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domenica, ottobre 24, 2010

Che confusione, sarà perché...

Sembra che in molti stiano cercando di capire cosa sia successo veramente in Sicilia. Che schieramenti sono mai questi, con i partiti spaccati, i presunti fascisti di AN con il neo-liberale Fini apparentati al PD in un epico compromesso storico insieme ai cattolicissimi palazzinari di Casini. Dall'altro lato Bianco, Cuffaro e Firrarello a tenere in Sicilia le posizioni del duo Alfano-Schifani.

Quello che veramente rende incomprensibile la situazione è la presenza ossessiva dell'alito caldo della mafia sul collo di ambedue gli schieramenti per mezzo di condanne, indagini e fughe di notizie. Forse per srotolare la matassa potremmo provare ad eliminarne gli effetti.

Ebbene si: per un attimo immaginiamo che la mafia non esista cancellandola dall'equazione e ritorniamo all'inizio del tutto. A quando cioè il guardasigilli Angelino Alfano per la prima volta propose di limitare l'utilizzo delle intercettazioni nelle indagini della magistratura.

Se teniamo fede alla premessa (la mafia non c'è – più), la proposta di Alfano non sembra poi tanto scandalosa. In realtà la cosa da chiedersi, sempre in base a quella premessa, è che motivo hanno le magistrature di fare un così largo uso delle intercettazioni.

In una Sicilia senza mafia, quello della magistratura sarebbe solo l'esercizio di un potere acquisito. In una democrazia potremmo definirlo un abuso. La legge bavaglio è allora solo il tentativo di limitare i poteri di un avversario che altri non è se non quella magistratura che ha ben posizionato i suoi rappresentanti tra le fila del governo siciliano, unici in questa squadra di presunti tecnici ad essere forniti di tessera di partito.

E' ovvio che per assicurarsi i buoni auspici di questo centro di potere il presidente abbia dovuto prendere posizione nella disputa, prima tramite l'On. Granata e poi personalmente (si vede il post “Sulle intercettazioni è in gioco il nostro vivere civile” del 24 maggio 2010 dal blog di Raffaele Lombardo).

Partito Granata, Fini non poteva che assecondare e scagliarsi contro la legge e contro Berlusconi: senza i voti siciliani forse Fini non sarebbe neanche in parlamento. Ritirata la legge bavaglio, ecco uscire la storia di Montecarlo che nei fatti impedisce a Fini di tornare indietro e lo costringe a seguire gli ordini provenienti dall'isola: nuove elezioni avrebbero come effetto la totale scomparsa di una AN isolata dalla scena politica.

Berlusconi sconfitto da Lombardo? Non proprio: difficile credere che palazzo D'Orleans possa avere la mano tanto lunga. E poi è strano che Miccichè ora fuori dall'esecutivo siculo non sia tornato a casa nel PDL.

Ed è questo il particolare che tradisce i retroscena: Miccichè continua a dire di non voler litigare con il Premier, mentre nel frattempo forma un nuovo partito in un modo o nell'altro contro lo stesso PDL. La cosa non quadra: o Miccichè dichiara il falso, oppure i veri nemici del cavaliere sono all'interno del PDL ufficiale. Ed allora questi nemici non possono essere altri che Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Cosa vuol dire tutto questo? Che la manovra contro la legge bavaglio di Alfano è stata attuata di concerto da Lombardo e Berlusconi con l'aiuto della magistratura siciliana costringendo Fini a dare man forte al nuovo esecutivo siciliano (pena la scomparsa dalla scena politica) con l'obiettivo di isolare gli stessi Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Stupefacente? Non tanto se si pensa a come il potere di Berlusconi vada scemando sin dalle scorse europee e dopo lo strano attentato subito a Milano. Costui è oramai quasi un pupazzo, ma non completamente, tanto che ha intimato al figliolo (Miccichè) di uscire dal governo a Palermo per non dare troppo potere a Lombardo. Ed alla magistratura.

Infine sulla mafia, questa misteriosa Al Qaeda centro-mediterranea, è inutile dilungarsi: non c'è peggior sordo di quello che non vuol sentire.

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venerdì, marzo 05, 2010

Il libro enigmistico

A Miccichè lo stiamo tutti aspettando al passo. La sua bella mossa falsa prima o poi la deve fare.

Dove vuole arrivare in fondo lo sanno tutti: Gianfranco vuole prendersi il posto di Lombardo a Palazzo d'Orleans e da lì partire alla conquista del Sud. Il problema semmai è un altro: come ed insieme a chi (altri avrebbero scritto “per conto di chi”...) voglia mai fare tutto questo.

La sua battaglia la conduce con l'energia di un giovanotto. Attaccato dai giornali cosiddetti “di sinistra”, da Repubblica a l'Unità, per la prima volta lo abbiamo visto sbraitare in modo poco composto. E per la prima volta invece di rivelarci qualcosina, come fa di solito, ha semplicemente negato gli addebiti con toni accessi e coloriti: “Proprio ieri è stato consegnato all’ordine dei giornalisti una villa confiscata alla mafia, covo dell’ultimo periodo di latitanza di Totò Riina: non me ne vogliano i giornalisti seri e onesti, ma credo che sede più appropriata non potesse essere scelta”, ha urlato dal suo blog (“E' tutto falso”, 17 febbraio 2010). Riguardo ai giornalisti non ha certo tutti i torti.

Ma il punto rimane oscuro: qual'è il vero motivo dell'attacco? Che cosa non si vorrebbe che Miccichè faccia, così tanto da fargli meritare l'onore di una piccola gogna mediatica? Ora che Lombardo ha promesso di governare con il PD esplicitamente in giunta, vai a capire da che parte arriva l'attacco!

Perché se quando lo si guarda da lontano tutto sembra chiaro su Miccichè, avvicinandosi il quadro va fuori fuoco. Gianfranco è o no il figlio di Berlusconi? Si. Ma resta il fatto che la parabola discendente di Berlusconi, oggi a pochi centimetri dal tonfo finale, è iniziata quando a Palermo quoque lui decise di appoggiare Raffaele Lombardo in vista delle europee. Potremmo discuterne quanto volete, ma della verità su questo punto non si sarà mai sicuri: l'eutanasia politica era stata preventivamente autorizzata dal “padre” nel caso in cui avesse perso la facoltà di muoversi liberamente o no?

Misterioso è anche il suo coinvolgimento nell'affaire Banco di Sicilia, e più precisamente nei dettagli dello sbarco di Intesa in Sicilia (si veda il post “Intesa segreta”). Con la presenza del fratello Gaetano tra i vertici del gruppo bancario diventa arduo nascondere il lato politico dell'operazione. Ma quale è stata la funzione del Miccichè Gianfranco? Svendita finale del BdS e degli interessi dei Siciliani a favore di quelli familiari, o soccorso a Lombardo sul filo di lana?

