo che Putin ha cancellato il debito pubblico della Russia, attirandosi le ire dei vertici della finanza mondiale).

Cosa successe a Reagan? Facile. Si beccò una bella pallottola.
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martedì, novembre 18, 2008

Un po' di pazienza

Su SiciliaInformazioni nei giorni scorsi (il 13 novembre per l'esattezza, bella data) è apparso un articolo leggermente atipico, l'analisi del quale indica come sia venuto il tempo di vederci più chiaro sul dietro le quinte di questo giornale on-line.

Per il momento però ci limiteremo ad un breve commento su questo strano articolo, nel quale si richiamano in vita Bettino Craxi ed il famoso episodio di Sigonella in cui i carabinieri italiani puntarono i fucili contro i marines statunitensi con l'intenzione di usarli, quei fucili.

I marines avevano a loro volta accerchiato un aereo sul quale si trovava il dirottatore della Achille Lauro. Insomma, per farla breve gli americani dovettero desistere dal loro intento.

A lasciarci interdetti è innanzitutto la seguente affermazione:

“Bettino avrebbe subito la vendetta israelo-americana”

A cosa si riferisce l'articolista (il pezzo non è firmato, ne deduciamo sia stato scritto dallo stesso direttore, Parlagreco)? Non vorremmo qui si puntasse all'esilio di Craxi in Tunisia... perchè questo vorrebbe dire che tutta la storia di Mani Pulite altro non è stata che una montatura, una serie di regolamenti di conti guidati dall'estero.

In verità sappiamo benissimo che è così. Ma questa sarebbe la prima volta che la cosa viene suggerita apertamente da un media ufficiale. Cosa ne sa Parlagreco? Qual'è il suo VERO pensiero in proposito?

La nostra preoccupazione poi è la descrizione della situazione di Lombardo che, sempre secondo chi scrive,

“potrebbe trovarsi (...) nella posizione, difficile ma decisiva, di Bettino Craxi.”

Il girovagare del tutto intorno a questo parallelo, un girovagare alquanto contorto, tradotto in un linguaggio più comprensibile sa di minaccia: Lombardo rischia di fare la fine di Craxi.

Chi ha suggerito il paragone a SiciliaInformazioni? Gli Israelo-americani stanno perdendo la pazienza a quanto pare. Ed il nocciolo della questione sembra essere Sigonella.

Bisognerebbe vederci più chiaro dietro queste quinte.
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martedì, novembre 11, 2008

Gli sceicchi invasi dai topi

Non vi danno fastidio quei sorrisetti ironici e ignoranti che nascondono tutta la volgarità dell'invidia e del rancore di chi non riesce ancora ad ingoiare la propria inadeguatezza gretta e scomposta? Ma confessatelo pure, provoca anche un certo sadico piacere vedere quei sorrisetti che in fondo tradiscono la disfatta morale di chi se li trova impressi sul volto a raggrinzire una pelle bugiardamente ammorbidita da lifting e iniezioni di botulino.

Quei sorrisetti li abbiamo appena appena visti tra le pagine della rivista Focus (vedi post precedente), ma basta guardarsi intorno per ritrovarli un po' dappertutto. Ad esempio, a distanza di qualche mese, è simpatico ricordare i commenti carichi di invidia che la stampa nazionale (a reti rigorosamente unificate) riservò alla visita del sultano dell'Oman a Palermo, avvenuta lo scorso agosto. E' simpatico ricordarli anche per via di una notizia diramata nei giorni scorsi e che richiameremo a chiusura di post.

Cominciamo da un personaggio che abbiamo trattato (male, ovviamente) di recente, e cioè il nullafacente sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi. Siamo abituati a vederlo impicciarsi dei fatti degli altri. Ma il suo articolo (pubblicato dal solito quotidiano) trabocca così tanto di veleno da rendercelo quasi quasi simpatico. Per lui l'ospite “blindato nella pur comoda cabina del suo enorme ferro da stiro sembra più un ergastolano che un sultano”. Che eleganza... un ex ministro di stato che dà dell'ergastolano ad un capo di stato estero (notate la foto a corredo). Che signorilità.

