Approfondimenti - Il Consiglio News Feed

lunedì, novembre 22, 2010

Gli schiavi

“Il vero valore di un conflitto sta nel debito che genera. Se controlli il debito, controlli tutto quanto. E questa è la vera essenza dell'industria bancaria: fare tutti noi, sia che siamo nazioni o individui, schiavi del debito”

Così Luca Barbareschi – Berlusconi nel film “The International” risponde agli investigatori curiosi di sapere cosa ci guadagnasse una banca nel fare da mediatore per una compravendita di armi leggere costruite in Cina.

Se nel film si dicesse la verità, dovremmo dedurne che chi debiti non ne ha o chi cerca con successo di tirarsi fuori dal debito è nemico di questo sistema finanziario globale e globalizzante.

La figura qui sotto mostra l'ammontare del debito pubblico per nazione in valore assoluto. Quello che notiamo subito è che i paesi più indebitati (marrone) sono quelli occidentali.



Il valore assoluto del debito potrebbe però trarre in inganno. Forse la mappatura in base alla percentuale del debito rispetto al prodotto interno lordo è più trasparente:



Mentre le nazioni occidentali continuano ad essere tra le più indebitate, vi sono nazioni come la Cina e la Russia la cui posizione migliora notevolmente, nel senso che sono tra quelle che più facilmente possono ripagare il loro debito (consideriamo anche che questi sono dati resi pubblici dalla CIA, la quale potrebbe avere la propensione a mettere in cattiva luce certe nazioni piuttosto che altre).

Infine, l'ultimo grafico mostra il bilancio tra esportazioni ed importazioni delle varie nazioni o, in altre parole, mostra quali nazioni sono capaci di avere un bilancio attivo e pagare il loro debito e quali invece sprofondano sempre più in basso:



Tra i paesi in attivo troverete invariabilmente quasi tutti quelli “nemici” dell'occidente, dalla Cina, alla Russia, all'Iran, al Venezuela, alla Libia. Le due cose sono forse correlate?

La lista completa paese per paese mostra in testa la Cina, mentre in fondo il paese nelle peggiori condizioni sono gli USA, che seguendo il discorso del film sarebbero anche il paese più schiavo del mondo. In altre parole, gli Stati Uniti non sono un paese sovrano ma controllato da chi ne detiene il debito, quindi dalla Cina e da un piccolo gruppo di persone che tengono le leve dell'alta finanza e che dicono ai vari Bush ed Obama dove devono andare a fare le guerra per i loro interessi privati (non certo quelli dell'America come nazione), che poi significa per creare debito.

Quello che il regista del film cerca di dire è che questi signori, succhiato tutto quello che c'era da succhiare in America, stanno ora cercando di mettersi in mezzo tra la Cina ed il resto del mondo. Se ci riusciranno, se riusciranno a diventare i “broker” della Cina, i loro intermediatori, prima o poi riusciranno ad imporre alla Cina le guerre (e quindi il debito) ripetendo lo stesso giochetto a suo tempo fatto con gli USA: quello di fare lievitare il livello di vita di tutti i cittadini e poi minacciare all'improvviso di bloccare tutto e creare un tale malcontento popolare da distruggere la stessa nazione.


Barbusconi

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venerdì, novembre 19, 2010

I persiani a Palermo

Se da un lato rimane fondamentale per decifrare gli eventi politici di casa nostra tenere conto dei più ampi sommovimenti che stanno caratterizzando la presente era, dall'altro è importante anche dare conto dei piccoli passi che si fanno in Sicilia per tornare ad inserirsi nelle dinamiche storiche globali come soggetti attivi.

Pochi giorni fa abbiamo delineato brevemente il gioco di contrappesi medio-orientale in cui gli USA cercano di inserirsi per fronteggiare l'avanzata russo-cinese tramite terzi (si veda il post “Nuova Crimea”).

Vediamo ora di annotare due piccoli ma significativi eventi che mettono in risalto come anche da quelle parti, tra Damasco e Teheran, i vertici politici tengano sott'occhio gli sviluppi strategici dell'area centro-Mediterranea.

Il primo di questi eventi riguarda una conferenza tenuta nella capitale siriana nel giugno di quest'anno e denominata “Prima conferenza siriaco-italiana degli imprenditori”.

L'agenzia lanciata dalla Syrian Arab News Agency (“First Conference for Syrian, Italian Businessmen discusses developing Bilateral Cooperation”, SANA 8 giugno 2010) ruota intorno ai seguenti interventi:

“Il presidente dalla Camera di Commercio Internazionale siriana, Abdul Rahman al- Attar, ha invitato gli imprenditori siriani a servirsi dalla speciale posizione geografica della Sicilia nel sud dell'Italia per farne un ponte verso l'intera Europa.

Dal canto suo, l'ambasciatore italiano a Damasco, Achille Amerio ha invitato gli imprenditori siciliani a sviluppare la cooperazione economica e lo scambio di esperienze con la Siria, aggiungendo che la Siria è un partner fondamentale in quanto occupa una posizione geografica che ne fa un importante passaggio per il commercio ed i movimenti culturali tra l'oriente e l'occidente”.


La parte più significativa dell'intero discorso credo sia da considerarsi l'invito rivolto ai siciliani dall'ambasciatore italiano. Le sue parole indicano una rivoluzione strategica. Se fino a qualche tempo fa si faceva di tutto per censurare la posizione culturale siciliana, un ponte verso le aree medio-orientali, oggi nel nuovo sistema globale si cerca di sfruttare tale posizione. Questo perché, ora che il fulcro del mondo si sta spostando da occidente ad oriente, essa diventa sempre più imprescindibile.