Ancora più misteriosa è la recentissima uscita sul nucleare. Si può anche qui discettare sugli scricchiolii (sempre presenti) con Raffaele Lombardo. Ma l'ARS si è dichiarata contraria al nucleare a metà gennaio (si veda il post “C'est la vie”). Se si aspetta l'1 marzo per dire la propria, vuol dire che nel frattempo qualche dettaglio deve essere cambiato. Miccichè sta giocando in attacco o in difesa?



Il discorso sulla pericolosità dei nucleare è in fondo condivisibile. Facile che risulti statisticamente più rischioso guidare una macchina che vivere a pochi chilometri da una centrale. Ma anche quando si mettano da parte i pudori ambientali, qualcos'altro nel discorso non quadra: è veramente quella la strada da prendere se non vogliamo dipendere da Francia, Russia o Algeria? Dallo straniero insomma.

Una centrale nucleare non produce energia dal nulla: bisogna metterci dentro un carburante. Il carburante di queste centrali non si chiama petrolio, bensì uranio. E' vero che gli arabi non potranno ricattarci più. Ma le vicissitudini iraniane suggeriscono che i pezzi grossi del pianeta vorranno sempre ficcare il loro nasaccio nei nostri problemi energetici interni. Ed aprire una centrale nucleare è una buona scusa per lasciarglielo fare.

Anche il discorso uranio merita attenzione. Lo scorso 19 febbraio in Niger i militari hanno portato a termine un colpo di stato e deposto il presidente Mamadou Tandja. In casi come questi è sempre interessante sentire cosa ne pensano a Londra. L'Economist (25 febbraio 2010) titola “Sembra popolare, sino ad ora” e poi spudoratamente chiosa “La gente sembra apprezzare il colpo di stato”, tutto corredato da una simpatica fotografia dei dolci militari coperti da ombrelli multicolore. Sappiamo quindi che Londra e Washington appoggiano l'azione dei militari.

In Italia le agenzie ci tengono invece a diramare le opposte preoccupazioni francesi:

Le prime conferme sul fatto che si trattasse di un golpe (...) sono arrivate da un alto funzionario francese. Parigi ha immediatamente invitato i connazionali che vivono e lavorano nella città a non uscire di casa: solo a Niamey sono residenti circa 1.500 francesi e 500 cittadini Ue.

Oggi i colpi di stato non si fanno più per accaparrarsi i campi petroliferi ma le miniere di Uranio, ed il Niger è uno dei maggiori detentori mondiali di riserve di quel minerale (il nono, per l'esattezza): lo scorso 19 febbraio quelle riserve sono passate dalle mani francesi a quelle anglosassoni.

Il fisico nucleare svizzero Michael Dittmar ha recentemente dipinto un quadro a tinte fosche per il nucleare asserendo tra l'altro che “senza accesso ai depositi militari, i depositi civili d'uranio dell'occidente si esauriranno entro il 2013” (“The coming nuclear crisis”, MIT Technology Review 17 novembre 2009).

Avrà torto, avrà ragione, ma chissà a quanti sono rizzati i capelli quando, con la storia del riscaldamento globale che comincia a fare acqua da tutte le parti, Obama si è messo a fare il pacifista:

Il presidente Obama intende perseguire una strategia che prevede una «spettacolare» riduzione nel numero di ordigni nucleari dell'arsenale Usa. (...) Robert Gates (...) presenterà alcune delle opzioni disponibili come un più ampio sviluppo di armi non nucleari”. (“Nucleare, la mano di Obama: «Riduzione spettacolare dell'arsenale»”, Corriere.it 1 marzo 2010).

Dittmar voleva riferirsi al fatto che “oggi, il materiale precedentemente usato per le bombe proveniente dalla Russia costituisce il 45 per cento del carurante per i reattori nucleari americani” e che “il programma per lo smantellamento e la diluizione del nucleo atomico delle testate russe decommissionate scadrà nel 2013” (“Power for U.S. From Russia’s Old Nuclear Weapons”, The New York Times 9 novembre 2009)

Uranio in giro ce né molto poco, e difficilmente la Russia continuerà a regalare il suo a Washington. Con il rischio di finire stritolati tra questi ingranaggi, affidarsi al nucleare non sarebbe dunque così saggio se non ti trovi l'uranio in casa. Questa volta Miccichè potrebbe aver detto semplicemente una bestialità.

Ma ecco che sorge un altro mistero. Lo scorso ottobre è arrivato nelle librerie siciliane un libro scritto da Giuseppe Firrincieli dal titolo “Noi italiani e voi siciliani!”. La trama del racconto si sviluppa racchiusa tra le interessantissime pagine dedicate all'indipendentismo siciliano e con i protagonisti che disegnano le loro azioni tra le pieghe della cronaca italiana degli ultimi vent'anni.

Come nel caso del capitolo scomparso da un famoso e tragico libro di Pasolini, improvvisamente ritrovato in questi giorni da Marcello Dell'Utri, il realismo di questa trama è tale da costringere il lettore a chiedersi se dietro i nomi di comodo non siano celati dei personaggi in carne ed ossa. In effetti uno di questi caratteri è sicuramente reale: il finanziere siciliano Trig-ona è modellato sul bancarottiere di Patti Michele Sind-ona.

Usando la figura di quest'ultimo come chiave del rebus, si potrebbero ad esempio assegnare ad uno dei caratteri principali, l'uomo d'affari siciliano (che però ammette di non sentirsi siciliano) Ber-tani, le fattezze del più noto dei magnati italiani. E così via per il suo braccio destro (un avvocato che dopo aver studiato in Sicilia si trasferisce a Milano) e per il figliolo desideroso di fondare, con l'aiuto del padre, indovinate cosa: una specie di PDL-Sicilia.

Per chi non lo leggerà, rimarrà il solleticante mistero. Per chi ha intenzione di leggere il libro, non voglio rovinare la sorpresa. Ma è meglio avvertire subito che dopo la lettura il solletico invece di cessare potrebbe aumentare, reso ancora più fastidioso dal continuo apparire sui nostri giornali ad intervalli regolari della seguente notizia finora rimasta senza riscontro:

Il ministro alle attività produttive ha assicurato di avere in tasca un elenco “segreto” di 34 comuni pronti a ospitare le centrali tra cui uno in Sicilia (pare nel ragusano)

(“Ritorno al passato per le centrali nucleari” La Repubblica 25 febbraio 2009)


Giuseppe Firrincieli è su Facebook

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giovedì, febbraio 25, 2010

Intesa segreta

La fine del cadaverico Banco di Sicilia, decretata con uno schiocco di dita dai vertici di Unicredit, non ha sdegnato più di tanto i Siciliani che, mettendo da parte le acute fitte nostalgiche, hanno addirittura salutato con favore la fine di questa lacrimevole telenovela coloniale.