Continua poi l'infingardo ad insultare: “Eppure, a lui e al suo ambasciatore si sono avvicinati il presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo e altri dignitari cui S. ha donato un Rolex d’oro come avrebbe fatto con le sue concubine” dando della “prostituta” al presidente Lombardo. Soffrirà forse di fegato il nostro eroe delle due lire (più che dei due mondi)? Colui che vorrebbe fare risorgere a nuove virtù questa penisola di mortadella?

Si continua poi su un altro trafiletto dando del mentecatto ai siciliani:

C’è chi arriva alle otto del mattino per riuscire a vederlo da vicino, chi si porta dietro tutta la famiglia, compreso il bimbo di appena due anni, sfidando il sole cocente e la temperatura record, per immortalare l’evento e chi per chiedere soldi e anche un posto di lavoro.

Arrivano addirittura alle otto del mattino. Infatti è notorio che a Palermo di solito non ci si smuove dal letto prima di mezzogiorno. Ed arrivano per chiedere soldi, elemosina. I Siciliani queste cose le hanno nel DNA.

Passiamo al Corriere, che usa un'altra tattica. Quella dell'intimidazione mafiosa:

Comprerà davvero distese di costa siciliana per grandi alberghi sul mare? Si lascerà tentare dalla scommessa dei campi di golf che nascono fra Palermo, Sciacca e l' Etna? Investirà nel parco dell' Oreto, il fiume che il presidente della Provincia Giovanni Avanti vorrebbe bonificare? Sono i quesiti che s' accavallano incerti. Meglio accontentarsi del concerto di domani con l' orchestra del sultano sulla scalinata del Teatro Massimo. Una magia per lo stesso set di Francis Ford Coppola che qui guidò «Il padrino» di Al Pacino.

Bello, bellissimo. Il primo quotidiano italiano che davanti ad uno dei teatri più imponenti d'Europa si accorge solo della scalinata perchè legata ad un romantico ricordo di mafia. E così, dopo l'ergastolo, il nostro ospite si becca anche un bel 41bis. Visto che ancora non è stato abolito, approfittiamone!

Ma non abbiamo ancora finito. Su Repubblica leggiamo un altro esempio di italica malevolenza:

Quabus Bin Said, il 68 enne capo di stato del ricco Oman non è certo un tipo che passa inosservato. Il suo arrivo oggi all'aeroporto "Falcone e Borsellino" (con Boeing privato ovviamente) è stato salutato dagli uomini della marina omanita, giunti una settimana fa in Sicilia

Con boeing privato OVVIAMENTE? Ma è una vergogna... tutto questo lusso mentre la gente muore di fame! Noi siamo abituati ad altro. “Noi” italiani siamo dei signori. Gente con i piedi per terra, lavoratori, gente umile. Per esempio come capo del governo abbiamo un pecoraio, che al massimo potrà possedere una piccola flotta di Falcon ancorata a Linate. Ma che poi non disdegna di donare alle sue concubine non un rolex d'oro ma un posto di ministra, cosa mai vista neanche nel più bananiero degli stati caraibici.

Per non parlare degli altri, che certi lussi se li sognano e che mai si permetterebbero di sfoggiare tanta grandeur in faccia al popolo. Pensate che il parco guardasigilli del governo Prodi utilizzava l'aereo di stato persino per andare a vedere il Gran Premio di Monza con amici e parenti! Questa si che è onestà! Altro che il sultano.