Spostandosi ancora più ad oriente, nel caso dell'Iran, è stato invece il Parlamento Siciliano a muoversi con largo anticipo rispetto al resto dell'Europa.

Lo scorso maggio l'ambasciatore iraniano in Italia, Seyed Mohammad Ali Hosseini, è stato in visita a Palermo, secondo le agenzie di stampa persiane su invito del presidente dell'ARS Francesco Cascio (“Sicily to Hold Iran's Cultural Week”, Fars News Agency, 29 maggio 2010).

Hosseini riferisce che “Durante l'incontro Cascio ha evidenziato l'espansione della cooperazione culturale, commerciale ed economica tra l'Iran e l'Italia, la Sicilia in particolare”

I due avrebbero anche preso accordi riguardo ad un nuovo corso di lingua persiana all'università di Palermo ed allo svolgimento di una settimana della cultura iraniana nella capitale siciliana, oltre che discutere l'apertura di una camera di commercio iraniana.

Nella seconda parte l'articolo brevemente descrive alcune caratteristiche dell'Autonomia Regionale:

“La Sicilia è la più grande isola del Mediterraneo ed una regione autonoma dell'Italia. Le isole minori intorno sono anch'esse considerate parte della Sicilia.

La politica siciliana si sviluppa nella cornice di una democrazia rappresentativa presidenziale, nella quale il Presidente del Governo Regionale è il Capo di Governo, e di un sistema multi-partitico e multiforme. Il potere esecutivo è esercitato dal Governo Regionale. Il potere legislativo risiede sia nel governo che nell'Assemblea Regionale Siciliana.”


E con questo abbiamo anche scoperto qualcosa di nuovo sull'Iran: i persiani capiscono lo Statuto Siciliano meglio dei siciliani stessi.

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martedì, novembre 16, 2010

Come da programma

Urso (Fli) dopo le dimissioni dei finiani dal governo nazionale e l'apertura della crisi, dichiara che “l' Fli guarderà ad un’altra coalizione di centrodestra con forme che si richiamano alle forze del popolarismo europeo, quindi con Casini, Lombardo, Api” (“Fli esce, Schifani e Fini domani al Colle Berlusconi e Bossi: 'Fiducia o elezioni' ” IlGiornale.it, 15 novembre 2010). Una dichiarazione che sembra dare la leadership di questo “nuovo” blocco politico agli ex-fascisti.

In Sicilia sappiamo benissimo che le cose non stanno proprio in questi termini, visto che il blocco esiste già ed è guidato da Raffaele Lombardo. Urso, che come ricorderemo mantiene forti legami con la Sicilia dove ama passare le vacanze, propone quindi una novità già vecchia.

Dall'altra parte, Berlusconi ribadisce la sua ferma alleanza con la Lega più che con il suo stesso partito (Lo stato maggiore della Lega guidato da Umberto Bossi si trova faccia a faccia con Silvio Berlusconi e i suoi luogotenenti ad Arcore. Un "patto di ferro" tra i due alleati.), che in pratica vuol dire che in caso di elezioni i due schieramenti chi si scontrerebbero farebbero riferimento non più ad idee politiche, ma ad aree territoriali: nord contro sud.

E se a nord la Lega avrà buon gioco a presentare i nuovi sviluppi come un tentativo del sud di sabotare il federalismo per continuare a vivere di rendita, a sud il governo di Berlusconi ha fatto di tutto per irritare i potenziali elettori, cancellando ogni tipo di perequazione, trattenendo i fondi FAS, bocciando il piano rifiuti della Regioni Siciliana, e addirittura dichiarando illegali le leggi delle regioni del sud che vietavano di localizzare depositi di scorie nucleari nel loro territorio.

In questo clima, il risultato delle elezioni sembra essere scontato: spostamento di voti dal Pdl alla Lega al nord, e vittoria di Lombardo e compagnia bella al sud. Due blocchi contrapposti in tutto e arroccati nelle due metà del paese. L'effettiva spaccatura in due dell'Italia. E la sconfitta definitiva (finalmente) del pecoraio di Arcore.

Una sconfitta solo fisica, a ben vedere. Perché con un risultato del genere le sue idee avranno vinto. Non è un mistero che il suo obiettivo sia sempre stato quello di ridisegnare l'Italia su due macroregioni, una a nord ed una a sud, con lo Stato delle Chiesa nel mezzo (si veda il post “Indovinello”).

Si potrebbe anche pensare che questa “sconfitta” l'abbia pianificata lui stesso, con quello scandalo della casa a Montecarlo appioppato ad un Fini così servito su di un piatto d'argento a Lombardo.

Persino il momento internazionale non potrebbe essere più propizio.

La scorsa settimana si è tenuto a Seoul il vertice del G20 dove l'argomento principale sarebbe stato quello della “guerra delle valute”.

Come sappiamo, gli USA, indebitati sino al collo con il resto del mondo, vorrebbero ridurre la loro moneta a carta straccia per non pagare il dovuto (vedi “L'America ed il dollaro, un destino segnato”, RussiaToday.com del 9 novembre 2010 - Tradotto da Il Consiglio) ed a Seoul Obama aveva il compito di fare ingoiare il brutto rospo ai cinesi.

Secondo i giornali occidentali però il meeting sarebbe fallito, che sarebbe come dire che i cinesi e le altre potenze mondiali hanno risposto picche, nei fatti ponendo fine all'egemonia economica statunitense: da oggi in poi saranno loro (Cina, Russia, India, Brasile) a decidere la politica monetaria a stelle e strisce.

Figuriamoci se Washington avrà il tempo ed i soldi per venire a soccorrere i neo-risorgimentalisti italiani quando questi andranno a chiedere aiuto per evitare la inevitabile spaccatura di questa magnifica nazione.