Il voltafaccia di Passera avrebbe invece dovuto fare sobbalzare tutti dalla sedia. Ci siamo già scordati delle sponsorizzazioni degli eventi sull'indipendentismo siciliano (si veda il post “Il rastrello di Montalbano”)? Ci siamo già scordati della triangolazione tra il colosso bancario, Raffaele Lombardo ed il Catania Calcio (si veda il post “Vino dell'Etna”)? E del salvataggio di Gheddafi quando la finanza massonica ha tentato di sgretolare l'ultimo baluardo della finanza cattolico-padana?

La verità è che i mass-media sono riusciti a fare passare sotto il naso agli italiani tutti un fondamentale tassello del nuovo assetto geopolitico volto a ridisegnare il panorama finanziario non solo siciliano o padano, ma di tutta l'Europa.

Il gioco di prestigio è stato effettuato separando tra di loro due notizie che sarebbero dovute andare insieme e che invece, in tempo di federalismo spinto, sono state “regionalizzate” e diramate nei soli territori di presunta competenza.

La prima, destinata a deprimere i terroni, è questa:

Lo stesso giorno in cui i siciliani apprendono che il Banco di Sicilia abbassa le saracinesche e di esso rimarranno solo i fregi agli ingressi delle agenzie regionali per la fusione con Unicredit, arriva di rimbalzo un’anteprima sulle volontà di un altro gruppo bancario, la Banca Intesa San Paolo, di uno shopping nell’Isola per raddoppiare i 200 sportelli e fare nascere un nuovo istituto di credito, Intesa Sicilia, diretta filiazione di Intesa San Paolo. (SiciliaInformazioni.com 21 febbraio 2010).

La seconda, data in pasto ai polenta, invece è questa:

Intesa San Paolo cederà ad Agricole una rete di filiali compresa con 150-200 sportelli entro il 30 giugno. (IlSole24Ore.com 18 febbraio 2010).

E' venuto il momento di rimetterle insieme per cercare di capire cosa stia succedendo nei maggiori gruppi bancari italiani.

Come è facile notare al netto delle due operazioni le dimensioni di Intesa San Paolo rimangono immutate. Ma se i circa 200 sportelli in entrata si aggiungerebbero in Sicilia, per quelli in uscita il Sole 24 Ore suggerisce una “rete di filiali operanti prevalentemente in ambiti territoriali limitrofi a quelli di attuale insediamento di Credit Agricole, già presente nel Paese con CariParma” (“Intesa cede ad Agricole 150-200 sportelli”, IlSole24Ore.com, 18 febbraio 2010)

Nelle nostre città tra le tante sigle padane non ricordiamo di aver mai visto quello della cassa parmense, ed infatti CariParma, se si escludono le filiali di Napoli, è completamente assente dal Sud Italia e dalla Sicilia.

Passera, pressato sull'argomento, non si sbottona ancora (“Ha spiegato che per ora non ancora possibile dire quali saranno gli sportelli che verranno ceduti, nulla è ancora stato definito per cui non è ancora possibile fornire delle notizie certe in merito alla vicenda”, Corrado Passera parla della cessione sportelli a Credit Agricole , PiazzaAffari.info 22 febbraio 2010), ma se la previsione del Sole è corretta, quello di Intesa non è altro che un riposizionamento geografico che, nei ricordati tempi di federalismo spinto, diventa anche un riposizionamento geopolitico.

Che la politica sia uno dei motori principali dell'accordo lo suggerisce anche un'altra consequenziale doppia operazione: 1) Credit Agricole si è impegnata a sgonfiare il suo pacchetto di proprietà in Intesa sino al 2% (al momento la quota è al 5.8%), pacchetto che oggi conferisce il controllo ai francesi (“Intesa San Paolo, ok Antitrust”, IlSole24Ore.com 18 febbraio 2010), e 2) Generali e Credit Agricole hanno sciolto il patto di consultazione nell'azionariato di Intesa siglato appena 6 mesi fa grazie al quale francesi e austro-ungarici prendevano insieme tutte le decisioni che contavano senza bisogno di consultare gli altri azionisti.

Le motivazioni fornite da Passera o dai francesi per queste operazioni le lasciamo a quelli che ancora credono che nell'alta finanza vi siano delle regole da rispettare.

A prima vista la posizione dei francesi in Italia sembrerebbe rafforzata dall'acquisizione delle 200 filiali, ma non bisogna scordare che Agricole è destinata a perdere il controllo di Intesa ed a vedersi tagliata definitivamente fuori dal Sud Italia: una ulteriore barriera alle aspirazioni mediterranee di Sarkozy che si aggiunge a quella schierata dall'ARS contro le grinfie atomiche di Areva (si veda il post “C'est la vie”).

Dall'altra parte Unicredit rappresenta l'ultimo bastione della finanza padana: la decisione di Profumo di arroccarsi al nord sa tanto di “va dove ti porta il cuore” ed è forse l'ultima carta che l'economia padana può giocarsi, una volta persa la Sicilia, per non cadere in mani straniere.

Un articolo di Repubblica (“Profumo comincia da Trieste Alleanza a guida Unicredit per farne la porta d'Europa”, La Repubblica 22 febbraio 2010) delinea chiaramente un progetto post-unitario di ampie vedute. Profumo parla di “un grande progetto per Genova, per Trieste e per il Paese" (...) le due porte naturali del nostro Paese: Genova e Trieste”.

Il piano ha però un punto debole. Esso è infatti troppo sbilanciato sull'area triestina (“l' operazione su Trieste (...) è più matura rispetto a quella gemella su Genova”).

Venezia e Trieste hanno avuto un ruolo di piattaforma logistica continentale in passato quale porta dell'Europa sull'oriente:

Claudio Boniciolli, presidente dell' Autorità portuale di Trieste sostiene che «la ratio di base del progetto è largamente condivisibile, poiché non si tratta che di risvegliare lo storico ruolo di Trieste quale porto privilegiato dei mercati centrali e orientali d' Europa»

La logistica moderna però non è più quella del medio-evo ed un collegamento ferroviario decente tra Taranto e Napoli basterebbe a mettere fuori gioco l'alto Adriatico.

Sempre se è veramente la “Padania libera” il mandante. Questo sbilanciamento a nord-est del progetto è un po troppo targato “Generali”, un lembo di un passato imperiale non tanto remoto: la padella francese potrebbe trasformarsi in una brace mitteleuropea.