E non venitemi a dire che Mastella è napoletano. Visto che poi in Veneto “vogliono tredici «grandi berline» a noleggio «a lungo termine» per 24 mesi che facciano 60 mila chilometri e abbiano come «cilindrata: 3.000 c.c. circa» e «alimentazione diesel» e «trazione integrale» e «lunghezza non inferiore a 480 cm» e «larghezza non inferiore a 180 cm. (riferita alla vettura senza retrovisori)». E poi vogliono, «a pena di esclusione dalla gara», il navigatore satellitare e la «selleria in pelle» e il «climatizzatore automatico» e i «sensori di parcheggio» e la «presa accendisigari posti posteriori» e i «cristalli laterali e lunotti scuri» e la «tendina parasole lunotto posteriore»Leggete, leggete.

In Italia vi sono 574.215 auto blu. Negli Stati Uniti 73.000!!! Che poveracci! Noi sì che siamo signori! Giù con il sultano!

Che poi la cosa più importante nessuno vuole notarla. Non siamo stati noi Siciliani ad andare in ginocchio dal sultano a chiedere l'elemosina. E' stato lui a venire in Sicilia a cercare di creare un collegamento. Quale capo di stato occidentale ha mai fatto una cosa del genere negli ultimi 50 anni? Pensate che Napolitano (quello che una volta si spacciava per comunista, oggi si spaccia per democratico, e che si spera spacceranno presto per l'ospizio) preso d'invidia, proprio in quei giorni ha rimesso piede in Sicilia. In posizione un po' defilata per la verità. A Stromboli, spacciato (questa volta con il significato di 'senza speranza'). Sarà giunto con il Gommone di Stato, per rispetto della povera gente. E per farlo contento anche a lui hanno chiesto qualche prebenda.

Ed infine sentite come casca a fagiolo questa notiziola secondaria, secondo cui quel (vero) mentecatto di Gordon Brown, primo ministro inglese, sia andato a nome del Fondo Monetario Internazionale (vale a dire a nome delle logge occidentali, anche di quelle italiane) ad elemosinare fondi dagli stati arabi (Oman compreso) per tappare le falle create dalla loro 'finanza internazionale'. Dove sono i sorrisetti ironici? Siete topi su una nave che affonda. C'è poco da ridere.

Anche gli arabi hanno poco da ridere. Sanno con quali mezzi otterrà i fondi l'occidente se loro si rifiuteranno di contribuire “liberamente”. Con un incremento del rischio terroristico, come hanno fatto di recente con lo Sceicco di Dubai che forse si mostrava morbido nei confronti dell'Iran.

Che vergogna il Sultano dell'Oman a Palermo.
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lunedì, novembre 10, 2008

Focus sull'informazione di regime

Riporto l'interessante nota inviata da Rino Baeli:

(www.siciliapaisi.com Cell. 333 7477702 )

Dopo la frase di Giuliano Amato sulle usanze "siculo -pakistane di picchiare le donne" con numerose querele presentate in copia nelle Procure della Sicilia e a Roma, finite con un'archiviazione perché il denunciante non era stato offeso personalmente...

Dopo l'articolo speciale dedicato ai Popoli antichi della Sicilia,Siculi, Sicani, Elimi e Greci, uscito su FOCUS STORIA in Agosto 2008, ecco un altro articolo del giornale FOCUS.

Potete vedere un VIDEO su www.youtube.com cercate ONIR56 dedicato a questo precedente articolo, oppure inserendo nella finestra di ricerca di youtubele parole SICANI SICULI ELIMI

FOCUS STORIA Novembre 2008 in edicola
SCOPRIRE IL PASSATO PER CAPIRE IL PRESENTE
Titolo in COPERTINA:
MAFIA STORY
Origini, protagonisti, segretiI luoghi comuni e le invenzioni di Hollywood
Le radici di Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta, Yakuza e triadi cinesi: le mafie d'Oriente.

LO SCOPO DI QUANTO SEGUE é quello di chiarire PROVE della DIFFAMAZIONE a scopo di LUCRO che un editore fa al fine di vendere più giornali e per incassare somme da contratti pubblicitari, continua a diffamare e insinuare le solite allusioni alla mafia confondendo il Popolo Siciliano con i gregari, i garzoni, i killers, i boss dei governi degli stati occupanti dal 1815 ad oggi.