Nella foto in alto, Urso ospita un gruppo di colleghi nella sua villa di Acicatena

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domenica, novembre 14, 2010

Nuova Crimea

Il 14 febbraio del 2005 nelle strade di Beirut, grazie a 100 kg di tritolo, venne assassinato Rafiq Hariri, ex primo ministro dimissionario del governo libanese.

L'omicidio, oltre a ricordare quello di Falcone nelle modalità (in quel caso si trattò di 350 chili di dinamite, molto più potente del tritolo), lo ricorda anche per le conseguenze: la conflagrazione infatti catalizzò le forze politiche che giostravano (e giostrano) intorno all'area cardine del medio oriente facendole venire allo scontro aperto. Scontro che ha raggiunto il suo apice con la tentata invasione israeliana del libano nel luglio 2006.

Ancora oggi in occidente ci si chiede ipocritamente chi abbia assassinato il leader politico libanese, mentre sui giornali è già stato deciso che il colpevole doveva essere la Siria. Il fatto che Hariri stesso avesse più volte dichiarato pubblicamente che proprio la Siria era assolutamente necessaria alla protezione del suo paese contro Israele ed avesse allo stesso tempo rifiutato di implementare la legislazione anti-terrorismo caldeggiata dagli USA (come ricorda la wikipedia inglese, ma invece censura quella italiana) non viene minimamente ricordato.

Fallito il tentativo di rompere l'impasse con la violenza della ricordata invasione del 2006, il fronte occidentale ha cominciato a circuire Bashar al-Assad, il presidente siriano, con la promessa di aprire il mondo al suo paese, da tempo sotto embargo internazionale. Diversi articoli sui mezzi da guerra mediatica anglosassoni (The Economist, Financial Times, National Geographic) cominciavano subito a riabilitare l'immagine di quello che fino a poche ore prima era un stato canaglia tra i neuroni facilmente impressionabili di buona parte dei propri lettori.

Il processo di normalizzazione nelle relazioni USA-Siria lo scorso mese di ottobre (il 4 per l'esattezza) portava ad un contrattacco nel caso “Hariri”, con la Siria che all'improvviso spiccava dei mandati di arresto internazionali contro 33 rappresentanti governativi libanesi con la stessa accusa che questi gli avevano rivolto precedentemente (la responsabilità dell'assassinio di Hariri). I mandati ovviamente non hanno alcuna speranza di essere eseguiti, perché l'Interpol difficilmente li avallerebbe. Ma dal punto di vista politico rappresentano uno stravolgimento sia nei rapporti di forza interni libanesi, che in quelli più vasti dell'area.

Il momento in cui tutto questo avveniva, lo scorso ottobre, ha anche altri risvolti, poiché la richiesta emessa dai giudici siriani preludeva, facendone da supporto, alla visita ufficiale del presidente iraniano Ahmadinejad in Libano che sarebbe iniziata il 13 seguente e che poi si sarebbe rivelata un immenso successo diplomatico iraniano.

La Siria si sarebbe dunque presa gioco di Washington? Forse sì, forse no, perché se da un lato il segretario di Stato USA, Hillary Clinton, continua ad esprimersi con toni aggressivi (“Il comportamento della Siria non ha soddisfatto le nostre aspettative degli ultimi 20 mesi, e le azioni siriane non hanno soddisfatto li suoi obblighi internazionali”, AFP 12 Novembre 2010), dall'altro il senatore democratico Kerry, in visita a Damasco, “ha sottolineato il ruolo della Siria nel raggiungimento della sicurezza e della stabilità nell'area” (9 novembre 2010), in effetti mostrandosi ansioso di trovare un punto d'incontro.

Quello che però sembra di poter leggere tra le righe è che il rinnovato feeling tra Teheran e Damasco, teatralmente messo in mostra nell'occasione ricordata sopra, non abbia inciso sul riavvicinamento tra Damasco e Washington. La qual cosa dovrebbe stupire non poco, visto che non facciamo altro che leggere peste e corna sui “fondamentalisti” persiani.

Se però includiamo nel quadro l'improvviso calo nei rapporti tra Teheran e Mosca, che recentemente insieme a Pechino ha appoggiato nuove sanzioni dell'ONU contro l'Iran ed è tornata indietro sulla vendita di armamenti (vedi dichiarazioni Ahmedinejad del 4 novemnbre) possiamo cominciare ad intravedere qualcos'altro prendere forma, e cioè un incredibile riavvicinamento tra gli Stati Uniti e l'Iran in chiave anti-russa ed anti-cinese.

Ecco perché la Siria non è stato “punita” dopo la sua spavalda dimostrazione di supporto nei confronti dell' “amico” Ahmendinejad: Damasco rappresenta la principale leva che Obama sta utilizzando per centrare un impensabile colpo politico.

Un colpo che qualora fosse messo a segno, potrebbe riaprire una immensa ferita che dopo oltre 150 anni stenta a cicatrizzarsi, una ferita che nella Mosca ortodossa chiamano la “Questione orientale”, sfociata nel 1856 nella tremenda Guerra di Crimea, l'evento politico che più di ogni altri ha determinato il destino della Sicilia nel XIX e nel XX secolo, quando la sconfitta delle “terza Roma” ad opera di musulmani ed anglosassoni (questi ultimi sostenuti anche dalla cattolicissima Austria) aprì le porte all'avventura Garibaldina.