La definizione di Parlagreco (SiciliaInformazioni.com) è lapidaria:

Una porta del nord est che risponda ai bisogni di Austria, Ungheria, Baviera e Cekia” (“Bds chiude, Intesa Sicilia arriva”, 23 febbraio 2010)

In Sicilia nel frattempo a piangere non sono certo i vari Lombardo (la Regione detiene una bella fetta di Unicredit e senza il suo avallo politico le cose non sarebbero state così semplici) o i vari Miccichè (il fratello Gaetano è direttore generale di Intesa San Paolo). A piangere saranno al solito i piccoli imprenditori che rischiano di vedersi restringere ulteriormente i cordoni del già limitatissimo credito che riuscivano ad ottenere da quel poco di siciliano che rimaneva nel Banco di Sicilia.

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giovedì, ottobre 29, 2009

La nazione infetta

La brillante idea di un governo mondiale, di uno stato globale unico sotto il quale una sola umanità si possa sollazzare ininterrottamente come polli in batteria in una perpetua ed algida pace dei sensi, non è venuta oggi ad un gruppo di massoni dell'ultima ora. Il progetto parte da molto lontano ed è stato portato avanti attraverso i secoli da adepti che vi aderivano (e vi aderiscono) in modo totale ed assoluto allo stesso modo in cui un credente aderisce con fervore ai misteri della propria fede.

Oggi vediamo la possibile materializzazione dello spettro di questa superdittatura, prima europea e poi mondiale, malcelata dietro il Trattato di Lisbona. Nelle alte sfere del potere però l'obiettivo finale non è mai stato un mistero, da un lato come dall'altro: la testa ruzzolante di Luigi XVI più di duecento anni fa capiva perfettamente cosa gli stesse spiccando la testa dal collo, e lo stesso potrebbe dirsi del Borbone mentre vedeva il suo stato liquefarsi ai piedi di un pirata di bassa lega.

La Comunità europea, le cui basi attuative furono gettate quando a Messina nel 1955 i ministri degli esteri degli stati fondatori firmarono una dichiarazione d'intenti in tal proposito (si veda il post “La Comunità dalle gambe corte”), al pari di tanti simili progetti oggi presenti un po' ovunque nel mondo (vedi il Gatt nord-americano o il GCC dei paesi della penisola arabica o l'ASEAN), non è altro che un passo nella direzione del governo unico globale.

La Repubblica in Italia inoltre fu instaurata precisamente con l'obiettivo di procedere verso il mostro europeo di oggi ed infettata tramite l'articolo 11 della costituzione, dove i “padri” della patria (massonica) inserirono il seguente virus:

“L'Italia (...) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

La costituzione italiana prevede esplicitamente lo smantellamento della patria per favorire un qualche futuro e fumoso (nel senso di solfureo) progetto che assicuri pace e “giustizia” (quale giustizia?) tra le nazioni in via di estinzione.

Certo il cammino non è poi stato così semplice e felice come quella bella frase auspicava, e si è dovuti ricorrere ad imbrogli e sotterfugi, inclusi il più volte ripetuto referendum irlandese ed alcune modifiche non proprio ortodosse alla costituzione italiana per poter accettare lo scippo della sovranità monetaria ed altre sottigliezze (si veda a tal proposito l'interessantissimo e dettagliato articolo di Solange Manfredi “Il grande inganno: da Maastricht a Lisbona”, Paolo Franceschetti Blog 23 ottobre 2009).

Ma altre operazioni hanno accompagnato negli ultimi anni lo sbocciare di questi agenti infettivi per favorire l'avvicinarsi a quel traguardo nascosto che oramai tutti hanno avvistato.

Una delle più importanti è stato il risveglio manovrato delle autonomie regionali in quasi tutti gli stati dell'Europa occidentale.

A partire dagli anni 90 l'esistenza degli stati nazionali non è stata minata solo dall'alto grazie ai vari processi di centralizzazione facenti perno sulla creazione della Banca Centrale Europea, ma anche dal basso a seguito delle spinte centrifughe dovute a questi movimenti autonomisti o indipendentisti.

La Spagna è stato forse il paese più colpito da questa “sindrome” con le rivendicazioni basche e catalane. Ma anche la Francia è stata scossa dal “revival” corso, l'unione britannica dalla ritrovata “verve” degli scozzesi, il Belgio dalle prese di coscienza delle sue due metà (quella fiamminga e quella francofona)

Movimenti aventi tutti una base storica solida ed ampiamente riconosciuta, sia ben chiaro. Ma che all'improvviso trovavano spazio politico e mass-mediatico in ambienti che fino a pochi anni prima erano assolutamente impermeabili a spinte di questo tipo.

Si pensi ad esempio alle politiche di decentramento condotte dal governo Zapatero in Spagna. O al cedimento del governo britannico che concede agli scozzesi addirittura un parlamento autonomo.

Giornali e televisione non sono da meno. E lo notiamo attraversando le Alpi: da noi è la Lega Nord, un movimento nato dalla fusione di tutta una serie di micro-partitini padani, che improvvisamente entra a far parte di questa élite autonomista. Ebbene, si pensi a quanto abbia influito sul successo di Bossi e compagni lo spazio gentilmente concesso a livello continentale dai media: nel giro di pochi mesi in Europa sanno tutti dell'eroico movimento separatista che lotta contro la poca voglia di lavorare dei terroni.

La cosa più strana è proprio il modo in cui viene retto il moccolo alla formazione padana, che viene sì accusata di razzismo e di un'altra fantasiosa malattia occidentale (la xenofobia), ma evitando accuratamente di smentire le cause di quel razzismo così da additarle come veritiere agli occhi dell'opinione pubblica occidentale e possibilmente mondiale.

Il gioco è rischioso, poiché bisogna stare attenti a non farsi sfuggire di mano i movimenti che si vogliono pilotare o l'implosione controllata degli stati-nazione europei non andrebbe a buon fine: quegli stessi movimenti indipendentisti non ci metterebbero niente a trasformasi in anti-europeisti non appena abbattuti gli stati-nazione.

In questo quadro a questo punto si inserisce una strana dimenticanza.

L'unico movimento “rivoluzionario”, di ribellione alla costrizione degli stati nazionali moderni che abbia avuto un qualche successo politico dal dopoguerra ad oggi nell'Europa occidentale è stato quello siciliano del MIS (Movimento Indipendentista Siciliano), affiancato dalla minaccia armata dell'EVIS (Esercito Volontari per l'Indipendenza della Sicilia), che impose importanti modifiche all'assetto costituzionale italiano ottenendo l'approvazione di uno statuto autonomista prima del voto referendario che mandò i Savoia in esilio. Il tutto senza piazzare bombe a destra ed a sinistra o ammazzando turisti e passanti come altri hanno fatto di recente.