Quando riusciremo a scrivere un MODELLO DI DENUNCIA EFFICACE si potrà chiedere un risarcimento danni da usare per la NOSTRA EDITORIA, I NOSTRI GIORNALI, LE NOSTRE TELEVISIONI.

Qui di seguito si vogliono evidenziare i seguenti punti:

a) l'articolo è gratuitamente DIFFAMATORIO per il MIS, per il Popolo Siciliano e per ogni singolo Siciliano che si identifica con questo Paese.
b) che le pubblicità "NON SONO CASUALI"
c) che l'articolo è fatto "A FINE DI LUCRO"
d) che il programma annunciato su SKY a pag 81, in realtà è l'origine di tutto questo articolo

A pag.5 si legge: "Cosa Nostra contribuì così alla nascita del MIS, il Movimento indipendentista siciliano, un'organizzazione dotata di un esercito volontario con a capo Salvatore Giuliano, che non fu né un Bossi né un boss ...."

L'articolo è una scusa per presentare la serie di programmi storici in onda su SKY in programmada venerdi 14 novembre ore 21. Repliche: sabato 15 novembre ore 14, 25martedì 18 novembre ore 23, sabato 22 novembre ore 20

PER VEDERE MEGLIO QUESTI PUNTI EVIDENZIATI guardate con attenzione ogni pagina e l'accostamento pubblicitario NON CASUALE

Da pag. 43 a pag. 81, 4 Pubblicità

pag. 42
Pubblicità 1: OROLOGI PORSCHE DESIGN, foglio completamente nero con piccoli particolari in rosso.

pag. 43
Inizio articolo SPECIALE MAFIA: foto in bianco e nero con piccoli particolari in colore arancione e rosso, grafica speculare degli OROLOGI nella pagina precedente a sinistra

pag. 50
Pubblicità 2 FOCUS pagina a sinistra con cartoncino nel mezzo

pag. 53 a destra
Pubblicità 3: SKY disegni animati PUCCA "La paladina dell'amore a senso unico"

Pubblicità 4: Stop alla caduta, Via alla crescita (dei capelli)

pag. 69
Pubblicità 5: SKY THE HISTORY CHANNEL
immagine: un bisonte graffito in una caverna
titolo: TI PORTEREMO A CACCIA DELLE NOSTRE ORIGINI
presentazione di un programma sull' era glaciale notate come la parola ORIGINI compare anche nel titolo dello speciale sulla mafia

pag. 72
foto bianco e nero intera pagina incorniciata di rosa: Donna con velo ricamato sul viso,inquadratura mezzo busto. Rifacimento di una famosa copertina di NATIONAL GEOGRAPHIC dell' agosto 1995, edizione mondiale in inglese, dedicata alla Sicilia con articoli da pag. 4 a pag. 35

Certo la motivazione data per l'archiviazione della denuncia e' da manuale: in un sol colpo spazza via decenni di legislazione anti-razzismo. Secondo il genio che la ha emanata l'ingiuria ad un gruppo di persone senza l'identificazione precisa di almeno uno dei componenti del gruppo non e' perseguibile.

La nota di Baeli e' anche interessante (e questo e' il vero motivo per cui la riporto sul blog) per l'esempio che porta del linguaggio adottato dai mass-media, argomento di cui ci stiamo occupando parecchio su questo blog. Ed anche l'ultimo post sul film "From Hell" in fondo tratta dello stesso argomento.

Per "organizzare" una impaginazione come quella usata da Focus non basta la volonta' di una sola persona, anche se fosse lo stesso direttore della testata. Assemblaggi del genere implicano l'esistenza di un intero sistema che dall'alto dirige tutta l'informazione. E questo accade per qualunque mass-media o forma di comunicazione, dai quotidiani, ai film, alle canzoni, a internet.