Due illustri sopravvissuti alla Guerra di Crimea: Checov e Tolstoy

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domenica, novembre 07, 2010

La prova del Lupo

Se c'è un merito di cui questo blog è orgoglioso di fregiarsi è quello di aver contribuito in qualche modo alla riapertura del discorso sul fenomeno mafioso, mettendo in dubbio quelle origini mitologiche che alla fantomatica ed onnipresente organizzazione sono state affibbiate per assicurarle quella nobilitazione dei natali necessaria a poterla meglio piazzare sul lucroso mercato globale del truffa mediatica.

Con il recedere delle spinte post-risorgimentali in Sicilia ed il crollo dell'ideologia unitaria, quel capello che lega la mafia alla storia della nostra Terra è rimasto scoperto, ed ora rischia di essere spezzato: a tuttora non sembra che qualcuno sia riuscito a provare un qualche legame tra il fenomeno mafioso e la Sicilia pre-unitaria.

Su queste pagine abbiamo notato come la mafia fosse stata “scoperta” sono ad unità inoltrata, tanto che persino i vocabolari del tempo consideravano il termine come un neologismo (Si veda il post "I mafiusi della Vicaria"). Abbiamo chiarito come solo opera di fantasia fosse il collegamento ad una leggendaria e pre-esistente setta, quella dei Beati Paoli (Si vedano i post "Beata Ignoranza" e "L'eco della Baronessa"). Abbiamo riportato sempre più dichiarazioni sia di pentiti che si uomini di legge che configurano una regia esterna alla Sicilia se non addirittura all'Italia.

Di più, tra gli archivi locali o quelli borbonici non si è mai riusciti a trovare una qualche indicazione circa la presenza di questa “piaga” sociale che teoricamente teneva sotto scacco l'intera società civile.

Anche le teorie secondo cui essa si sarebbe originata nelle campagne per poi spostarsi in città, teorie che potrebbero in qualche modo spiegare la mancanza di documentazione storica negli archivi civici, in fin dei conti potrebbero anche rafforzare il partito di chi sostiene che la mafia sia una conseguenza dell'Unità, visto che in qualche modo il processo di migrazione deve aver trovato un catalizzatore risorgimentale che avrebbe favorito l'ingresso del potere agricolo-mafioso tra i palazzi di Palermo.

A me sembra invece che tra i palazzi di Palermo stia avanzando il coraggio di affrontare l'argomento e di riscriverne la storia. Una svolta questa che mette seriamente in crisi l'esistenza stessa di una delle industrie più floride mai sorte in Sicilia: quella dei professionisti dell'antimafia.

Professionisti che oggi si ritrovano una sola ed ultima arma a disposizione, e nella disperazione si sono finalmente decisi a metterla in campo.

Lampante esempio di questo può essere considerata la Conferenza organizzata dal Centro Studi Pio La Torre dal titolo “Dall’Unità d’Italia ad oggi: evoluzione del rapporto storico tra mafia, potere e opposizione sociale”.

Ecco cosa ci rivela Salvatore Lupo, docente di Storia Contemporanea presso l'Università di Palermo (A Sud'Europa, Novembre 2010):

“Con l’Unità d’Italia si affermano nel nostro paese i principi e diritti di uguaglianza dei cittadini tra di loro e davanti alla legge. Per questo motivo, da questo momento storico, la società civile comincia a percepire l’illegalità del fenomeno mafioso. Sbaglia quindi chi sostiene che la mafia nasca con l’Unità d’Italia. Semplicemente prima non veniva percepita come illegale”.

Lupo, mentre ammette di essere con l'acqua alla gola – altrimenti non avrebbe dato spazio alla tesi “sbagliata” (“che la mafia nasca con l’Unità d’Italia”) – in sostanza ci ripropone sotto mentite spoglie la teoria secondo cui i conquistadores franco-anglo-padani ci avrebbero portato la civiltà, a noi popolo di selvaggi condita da un ulteriore “tutto prima dell'Unità d'Italia era mafia” che chiarisce il calibro culturale di questa categoria di affabulatori.

Il dipendente pubblico (nel senso di “pagato dai Siciliani”) espone dall'alto della sua cattedra una teoria, il ché può anche risultare lecito vista la posizione che ricopre all'interno del mondo accademico. Quella stessa posizione impone però allo stesso tempo qualcos'altro. Impone di utilizzare il metodo scientifico esponendo il ragionamento seguito e supportandolo con prove precise, magari evitando di dare del “poco intelligente” a chi sostiene tesi diverse.

Da parte nostra aspetteremo, prima di dare un giudizio sul suo operato, di esaminare queste “prove” Documenti dell'epoca, soprattutto.

Speriamo di non dover aspettare troppo: in tempi di crisi economica credo i Siciliani abbiano il diritto di sapere se questi soldi siano stati ben spesi.

MP3 dell'intervento

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mercoledì, novembre 03, 2010

Ivan il terribile

Il seguente articolo è stato pubblicato oggi dal Sole 24 Ore. Originariamente avevo intenzione di proporlo in alto, tra gli approfondimenti. Credo invece che debba essere letto il più possibile. Primo perché fa vedere come le nuove alleanze ai vertici del governo regionale abbiano rimescolato le carte, con personaggi quali il Lo Bello (autore del pezzo del Sole) o il Riggio (appollaiato ai vertici dell'ENAC) che di colpo con le nuove alleanze di Palazzo D'Orleans si sono trovati isolati è si sono ridotti a fare un tipo di opposizione dai toni di bassissimo profilo, quasi ricattatori. E secondo perchè espone quegli altarini che oramai solo i ciechi non riescono (o non vogliono?) vedere.

I miei commenti sono in grassetto, tra le parentesi quadre.