Le azioni del MIS e dell'EVIS dovrebbero essere tenute ad esempio da tutti i movimenti di autonomia regionale europei, eppure questo non accade. A livello mediatico vi è stato in questi anni un assoluto silenzio a reti unificate. Il MIS viene citato con la massima parsimonia o come appendice mafiosa delle congenita tendenza criminale isolana.

In pratica le élite finanziarie che stanno gestendo lo scardinamento delle democrazie europee a forza di trattati non hanno ritenuto opportuno utilizzare le fortissime spinte centrifughe siciliane per controllare l'implosione italiana, ma si sono rivolte ad una improbabile Lega Nord, fautrice di una ancora più improbabile “patria padana”. Lega Nord che ha anche avuto buon gioco nel tenere sott'occhio i veri movimenti indipendentisti del nord Italia, dal Veneto alla Liguria.

Si potrebbe a questo punto ritenere che le spinte "sicilianiste" non fossero ritenute affidabili o gestibili da Bruxelles, o addirittura che fossero già state intercettate da qualcun altro [*].

Ma fino a quando queste forze si potevano nascondere? La Lega Nord, tra gli altri, aveva anche il compito di bloccare queste spinte forzando i vari governi (più o meno compiacenti) alla chiusura di ogni forma di trasferimento di risorse economiche dallo stato centrale verso la Sicilia ed il Sud. In altre parole cingendo d'assedio l'isola e cercando di costringerla alla resa per fame.

Sotto questo aspetto potremmo anche sospettare che Bossi sia stato incaricato [**] di cercare preferenzialmente alleanze con il centrodestra di Berlusconi, perché quest'ultimo premeva invece per aumentare i trasferimenti verso sud [***], cosa che gli avrebbe permesso di ottenere quegli appoggi “orientali” utili per contrastare i suoi nemici della City londinese: la sinistra post-comunista, interamente nelle mani di quella City, non aveva certo bisogno della spinta della Lega Nord per andare contro il sud. Chi doveva essere guidato o costretto a compiere certi passi era proprio Berlusconi.

Oggi possiamo dire che anche se i leghisti sono riusciti a ritardare il propagarsi di quelle spinte, non sono riusciti certo a fermarle, al punto che i poteri di Bruxelles, preoccupati che le idee siciliane possano dilagare al Sud Italia, hanno finalmente cominciato a squarciato quel velo di silenzio.

Se ieri è stata la rivista Limes (Rivista Italiana di Geopolitica), del gruppo editoriale L'Espresso, a pubblicare un dettagliato articolo dal significativo titolo “Sicilia Nazione” (edizione del marzo 2009, purtroppo non consultabile online), oggi è il giullare di corte Beppe Grillo ad urlare pubblicamente La Sicilia si dichiari indipendente. Da sola ha più possibilità di farcela che con i cosiddetti continentali, riuscirà a proteggere meglio i suoi uomini migliori. Meglio sola che male accompagnata da chi è peggio dei mafiosi.” (“Gli smemorati di mafia”, Beppe Grillo Blog 23 ottobre 2009).

L'articolo di Limes, scritto da Paolo Verre (ottima la scelta del cognome per l'argomento trattato...), prima procede con il solito tono canzonatorio (“La rete di relazioni diplomatiche della Sicilia all'estero è dunque una chimera”) senza dimenticare la giusta propaganda che tornerà utile nell'eventuale dopo secessione (“Certo a guardar bene [il progetto autonomista di affaele Lombardo, ndr] potrebbe sembrare la riproduzione postdatata del progetto secessionista targato P2 e condiviso dalle falangi mafiose”), poi però chiude su una nota molto più seria:

“Ma nello scenario dell'Euromediterraneo la Sicilia potrebbe veramente contare di più. Se il pensiero inconfessabile di Tremonti è quello di liberarsi dal peso che rappresenta la Sicilia, non è da escludere, in un futuro neanche troppo distante, che il tentativo di sganciarsi dal resto del paese possa invece partire da Sud, dalla Sicilia. Dando così concretezza alle previsioni di Jaques Attali, che nella sua breve storia del futuro preconizza una scissione tra il Sud ed il Nord del nostro paese”

Più chiaro di così: Tremonti (ma anche Grillo e chi tira le fila delle sue dichiarazioni) preferirebbero che la Sicilia si stacchi subito, perché altrimenti potrebbe farlo dopo da una posizione di forza e portandosi dietro tutto il Sud. E questo futuro non è neanche troppo distante. Diciamo un paio d'anni al massimo?

Ecco perché Gianfranco Miccichè e Raffaele Lombardo rimangono attaccati a Reggio Calabria con le unghie e con i denti.


Un titolo che è tutto un programma
(Dal Blog di Gianfranco Miccichè)


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[*] Non è difficile vedere come i “mondialisti” siano rimasti scottati in Sicilia durante la rivolta del MIS. Si sa che dopo un primo appoggio al movimento di Finocchiaro Aprile ed a seguito delle rimostranze sovietiche, gli americani ritirarono la manina. Quello che accadde dopo, sino alla concessione dello Statuto, non lo avevano preventivato. Ed è proprio quella la porticina attraverso cui oggi l'oriente sta assalendo l'occidente.

[**] Sulla Lega Nord ed i suoi mandanti si veda il post “Lega pagana

[***] A tal proposito bisogna ricordare come non appena Forza Italia conquistò il potere per al prima volta, il Presidente del Consiglio si diresse immediatamente a Napoli dove organizzò il G8. La consegna del famoso avviso di garanzia in quell'occasione non fu casuale ma va inserita nel quadro qui delineato.
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mercoledì, luglio 15, 2009

Roulette siciliana

E ci risiamo con il nucleare. La rincorsa italiana all'atomo è ri-cominciata grazie all'approvazione del Ddl sviluppo:

Il governo potrà pilotare l'Italia nel ritorno al nucleare. Avrà sei mesi di tempo per localizzare i siti degli impianti, potrà definire i criteri per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi, dovrà individuare le misure compensative per le popolazioni che saranno interessate dalle nuove strutture. Per la costruzione di centrali, è noto, saranno necessari anni, ma l'iter sarà velocizzato. Viene poi creata una agenzia per la sicurezza del nucleare.

Non poche nel mondo politico sono le voci critiche. Il blog “Reverse Information” ne riprende alcune (“Passa il nucleare, alcune reazioni”, 9 luglio 2009).