Infine, sempre al riguardo del post "Labirinto Infernale", devo aggiungere una interessante dettaglio che mi era sfuggito ma che ci viene ricordato dallo stesso Baeli in uno dei particolareggiati video sotto proposti relativi all'articolo di Focus sugli antichi popoli della Sicilia: ad uccidere colui che diede l'incarico a Dedalo di costruire il labirinto dell'infernale Minotauro, il re cretese Minosse, liberando i popoli del Mediterraneo dall'infernale dominatore, furono proprio i Siciliani.







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venerdì, settembre 26, 2008

Un tranquillo scricchiolio di paura

Durante i caldi pomeriggi estivi le avventure del commissario Montalbano scorrono veloci e piacevoli in quei libretti suddivisi in brevi capitoli. Leggendo i racconti non si può fare a meno di sentire i profumi dei luoghi delineati in poche parole dall'autore, non si può fare a meno di credere che quei personaggi scolpiti in brevi e precisi tratti non siano veri e che i fatti narrati non abbiano una qualche relazione con ciò che realmente avviene intorno a noi.

Una sensazione di realismo che colpisce in modo ancora più marcato in particolare in uno di questi piccoli romanzi: "La gita a Tindari", uscito nel 1996. In esso si racconta di una segretissima clinica privata, nascosta da qualche parte in Sicilia, dove da tutto il mondo si recherebbero pazienti particolarmente abbienti ed ai quali verrebbero trapiantati organi provenienti da circuiti “alternativi”, da donatori cioè forse non proprio consenzienti ed in certi casi neanche adolescenti.

Il giro era in pericolo di essere scoperto, per cui chi gestiva il tutto si stava premurando di fare sparire le tracce uccidendo i pesci più piccoli. Tutti. Eccetto uno: il chirurgo che si occupava di eseguire le operazioni che, visto il calibro dei pazienti, dovevano riuscire a tutti i costi. Se vi fosse stato spazio per continuare a lavorare, trovare un altro medico con le stesse capacità disposto a tutto questo non sarebbe stato così facile.

Sanità privata in Sicilia dunque. Un argomento scottante e particolarmente attuale in questi giorni in cui il futuro dell'isola ruota intorno a questo argomento, con Cuffaro che immancabilmente mette i bastoni tra le ruote non appena si toccano le cliniche private.

Ma il motivo per cui si è ripresa la trama del libro di Camilleri è un altro ed è dovuto ad un fatto di cronaca verificatosi lo scorso maggio: l'arresto, tra il 5 ed il 6 del mese, del cardiochirurgo Carlo Marcelletti, originario di Ancona ma primario dell'ospedale civico di Palermo.

Marcelletti è un chirurgo di fama mondiale specializzato in interventi al cuore su soggetti in età pediatrica. Alcuni ricorderanno i controversi tentativi di separazione di gemelle siamesi nei quali si doveva decidere di salvarne una a scapito dell'altra. Un vero e proprio omicidio a sangue freddo.

E questo “background” va puntualizzato prima di ricordare quali siano state le accuse che hanno cagionato l'arresto del “luminare”. La più importante dovrebbe essere quella di peculato, concussione e truffa ai danni dello stato. Praticamente il primario assicurava una corsia preferenziale ai genitori dei piccoli pazienti in cambio di somme di denaro, nel suo caso sotto forma di donazioni ad una onlus.

Certo mai nessun medico in Italia è sceso a tanto, come le nostre visite nello studio PRIVATO del primario di turno possono testimoniare. Ed il solo Marcelletti dovevano andare a prendere, ed a seguito di un esposto anonimo. Vengano da me gli inquirenti che qualche testimonianza senza copertura di anonimato la faccio io. Per parecchi primari. E non solo in Sicilia.