La Sicilia del futuro contro i nuovi Borboni
di Ivan Lo Bello [Presidente di Confindustria Sicilia]
2 novembre 2010

Da qualche tempo alcuni esponenti della politica siciliana e meridionale hanno avviato (con interventi estemporanei che vanno dalle nostalgie borboniche, alle invettive su Garibaldi, ad improbabili secessioni) una fragile e confusa revisione storica del processo di unificazione, rivalutando molti aspetti economici e sociali della fase preunitaria.

Il processo di unificazione nazionale rappresentò per il Mezzogiorno una grande opportunità di crescita civile ed economica, anche se nessuno ha mai voluto nascondere contraddizioni e zone d'ombra.


[Dichiarazione ancora condivisibile questa: è possibile che molti, in Sicilia per lo meno, avessero visto in quel processo una qualche prospettiva. Purtroppo tutti i sogni si infransero non appena Garibaldi approdò a Marsala: che speranza si può porre in gente che lancia il sasso e nasconde la mano – l'espediente dei Mille per camuffare l'intervento Sabaduo – e che fiducia si può sentire per uno stato che fonda le sue basi sul tradimento e la corruzione – vedi la strana mancanza di resistenza da parte dell'esercito borbonico]

Le condizioni economiche della Sicilia alla vigilia del 1861 presentavano un ritardo significativo rispetto alle parti più sviluppate del Nord del paese e rilevantissimo verso quelle nazioni europee che avevano avviato un serio processo d'industrializzazione, ma drammatiche erano le condizioni civili: un tasso di analfabetismo altissimo e infrastrutture pressoché inesistenti.

[Forse è vero che le condizioni della Sicilia, dal punto di vista industriale, fossero in ritardo rispetto a Napoli ed ad altri paesi europei – non certo rispetto al Nord Italia – ma le condizioni civili non erano per niente drammatiche: erano equiparabili a quelle di ogni altro paese del continente.]

I rapporti sociali, con particolare intensità nelle campagne, riproducevano schemi che sembravano consegnati alla vecchia cultura feudale e il latifondo parassitario rivestiva un ruolo centrale nell'economia siciliana, e questo nonostante lo sviluppo di altre colture intensive che iniziarono a fiorire in quegli anni.

[Vero, ma non è detto che questo si traducesse automaticamente in condizioni di vita peggiori, vedi le condizioni economiche e sociali dei contadini del Piano Padano]

La Sicilia ebbe dopo il 1861 un rilevante progresso economico e civile, basti guardare agli indicatori postunitari nel settore del trasporto ferroviario e nello sviluppo dell'istruzione. Mancò, è vero, un significativo sviluppo industriale che invece ebbe luogo nel Nord del paese. Ma questo non può essere addebitato all'ingresso della Sicilia nello stato unitario in quanto, come dice Guido Pescosolido, «non esisteva un'industrializzazione in atto al momento dell'Unità e dato l'atteggiamento dello stato borbonico non si vede come avrebbe potuto esservi se esso fosse sopravvissuto».

[Non è chiaro quale sia questo progresso di cui va cianciando il Lo Bello, visto che il nuovo Stato si preoccupò di mantenere intatto il sistema feudale di proposito per crearsi a posteriori l'alibi del sottosviluppo. L'atteggiamento dello stato Borbonico era favorevole al giusto grado di industrializzazione, senza essere disposto a dare mano libera ai gaglioffi di Confindustria]

I veri limiti della stagione pre e post-unitaria vanno invece rintracciati nel trasformismo delle classi dirigenti risorgimentali e liberali che, pur con significative eccezioni, adottarono in larga parte gli schemi sociali ed economici della vecchia cultura parassitaria del latifondo.

Fu in quei decenni che si cementò un patto tacito tra le classi dirigenti del Sud e Nord del paese che pur con alterne vicende ha segnato la storia siciliana fino a tempi recenti, quando dopo la Seconda guerra mondiale l'egemonia sociale dei vecchi agrari fu sostituita da un nuovo ceto economico e politico che riprodusse e aggiornò attraverso la spesa pubblica, le distorsioni dello sviluppo urbanistico e la compressione del mercato la vecchia cultura parassitaria.

Per quale motivo allora questi rigurgiti storici emergono oggi in Sicilia e in altre parti del Mezzogiorno?

Due fattori sono intervenuti a modificare lo scenario economico e politico: la contrazione strutturale dei flussi di spesa pubblica; la prospettiva ormai ravvicinata del federalismo fiscale e le sue presumibili conseguenze politiche.

Il processo di contrazione della spesa pubblica ha preso avvio già dopo la crisi economica dei primi anni 90 e gli sforzi sostenuti dal nostro paese per l'ingresso nell'area dell'euro.

L'inizio dell'opera di contenimento della spesa non ha però modificato i comportamenti sociali e politici e questo prevalentemente per la mancanza d'incentivi e disincentivi adeguati. Troppo spesso la spesa in conto capitale è stata trasformata in spesa corrente, e i disastri e dissesti finanziari di alcuni comuni e di tante municipalizzate hanno trovato una «partecipe comprensione», cancellando di fatto il principio di responsabilità. L'esplosione del debito in questi ultimi dieci anni ne è stata la logica conseguenza.

La contrazione della spesa pubblica, e i meccanismi di responsablizzazione che con grande probabilità scaturiranno dalla piena applicazione del federalismo fiscale, minacciano oggi fortemente un pezzo del ceto politico ed economico che in questi decenni ha costruito fortune politiche ed economiche su una capillare redistribuzione e gestione assistenziale e clientelare di risorse pubbliche e prerogative amministrative.


[Una delle componenti del vecchio sistema ad essere minacciata in modo più serio è proprio la Confindustria Italiana, che non potrà più succhiare risorse pubbliche]

I rigurgiti neo-borbonici rappresentano pertanto una variante della vecchia ideologia sicilianista che è sempre risultata funzionale alle esigenze d'identità e di potere dei ceti parassitari che hanno nel tempo ostacolato il processo di modernizzazione della Sicilia e di gran parte del Mezzogiorno.

