Il compromesso
La Sicilia è terra di equilibri. Non per vocazione culturale, ma per vocazione geografica: prospera tra le nazioni e soffoca tra le braccia degli imperi a causa della sua collocazione centro-mediterranea.
L'obiettivo politico dei siciliani è sempre stato quello di impedire le conquiste e le sopraffazioni. Non certo a causa di un qualche vago senso di giustizia. Semplicemente perchè il nostro popolo galleggia (letteralmente) sulle divisioni, sui confini. Sulle differenze culturali, politiche, economiche. E sul compromesso.
Un mondo di stati sovrani vuol dire una Sicilia forte. Un mondo di governi globali, unioni fraudolente (italiane o europee), imperi finanziari e missioni di “pace” non può che vedere una Sicilia in estinzione. Lo abbiamo visto con l'impero romano ieri, lo stiamo vedendo con l'impero anglosassone oggi..
In termini pratici, più sono le squadre in campo, più sono livellate le loro forze, più potere ha chi si trova al centro di quel terreno di scontro che è il Mare Mediterraneo. Non è casuale se all'opposto della decadenza vissuta nei periodi imperiali si possa collocare il periodo storico racchiuso tra esplosione islamica alla riconquista spagnola dell'Andalusia, periodo che avvolge il regno normanno di Sicilia, fiorito proprio nell'equilibrio di forze tra occidente cristiano ed oriente musulmano.
I cavalieri normanni in una prima fase hanno contribuito a bloccare l'espansionismo musulmano riconquistando la Sicilia. In un secondo tempo hanno poi impedito all'Europa cristiana di ricacciare indietro gli arabi rifiutandosi di partecipare alle crociate e precludendo a tratti la via marittima alle sante carovane che così erano spesso costrette a raggiungere la Palestina a piedi.
Il gioco è stato e sarà sempre lo stesso: troppo piccolo per cambiare le regole, il nostro minuscolo partito risulta negli equilibri decisivo nel decretare un temporaneo vincitore grazie al suo posizionamento strategico che ne moltiplica le forze.
Non possiamo permetterci nemici, ma solo potenziali alleati. Restando ferma la nostra identità, non possiamo permetterci il lusso di una guerra ideologica. E se vogliamo sopravvivere non possiamo neanche sceglierci gli amici: dobbiamo prendere quello che ci offre il mercato, con la giusta dose di cinismo.
Per gli estranei questa è una terra infida ed allo stesso tempo attraente per i suoi contrasti da quel cinismo derivanti, per i suoi sempre mutevoli confini, per le sue contaminazioni culturali dovute al continuo ruotare delle alleanze.
La vittoria della nostra terra consiste nel costringere gli altri al compromesso ed all'accettazione della nostra centralità mediterranea. Chi l'accetta è nostro alleato. Gli altri vanno combattuti ma non più di tanto: ogni volta che un duellante scompare, noi perdiamo qualcosa.
Esempio pratico di tutto questo è stata la recente visita a Palermo dell'ambasciatore di Israele in Italia, Gideon Meier, giunta al culmine di una serie di movimenti tesi a rilassare le relazioni tra USA e Sicilia dopo le tensioni derivate dal prolungato protettorato berlusconiano.
Il fulcro simbolico della visita può essere considerato l'invito da parte di Raffaele Lombardo ad alcune iniziative culturali:
“Contiamo di coinvolgere il museo d’arte moderna di Tel Aviv nel progetto triennale Le città del Mediterraneo realizzato in collaborazione con la Regione Campania e presentato proprio ieri e di inserire questo sito nei venti musei di altrettante città del Mediterraneo che partecipano a questa iniziativa”
La risposta dell'ambasciatore, dichiaratosi “molto contento di questo invito del presidente Lombardo, perché abbiamo parecchi temi sui quali poter lavorare insieme, anche in forza della lunga tradizione storica e culturale che accomuna i nostri popoli” è in fondo un implicito, seppur parziale, riconoscimento di quella centralità mediterranea (“Sicilia e Israele, a Palazzo d’Orleans incontro tra Lombardo e Gideon Meir”, Raffaele Lombardo Blog 23 febbraio 2010)
Senza contare il contro-invito rivolto da Meier a Lombardo relativo ad una visita in Israele: il Presidente siciliano non è stato invitato a cospargersi il capo di cenere di fronte al memoriale dell'olocausto, come conviene ai nemici sconfitti (si veda il post “Mi arrendo”), ma in occasione di un momento di celebrazione, particolare questo che prova come l'approccio non sia nato sotto gli auspici di Arcore.
L'incontro di Palermo viaggia su un binario parallelo a quello preso dai rapporti tra la Regione Siciliana e gli USA, un nuovo corso suggellato dall'accordo tra il “Ministero” dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana ed il Getty Museum di Malibù (si veda il post “La venere dei fannulloni”). Anche in questo caso i termini del confronto rendono implicito il riconoscimento del ruolo siciliano in seno al Mediterraneo, ruolo non più filtrato dalla cupola romana.
Questa nuova fase nel valzer delle alleanze geopolitiche va inserito nel più vasto contesto dei rapporti tra l'occidente e la Russia, rapporti che sembrano aver raggiunto un nuovo plateux con il sommesso abbandono da parte degli USA e della UE delle pretese imperiali nei paesi ex-sovietici. Chiaro esempio di ciò è stata la supina accettazione dei recenti risultati elettorali in Ucraina, dove l'elezione di Victor Yanukovich riporta le lancette indietro di qualche anno, a quando cioè la cosiddetta “rivoluzione arancione” spodestò lo stesso Yanukovich per installare un governo filo-occidentale. Persino l'Economist ha abbassato i suoi toni provocatori ed arroganti riconoscendo per una volta i fatti:
“Victor Yanukovich è stato dichiarato il 25 febbraio il quarto presidente dell'Ucraina democraticamente eletto” (“Yanukovich's mixed blessing”, The Economist 27 febbraio 2010)
Si aggiunga a questo l'abbassamento di ali della Georgia, apprezzato così tanto da Mosca da convincere il Cremlino a riaprire i collegamenti via terra con Tblisi, ed il progressivo abbandono al proprio destino dei Kosovari, destinati a tornare presto all'ovile (Si veda il post "Giù la maschera").
Dall'altra parte rimane teso il rapporto con chi non vuole accettare una Sicilia libera nel nuovo ordine mondiale (leggi Francia, si vedano i post “C'est la vie” e “Intesa segreta”) o si deteriorano quelli con chi credeva, dopo averci aver aiutato, di poter fare di noi un sol boccone, come nel caso del signor Gheddafi [*], responsabile nei giorni scorsi di un gravissimo attacco contro la marineria siciliana (“I libici sparavano per ucciderci”, LaSiciliaWeb 1 marzo 2010).
Un sfuriata “compromettente”sulla quale costruire un nuovo accordo. Per il nostro bene.
Per la versione originale della foto a corredo, si veda il post "Il paramassone"
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[*] Per gli aiuti ricevuti da Tripoli, si veda il post “Il califfo nel pallone”
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