Secondo il governatore dell'Emilia Romagna (Vasco Errani), “con l’approvazione del disegno di legge sullo sviluppo e in materia di energia il Governo abbia imboccato una strada sbagliata, dando per scontata una scelta, quella del ritorno al nucleare, su cui pesa la possibilità di un pericoloso passo indietro, in particolare sul versante ambientale, essendo irrisolto il problema dello smaltimento delle scorie radioattive”.

Invece, secondo il suo collega toscano (Claudio Martini), “La posizione della Toscana è scritta nel piano energetico regionale. Siamo contrari”.

Proseguendo poi con la Bresso (Piemonte): “Il nucleare e’ una scelta sbagliata dal punto di vista strategico, economico e anche della sicurezza per i cittadini”.

Fino alle critiche di Vendola (Puglia) (“Le centrali nucleari sono impianti a rischio rilevante. La Puglia vuole continuare a essere la terra delle rinnovabili, il parco delle energie rinnovabili piu’ interessante d’Europa.”) e De Filippo (Basilicata) (“La Regione Basilicata non si accoda alle espressioni di giubilo che da qualche parte si levano per l’approvazione definitiva da parte del Senato del ddl sviluppo. E non lo fa soprattutto in relazione al ritorno del nucleare: scelta inopinata ed avventurosa dal punto di vista della sicurezza, priva di ogni seria valutazione di fattibilita’ sul piano economico e tecnologico.”)

Una posizione netta, sembra. Vediamo ora cosa è successo in Sicilia.

Raffaele Lombardo si defila dichiarando che “Non abbiamo dato la nostra approvazione incondizionata – spiega – perchè ci sono alcuni aspetti da valutare. In particolare bisogna stabilire se il ritorno al nucleare possa portare dei vantaggi di tipo economico e che la tecnologia da utilizzare sia totalmente sicura. E’ un progetto molto impegnativo e per questo credo che sia fondamentale fare un referendum per capire se i siciliani sono d’accordo o meno” (Nucleare sì, nucleare no “In Sicilia ci vorrà un referendum”, LiveSicilia.it 10 luglio 2009)

Ma ancora più interessante è la posizione del più diretto interessato, il neo-assessore all'industria Massimo Venturi (“L’assessore Venturi sul nucleare: ”Si deve aprire il confronto”. LiveSicilia.it 11 luglio 2009) che prima dichiara “Penso che la realizzazione di una centrale nucleare di ultima generazione sia un fatto positivo, che ci permetterebbe di essere moderni e rimanere almeno per una volta al passo con i tempi.”, ma che poi chiude ritornando sui solchi del Presidente: “occorre coinvolgere in questa decisione tutti i siciliani, come ha detto il governatore Raffaele Lombardo” con un referendum sul cui esito non si può dubitare: NO.

Saltellando tra i levigati contorni di queste parole, la sostanza delle due dichiarazioni è esplosiva, in quanto l'esecutivo Siciliano non sta dicendo si o no. Invece sta puntualizzando a quello nazionale che “qui decidiamo noi” se sì oppure no. Una dichiarazione la cui forza risiede proprio nella in questa sottigliezza e che sbilancia in modo sensibile chi la pronuncia.

La stessa cosa è stata ribadita da Gianfranco Miccichè in una intervista rilasciata ad AffarItaliani.it e ripresa sul rinato blog personale:

Siamo una realtà, concreta, istituzionalizzata, e vincente. Ma lo siamo, per ora, solo in Sicilia.

Il Partito del Sud, ancora da formare, è già vincente in Sicilia. Anche qui, tra le parole, si vuole mandare lo stesso chiaro messaggio: “in Sicilia comandiamo noi”.

Queste "assunzioni di responsabilità" di Lombardo, Miccichè e Venturi stanno per essere messe duramente alla prova.

Nell'intervista il nostro, in una di quelle esternazioni così poco politiche che rendono così tanto “alla mano” la sua figura istituzionale, si sbilancia su Tremonti:

Tremonti vota Lega?
“Sicuro! E’ leghista, sfido chiunque a dimostrare che non ha votato Lega nelle ultime prove elettorali…”.


Un Tremonti che si dimostra poco accorto quando, messo all'angolo dagli eventi, rivela in tutta la sua interezza la natura delinquenziale di un altro progetto terroristico tanto amato da certi poteri “nordisti”: il piano rifiuti della Regione Siciliana.

Il recente bando per la costruzione degli inceneritori (bando ricalcante le vergogne cuffariane) è andato deserto, dando nei fatti mano libera a Palazzo d'Orleans che ora potrà (volendo) modificare il piano secondo linee più consone al territorio.

Prima di fare questo, si apprende ora che Lombardo abbia chiesto parere tramite una lettera di “interpretazione autentica” al gabinetto del Ministero dell'Economia romano. Il Tremonti manda a dire che sì, si può rifare tutto (nei fatti ammettendo la totale fallacia del precedente progetto) ma inserendo una clausola rivelatrice (“Appalti termovalorizzatori in Sicilia. Colpo di scena: una lettera di Tremonti lascia “mani libere” a Lombardo”, SiciliaInformazioni.com 14 luglio 2009):

“purché emerga dalla variante progettuale che il Governo regionale immagina debba prevedere una “parità di potenza energetica da produrre” secondo quanto era già previsto dal Piano Cuffaro.”

In pratica il ministero ammette non solo che il progetto Cuffaro non stava né in cielo né in terra, ma ammette anche che con i rifiuti quel progetto non aveva niente a che fare. Il vero nodo del tutto è la produzione di energia, rivelando il dolo esplicitamente.

Lo stato, tramite le finte crisi dei rifiuti innescate a comando con la compiacenza di dipendenti comunali che ritardavano senza motivo il pagamento di stipendi e tariffe, dei sindacati che subito dichiaravano lo sciopero nella raccolta dei rifiuti, e di giornalisti che si fanno trovare pronti con le macchine fotografiche, vuole trasformare il sud in una piattaforma per la produzione di energia e lo smaltimento di rifiuti prodotti altrove (stessa produzione di energia = stessa quantità di rofiuti da smaltire).

Lombardo (e in base alle dichiarazioni rilasciate in quell'intervista, anche Miccichè) sono chiamati a provare quello che hanno suggerito, cioè che qui comandano loro. E lo devono fare proprio in questa occasione, visto che il primo si è sbilanciato non poco.

L'enorme quantità di rifiuti che quei mostri richiederebbero “porterebbe in sè l’incognita di spogliare la Regione di ogni prerogativa, sia di programmazione del settore rifiuti, che di loro legittimo controllo diretto. Quindi, una parte strategica della filiera dei rifiuti finirebbe, esclusivamente, nelle mani di privati, legittimamente interessati a massimizzare il loro profitto, con riverberi non benefici sulle future aliquote Tarsu”

per questo il leader siciliano “pensa ad impianti di dimensioni sensibilmente più piccoli, parecchio meno costosi, più numerosi (da 4 a 6/7), ma soprattutto tecnologicamente di ultima generazione, e senza camino verticale. L’unica, materiale garanzia, che questi impianti non possano produrre un inquinamento eco-ambientale.”