[Ci siamo: per vendetta verso Lombardo si scoperchiano quegli altarini che già tutti hanno visto. A primo acchito questa associazione tra neo-borbonismo e sicilianismo appare strabica. I Sicilianisti non hanno mai mostrato nostalgia per l'esperienza borbonica.... In realtà il nostro si sta riferendo alla nuova irreversibile struttura politica in cui sta per sfociare il sud Italia insieme alla nostra isola, una struttura probabilmente di tipo federativo che coinvolga le varie regioni (per quanto artificiosa la loro delimitazione sia sempre stata). La congiunzione tra Sicilianismo e Neo-Borbonismo sta in questo. La variante con l'antico Regno delle Due Sicilie che potrebbe soddisfare le richieste “Sicilianiste” risiede proprio nella struttura federata e nel fatto che la vera testa dell'operazione non sarebbe a Napoli ma in Sicilia, cosa questa che però l'ex capitale partenopea non vuole digerire – vedi defezioni dall'MPA e tentativo di formazione di una nuova forza politica meridionalista - Noi Sud - da parte di Vincenzo Scotti.
Oggettivamente Napoli non ha alcuna possibilità di ritornare ai fasti antichi di baricentro politico del Mediterraneo. Oggi che la principale rotta commerciale è tornata ad essere quella orientale, l'area campana è l'unica del meridione a non avere un proprio sbocco ad est, una “tara”che si dimostrerà insormontabile e che favorirà il rilancio di quelle che nel medioevo erano le regioni politicamente più avanzate d'Italia: la Sicilia e le Puglie a sud insieme all'area veneta a nord – tanto per chiarire ancora di più da dove proviene quella misteriosa alleanza tra Veneto e Sicilia di cui parlavamo nello scorso post.]


Fonte articolo: Il Sole 24 Ore

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venerdì, ottobre 29, 2010

La Nazione riesumata

Italiani popolo di ingenui. Che ancora segue i dibattiti, ascolta le interviste, legge l'ultimo saggio storico. Va a votare, persino.

E poi si meraviglia o forse anche si scandalizza dello strano feeling che sembra essere sbocciato tra i leghisti più irriducibili, quelli veneti, ed il Presidente della Regione Siciliana.

I Siciliani siamo esperti nel “porgere l'altra guancia”. Seguiamo con ardore gli insegnamenti del Cristo. Sopportiamo con pazienza e rassegnazione quello che il destino ha in serbo per noi. Ma lo facciamo con cinismo. Un cinismo spietato, innato. Opprimente, persino.

Qualcuno vorrebbe convincerci che Salvatore Giuliano fosse solo un bieco e spregiudicato delinquente. Che i Siciliani dovrebbero smetterla di portarlo sempre sugli scudi come un martire. Ma noi lo sappiamo benissimo chi era Giuliano, ed è proprio per questo che, immaginario o reale che sia, è e rimarrà sempre un eroe qui in Sicilia.

Giuliano è colui il quale ha abbandonato le convenzioni lasciando sgorgare per intero il suo legame con questa terra invece di pensare alle rappresaglie che lo stato avrebbe riversato contro la sua famiglia (rappresaglie che continuano ancora oggi...). Senza pensarci due volte, ha preso il fucile ed ha sparato contro il carabiniere che lo aveva sorpreso a contrabbandare grano, quando invece tutti noi a quel punto ci saremmo lasciati ammazzare, schiacciati da troppi secoli di storia, per non mettere in pericolo le nostre madri, sorelle, i figli.

Malvolentieri, ma ci saremmo lasciati ammazzare. Ci saremmo lasciati morire sognando di vivere almeno un giorno da Giuliano. Tutti vorremmo avere il coraggio di pagare per le nostre scelte. Invece non paghiamo mai. Tramiamo nell'ombra un passettino alla volta, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, camuffandoci di nobili intenti familiari, fino a quando il nemico, senza accorgersene, si ritrova un coltello piantato nel cuore.

Ed alla fine, otteniamo l'indipendenza senza prendercene la responsabilità. Vogliamo fare la parte delle vittime fino all'ultimo: la colpa è della Lega.

Raffaele Lombardo, dopo l'ultima caustica intervista rilasciata al Giornale (“Lombardo: secessione? La fa la Sicilia”, 28 ottobre 2010), spiega tramite il suo blog di aver usato la forte provocazione per dare una lezione a quella Lega che vorrebbe spaccare l'Italia (“Vogliamo ricostruire una vera unità nazionale”, 28 ottobre 2010):

Battono sulla secessione per liberarsi di questo peso morto che è il sud e la Sicilia. (…) Io ho risposto a questo continuo stillicidio di accuse dicendo 'Ma andare al diavolo voi, questa benedetta secessione datecela, così vediamo'

I veneti però non sono tanto fessi, ed oggi hanno risposto per le rime, coprendo il piatto e chiamando così il bluff del leader siciliano per bocca di Tosi, il sindaco di Verona (“La Lega benedice la formula siciliana”, SiciliaInformazioni.com 29 ottobre 2010):

"Se Lombardo vuole spezzare le logiche clientelari e ottenere il federalismo - prosegue - sarà il nostro migliore alleato"

Aggiungendo che non vi è alcuno bisogno del carroccio al sud, perchè “c'è l'MpA, è come se ci fossimo noi”

Popolo di ingenui, che ancora cerca di capire come stanno le cose. Sotto la benedizione del gran capo, Veneti e Siciliani sono d'accordo per smantellare l'Italia. Ma noi non ci vogliamo prendere la responsabilità, ed allora “porgiamo l'altra guancia”, aspettiamo di essere messi alle corde così che Armao possa poi andare in battaglia, lancia in resta, contro i torti promessi. Aspettiamo che il “popolo” venga a chiedere con forza a Palazzo Reale.