Ma andiamo oltre che la cosa si fa ancora più interessante: un'altra pesante accusa colpisce l'unico medico italiano che (pare) abbia mai tentato di truffare lo stato. Quella di detenzione di materiale pedo-pornografico. Sul suo cellulare sarebbero stati trovati 5-6 mms “hard” (al giornalismo zozzo di questi giorni piace usare terminologie di questo calibro) in cui si ritraevano parti intime di un corpo femminile. E dato che il numero da cui provenivano apparteneva ad una donna avente una figlia minorenne, quelle sono le tette ed il culo della figlia. Una deduzione logica e consequenziale, degna di un paese da operetta come il nostro.

In pratica, prima di farvi inviare messaggi strani dall'amante assicuratevi che i figli siano diventati maggiorenni, o potreste ritrovarvi in carcere con l'accusa (inconsistente, come quella rivolta al chirurgo, ma infamante) di pedofilia.

La somma delle due motivazioni significa solo una cosa: un accusa strumentale ad incastrare il medico per chissà quale motivo, ma che dovrebbe avere a che fare con qualcosa di poco pulito nella quale hanno un posto rilevante i minorenni.

E qui viene la parte interessante. Perchè il 20 maggio seguente (un martedì), all'improvviso la RAI manda in onda la versione televisiva del romanzo di Camilleri di cui abbiamo parlato sopra. Avventure del commissario Montalbano non ne erano state trasmesse il martedì prima, e non ne saranno trasmesse il martedì dopo. Una messa in onda strana e tempestiva, quasi senza preavviso. Strategica. Isolata a bella posta. Nelle cui scene finali si vede il famoso chirurgo del libro tenuto in ostaggio e brutalmente minacciato con una pistola infilata in bocca.

Poi la vicenda è andata via via scemando, e Marcelletti è uscito dalle indecenti cronache dei nostri mass-media. Segno che la minaccia è andata ad effetto?

Dopo anni passati ad analizzare il linguaggio dei mezzi d'informazione italiani (ed occidentali in genere) per capire i messaggi che inviano, non siamo più tanto innocenti. Solo una cosa rimane da capire: chi è che punta la pistola in bocca al primario del Civico di Palermo, e cosa spera di ottenere da quel gesto? Nel film a quel punto il minacciato commette il più grave dei peccati: confessa tutto al commissario che si era finto killer.

Mi sembra di aver udito una sedia improvvisamente scricchiolare dalla paura sotto uno spettatore.

La versione televisiva de “La Gita a Tindari” può essere vista interamente sul sito di RaiFiction. Aspettate qualche minuto per permettere al filmato di caricarsi.
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giovedì, luglio 31, 2008

The Economist vs. Il Consiglio

Che sorta di confronto potrebbe mai esserci tra un piccolo blog che blatera di fantasie sicilianiste ed una delle più potenti testate giornalistiche convenzionali del pianeta. Più che di un Davide contro Golia, dovremmo parlare di un granello di sabbia contro Golia.

Solo che quando il granello di sabbia va a finire in un occhio, il danno che è capace di infliggere va molto al di là delle sue insignificanti dimensioni. E visto che i granelli del deserto sono infiniti, risulta impossibile ripararsi da quella sabbia durante una tempesta. Prima o poi il granello arriverà a colpire l'occhio, fosse anche in cima alla piramide più alta. E farà male.

Ebbene, se l'Economist decide di attaccare Il Consiglio, vuol dire che la tempesta si sta sollevando.

Su queste pagine avevamo già indicato come strada da seguire quella di una rete di pagine intercomunicanti nelle cui maglie sempre più navigatori sarebbero capitati rimanendone invischiati. I siti dei partiti siciliani, i blog, i siti di controinformazione assieme sono quella tempesta, un onda concentrica che si propaga raggiungendone altre ed ingrossandosi sempre di più.