(Su termovalorizzatori e rifiuti in Sicilia, Lombardo è “revisionista” e dice all’Arra: “adesso si cambia tutto”, SiciliaInformazioni.com 4 luglio 2009)


Alla roulette degli inceneritori Lombardo e Miccichè puntano la faccia. I Siciliani si giocano la salute dei propri figli.

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martedì, giugno 09, 2009

Se è Torrisi anche due, anche tre

Fine della corsa, siete pregati di scendere. Dal finestrino ne abbiamo viste di tutte i colori, ma purtroppo il panorama non è mai stato così eccitante e sfolgorante come ci era stato promesso al momento dell'acquisto del biglietto. Un biglietto piuttosto salato.

(Quasi) 150 anni di unità: li abbiamo visti sfilare davanti ai nostri occhi senza esserci mai levati la divisa militare. Una guerra perpetua. Per fortuna siamo in vista della stazione d'arrivo. Un binario morto dal quale partiremo per altre destinazioni, con compagni di viaggio diversi.

Abbiamo passato la china. Non ci resta che una breve discesa.

Leggere i commenti sul voto elettorale è esilarante. E deprimente, quando si vede che gente dotata di cultura e di intelligenza non si accorge delle inconsistenze contenute nelle loro affermazioni. Prendete ad esempio questa nota di Italpress diramata da EconomiaSicilia.it sui risultati dell'MPA:

A livello nazionale il "cartello" elettorale si ferma a poco più del 2%. E non basta il discreto risultato tutto siciliano a dare lo slancio sufficiente. Nell'Isola il movimento si ferma infatti al 15.64%, con una punta massima a Catania del 25.83%.

Accoppiata a quest'altra dal titolo “Sconfitto l'asse Miccichè – Lombardo”, sempre di Italpress:

Alla fine l'asticella del consenso nella battaglia tutta interna al Pdl ha segnato un punto in favore della corrente che fa capo al ministro Angelino Alfano ed al presidente del Senato Renato Schifani.

Ma come... in Sicilia danno per vincente il duo Alfano-Schifani, quando il loro capo (Silvio Berlusconi) si dice “Deluso dalla Sicilia”... E di chi dovrebbe essere la responsabilità della delusione se quando al timone c'era Miccichè finì 61-0? Questi sono i veri misteri siciliani! Non la mafia o il voto di scambio, o gli UFO di Caronia! [*]

Diciamo invece che pur avendo il pdl perso una valanga di voti, Miccichè e Lombardo non hanno (ancora) stravinto. Vediamo cosa aveva scritto Il Consiglio lo scorso 21 maggio (“Libero arbitrio”):

Quello di un apparente equilibrio tra le parti con una sostanziale sconfitta del duo Alfano-Schifani sembra lo scenario più probabile.

Per la verità si era scritto anche questo:

All'altro estremo abbiamo il crollo dello stesso pdl verso quote inferiori al 40% e forse anche vicine al 30%, (...) Questo significherebbe il crollo immediato di Berlusconi e la sua scomparsa dal quadro politico generale. Uno scenario che favorirebbe il ritorno al potere nell'Italia del nord delle varie consorterie finanziarie anglosassoni e la rinascita del PD europeista.

In Sicilia il pdl si è fermato al 35%. Siamo in pericolo di restare tra le braccia del nord, questa volta da sinistra? I risultati negli altri paesi europei ci danno una risposta: l'Unione Europea non esiste più. La generale avanzata delle destre “xenofobe”, come surrealisticamente definite dai nostri giornalistucoli, questa volta sarà irreversibile ed accompagnerà un declino atlantico (americano ed inglese) anch'esso irreversibile: malgrado lo stop imposto a Berlusconi non si è vista una sinistra italiana arrembante...

E poi non scordiamoci un altro risultato che la dice lunga su quello che sta succedendo in Italia: nel meridione il pdl ha ottenuto un buon 41% dei consensi, mentre nel nord in definitiva ha tenuto discretamente. Berlusconi ha perso solo dove importava vincere, in Sicilia. E non è solo il voto delle europee ad indicare la fine del pecoraio. I risultati in amministrazioni siciliane di una certa importanza, quali Termini Imerese o Mazara del Vallo, dove l'MPA presentava un candidato alternativo al pdl, o persino la strana alleanza dell'MPA con UDC e PD a Mascalucia significano una sola cosa: il pecoraio non controlla più l'isola.

Al nord Italia un altro fenomeno sembra irreversibile ed anch'esso fuori dal controllo di Arcore: l'avanzata della Lega Nord. Come osservato da i Comitati delle Due Sicilie, ben radicati al settentrione e capaci di cogliere gli umori locali meglio di altri (MPA compreso...), “il boom della Lega, indica una territorializzazione della politica che solo i politici miopi ed ancorati alle ideologie dell'800 non riescono ancora a vedere”.

Aggiungendo questo dato di fatto alla fine dell'era Berlusconi ed al fallito sbarco oltrepò di Raffaele Lombardo si può avere chiara la direzione oramai presa dal belpaese: disgregazione e ritorno ad una situazione pre-risorgimentale. Niente potrà più fermare questo processo.

Questo anche in virtù di quel 41% di voti del pdl al Sud Italia. Pochi giorni prima del voto Miccichè aveva detto che “il pdl deve diventare il partito del Sud” (vedi il post “A ruota libera”). E così è stato. Ora che ha il Cavaliere in mano, sarà lui in ultima analisi a gestire quel 41%. E lui ha già detto “qualunque cosa faccio la faccio per la Sicilia”. Sicilia sensu latu, dobbiamo intendere a questo punto....

E passiamo all'MPA. Sui madornali errori fatti da Raffaele Lombardo in questa campagna elettorale, vi rimando alla stessa nota dei Comitati delle Due Sicilie citata sopra. Difficile fare un'analisi più completa e concisa. Aggiungiamo che a causa di quegli errori, persino nelle circoscrizioni estere la Lega Nord ha battuto l'MPA. E non basta una legge elettorale fatta “su misura” per giustificare un tale vergognoso risultato (comunque per ora ininfluente sugli equilibri siciliani).