Non ci volete credere ancora. Ma Zamparini a Palermo, non vi dice niente? E Zonin che investe sull'immagine della Sicilia invece di portarsi armi e baracche su al nord come era stato fatto sino e ieri? Ed i Siciliani che spopolano sia al festival di Venezia che al Vinitaly? I leghisti (veneti) e gli autonomisti (siculi) possono anche alzare la voce, ma a quanto pare lontano dagli schermi televisivi vanno d'amore e d'accordo.

Quest'anno per il giorno dei morti, dopo aver partecipato alla sfilata del 30 ottobre, tornerà anche Giuliano, riesumato fresco fresco per l'ennesima tragedia siciliana (o si tratta forse di una commedia italiana?).

Chissà cosa penserà di tutti noi che continuiamo con sempre maggior cinismo a porgere l'altra guancia. Che dichiariamo l'indipendenza per interposta persona. Chissà se alla fine deciderà di lasciarci lo stesso un regalino.

E comunque, Viva la Sicilia liberata e libera: domani a Palermo non mancate, mi raccomando. Domani a Palermo la storia della Sicilia farà un altro passettino avanti.


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martedì, ottobre 26, 2010

Indovinello

Raffele Lombardo, parlando con i giornalisti a Palermo ha ripetuto alcuni concetti che avevamo già sentito sibilare tra le sue labbra di tanto in tanto più o meno negli stessi termini (“Italia150: la Sicilia non dovrebbe festeggiare”, Industriale-oggi.it 26 ottobre 2010):

“L’Unita d’Italia - ha aggiunto - fu una vera e propria annessione, una guerra dichiarata al Regno delle due Sicilie che ha prodotto si qualcosa, ma non per noi. Si sono portati via le riserve auree delle nostre banche con cui hanno finanziato lo sviluppo industriale del nord, hanno determinato una serie di leggi per tassare il pane della gente e depredare la Chiesa. Si contano in quell’epoca decine di migliaia di emigrati e chi ha osato resistere è stato tacciato di brigantaggio o è stato ammazzato senza pietà Non credo sia un occasione per festeggiare, per noi siciliani.”

Più o meno. Perché qualcosina di nuovo c'è.

Il qualcosina di nuovo, introdotto dal neretto di sopra, ci viene sciabolato addosso nelle righe seguenti:

“Che il signor Bossi questa benedetta secessione la faccia, come se fosse una punizione per noi, vediamo se non ce la caviamo meglio, ma che nella nostra area non ci sia Roma, se no non abbiamo concluso niente.”

Ricapitolando: ora sappiamo che Lombardo non vuole Roma. D'altronde Bossi ha sempre lasciato intendere che di Roma non ne vuole sentire parlare.

Allora l'indovinello è il seguente: a chi la daranno questa benedetta città eterna quando si spacca questa maledetta Italia?

La soluzione entro il dicembre 2012.


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domenica, ottobre 24, 2010

Che confusione, sarà perché...

Sembra che in molti stiano cercando di capire cosa sia successo veramente in Sicilia. Che schieramenti sono mai questi, con i partiti spaccati, i presunti fascisti di AN con il neo-liberale Fini apparentati al PD in un epico compromesso storico insieme ai cattolicissimi palazzinari di Casini. Dall'altro lato Bianco, Cuffaro e Firrarello a tenere in Sicilia le posizioni del duo Alfano-Schifani.

Quello che veramente rende incomprensibile la situazione è la presenza ossessiva dell'alito caldo della mafia sul collo di ambedue gli schieramenti per mezzo di condanne, indagini e fughe di notizie. Forse per srotolare la matassa potremmo provare ad eliminarne gli effetti.

Ebbene si: per un attimo immaginiamo che la mafia non esista cancellandola dall'equazione e ritorniamo all'inizio del tutto. A quando cioè il guardasigilli Angelino Alfano per la prima volta propose di limitare l'utilizzo delle intercettazioni nelle indagini della magistratura.

Se teniamo fede alla premessa (la mafia non c'è – più), la proposta di Alfano non sembra poi tanto scandalosa. In realtà la cosa da chiedersi, sempre in base a quella premessa, è che motivo hanno le magistrature di fare un così largo uso delle intercettazioni.

In una Sicilia senza mafia, quello della magistratura sarebbe solo l'esercizio di un potere acquisito. In una democrazia potremmo definirlo un abuso. La legge bavaglio è allora solo il tentativo di limitare i poteri di un avversario che altri non è se non quella magistratura che ha ben posizionato i suoi rappresentanti tra le fila del governo siciliano, unici in questa squadra di presunti tecnici ad essere forniti di tessera di partito.

E' ovvio che per assicurarsi i buoni auspici di questo centro di potere il presidente abbia dovuto prendere posizione nella disputa, prima tramite l'On. Granata e poi personalmente (si vede il post “Sulle intercettazioni è in gioco il nostro vivere civile” del 24 maggio 2010 dal blog di Raffaele Lombardo).

Partito Granata, Fini non poteva che assecondare e scagliarsi contro la legge e contro Berlusconi: senza i voti siciliani forse Fini non sarebbe neanche in parlamento. Ritirata la legge bavaglio, ecco uscire la storia di Montecarlo che nei fatti impedisce a Fini di tornare indietro e lo costringe a seguire gli ordini provenienti dall'isola: nuove elezioni avrebbero come effetto la totale scomparsa di una AN isolata dalla scena politica.