Per questo è importante evitare l'isolamento collegandosi ad altre realtà esterne alla Sicilia o persino all'Italia. Purtroppo una parte di questo processo non è pienamente compresa da tutti, è cioè il fatto che in rete la base per incrementare la visibilità generale sono proprio i link, così molti evitano di linkare siti a meno che non siano semplici fotocopie del proprio (impedendo così che più onde si sommino tra di loro) oppure lo fanno credendo di impedire a quello che credono come un avversario la visibilità, in questo modo danneggiando in primo luogo se stessi.

Come dicevamo il prestigioso settimanale britannico è ora andato all'attacco di queste piccole onde, avendo capito che la marea sta montando. Nell'articolo “The brave new world of e-hatred”, traducibile come “Il nuovo impavido mondo dell'odio elettronico” si cerca di screditare blog e siti di controinformazione con le solite stupide accuse di fascismo, terrorismo, razzismo:

“Quello che disturba molto è il modo in cui giovani e capaci navigatori stanno usando le meraviglie dell'elettronica per aizzare odio tra nazioni, razze, religioni. (...) Spesso questo zeloti lavorano per conto proprio”

Il giornalista cita poi i soliti casi estremi, come gli episodi di hackeraggio di stato contro sistemi di nazioni rivali, per collegarsi incredibilmente ai blog come questo:

“Uno sviluppo più tetro è l'abuso di blog, network sociali, mappe e siti per la condivisione di video che rendono più facile pubblicare materiale incendiario e formare gruppi di odio”

Ed ecco che arriviamo dritti a noi, al granello di sabbia che vola nell'occhio del gigante:

“La piccola taglia di queste comunità in rete non significa che non siano importanti. Il potere di un messaggio nazionalista può essere amplificato con blogs, mappe in rete ed sms”

L'ipocrisia dell'articolo si svela da sola poche righe più sotto:

“I partecipanti alle recenti marce anti-americane in Corea del Sud sono state mobilitate da petizioni online, forums e blogs”

Ecco il crimine di cui questi attivisti vengono accusati: l'aver organizzato una marcia per difendere i propri diritti contro l'imperatore americano. Ma non stiamo facendo proprio questo anche noi? Se invece si trattava di una stupida fiaccolata contro l'Iran, allora ben vengano le petizioni online.

“L'incredibile facilità di aggregazione (assemblare collegamenti a risorse esistenti, video ed articoli) è manna dal cielo. Prendiamo il caso di Anti-cnn.com, un sito preparato da un imprenditore cinese ventenne, che aggrega esempi di supposto pregiudizio dei media occidentali a favore del Tibet. Non appena ha chiesto materiale, più di 1000 persone hanno fornito esempi”

Come facciamo noi con le porcherie pubblicate da pezzi di carta straccia quali Il Corriere, Repubblica o La Sicilia. Quindi anche noi dovremmo ricadere in questa categoria: di proposito si usa un esempio controverso per portare il lettore dal proprio lato, ed all'occorrenza scambiare il nazionalismo cinese con quello siciliano, ad esempio.

E poi ovviamente c'è la storia. Poteva mancare quella?

“Una decennio fa uno zelota che cercava di provare qualche assurda proposizione doveva spendere giorni facendo ricerca in una libreria cercando oscuri testi di propaganda. Oggi, le versioni digitali di questi libri, anche quelle fuori stampa da decenni, sono accessibili in librerie online dedicate”

Una volta avevano gioco facile ad impedire la pubblicazione di certe cose. Oggi stanno freschi. E casualmente si cita l'esempio della negazione dell'olocausto. Ma chissà cosa avrebbero da dire dei massacri sabaudi oggi disponibili in rete nei dettagli per chiunque abbia un minimo di amore per la verità?

Paradossalmente nessun accenno che so... alle reti di siti e blog pedofili per esempio. Evidentemente per l'Economist la pedofilia e più accettabile di questo post. Perchè siamo noi il pericolo contro il quale stanno mettendo in guardia. Prepariamoci, l'occidente in pericolo si prepara ad attaccare. Un nuovo massacro degli innocenti ci attende.
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