Su quelle che è invece la situazione del Presidente della Regione all'indomani del voto, ci illumina Calogero Mannino (UDC):

“Lombardo voleva diventare leader di un partito nazionale, ma ha sfondato solo in Puglia, Campania e Calabria.- martella Mannino – il suo movimento MPA è rimasto fuori da Strasburgo, mentre nel PDL siciliano è molto possibile che lo scettro del comando possa passare nelle mani di Gianfranco Micciché, oggi alleato, in carica, di Lombardo. C’è, però, da chiedersi, se l’estroverso sottosegretario lo vorrà essere pure domani? (...) mi chiedo, quanto tempo ci metterà a stampare una mozione di sfiducia all’attuale governatore in carica? (...) A meno che Lombardo – conclude sarcastico Mannino – non decida di portare ogni mattina il caffè caldo a casa dell’ex manager di Pubblitalia...”

Quegli errori di cui parlavano hanno decretato lo sbilanciamento dell'asse del potere in Sicilia tutto verso Miccichè, e la battaglia tra i due ha già un vincitore.

Raffaele Lombardo ha 3 possibilità:

1) Allearsi con l'UDC, come caldeggiato da Mannino, e riprovare a fare il grande centro. Una mossa destinata comunque a fallire miseramente.

2) Portare ogni mattina il caffè caldo a Miccichè, cioè entrare nel Partito del Sud (ex-pdl) come subalterno dicendo addio ai sogni di gloria.

3) Tornare definitivamente in Sicilia (come peraltro richiesto dagli stessi elettori), rimettere la Trinacria in bocca alla colomba e diventare quel partito regionale da lui stesso auspicato, alleato certo di Miccichè in ambito nazionale (Attenzione! Non mi riferisco più all'Italia intera...) ma capace di una politica autonoma e Siciliana in ambito locale.

Solo la terza via assicurerà libertà alla Sicilia. Una terza via il cui imbocco potrebbe essere ritardato ancora un poco (il tempo che Miccichè prenda saldamente in mano le redini nel pdl), ma che deve essere tracciata sin da ora.

Ed ora una domanda agli autonomisti ed indipendentisti facenti integralmente parte dell'MPA: se la scelta cadrà su una delle prime due vie, voi cosa farete?

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[*] Per chi ha votato la mafia? Per Berlusconi non direi. Forse per Lombardo? Mi sembra che persino l'antimafioso Crocetta abbia avuto parole di elogio per il Presidente, schierandosi praticamente dalla stessa parte di Dell'Utri (vedi il post "Suicide bomber"). Ma allora, questa mafia dov'è?


Prima, dopo


Postfazione: per chi ci segue d'oltrefaro (e per chi qui in Sicilia non era ancora nato), il titolo del post fa riferimento ad un famosissimo spot pubblicitario di una nota marca di caffè locale degli anni '80 interpretato da Pino Caruso. La frase più famosa dello sketch diceva più o meno così: "Cavalere Miccichè, chi fa su pigghia u cafè?" Il cavaliere rispondeva appunto: "Se è Torrisi anche due anche tre".

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mercoledì, giugno 03, 2009

A ruota libera

Siamo al momento della divaricazione. Al momento in cui i politici siciliani si devono decidere sul futuro della loro Patria: libertà o schiavitù. Un momento che sapevamo dovesse arrivare prima o poi (Vedi i post "Repetita juvant" e "Ci siamo").

Raffaele Lombardo, dopo qualche tentennamento ha trovato il coraggio di affrontare la sfida anche grazie al sostegno di Gianfranco Miccichè, che sino a poco tempo fa lottava per essere lui il “Lombardo” della situazione e diventare Presidente della Regione Siciliana.

L'intervista rilasciata a Klaus Davi da colui che sta di fatto decretando la fine della parabola berlusconiana chiarisce una cosa: lui ad essere il “Lombardo” della situazione ci tiene ancora. E di questo i due ne riparleranno dopo le elezioni. Per il momento rilascia delle dichiarazioni che definire epocali non è esagerato.
Ascoltiamole attentamente: finalmente un politico che parla chiaro e senza troppi calcoli (sotto ad ogni spezzone è inserito un elenco dei punti salienti).




Prima parte

Solo per la Sicilia – Miccichè esordisce con il suo programma politico: “Qualsiasi cosa la faccio più per la Sicilia che altro”. Tradotto dal linguaggio politico, “il mio obiettivo è il potere in Sicilia”.

Lombardo – Il Presidente lo volevo fare io (e lo voglio fare io). Tutto quello che sta succedendo in questi giorni parte da lì.

Lega Sud – Un giro di parole per dire che di quello che succede a Roma non frega niente a nessuno qui.

Internet – L'esperienza con il blog



Seconda parte

Europee – Se Lombardo raggiunge il 4% o no, non cambia niente nella sostanza. La Sicilia ha imboccato la sua strada. Il PDL deve diventare il partito del Sud, cioè: Berlusconi deve fare quello che dico io...

Rivolta nel PDL – Il problema oggi sono gli ascari. Sono più di 600 gli amministratori che si sono autosospesi. Insomma, Berlusconi è avvertito.

Rifiuti a Palermo – Stuzzicato sulle ultime dichiarazioni di Berlusconi sulle cause della “crisi”, Miccichè rifila una bella stilettata: “Orlando non c'entra niente, facciamo autocritica”. Tra le altre cose, la rivolta di Miccichè ha bloccato la finta crisi dei rifiuti preparata come trappola per Raffaele Lombardo.



Terza parte

Ancora PDL – Berlusconi per la prima volta non è venuto in Sicilia per questa campagna elettorale. Questo per dare un idea di quello che sta succedendo. Ora ci penserà bene e poi prenderà le sue decisioni (Cioè calerà le ali).

Termini Imerese – La Fiat se ne va? Non so se gli convenga, in ogni caso benissimo, troveremo qualcun altro o qualcos'altro.



Quarta parte

Mafia – La bomba di Miccichè. Il primo politico ad avere il coraggio di dire le cosa in modo chiaro e senza contare i voti. Come da tempo diciamo su queste pagine, la mafia è crollata insieme all'abbattimento del muro di Berlino. Oggi non vi è più pressione da parte della mafia. Basta con i ricatti dell'antimafia: da manuale il modo in cui accusa sottilmente l'antimafia, tramite una esperienza personale che nessuno può smentire. Potrebbe uscire le prove.... Una dichiarazione pesantissima.

Vittime della mafia – Le vittime della mafia sono tutte siciliane, eccetto Dalla Chiesa. E' la Sicilia che ha sconfitto la mafia, ed è questo che deve essere detto dei Siciliani.



Quinta parte

Siciliano – Piccola “sciddicata” di Miccichè che parla di “dialetto siciliano”.

Ponte sullo stretto – Intanto non ci sono i soldi. E poi: avete visto fare espropri? Allora per ora niente ponte.

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Articoli sull'argomento:
LaSiciliaWeb.it
LiveSicilia.it

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