Berlusconi sconfitto da Lombardo? Non proprio: difficile credere che palazzo D'Orleans possa avere la mano tanto lunga. E poi è strano che Miccichè ora fuori dall'esecutivo siculo non sia tornato a casa nel PDL.

Ed è questo il particolare che tradisce i retroscena: Miccichè continua a dire di non voler litigare con il Premier, mentre nel frattempo forma un nuovo partito in un modo o nell'altro contro lo stesso PDL. La cosa non quadra: o Miccichè dichiara il falso, oppure i veri nemici del cavaliere sono all'interno del PDL ufficiale. Ed allora questi nemici non possono essere altri che Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Cosa vuol dire tutto questo? Che la manovra contro la legge bavaglio di Alfano è stata attuata di concerto da Lombardo e Berlusconi con l'aiuto della magistratura siciliana costringendo Fini a dare man forte al nuovo esecutivo siciliano (pena la scomparsa dalla scena politica) con l'obiettivo di isolare gli stessi Alfano e Schifani (ed i poteri che li controllano).

Stupefacente? Non tanto se si pensa a come il potere di Berlusconi vada scemando sin dalle scorse europee e dopo lo strano attentato subito a Milano. Costui è oramai quasi un pupazzo, ma non completamente, tanto che ha intimato al figliolo (Miccichè) di uscire dal governo a Palermo per non dare troppo potere a Lombardo. Ed alla magistratura.

Infine sulla mafia, questa misteriosa Al Qaeda centro-mediterranea, è inutile dilungarsi: non c'è peggior sordo di quello che non vuol sentire.

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domenica, ottobre 17, 2010

Il numero perfetto

I recenti fatti di Genova, con i “tifosi” serbi impegnati in una strana espressione di sostegno per la loro squadra, pongono diversi interrogativi.

Ci si potrebbe chiedere come mai la polizia italiana abbia lasciato fare, secondo una poco chiara tecnica di prevenzione del crimine, e non si siano accorti di come gli scontri fossero stati organizzati da tempo, quando persino un ragazzino lo ha capito facilmente (“Lo studente nell’inferno di Marassi «Tutto era già stato organizzato»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere come mai i giornali italiani siano così pronti a pubblicare lettere di scuse da parte di tutti per cercare di riabilitare l'immagine di Ivan agli occhi degli italioti (“Ivan il terribile: «Chiedo scusa all' Italia»”, Corriere.it 15 ottobre 2010).

Ci si potrebbe chiedere, usando la dovuta cautela, se ci sia una qualche relazione tra l'epilogo della sfilata gay a Belgrado pochi giorni or sono ed i fatti di Genova (“Gay Pride, scontri a Belgrado, l'estrema destra contro il corteo”, Repubblica.it 10 ottobre 2010).

Sarebbe anche legittimo domandarsi per quale motivo qualcuno abbia pagato gli ultrà serbi per recitare quel miserrimo show (“«Ultrà serbi pagati da due boss latitanti» Versati 200mila euro a 60 teppisti”, Corriere 16 ottobre 2010).

Ad un giornalista siciliano invece preme un interrogativo molto più sottile: che cosa vorranno mai dire quelle tre dita levate al cielo verso da parte dei giocatori serbi?

I quesiti posti tramite l'articolo di SiciliaInformazioni.com (I separatisti siciliani adottarono lo stesso saluto dei serbi, tre dita aperte, le gambe della Trinacria. E i cetnici?, 15 ottobre 2010) sono precisi ed inevitabili:

E’ una coincidenza, dunque, il fatto che i separatisti siciliani e i cetnici abbiano lo stesso “saluto”? Probabilmente lo è, ma non ne possiamo essere affatto sicuri. Occorrerebbe effettuare una ricerca. Ma ne vale la pena?

Tanto per capirci meglio, i “cetnici” sarebbero gli irredentisti serbi, che wikipedia, la libera (o liberale...) enciclopedia, dichiara antisemiti, nazionalisti, responsabili di genocidi vari. Fascisti, insomma.

Sul nostro quotidiano online serpeggia dunque la stessa accusa contro l'indipendentismo siciliano, rafforzata dai colori suggeriti dall'immagine a corredo.

Si dovrà certo ammettere che la presenza di una base militare russa in Serbia, ed il collegamento con l'Italia operato dal vicino aeroporto di Nis da una compagnia siciliana (la Windjet di Antonino Pulvirenti) potrebbero anche far pensare ad un qualche collegamento.

Di questo collegamento siculo-russo si era a suo tempo già risentito l'Economist, la nota rivista finanziaria inglese (si veda il post “Giù la maschera”). Ma la cosa possiamo anche comprenderla: la Serbia è anche l'ultimo bastione politico dell'oriente ortodosso nei Balcani (l'agent provocateur russo, qualcuno direbbe).

I contatti tra Sicilia e Serbia non dovrebbero allora stupire più nessuno. Ci si dovrebbe piuttosto interrogare su quali siano i contatti tra Parlagreco (autore del pezzo di SiciliaInformazioni.com) e l'Economist.

E la cosa non finisce qui.

Oggi i giornali hanno dato notizia della svolta “cetnica” della Germania. La Merkel durante il congresso dei giovani del Cdu e del Csu ha dichiarato fallito il modello multiculturale (LaRepubblica.it, 16 ottobre 2010) imposto a tutta l'Europa dai magnati della finanza mondiale:

“Gli immigrati (...) si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi”

Insomma, la Serbia ai serbi, la Germania ai tedeschi e la Sicilia ai siciliani, ognuno secondo la propria storia e tradizioni.

Ecco il gesto fatto dalla Merkel per indicare il nuovo corso tedesco:


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